giovedì 1 settembre 2016

Gansu, Qinghai, Xinjiang, Kirghizistan



ESTENSIONE DELLA CONOSCENZA
QILIAN SHAN. Ghiaccio immaginato, asciutto, silenzio come un frastuono
GANSU, QINGHAI, XINJIANG, KIRGHIZISTAN, 2016


dedico questa esperienza a mia mamma
dedico queste riflessioni a mio papà, compagno di viaggio


Silenzio come un frastuono, pare illustrare e accomunare due opposte condizioni, estranee tra loro, ma sovrapposte.
Silenzio come un frastuono, sembra presentarsi quando l’aspetto geologico prevale su quello biologico.
La vastità trasfigura l’essere umano in frammento; le infinite distese di ghiaccio, i moribondi paesaggi desertici, le solitudini della montagna sono sommersi da un silenzio assordante.

Non ci resta che fuggire da quel silenzio, non ci resta che coprirlo di rumore.

L’assenza di suono disorienta, tanto quanto l’eccedenza, la sovrabbondanza di suoni e rumori.

Nell’inesorabile evolversi della vita io sono testimone di una contraffazione di un mondo passato, manipolato e danneggiato dall’uomo.

Il mondo tormentato dell’uomo si è innestato nella fissità, nell’immobilità geologica; il frastuono nel silenzio. Io osservo questa fissità, ascolto il silenzio dal mio mondo fatto di rumori.

«Sotto un cielo fosco crescono foreste di innumerevoli palazzoni e le autostrade s’intersecano in reti più fitte di quelle fluviali; la merce in vendita in mercati e centri commerciali è una festa per gli occhi; sulle strade, viavai di gente e ingorghi di automobili; e, poi, il trionfo chiassoso dei cartelloni pubblicitari e delle luci a neon, night club e centri massaggio in serie; negozi di estetica e saloni per il massaggio ai piedi, uno dietro l’altro, fitti come denti di un pettine.
La vertiginosa crescita economica ha cambiato tutto repentinamente, abbiamo compiuto una sorta di salto in lungo da un’era di penuria materiale a un’era di spreco indiscriminato, dalla supremazia della politica a quella del denaro, dalla frustrazione degli istinti agli impulsi più sfrenati»1.

Viaggiare attraverso quel lungo cordone chiamato Via della Seta significa anche esplorare un paese sterminato come la Cina. Può esserci uno scarto temporale di decenni tra regioni ricche e povere di questo paese. E’ un viaggio nel tempo e nella storia; non solo nella storia dell’umanità, ma anche nella storia dell’epoca in cui vivo.
Una frase di Eugenio Turri riemerge tra i pensieri:
«Questa dimenticanza o invisibilità degli attori del passato sembra propria di una società come la nostra, tutta assorbita nel presente, tesa a bruciare i doni della natura, poco sensibile ai tempi lunghi della storia, poco riconoscente nei confronti delle generazioni precedenti, le quali nel mondo pre-moderno erano rispettate e tenute presenti come portatrici di valori sui quali la società basava ogni suo agire. […] L’insensibilità verso la dimensione storica d’altra parte è anche il portato della cultura d’oggi, che è tutta rivolta a consumare, a bruciare il presente, poco sensibile a coltivare la memoria di ciò che è assente, cioè il passato, e quindi di tutto ciò che dà sostanza storica al paesaggio. Il quale poi, rispetto al dinamismo del nostro tempo, ha una sua fissità, una sua immobilità ed appare perciò stesso come scontato, ovvio, acquisito, senza importanza: non lo si pensa soggetto a mutamento, a una sua vita, che è poi la vita dei sistemi territoriali e la vita della natura che di tali sistemi è il fondamento» 2.

Il dinamismo della nostra epoca e l’apparente immobilità del paesaggio sono la chiave di lettura di questa nuova esperienza, nella quale non sembra esserci spazio per il termine equilibrio o misura; è un viaggio negli eccessi e nei contrasti; nel rumore e nel silenzio.
L’anno scorso scrissi: «E’ il superamento di ogni dualismo ciò a cui dovrei tendere. In fondo sono affascinato sia dallo sguardo raziocinante che da quello interiore, dall’inconscio. Dovrei unirli in un unico sguardo».
Se voglio andare alla ricerca del silenzio, devo andare anche alla ricerca del rumore.
Tempo fa scrissi: «Però io non so se sono riuscito a ricambiare il tuo prezioso regalo. Ho sempre la sensazione che non riesco a ricordarti nel modo adeguato, tanto quanto meriteresti. I ricordi cominciano a sfumare, ma c’è l’essenza che permane, è l’amore. Si, proprio l’amore, non può essere altro.
Io sono qui, tu sei altrove, dove? C’è, esiste un punto d’unione?
Silenzio; come un frastuono.
E’ proprio questo ciò che provo. Il tuo silenzio è enorme, come comunichi ora? Dove sono le parole che bramerei sentirti dire? Dove sono le emozioni che mi regalavi? Il mio limite è non sapere e non potere uscire da questo confine, dove sei? Sei oltre il silenzio e il rumore?»

«La Cina della Rivoluzione culturale e la Cina di oggi potrebbero essere paragonate all’Europa del Medioevo e a quella contemporanea […] a un europeo servirebbero quattrocento anni per sperimentare due epoche tanto antitetiche, mentre ai cinesi ne sono stati sufficienti quaranta»3.
Il mio viaggio inizia a Pechino e continua nella Cina del Nordovest; per poi proseguire in Kirghizistan.
Yu Hua scrive che i cinesi di Pechino vivono nell’Europa del presente e i cinesi del nordovest nell’Europa di quattrocento anni fa; ne consegue che nella Cina di oggi non esistono solo disparità storiche, ma anche nella stessa realtà.
Secoli di storia e di avvenimenti che hanno segnato il destino di popoli e culture si sono riversati su di me come un fiume in piena, senza distinzione temporale, tutti insieme. In Cina non mi sono quasi mai perso in luoghi dimenticati dall’uomo. In alcuni casi ho cercato di poggiare lo sguardo solo sulle bellezze naturalistiche, omettendo volutamente l’attenzione sul contesto in cui si trovavano.
Il luogo più isolato e de antropizzato che ho visto è la cosiddetta terra di nessuno che separa la Cina dal Kirghizistan. In un futuro non così lontano, saranno questi luoghi a restare intoccati e protetti, per motivi politici, militari e strategici?
L’impatto con il mondo cinese è stato come una scossa di terremoto. Ho aperto gli occhi, ho affrontato la realtà; per poi abbandonarmi nell’immaginazione appena varcati i confini con il Kirghizistan. Sognare è insito nella mia natura, non riesco a vivere solo di realtà. Ma la curiosità mi spinge oltre, e quest’anno mi ha portato qui.

E’ impossibile rimanere imperturbabili di fronte a un meraviglioso paesaggio che senza alcun preavviso viene irrimediabilmente guastato dalla presenza di anonimi grattacieli completamente asettici e impersonali; a un incrocio, fermi al semaforo, intenti a capire in quale città ci si trovi, perché quell’incrocio è uguale ovunque, perché le città sono tutte uguali, le nuove città. Cos’è avvenuto? Dov’è la Cina dei fasti imperiali? «Tra quali pieghe di questo mondo capitalista posso trovare i segni della sua cultura millenaria?» mi sono chiesto mille volte nel corso del viaggio.
Mi sono immerso nella lettura in cerca di risposte.
Il viaggio è risultato complesso, per l’inevitabile necessità di moltiplicare gli sguardi.
Tenere un diario, ‘scattare le istantanee’, come ho fatto in passato, è risultato più difficile di quanto potessi immaginare. E’ stato come se avessi perso il bagaglio all’inizio del viaggio e mi fossi dovuto arrangiare con quel poco che avevo. Sapevo di andare a vedere alcune regioni della Cina, ma ero partito con l’idea di trovare pure qui luoghi dimenticati dall’uomo.
Molti giorni dopo l’inizio del viaggio ho trovato la chiave di lettura di questa esperienza, mi ci è voluto più tempo del solito, ma quando ciò è avvento, ho capito quanta ricchezza in termini culturali storici e geografici avevo sotto gli occhi. La Cina è un paese troppo complesso per riuscire a capirlo in così breve tempo.
Mi sia perdonata la franchezza dei miei pensieri.


1. GANSU, QINGHAI

Sono in viaggio verso Istanbul, la vecchia Bisanzio, Costantinopoli; il punto di contatto tra il continente europeo e quello asiatico, l’inizio della Via della Seta. Prima di imbarcarmi sul volo per Pechino, trovano posto nella mia memoria le luci sul Bosforo. E’ un’immagine delicata che si contrappone al pensiero della guerra nella vicina Siria. Cala la notte e dopo molte ore di aereo arrivo a Pechino; penultimo scalo prima di atterrare a Lanzhou, città che dall’alto osservo gemere invisibile attraverso lo smog.
A Lanzhou il futuro è entrato con la veemenza di un uragano. Alti grattacieli si stagliano a ridosso delle montagne e marcano in modo indelebile il territorio. Tanto cemento e tanta geometria sterile non mi riconducono alla Via della Seta, mi proiettano in un mondo funzionale e iper-razionale. E’ il mondo del commercio interpretato dalla nuova società cinese che è legata al suo passato da fili sempre più immaginari e poco tangibili. Il passato è più una serie di note a piè di pagina di un libro che parla di un futuro che si sta compiendo oggi.
Il filo più resistente si dipana lungo il Fiume Giallo, dove tutto ebbe inizio.
Nelle teche del Gansu Provincial Museum osservo le glorie di un popolo di favolosa raffinatezza.
Il nuovo potere del commercio che si svolge lungo nuove direttive che cosa produce di altrettanto favoloso? vedo solo luci pubblicitarie e plastica.
Guardo ammirato il cavallo volante realizzato al tempo della dinastia degli Han Orientali e proveniente dalla tomba di Leitai a Wuwei. Risale a più di duemila anni fa, eppure per quanto lontano mi sembri, i primi rapporti tra il mondo greco-romano e l’Oriente asiatico avvennero anche prima di questo periodo. Più precisamente nel 300 a.C., quando Alessandro Magno attraversò l’Hindu Kush, soggiogò le tribù stanziate nell’odierno Afghanistan, occupò Taxila, la capitale del regno di Gandhāra, e raggiunse l’Indo.
Sembrano imprese che sconfinano con la mitologia, ma sono avvenute davvero. E questo elegante cavallo che prende il volo proviene da quelle epoche.

Osservando i manufatti e soprattutto le vie della città «intuisco che nulla di quanto mi aspetta sarà omogeneo, costante. Seguire una strada significa seguire la diversità: un flusso di voci che discutono nella polvere»4.
Una grande statua di Nüwa e Fuxi posta lungo il Fiume Giallo sembra osservare i grattacieli che incombono ovunque e le montagne deturpate. Cammino per le strade più inquinate della Cina. I tre milioni di abitanti di Lanzhou sono sparsi in un’area di venticinque chilometri lungo il fiume tra raffinerie di petrolio, impianti tessili e chimici.
Il pullman esce dalla città e si inerpica serpeggiando tra colline di loess. E’ tutto così funzionale che non si percepisce l’autenticità del luogo. Non è solo la lontananza geografica a rendere difficile interpretare un mondo che non si conosce. Sono i suoi valori che è necessario cogliere e ammetto di fare fatica a capire i valori favoriti da questa forte spinta alla funzionalità che sembra ripercuotersi in modo netto sulla vita delle persone. Nonostante venga professato il rispetto per la natura.

I valori e gli splendori della Cina di un tempo sembrano sbriciolati, polverizzati e sepolti sotto questi enormi grattacieli, schiacciati dal loro peso. Fuori dalle città, sembra si siano ricompattati in concrezioni di loess, roccia sedimentaria friabile, spinta fuori dai nuclei urbani, e unitasi per far fronte al nuovo mondo che è avanzato e che oggi domina. Assisto alla collisione tra l’armonia delle strutture naturali in loess e la stonatura delle dilaganti strutture di cemento.
Il loess è ricco di minerali e ciò permette di sfruttare la capacità produttiva del terreno; le coltivazioni lungo la strada sembrano il retaggio di un passato che resiste e perdura, e che proviene dalla Cina contadina, dalla Cina dei mandarini, delle dinastie dei ming e dei qing.
Sotto una tettoia che assomiglia ad una pagoda, cinesi di etnia hui, han, uigura e tibetani osservano il fiume. E’ uno spaccato della Cina di oggi che osserva la Madre Terra, il Fiume Giallo, simbolo che riporta questo popolo in dietro di millenni.
Le concrezioni di loess si estendono lungo il fiume, nelle sue insenature, fino all’imponente statua del Buddha nelle grotte del Tempio Binglin; le Grotte degli spiriti, la Terra dei centomila Maitreya. Nei fori dei rilievi circostanti, simili a torri bucate dal vento e fragili come arenaria, si credeva ci fossero le anime degli antenati.

In questi anni, oltre alle grandi catene montuose, sto vedendo i fiumi più lunghi della Terra; l’Indo, il Fiume Giallo, fiumi che hanno visto sorgere importanti civiltà.
La mente torna a Taxila, all'arte del Gandhāra, l'esito di diversi influssi artistici, indiani, iranici, ellenistici. Penso al Buddha che ho appena visto, alto ventisette metri, e penso all'immagine antropomorfa del Buddha, aniconico fino alla confluenza di culture che incontrandosi hanno cominciato a dialogare. Penso alla via della seta e all’intreccio di strade che correvano da un mondo all’altro.
No, non riesco a trovare il punto di contatto tra l’odierno razionalismo cinese e il ricco passato del celeste impero.
Il sincretismo culturale era la forza di questi luoghi; perché oggi la cultura, propria e altrui, viene soffocata, piuttosto che assorbita? Dove sbaglio a non vedere? Sbaglio?
L’immagine di scintillanti tetti dorati mi riporta al presente, arrivo al Monastero di Labrang, grande complesso che si estende lungo un’ampia vallata non lontano dal fiume Daxia. E’ uno dei sei più grandi monasteri tibetani dei Gelugpa, l'ordine dei Berretti Gialli del buddhismo tibetano. Una quarantina di monasteri minori affiliati a Labrang sono sparsi sulle montagne circostanti. Han, hui e tibetani convivono in questo territorio.
Non è un luogo solitario ma osservarlo induce a riflettere, a fermarsi. Salgo su una collina per ammirarlo dall’alto. Sono in attesa di sentire il profumo degli incensi e delle candele di burro. Arrivato in cima al colle, ho la sensazione di riprendere un percorso della mia vita iniziato quattro anni fa, parallelo alla mia quotidianità.
Il monastero è gremito di gente, è un museo a uso e consumo del turismo locale e cinese. Colate di cemento hanno coperto le vecchie strade sterrate. Ma il fascino del monastero rimane inalterato, almeno ai miei occhi. Cammino lentamente e mi fermo vicino ad uno dei grandi incensieri che brucia rami di ginepro. Seguo con lo sguardo il fumo che sale e che si allarga in grandi volute sopra il monastero, in alto, verso il cielo. Gli orli in tessuto sulle facciate degli edifici si muovono al vento; il loro moto ondulatorio mi rasserena e mi mette tranquillità. Gli stivali di feltro nero dei monaci sono ammucchiati nel portico del santuario.
All’interno degli edifici, le teche, i vasi colmi d’acqua, le statue di buddha e i piccoli mandala risvegliano ricordi dei passati viaggi; mi muovo tra i colori sgargianti scuriti dal fumo delle candele che ardono nella penombra.
Dei bambini mi fermano per chiedermi da dove vengo. Lo chiedono in modo gentile e rispettoso. Osservano le mie pagine di diario scritte in una lingua a loro ignota.
Il monastero si trova a Xiahe, un centro relativamente piccolo, situato a 3000 metri di altitudine, circondato da montagne. Ha mantenuto un aspetto sobrio e ordinato, lontano dal funzionalismo impersonale che ho visto finora. Gli edifici, finemente decorati, hanno gli elementi strutturali tipici dell'architettura tibetana.
Mi siedo sul ciglio della strada principale e osservo la città; nell’aria sento profumo di cumino.
L’aspetto delle persone è cambiato rispetto a Lanzhou. Hanno la carnagione più scura e i tratti somatici tibetani. I monaci passeggiano lungo la strada; il colore delle loro tuniche si armonizza con i colori degli edifici. Motociclette con i sedili foderati con coperte colorate sembrano cavalli in fremente attesa di essere lanciati al galoppo.
Avverto il respiro del passato, la quiete dei paesi di montagna, la delicata bellezza del mondo orientale. Cerco e vedo questo negli sguardi degli abitanti di Xiahe. Due bambine con in mano delle racchette da tennis appena comprate saltano sotto il getto d’acqua proveniente dal camion per la pulizia delle strade. Un anziano avanza lentamente su una bici con un rimorchio artigianale realizzato con pezzi di legno e metallo. Quattro uomini, seduti ad un tavolo all’entrata di un negozio, giocano a carte. Nulla di diverso da ciò che potrei vedere nei luoghi dove sono nato, è la semplice quotidianità di un piccolo centro posto quasi agli antipodi rispetto alla città in cui vivo. Osservo esseri umani che semplicemente vivono, ma in un contesto che non è il mio, e che sto cercando di capire.
Appena fuori dalla città compaiono le piccole case in terra essiccata, in tipico stile tibetano. Lo sviluppo urbano sembra seguire il modello ad anelli concentrici: c’è il nucleo attorno al monastero, una fusione di mondo tibetano, hui e han; c’è il quartiere periferico che si sviluppa in senso verticale, ottimizzando l’utilizzo dello spazio e lasciando libero il contesto naturale circostante che, sempre più fuori
dalla città, è armonicamente disseminato di edifici in terra cruda, perfettamente combinati nel paesaggio. Oltre ancora prati e colline dove di tanto in tanto pascolano gli dzo, animali nati dall’incrocio tra uno yak e una mucca.

Il pullman si inerpica sulle colline e la geometria sterile e perfetta dei grattacieli della periferia di Xiahe diventa presto solo un ricordo. Procede, facendosi strada attraverso lande lussureggianti fino a giungere ad un valico dal quale si apre un paesaggio senza confini, fatto solo di praterie e colline di un verde brillante che sembrano velluto. Sono le Praterie di Gānjiā, il punto di unione tra due delle maggiori culture asiatiche, quella tibetana e quella mongola. L’ambiente stesso è una perfetta combinazione di elementi propri sia dell’altopiano tibetano, sia della Mongolia. E’ un ‘mare verde’, proprio come il nome mongolo, Koko Nor, della provincia nella quale sono appena entrato, lo Qinghai. Sembra più un oceano verde, dal quale di tanto in tanto emergono piccole macchie bianche, le tende dei nomadi.
La strada sale fino a giungere al Passo Huneilahi, a 3600 metri di altitudine, dove ondeggiano i cavalieri del vento. Dopo pochi chilometri raggiungo Shung Peng Xi, un incantevole villaggio rurale del colore della terra che mi ricorda i villaggi del Baltistan; mancano solo le albicocche a essiccare sui tetti.
I rilievi, dopo essersi ricoperti di alberi, tornano a inaridirsi, scoprendo una terra del colore del rame che si mescola al giallo dei campi coltivati a frumento. La statua dorata di un Buddha, in armonia con le tonalità del posto, conduce al complesso monastico di Tongren e all’annessa scuola d’arte religiosa. In queste valli la pittura è un’arte che viene esercitata con grande passione e che si affina tramite anni di esperienza; viene insegnata a tutti i bambini per tramandare l’arte dei thangka, le icone votive dipinte su seta. Quanta poesia vedo in questo luogo schiacciato fino a epoche recenti da un neofeudalesimo intransigente, e stretto tra il mondo islamico dello Xijnjang, il mondo tibetano e quello mongolo. Utopicamente immagino che in queste valli isolate l’eterogeneo e complesso universo religioso venga tenuto sotto controllo con l’arte della pittura.

L’ossido di ferro sembra essere estremamente diffuso sui rilievi di questa regione; la sua presenza determina una ricchezza di colori che vanno dal giallo, al rosso, al marrone. Le montagne rivelano la loro fuggevole bellezza e perfezione. Pareti spigolose, chiazzate di verde, cadono a picco su un affluente del Fiume Giallo. Rocce appuntite invece di inasprirsi, si placano lungo il percorso e assumono le sembianze del velluto, morbide e lisce, alternandosi alle increspature rosso rubino. Pioppi svettano verso il cielo.
Imbocco l’autostrada cha fiancheggia piccoli villaggi tibetani e la magia gradualmente si spegne.
Questa commistione di funzionalismo e segni di epoche passate mi stordisce. Grandi grattacieli si elevano e prendono il posto dei pioppi. La magia del nome Via della Seta in questi frangenti viene smorzata e violentata a tal punto da farmi indurre a pensare di riadattare il termine in Via del Cemento e della Plastica. L’entrata a Xining è devastante. Questo razionalismo estremo insegna che tutto si può fare, anche deturpare un paesaggio e consegnare a chi abita in questi lugubri edifici una vita più facile di quella dura che si svolgeva nelle campagne, ma insapore e fredda. Sembra un’esasperazione del modello urbanistico sovietico. Non c’è nulla di esteticamente bello. Gli edifici sono impersonali, tutti uguali al punto da rendere le città simili le une alle altre. Sembrano luoghi fatti solo per lavorare e dormire.
«Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni di un linguaggio; le città sono luoghi di scambio, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi»5 , ma dove avvengono in questa città?

Eppure di sera osservo la vita notturna tra le vie del mercato che, per quanto ‘inscatolata’, chiusa in queste fredde strutture, pulsa ed esplode. Il profumo di cibo si diffonde ovunque.

A Xining ha sede il monastero di Kumbum che, come il monastero di Labrang, è un importante sito della comunità tibetana cinese. Ho la percezione che l’affollamento delle grandi città si sia riversato in questo luogo distorcendone il suo significato, come succede nelle città simbolo italiane, Venezia e Firenze. E’ impossibile avvertire il profumo dell’incenso e delle candele di burro. E’ un luogo che inghiotte esseri umani intrisi di laicità che, camminando distratti, ne annullano la sua sacralità. Sembrano una reincarnazione artificiale dei loro avi. Confusi tra loro, un numero davvero ridotto di pellegrini si approccia ai templi con ostinata devozione. C’è uno stravolgimento del senso di questo luogo. Sento il frastuono di un mondo difettoso emerso da un passato virtuoso e che ora si è momentaneamente smarrito nella corsa sfrenata al capitalismo.

«Già Hegel nella sua Logica scriveva che un popolo senza metafisica è come un tempio senza il sacro, e quindi è un tempio vuoto di tutto ciò che è proprio del tempio»6.

Il terremoto provocato dallo stravolgimento dei valori, avvenuto con la Rivoluzione Culturale, e prima ancora con Mao Tse-tung, mostra ancora le fratture. Io avverto questo, ma sono ovviamente opinioni personali.
Mi allontano dal monastero e torno a viaggiare tra valli e montagne. In prossimità del passo Dabashan si apre una valle glaciale della catena del Qilian Shan; sono rimasti solo i residui morenici, non c’è più traccia delle lingue di ghiaccio che sono abituato a vedere in questa fetta di mondo. E’ simbolica la vista della valle; questo luogo è un’impronta, porta con sé il fascino di ciò che è (stato), ma senza mostrarsi. E’ la rappresentazione del mio stato d’animo. C’è sempre qualcosa che mi frena nel cogliere fino in fondo il fascino di questi luoghi, di queste città e di questi monasteri: c’è, ma bisogna scavare. Nelle pieghe di questi luoghi si cela una pianta dal nome evocativo, snowlotus, smarrita in una piazzola sotto il passo Da Ba Shan, straripante di pullman e di turisti.
Mi concentro sui luoghi in cui mi trovo: sto attraversando una grande valle del colore dell’oro, coltivata a colza, che si estende sotto le pareti innevate della catena Leng Long Ling, terra di linci e di leopardi delle nevi; dall’altro lato della catena si estende il Deserto dei Gobi; sto procedendo in direzione del monte Bayan Qalan, dove sorge il Fiume Giallo.

Osservando in modo consapevole, la magia di queste terre emerge; si amplifica in un campo tibetano organizzato sotto la vista severa di un monte innevato e immerso in un paesaggio che ha il sapore della Mongolia. La gentilezza delle persone e dei bambini che mi accolgono mi rimette in sintonia con questi ampi spazi.
Dal passo Qin Jang Li (3767 m.) la macchia verde si espande senza misura, in un susseguirsi continuo di valli e montagne che sfumano in lontananza verso il blu al confine con la zona di cultura tibetana.
Qui sento sgorgare in me un’esultanza familiare: l’aspettativa di rivedere qualcosa di conosciuto che pochi anni fa tanto mi aveva emozionato negli alti passi del Tibet. E’ una rotondità di sensazioni, sia nuove, sia già vissute, alcune elaborate ma che riaffiorano e che ‘definiscono’ una continuità con le passate esperienze di viaggio. La strada si incunea tra le montagne e mi riporta nella regione del Gansu. Scende da un terzo e ultimo passo e percorre un paesaggio che mi è familiare ed è quasi uno stato d’animo. Lo voglio chiamare il paesaggio del benessere, della bellezza e dell’armonia. L’ho già vissuto nei tre viaggi precedenti e ora me ne nutro consapevole e appagato. Mi rendo conto di avere legato il ricordo di Lucia anche a questi paesaggi e ciò addolcisce i miei pensieri.

«Per millenni il corridoio del Gansu aveva attirato tribù nomadi verso sud-est, nel cuore della Cina, e incanalato mercanti ed eserciti nella direzione opposta. Era in continua agitazione»7.

Il corridoio del Gansu era un punto nevralgico della Via della Seta, stretto tra l'altopiano tibetano ed il deserto del Gobi, e prossimo alla regione dello Xinjiang. È brulicante di storie, saturo di vicende, accoglie i resti di antiche civiltà umane, strati su strati di memorie remote in collisione con le invadenti e straripanti città di oggi che assediano e stordiscono. Lanzhou è il capoluogo della provincia del Gansu, un prodigio di modernità in un mondo in perenne movimento.

Un lampo, un attimo, e all’orizzonte si profila la città, Zhangye, con le sue strade in movimento, con i brusii delle folle, i fragori delle macchine; per quanto qui tutto sia molto più contenuto rispetto a Lanzhou. E da Zhangye si scorge in lontananza il paesaggio dell’armonia, che si sovrappone ai pensieri e alla vista come un sogno infantile, un’utopia, un’illusione ottica.

A colazione mi siedo al tavolo insieme a una famiglia cinese. Le loro bacchette si mettono all’opera e il pasto viene consumato in silenzio; conto solo i risucchi disinvolti a indicare l’apprezzamento del cibo. Ho fame pure io e assaggio piatti indicati più per un abbondante pranzo che per una colazione.
Sazio, mi dirigo verso il Tempio del Buddha dormiente e osservo un gruppo di persone che pratica il Tai Chi in una piazza della città. Sono concentrati a raggiungere il loro stato di equilibrio e di benessere interiore e io sono curioso di vedere questo spaccato di vita quotidiana, questo desiderio di andare oltre il grigiore dei grattacieli; forse di immaginare un’epoca remota, diversa.
Nel tempio il grande Buddha emerge dalla penombra e mi osserva da sotto le palpebre pesanti, con un’espressione antica. Si dice che il suo non sia un sonno mortale, ma l’accesso al Nirvana. E’ una silenziosa presenza che scruta e che cela segreti. E’ un essere che ignora il frastuono delle macchine, i suoni della guerra, i fragori delle città. Come posso uscire da qui e credere che gli uomini siano capaci di offendere la natura, di trasformarla, di denigrarla? Nella semioscurità del tempio mi prefiguro le vicine montagne arcobaleno come il luogo ideale di evasione, un rifugio esclusivo. Dove forse capirò il significato delle mie evasioni, della mia esistenza.

All'opposto, così non è. Lascio la città e, illuminate dalla luce del mattino, osservo avvicinarsi le meravigliose montagne colorate. Rimango sbalordito. Ma improvvisamente mi appare la realtà. In questo luogo dove sarei venuto a pregare, dove avrei cercato un contatto esclusivo con la natura, dove mi sarei sciolto in uno scenario che è realmente mozzafiato, ora c’è solo una grande baraonda. Mi muovo tra la calca e cerco di cogliere la bellezza del paesaggio. Si riduce
semplicemente ad essere il mio momento turistico. Non sono diverso dalle migliaia e migliaia di visitatori venuti qui apposta per ritrovare le immagini prima godute su internet o sui dépliant di agenzie turistiche. Non percepisco il silenzio, vedo solo uno scenario di monti in attesa di essere visti da altre migliaia di esseri umani, giorno dopo giorno, dopo giorno. E’ uno splendido luna park incapace di comunicare la sua bellezza e la sua unicità. Gli altipiani tibetani e i silenzi dei monasteri buddisti e della Valle dello Zanskar non ingannano, non mentono.

La strada verso Jiayuguan sprofonda gradualmente nel deserto; le montagne ora emergono confusamente dalla foschia e passo accanto a letti di fiumi asciutti e inariditi. Su questa desolazione avevano viaggiato centinaia di carovane e in diversi periodi ogni sorta di merce era passata di qui.
Un grande silenzio rompe di soprassalto il vociare dei nuovi invasori di queste terre, che paiono ignari e poco consapevoli delle remote storie dell’uomo, muniti di tecnologie, non più di spezie e di tessuti. Nelle tombe sotterranee di Xincheng Dixia Hualang, risalenti a più di 1500 anni fa, l’orologio si ferma ed emerge un passato non mio, non nostro. Un passato di altri uomini che hanno seguito i ritmi della natura, i tempi ciclici del giorno e della notte, delle stagioni. Da quante migliaia di anni siamo abituati a vivere su questi ritmi. Apparentemente immote sotto la luce del sole, la terra e le rocce seguono i loro processi geologici, lontanissimi da quelli biologici. Le ceneri di questi uomini si sono ora adattate ai lunghi tempi geologici. Il paesaggio circostante si disfarà, e le sue mutazioni inesorabili seppelliranno e rigenereranno i segni dell’uomo; segni che ora mi appaiono in tutto il loro spessore vitale, calati nella storia, chiari, concreti, tangibili. Appaiono estranei alle lacerazioni millenarie della terra: a una prima serie di posti di avvistamento, torri, posti di controllo allo sbocco di passi o di vie obbligate, le popolazioni del Gansu aggiunsero modeste fortificazioni che nel tempo furono unite tra loro da brevi tratti murati; è questo l’inizio di ciò che sarebbe stata definita la Grande Muraglia. Esempio supremo della smania costruttiva, dell’operosità e del genio degli uomini.
La Muraglia sembra avere la stessa geologica fissità dei monti circostanti ai quali sembra unita per trasmettere alla loro maestosità e imperturbabilità un po’ del turbamento di noi esseri umani. Un meraviglioso accordo, un’armonia che è durata per secoli.
Accanto a una imponente acciaieria con due enormi torri di raffreddamento che fumano ininterrottamente, percorro a piedi un tratto della stazione terminale di Jiayuguan della Muraglia.
L’area circostante è adibita a coltivazioni e a grandi cantieri, sparsi ovunque, dove sorgeranno case e industrie.
Ogni tentativo di lasciarsi andare allo stupore viene parzialmente smorzato dalla violenza effettuata sul territorio. L’esplosione del capitalismo è dirompente. Cosa succederà quando questa corsa verso il progresso ‘esploderà’? Quando la popolazione aumenterà ancora?

Assomiglia a un confuso monologo interiore ciò che sto vedendo da un po’ di giorni, sto per caso vivendo all’interno del sogno di Humphrey Chimpden Earwicker? Pare di assistere ad un ‘flusso di coscienza’ culturale, ad uno scontro di epoche storiche, di passato, presente e futuro.
Esco dalla grande fortezza tra suoni replicati di bombe, voci urlate al megafono e schiamazzo incessante e mi addentro nel deserto. Il forte vento e il cielo plumbeo, così evocativi, sono realtà o sono finzione? Cerco l’orizzonte e l’oltre per estraniarmi da tanto artificio e osservo la sabbia del deserto che si alza e svanisce nel cielo insieme ai fumi delle acciaierie.
Non mi allontano, mi volto lasciando il deserto alle mie spalle e mi inabisso di nuovo nella realtà.
Furono le popolazioni mongole a edificare questa imponente acciaieria fuori dalla Muraglia? Faccio fatica a chiamarla Grande Muraglia, è un nome che significa tutt’altro rispetto a ciò che vedo. I miei passi vorrebbero seguire ciò che non si trova fuori dai miei occhi, ma dentro; vorrebbero salire sulla torre di guardia per osservare un’altra realtà, più genuina e meno artefatta. Nell’inesorabile evolversi della vita io sono testimone di una parodia di un mondo passato, sopraffatto dal turismo di massa e dall’inquinamento.
E’ un ibrido in evoluzione ciò che vedo, il purismo non c’è più, non va cercato. Mi devo confondere come un pesce nell’acqua per capire la pluralità di questo mondo. Quest’anno non è possibile sfuggire alla realtà. Cerco di affrontarla da un paese implacabilmente proiettato verso il futuro.
Ciò a cui sto assistendo è un nodo di culture che non va sciolto, ma va interpretato nel suo insieme, pure nelle sue contraddizioni. Forse le acciaierie sullo sfondo della fortezza della Grande Muraglia sono l’immagine più chiara che mi sia arrivata in questi giorni. Non devo scindere. Ciò che vedo è simile al mio contesto culturale, ma è portato all’estremo. E’ questo il mondo in cui vivo. Dovrei gradatamente disintegrare la descrizione della Grande Muraglia e sfumarla nel contesto circostante, fonderla, unirla alla realtà che osservo e mischiarla alle bellezze naturali. Ne verrebbe fuori un mosaico articolato, irregolare, discontinuo. Non è la stratificazione la chiave di lettura, ma una visione caleidoscopica.
Un’esperienza nella natura selvaggia è più facile da affrontare, si può ottenere ciò che si cerca e si sa cosa si trova. In un viaggio come questo è necessario trovare la chiave di lettura del luogo per riuscire a interpretarlo.
James Joyce di Ulisse o David Foster Wallace di Infinitive Jest avrebbero descritto magistralmente questi luoghi.
La Cina odierna è colma di contraddizioni, oscilla tra innumerevoli poli opposti, senza preoccuparsi dello sguardo disorientato e turbato di chi la osserva, spiazzato dalla palese evidenza di questa ambiguità.

«La Muraglia cinese è un’opera costruita per delimitare (più che difendere) un regno, una civiltà, un grande e omogeneo mondo culturale. Ma essa segna anche il confine tra due ambienti diversi, tra due distinte regioni geografiche: di fatto il gigantesco muraglione si sviluppa quasi per intero lungo la isoieta dei 380 mm, linea che indica il passaggio tra due condizioni climatiche, l’una predesertica e fredda, accentuatamente continentale, l’altra più temperata, fluviale, naturalmente più dotata rispetto alle possibilità colturali. Nei due ambienti si sono venuti così delineando due mondi culturali: l’uno sedentario, agricolo, con proprie complesse istituzioni culturali, l’altro nomade, pastorale, inquieto, culturalmente come irrisolto. Ma la Muraglia, in quanto «segno», nasce come interpretazione culturale di questa realtà naturale […] ecco così che natura e cultura interagiscono, si «tengono insieme» reciprocamente»8.

Oltre la stazione terminale di Jiayuguan della Muraglia c’è ormai solo deserto. E’ un altro mondo rispetto a quello che mi sto lasciando alle spalle. I rilievi sono scomparsi, ed è rimasta solo un’infinita distesa piatta di terra e sabbia che di tanto in tanto si ispessisce, preme e si alza a formare corrugamenti che si perdono nella foschia. Una leggera pioggia, vento e nuvole basse conferiscono un aspetto minaccioso al paesaggio. Mi avventuro oltre la muraglia dei Ming, verso ovest, tra unni, mongoli e manciù. Dalla luce entro nelle tenebre.
Domani pregherò nelle Grotte di Mogao e chiederò di uscire vivo dal deserto del Taklamakan, come facevano i mercanti. Stanco, sorseggio tè salato in un locale hin prima di andare a dormire.

Ecco il fiore, un fiore raro, antico; si mostra oggi con i suoi lapislazzuli di colore azzurro-oltremare provenienti dall’Afghanistan, con il verde intenso della malachite. Mi distoglie dal pensiero di questo mondo in trasformazione dai colori sbiaditi e spenti. Apsara fluttuano nelle grotte, inghiottite nella fissità atemporale del deserto. L’eccezionalità del passato di queste terre sopravvive negli affreschi delle Grotte di Mogao, o Grotte dei Mille Buddha, dove ritrovo l’influenza indo-ellenistica che ammirai a Taxila. Queste cavità, brulicanti di storie, sature di poesia, imbevute di molteplici influenze -trovandosi ai margini della Muraglia di epoca Han-, sembrano fatte per condurre all’illuminazione, oggi come allora. Ferme nel tempo, scavando dentro a chi le osserva, aiutano a ritrovare la bellezza in questo mondo manomesso, a tollerare l’espansione distruttiva delle città, che sommerge e copre il silenzio.
Il Buddismo si affermò e prosperò dopo il crollo dello stato Han; avanzando da occidente verso oriente, favorì l’incontro tra diverse civiltà, e come i manufatti di Taxila, i Buddha e gli affreschi delle Grotte hanno il fascino di un antico sincretismo culturale.
Percorro un lungo tratto di deserto per raggiungere la stazione dei treni di Dunhuang. Qui il mondo è ancora grande. Le distanze sono lunghe e il tempo conserva un valore identico a quello che poteva avere secoli fa. Lascia lo spazio per riflettere. La stazione è persa in mezzo al deserto, collegata al mondo solo da una strada e dalle rotaie disposte in direzione di Turfan.

In treno continuo la lettura di Antropologia del paesaggio di Eugenio Turri:

«Il fatto di vedere il mondo industriale privo di coerenza e di intimi legami tra le diverse componenti che lo reggono dipende da condizioni oggettive, considerato che esso è in fase crescente e priorizza l’economia come fattore della sua affermazione globale; ma deriva anche dalla mancanza di prospettive globali, quindi da una sorta di cecità a cui siamo costretti dalla sua stessa complessità. I fatti culturali, come manifestazioni del rapporto uomo-mondo, cercano sempre una loro coerenza, sulla base di leggi che sono di tipo quasi biologico. Le esigenze di una società non sempre coincidono cioè con le esigenze della cultura; nel senso che la società deve alla fine adeguarsi al dialogo che la cultura intraprende con la natura. Non a caso la società capitalistica e industriale è oggi indotta a rivedere le proprie istanze, a correggere forse i propri rapporti con l’ambiente terrestre dopo le cieche ed esagerate forme di sfruttamento con cui ha mosso i suoi passi. Essa è nata infatti privilegiando la sete di possesso di una classe sociale»9.

In prossimità di Hami si impongono alla vista i ghiacciai del Karlik Shan, nella catena del Tian Shan. Chilometri e chilometri dopo, dune rosse occupano uno spazio che si perde alla vista, chiuso tra il deserto di Taklamakan e la Mongolia. Qualcosa qui è cambiato, la lenta metamorfosi si è compiuta. Gli spazi aridi e desertici si sono allargati e il mondo sembra essersi spento, immerso in una sorta di grande rarefazione. L’aspetto geologico prevale su quello biologico, e come nelle regioni polari, nelle sue grandi distese di ghiaccio, in questi luoghi dove la sabbia viene spazzata dal vento e gli orizzonti non hanno fine, si verifica il fenomeno della Fatamorgana; l’oggettività e la ragione cedono spazio all’irrazionale. Fuori dalla Grande Muraglia il mondo sembra cambiato. Il Xinjiang sembra non appartenere alla Cina, è un luogo senza tempo. C’è solo spazio, smisurato.
Sono forse uscito dal mondo vinto dallo spirito del capitalismo?


2. XINJIANG

«Il Taklamakan milioni di anni fa era il fondo di un mare, ora è un immenso corridoio che taglia il Xinjiang. Per secoli questa terra è stata al centro del mondo. Da qui passarono le carovane di uomini e cammelli venuti da occidente lungo la Via della Seta a scambiare merci con l’Impero Celeste; da qui passò il cristianesimo con i primi missionari nestoriani; da qui passò l’islam con i conquistatori turchi; da qui passarono il monaco cinese Xuan Zang, alla vota dell’India in cerca delle sacre scritture buddiste, e Marco Polo. Qui si combatterono grandi battaglie. Regni sono stati vinti e persi su questo deserto. Qui oggi sono nascoste le installazioni nucleari cinesi. Eppure si respira un senso di desolazione e solitudine osservando queste distese aride e senza contorni»10.

Turfan è un centro piuttosto piccolo la cui anima è palesemente uigura. Torno, dopo due anni, in una delle periferie della Cina, popolata da minoranze etniche e religiose; gli uiguri sono musulmani di lingua turcofona, con abitudini e tratti somatici molto diversi da quelli dei cinesi di etnia han.
Per quanto il contesto sia cambiato, so di non essere uscito dal mondo vinto dallo spirito del capitalismo.
Il fabbisogno cinese di idrocarburi è costantemente in aumento. La scarsa presenza di giacimenti di petrolio e gas nel cuore della Cina ha spinto Pechino a diversificare le fonti di approvvigionamento. Diversi paesi dell’Asia Centrale, come Turkmenistan, Kazakistan, Uzbekistan e Kirghizistan, sono ricchi di giacimenti gasiferi e tutte le infrastrutture che consentono il trasporto di idrocarburi da queste zone verso la costa cinese passano per il Xinjiang, a sua volta ricco di idrocarburi. La Cina ha stretto buoni rapporti diplomatici con i paesi dell’Asia Centrale, offrendo il proprio aiuto nella costruzione di strade, porti e ferrovie per ottenere in cambio gas e petrolio a buon prezzo 11. E’ la stessa strategia adottata con il Pakistan per avere accesso ai mari del sud.
Yu Hua scrive che i cinesi di Pechino vivono nell’Europa del presente e i cinesi del nordovest nell’Europa di quattrocento anni fa 12. Gansu e il Qinghai sono Cina del nordovest, eppure ho faticato a vedere questo divario. Il Xinjiang invece vive una condizione molto più confusa.

Attraverso un viale di pioppi e stretti vicoli; getto lo sguardo in piccole corti rurali, semplici e modeste; seguo il ghirigoro di minuscoli canali lungo la strada e rivedo le case basse che ho imparato a conoscere. Ci si può immaginare in testa ad una lunga carovana di cammelli in direzione del deserto che cinge la città. Se alzo la testa e osservo le nuvole, qui posso riconoscere figure che non potevo immaginare fino a pochi giorni fa: animali, cavalieri, volti umani. In molte delle città che ho visto finora si ha netta la percezione che la gente e i costumi siano cambiati più e più volte, non nei secoli, anche solo nei decenni; resta il nome, l’ubicazione e (pochissimi) reperti storici. Qui no. C’è qualcosa di antico che emerge, in attesa di essere sommerso da oggetti nuovi; in attesa di un ricambio non previsto. Turfan è un’oasi che da due millenni sopravvive grazie a un sistema di canali sotterranei che portano l’acqua dai ghiacciai del Tian Shan e dalle Montagne Fiammeggianti. Dal funzionalismo asettico della Cina odierna pare di essere entrati in un altro mondo, appartenente più al passato che al presente.  
Il Xinjiang vive una doppia vita, suo malgrado. Il doppio orario è simbolico, questa regione segue sia i ritmi di un mondo remoto, sia i ritmi di un mondo avviato verso il futuro, ma quasi estraneo e sovrapposto. Il bianco del ghiaccio e il nero del petrolio si stanno attraversando e si stanno affrontando; la frattura è insita in questo imperfetto intreccio di tempi storici. Il petrolio ha cominciato a inquinare il sistema sotterraneo di canali; il futuro è entrato nelle acque di Turfan.

E’ una tipologia di viaggio che richiede una maturazione della mia capacità di ascolto e di osservazione. Anche se spesso risulta complesso, quando riesco a cogliere il valore di questi luoghi, il loro significato più intimo, quando scavo e osservo l’insieme, passato, presente e futuro, emergono una pluralità di sensazioni che mi svegliano e mi ridanno vita. E’ la varietà il valore aggiunto di questa esperienza, difficile ma ricca.
Nel primo pomeriggio, sotto un sole che brucia, passeggio per le vie quasi deserte di Turfan. La città si ferma sotto il caldo. Distante migliaia di chilometri da casa, alle pendici della catena del Tian Shan, in pieno deserto, si, sono appagato. Mi sento viaggiatore. Tornerò a casa con il ricordo dei grandi spazi attorno a questa città; e con il ricordo dell’uva, che gusto, dolcissima e saporitissima, all’ombra di un pergolato.
Nel Museo di Turfan leggo questa frase “Nel lungo corso della storia, numerosi gruppi etnici e razze hanno abitato qui nell’area di Turfan, cheshi, unni, han, tocari, turchi, tibetani, uiguri, mongoli, così come sogdiani, e indiani. Tutti hanno lasciato traccia della loro cultura e tutti hanno contribuito allo sviluppo della storia di questi luoghi. Religioni quali sciamanesimo, buddismo, zoroastrismo, manicheismo, nestorianesimo, islamismo e confucianesimo hanno influenzato questa terra. Oggi qui vivono uiguri, han, bui, okazaki, tuia, mongoli, tu, tibetani, miao, zhuang, dongxiang, ecc”. L’augurio di una convivenza pacifica suona palesemente artefatto.
Il Xinjiang è una regione che ha una storia recente molto simile a quella del Tibet. Gli han, che ora costituiscono il 40% degli abitanti del territorio, si sono stabiliti nelle terre del nordovest della Cina spinti da incentivi economici governativi; l’industrializzazione della regione è stata più un pretesto per usufruire dei suoi giacimenti petroliferi.
In aggiunta, la vicinanza geografica all’Afghanistan e al Pakistan rendono il Xinjiang un terreno fertile per il terrorismo islamico.
Entrare in questo mondo è davvero complicato. Quanti sguardi devo avere per cogliere questa enorme varietà?

La moschea e il minareto di Turfan profumano di uva; di sera, le strade profumano di carne, e la città si anima. Teste di animali, interiora e spiedini cuociono al fuoco; noodles in brodo bollono in grandi pentoloni e pane uiguro viene sfornato in quantità, caldo e saporito.

I vecchi insediamenti, Gaochang, Jaohe, cittadella reale, e le Tombe di Astana hanno acquisito la medesima fissità delle vicine catene del Tian Shan e delle Montagne Fiammeggianti.  All’apparenza impassibili alle calamità naturali, in un paesaggio assediato dal deserto, dove infuriano tempeste di sabbia, sembrano fuggire all’agguato geologico tornando a diventare solo pietra. Nascosti e silenziosi, piccoli roditori e qualche rettile spuntano vicino alle piante di cappero; sono loro i nuovi abitanti. Ma loro non pregano nessun Dio, non danno un senso a questo grande vuoto che è il deserto. Loro sono un semplice fatto biologico.

Una stretta via attraverso le Montagne Fiammeggianti conduce alle grotte dei mille Buddha di Bezeklik. Torno in un luogo del silenzio e del raccoglimento dove si intuisce la voce dei tempi infiniti. Osservando le antiche pitture, non riesco a pensare che questo luogo sia solo il prodotto di un semplice fatto biologico. Qui, per un attimo, viene meno la dimensione temporale del mondo.
Osservo il canyon tagliato dal fiume e bruciato dal sole. Le sue pietre corrugate sfumano in una serie di dune che gradatamente finiscono inghiottite in un polveroso orizzonte. La temperatura ha raggiunto 43 gradi centigradi. Vinto dal caldo, penso al contrasto tra la nostra fragilità e la potenza della natura. Rifletto sull’immutabilità delle leggi naturali e sull’inesorabile ricorsività degli eventi; sulla mutabilità dell’uomo e sulla brevità del suo sguardo sul mondo.

I due stretti sensi di marcia del tratto di autostrada che si incunea nelle Montagne Celesti sono separati da un fiume. E’ la strada che porta ad Ürümqi. Si insinua in un altro canyon, le cui pareti hanno colori tanto scuri da ricordarmi le sfumature cineree della catena del Karakorum; anche l’accentuata spigolosità sembra accomunarle. Le linee verticali dei pioppi intervengono per addolcire tanta severità. La bellezza del mondo si dispiega davanti a me, godo lo splendore e il fascino di un paesaggio che riconosco, mi immergo nello spettacolo delle montagne del Centro Asia. Viaggio dopo viaggio nella mia mente si stanno sedimentando tanti ricordi di esperienze vissute in Pakistan, Ladakh, Tibet e Cina. Ne ho percorso, e ne sto percorrendo, valli, alti passi, pianure, altipiani, ho visto lunghi fiumi, ghiacciai e deserti.


Ed è un viaggio nella storia e nelle follie di noi esseri umani.
Verso Ürümqi c’è un continuo fiorire di pale eoliche, sono così tante che sembra di vedere l’esercito di terracotta; soldati alti e bianchi con gli occhi vigili, pronti a difendere la città e il suo territorio. Questa immagine carica di suggestioni si sgretola di fronte alla realtà. La tensione etnica è palpabile. La città è un piccolo mostro abitato da tre milioni di abitanti, 90% han e 10% uiguri. Il controllo all’uscita dell’autostrada è capillare. La polizia ferma tutti i mezzi in entrata. In un contesto diverso, Ürümqi sta vivendo la stessa forma di controllo messa in atto in Tibet. Il governo cinese vuole contenere i movimenti indipendentisti e reprimere l’etnia uigura.
Entro nella città all’ora del tramonto; le vie sono affollatissime, ristoranti, negozi e chioschi sono tutti aperti. Il quartiere uiguro pulsa e si anima con le ultime luci del sole. Il bazar è un museo dell’umanità, più eloquente e verosimile della sezione antropologica del Museo della Regione Autonoma dello Xinjiang. Qui sembrano esserci tutte le popolazioni del Centro Asia. Cina, Stati Uniti e ex Unione Sovietica si sono sempre contesi il primato su ciò che è più grande nel loro territorio, il monte più alto, la piazza più grande, la nazione più popolata, il fiume più grande, il deserto più vasto. Qui, in questo bazar, così come in questa parte di Cina, assisto al più grande mix di razze che io abbia mai visto. Ricordavo nel viaggio fatto due anni fa lo stupore provato a Kashgar, ma oggi osservo con maggiore attenzione questo incontenibile movimento di esseri umani, le loro sfumature di colore e i diversi caratteri somatici. Penso a un prato fiorito, come si può restarne indifferenti?

La confluenza di tante etnie rende questo luogo affascinante, anche se idealmente bisogna uscire con la mente da questo intrico di grattacieli, di strade e di sopraelevate nel quale sono appena stato inghiottito insieme al bizzarro cocktail umano.

«La metropoli ha questa attrattiva in più, che attraverso ciò che è diventata si può ripensare con nostalgia a quello che era»13.

Esco finalmente da questo groviglio di modernità e arrivo all’aeroporto che sembra avere l’aspetto di una enorme aquila. Volo verso Kashgar.
Dopo il decollo, mi abbandono sul sedile e godo di questa condizione di assenza di tempo tipica di un viaggio in aereo, in cui tutto sembra sospeso e interrotto, e pare di vivere un intervallo indefinito. Apro una confezione di aceto di grano che verso sul piatto; nonostante la grande produzione di uva, nel Xinjiang, per ovvi motivi religiosi, non viene prodotto né vino, né aceto. Questo liquido scuro serve per insaporire i ravioli ripieni e per preparare un piatto con verdure e strisce di pane che vengono letteralmente annegate nell’acqua di cottura e in questo aceto. Penso a questa specialità culinaria che ho assaggiato ieri sera mentre volo sopra montagne innevate. L’aereo si è alzato oltre i novemila metri e sta passando sopra una cima di settemila metri, il Pobeda Peak del massiccio Khan Tängiri, e due ghiacciai, il Kayyngdy e il Juzh Engilchek.
Uiguri vestiti con abiti tradizionali si gustano il loro spuntino, ricontestualizzati in questo ambiente asettico e impersonale. Una volta atterrato provo solo il desiderio di conoscere. E’ l’euforia del viaggio che fa riemergere ricordi di esperienze passate, in un sommarsi di emozioni che rendono vivi.
Kashgar è esistita per durare nel tempo, fu una porta che univa occidente e oriente, un nodo cruciale della via della seta, incrocio di traffici, popoli e religioni. La solidità delle sue vecchie case si è alterata, sgretolandosi alla vista degli alti e grandi mostri grigi che hanno cominciato a rosicchiare la città dal suo interno. La stanno inghiottendo; cosa resterà di questo luogo colmo di storia?
In direzione del mercato del bestiame assisto allo scempio che è in atto e che sta avvenendo a una velocità impressionante. La città è cambiata ancora rispetto all’ultima volta che la vidi, due anni fa. Superato il Mausoleo di Akak Hodja, circondato da pioppi dondolati dal vento, mi immetto nel flusso di uomini e animali del mercato di animali. «Salām», «rahma», saluto di tanto in tanto in questo groviglio di esseri umani e animali. Gli anziani sono quasi tutti sdentati, ma, concluso l’affare, afferrano bramosi il loro spiedino di carne. E’ un contesto tanto fuori dal (mio) tempo quanto perfettamente raffigurante il Centro Asia. Catturo i suoni di questo luogo, ne porto via un pezzetto solo per me, insieme al mormorio che si sente fuori dalla moschea di Kashgar, il castello di vetro, inabissato in uno spazio liquido, acquatico, marino, come immaginai due anni fa.

Mi allontano da Kashgar, dai suoi respiri, dalle sue attività, dai suoi traffici, e dalle pianure del Xinjiang mi dirigo verso l’altopiano del Pamir per raggiungere il lago Karakul (3600 m.) alle pendici del monte Muztagata (7546 m.)
Torna il ‘Paesaggio dell’Armonia’, una variante più ombrosa e severa questa volta, nascosto da nubi bianche, lungo un tratto della Karakorum Highway. Un lungo filare di pioppi mi conduce in una vallata delimitata da grandi pareti rosse come il fuoco; l’ossido di ferro colora anche un lungo tratto di strada sterrata. I colori sono accesi ma scuri. Di tanto in tanto affiorano macchie verdi di ofiolite.
Una ruspa alza polvere rossa che si perde nell’aria e si confonde con i colori delle montagne. Ciò che osservo assomiglia sia ad un inferno dantesco che ad un paradiso terrestre. E’ un mio paesaggio del silenzio che assorbo ascoltando Alina di Arvo Pärt.
Non l’avrei mai immaginato, ma questa parte dell’Asia è diventata un luogo dell’anima. A questi colori e a questa fetta di mondo ho legato ricordi importanti della mia esistenza. E’ toccato a loro entrare profondamente nei miei pensieri.
La nebbia sale in prossimità di una gola chiamata bocca di tigre dopo il primo checkpoint vicino al confine col Tajikistan. Sale con la stessa delicatezza con cui si sviluppa e cresce Silenti di Arvo Pärt; si muove delicatamente sulle punte dei rilievi e li nasconde.
Seguo il letto del fiume Ghez e raggiungo un bacino artificiale posto a 3318 m., delimitato da dune di sabbia bianche come il cielo.
Per quanto sorprendentemente meraviglioso, questo luogo è fortemente soggetto all’intervento umano; lo stanno rifacendo e riedificando secondo logiche nuove e innaturali per far passare la Karakorum Highway. Di tanto in tanto compaiono avamposti degli uomini perduti, case dormitorio per gli operai, chiamati da ogni parte della Cina per aprire ferite che si rimargineranno solo in un lontano futuro. Questo luogo perderà l’atmosfera e il respiro così denso del paesaggio di alta montagna. Queste rocce sembrano concrezioni biologiche destinate ad essere via via demolite e spogliate del loro valore. Vana illusione dell’uomo quella di dominare la Terra, le mutazioni inesorabili del paesaggio seppelliranno i segni degli uomini.


Poggio lo sguardo altrove, sulle lingue terminali di alcuni ghiacciai che emergono dalla nebbia; sembrano colate di lava bianca. In lontananza si levano le tre grandi cime, il Muztag-ata, il Kungur e il Kongur, tutte oltre i 7500 m. Le pareti da cui scendono i ghiacciai sembrano lastre di acciaio; si confondono con il cielo, immense, alte, maestose.
Lassù, il silenzio…
Di sera, percorrendo la strada a ritroso, l’ultima luce del sole infuoca le montagne rosse che ricompaiono all’orizzonte. In questo istante, l’immagine spirituale evocata dalle grandi cime bianche e argentate coincide con il suo opposto; le montagne davanti a me non sono assenti, chiuse nel silenzio degli strati rocciosi, sembrano vive, pulsano, solide strutture che si elevano nel cielo come canne d’organo in fiamme. Il freddo e il caldo che si uniscono e si intrecciano come Nüwa e Fuxi.
Un lunghissimo filare di pioppi illuminati dalla luce del tramonto mi conduce nuovamente verso il deserto e torno a confondermi nel brulichio umano.

Tra il confine cinese e quello kirghiso c’è una sterminata terra di nessuno. Più che un paesaggio è una successione di paesaggi; tutti i paesaggi dell’armonia riassunti in cento chilometri di territorio: il Baltistan, il Tibet, le steppe mongole.
La terra di nessuno contiene tutti i miei luoghi dell’anima: qui ci sono le rocce corrugate come la pelle di un elefante che si macchiano di rosso e di verde, di ferro e di rame, e che lasciano intravvedere sullo sfondo un alto picco innevato; c’è il grande letto del fiume con i tanti rivoli; e poi questo verde e questo marrone, così caratteristici, sono come un odore che si riconosce, che risale su da un giorno lontano, dall’infanzia, e che irrazionalmente associo alla sensazione dell’infinito; forse perché questi colori sono legati in modo inscindibile con l’idea che oggi ho delle terre deserte e aride che ho visto ovunque in queste ultime esperienze di viaggio.
E poi ci sono i pioppi che si alzano verso il cielo; penso che se avessi una casa con un giardino pianterei dei pioppi.
Due ore di terra di nessuno; le striature di colore sono le medesime delle montagne arcobaleno, ma il contesto naturale è molto più vasto e assolutamente integro, puro. Osservo un susseguirsi di rilievi, dai più bassi ai più alti, fino alle cime innevate.
A 3600 metri di altitudine il confine separa due mondi molto diversi. Dalla Cina entro in Kirghizistan.


3. KIRGHIZISTAN

Altri sessanta chilometri di terra di nessuno in terra kirghisa. Potrei essere in Islanda, per la desolazione che comunica la strada, una linea dritta che si perde su una porzione di territorio e che si allarga più la percorro. Questo lato è più morbido rispetto a quello cinese; è ricco di prati dove di tanto in tanto vedo cavalli e greggi di pecore. L’effetto dell’erosione glaciale e i 150.000 milioni di anni in più rispetto al Pamir o all’Himalaya hanno reso queste montagne più morbide e più lisce. La presenza di vegetazione contribuisce a conferire una sensazione riposante a questo luogo.  
La terra arida, secca, desertica e priva di piante è rimasta in Cina, insieme all’incessante brulichio umano. Passo attraverso le montagne del drago, una lunga porta d’accesso verso un mondo fatto di natura a perdita d’occhio e privo di esseri umani.
Pochi giorni fa ero indebolito dal caldo, dagli oltre 40 gradi centigradi, in un paesaggio moribondo, assediato dal deserto. Ora sono in un luogo che sembra Nord Europa, a 3000 metri di altitudine, e fa quasi freddo. Il caravanserraglio di Tasharabat è il nesso tra questi mondi così lontani tra loro; sono sempre lungo la via della seta, anche se circondato da marmotte e yurte abitate da nomadi kirghisi.
Sosto nel piccolo centro di Natyu.

Sento profumo di artemisia nell’aria mentre attraverso la valle che porta al lago Song-kul. E’ il primo vero profumo che sento provenire dalla terra. La valle è attraversata dal fiume Naryn che, dopo un lungo viaggio, confluirà nel lago d’Aral.
Il mondo kirghiso emerge in questo ambiente in modo delicato: le tombe sono come ciuffi di vegetazione, alberi che spuntano senza un ordine preciso e razionale; si mimetizzano nella natura, dove le anime dei defunti si augurano possano rinascere.
Esco dalla valle e mi addentro tra le colline. La popolazione non supera i sei milioni di abitanti e la superficie è pari a due terzi di quella dell’Italia. Il risultato è una ridottissima, quasi inesistente, antropizzazione del territorio. E’ uno spettacolo primordiale quello a cui assisto, sembra di essere all’inizio della storia dell’umanità. Che contrasto rispetto alla Cina. Salendo da due a tremila metri l’ambiente si popola di abeti.
Giungo al passo Moldo Ashu a 3246 m. sotto lo sguardo vigile di quattro grifoni che volano maestosamente in cielo e da qui si apre una valle così estesa che mi fa pensare alla Mongolia. Qualche tenda sparsa indica la presenza di nomadi e dei loro animali, soprattutto cavalli. Osservo colline verdi e morbide, e prati attorno al grande lago. Trascorro la giornata in un campo di yurte in riva al lago e in questo “wide open space” fatto di natura selvaggia ritrovo un nesso che lega questo lungo viaggio ai precedenti. Un breve contatto con una famiglia di nomadi mi porta ancora più lontano, in un’altra realtà possibile.
Assaggio la vita che di tanto in tanto cerco, scevra da artifici, la vita che so che non potrò mai vivere, ma che amo osservare per essere pienamente cosciente che essa esiste. Mi rattrista pensare al mio mondo, mi pare malato, zoppicante, decadente, sempre più distante da questa possibile realtà.
Io posso godere di queste meraviglie perché posso permettermelo, sono un privilegiato. Non c’è alcun sacrificio in cambio, godo di tutto ciò sapendo che poi tornerò ai miei agi. I grattacieli cinesi, alti e anonimi, che tanto mi hanno disturbato, sono molto più vicini al mio mondo rispetto a questo. Cosa dovrei davvero fare per raggiungere il silenzio che sto cercando? Quali esperienze di vita dovrei affrontare? La conclusione è sempre la stessa. Non posso fuggire. Devo affrontare e accettare la mia realtà per apprezzare questi luoghi solitari, puri e integri. Per non desiderarli e volerli, ma semplicemente per osservarli e amarli.
Non posso vivere più vite, non posso essere nomade tra le montagne del Kirghizistan, e allo stesso tempo cittadino europeo. Ma posso uscire ogni tanto dal mio recinto e continuare ad ampliare lo spettro di osservazione. Posso riempire la mia vita.
Quest’anno prendo in prestito gli occhi di un grifone e la lestezza di un cavallo di queste terre, ma senza negare la mia natura umana. Polimorfismo, necessario per attraversare mondi diversi.
Riposo un’ora nella yurta sotto una fitta pioggia; esco verso le sette di sera e vedo le cime che circoscrivono la valle bianche di neve, appena fioccata. Gradualmente la luce della luna piena illumina l’ambiente.
Che sensazione di libertà…
Nella yurta rifletto sulle contraddizioni che sto vivendo e metto insieme immagini che sto raccogliendo, così distanti tra loro:
Il calore del deserto / il calore del cemento
Polvere delle strade non battute / polveri sottili
Freschezza dell’aria di montagna / aria stagnante di città
I profumi delle oasi verdeggianti / le strade di città inodore e incolore
Gli odori delle città affollate / il profumo di artemisia in Kirghizistan
Infreddolito, mi addormento.

Ascolto Spiegel im spiegel di Arvo Pärt durante la passeggiata che faccio appena alzato. Le nuvole sono scomparse, da un lato c’è il grande lago di un vivo colore blu, dall’altro lato le cime appena innevate. E’ tutto talmente silenzioso che mi stupisce vedere quanto lontano si trovi il ruscello che questa notte mi pareva di sentire così vicino. Gli unici suoni che ci sono sembrano timorosamente avvicinarsi a chi li può ascoltare.
Sul passo Almata Sho (3400 m.) lascio un cavaliere del vento per Lucia.
Le dolci colline vellutate lasciano gradualmente il posto a un ambiente quasi desertico. Dopo tanto verde riemerge il colore della terra e le delicate sfumature di rosso, appena accennate. I paesaggi si susseguono senza soluzione di continuità, sembrano scenografie su più livelli: venature di ogni colore, rotondità e spigoli, righe spezzate e linee morbide; canyon e valli più ampie; catene montuose, e il profumo di artemisia nell’aria.
Sceso a valle torno a vedere i petroglifi di Čolponata. Dal fondo del tempo giunge un rumore silenzioso, la mia modernità entra in contatto con le radici dell’esistenza umana sulla Terra.
Come le morene, forme deposte dai ghiacciai all'atto del loro ritiro, testimoniano il lento e inesorabile rimodellamento del paesaggio e la sua ingannevole immobilità, così, questi petroglifi rappresentano idealmente lo svolgersi della vita dell’essere umano sulla Terra; il ritirarsi di esistenze e di sentimenti e il sopraggiungerne di nuove. La storia dell’uomo mi sta arrivando a ondate, recepisco un passato che giunge da sempre più lontano. E’ un messaggio genetico che si trasmette dal passato al futuro e che esiste nell’infinitesimo respiro di un mondo in continua evoluzione. Un mondo che sembra impassibile davanti al continuo succedersi di esistenze, al loro sbocciare e al loro rapido svanire. Brevi momenti dentro i lunghi tempi geologici. Le montagne attorno a Čolponata scrutano imperturbabili.

Anche di questa esperienza sono rimaste solo le parole che ho scritto nel mio diario; nel diario di un essere curioso di conoscere la Terra, di misurarne la vastità e la varietà degli spazi. Le rileggo ora, dopo che il ricordo di quei momenti si è allontanato.
Solo queste ora mi restano; non si vedono, non si toccano, ma danno forma a un vissuto.


Ringrazio Stefano Lucchesi, curatore del viaggio

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1. Yu Hua, La cina in dieci parole, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, Universale economica giugno 2015, pag. 121
2. E Turri, Il paesaggio e il silenzio, Marsilio, Venezia, 2010, p. 76
3. Yu Hua, La cina in dieci parole, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, Universale economica giugno 2015, pag. 135
4.  C. Thubron, Ombre sulla via della seta, TEA –Tascabili degli Editori Associati S.p.A., Milano, 206, p. 45
5.  I. Calvino, Le città invisibili, The Estate of Italo Calvino e Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Milano, 2002, pag. X, Presentazione
6.  R. Bodei, R. De Monticelli, V. Mancuso, G. Reale, A. Schiavone, E. Severino, Che cosa vuol dire morire, a cura di Daniela Monti, Torino, Giulio Einaudi editore, 2010, p. 42
7.  C. Thubron, Ombre sulla via della seta, TEA –Tascabili degli Editori Associati S.p.A., Milano, 206, p. 83
8.  E. Turri, Antropologia del paesaggio, Venezia, Marsilio Editori, 2008, p. 146
9.  E. Turri, Antropologia del paesaggio, Venezia, Marsilio Editori, 2008, p. 150
10.  T. Terzani, La porta proibita, Milano, TEA – Tascabili degli Editori Associati S.p.A., 201, p. 66
11.  http://www.limesonline.com/uiguri-terrorismo-ed-energia-xinjiang-snodo-irrisolto-della-cina/53884?refresh_ce
12.  Yu Hua, La cina in dieci parole, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, Universale economica giugno 2015, pag. 135
13.  I. Calvino, Le città invisibili, The Estate of Italo Calvino e Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Milano, 2002, pag. 29