SAGGEZZA ERRANTE
ALTAJ GOBI. Ghiaccio nel profondo, silenzio vivoMONGOLIA 2023
1. PREMESSA
Prima di un grande viaggio mi soffermo sempre ad osservare i luoghi vicini a casa mia, a Padova. Gli argini, con i loro lunghi percorsi lungo il canale, esercitano un forte richiamo su di me. La quiete estiva sembra rallentare il ritmo del tempo e aggiunge un tocco intimo e rassicurante a questo ambiente.
Le strade che brulicano di movimento sono distanti e insignificanti ora rispetto a questo scenario. Qui si respira l'atmosfera di un passato remoto, di estati rilassate, scandite da poche attività come le tranquille pedalate in bicicletta e le soste a contemplare la vegetazione lungo il canale.
Un conflitto interiore si scatena sempre con la continua evocazione, dentro di me, dell'altopiano carsico, luogo che amo profondamente, dove ci sono le mie radici, e dove mi ritiro, ogni volta che posso.
Quelle terre ruvide si presentano come un richiamo impalpabile, sono un'ombra sempre presente nei miei pensieri.
Ma alla fine ogni volta riconosco la bellezza di questi luoghi, di questi canali tra i campi, e di questi argini che li delimitano; sembrano appartenermi, e io, in egual misura, appartengo a loro.
Anche oggi, nella quiete di questa contemplazione, rappresentano l'antitesi del caos, del vivere frenetico.
Anche se mi chiedo sempre quale tra questi due luoghi mi potrebbe rapire definitivamente il cuore, l'incantesimo di queste rive non si spezza.
Spesso sono stati proprio questi canali a fungere, idealmente, da trampolino di lancio verso mondi nuovi e inesplorati; hanno aperto loro le porte alle mie avventure al di là dei confini della mia routine quotidiana, delle mie abitudini consolidate e del mio guscio protettivo.
Anche quest'anno questi canali, così familiari e confortevoli, diventano il simbolo di una fase di transizione, il passaggio tra ciò che conosco e ciò che mi attende verso est, verso oriente, verso la Mongolia.
Attraverserò steppe sterminate, incontrerò popolazioni nomadi, conoscerò tradizioni millenarie e mi immergerò nel prossimo capitolo del mio lungo cammino, iniziato ormai tanto tempo fa. E come mi succede ogni vota, mi ritirerò nella tranquillità della casa sul Carso per lasciare che i ricordi dei miei viaggi ispirino le pagine dei miei diari.
La Mongolia, con i suoi vasti spazi che si estendono all'orizzonte - così me la immagino io - è un contrasto affascinante rispetto alla mia terra, dove la natura si trova spesso intrappolata tra zone industriali e urbane, e si esprime al meglio in piccoli lembi di bellezza nascosti in mezzo al caos dell'umanità.
2. RIFLESSIONI
Mentre mi preparo per questo nuovo viaggio, mi ritrovo a riflettere sulle connessioni profonde che esistono tra le terre dai vasti spazi che ho avuto la fortuna di vedere, la Groenlandia prima, l'Afghanistan poi, e ora la Mongolia. Ognuna di queste terre è ricca di risorse naturali, tra cui le tanto discusse "terre rare" che hanno assunto un ruolo cruciale nell'industria tecnologica ed elettronica moderna.
Leggo diversi articoli sull'argomento.
Queste risorse, pur essendo essenziali per la produzione di tecnologie avanzate e pulite, sono concentrate in pochi paesi. La Cina domina il mercato mondiale delle terre rare, e la dipendenza eccessiva da un'unica fonte può comportare rischi di interruzioni delle forniture o prezzi elevati, come già avvenuto in questi anni con la Russia.
Paesi come la Groenlandia e la Mongolia stanno emergendo come potenziali fornitori di terre rare e altre risorse critiche. Questa diversificazione delle catene di approvvigionamento è essenziale per garantire un approvvigionamento stabile e sostenibile di questi materiali, soprattutto considerando la crescente domanda di tecnologie a bassa emissione di carbonio nel contesto della lotta contro i cambiamenti climatici.
Ciò su cui rifletto è il fatto che l'estrazione e lo sfruttamento di queste risorse possono comportare questioni ambientali e sociali decisamente significative. È cruciale che le attività estrattive siano condotte in modo sostenibile, tenendo conto dell'impatto sull'ambiente e sulle comunità locali. È fondamentale trovare un equilibrio tra il progresso tecnologico e la protezione del nostro ambiente.
Cosa ne sarà dei luoghi che ho visto in passato, e che vedrò quest'anno?
La geopolitica gioca un ruolo significativo nel controllo delle terre rare e delle altre risorse critiche. Le dinamiche tra paesi come la Cina, gli Stati Uniti e la Russia influenzano l'accesso e l'approvvigionamento di queste risorse. Gli sforzi degli Stati Uniti e di altre nazioni per stabilire nuove relazioni e collaborazioni con paesi come la Mongolia, mirerebbero a ridurre la dipendenza da una singola fonte e a garantire una maggiore sicurezza nelle catene di approvvigionamento.
È necessario che ci sia una gestione responsabile delle risorse naturali e una collaborazione internazionale per garantire un futuro sostenibile e accessibile alle tecnologie avanzate che ci dovrebbero aiutare a fronteggiare le sfide ambientali del nostro presente e del nostro futuro.
Questo viaggio in Mongolia sarà un'opportunità per immergermi in una cultura affascinante e in un paesaggio meraviglioso, come è già avvenuto in passato, nei miei precedenti viaggi. Ma non posso fare a meno di considerare anche il ruolo chiave che questo paese potrebbe avere nel fornire risorse critiche per il futuro del pianeta.
Prima di un grande viaggio mi soffermo sempre ad osservare i luoghi vicini a casa mia, a Padova. Gli argini, con i loro lunghi percorsi lungo il canale, esercitano un forte richiamo su di me. La quiete estiva sembra rallentare il ritmo del tempo e aggiunge un tocco intimo e rassicurante a questo ambiente.
Le strade che brulicano di movimento sono distanti e insignificanti ora rispetto a questo scenario. Qui si respira l'atmosfera di un passato remoto, di estati rilassate, scandite da poche attività come le tranquille pedalate in bicicletta e le soste a contemplare la vegetazione lungo il canale.
Un conflitto interiore si scatena sempre con la continua evocazione, dentro di me, dell'altopiano carsico, luogo che amo profondamente, dove ci sono le mie radici, e dove mi ritiro, ogni volta che posso.
Quelle terre ruvide si presentano come un richiamo impalpabile, sono un'ombra sempre presente nei miei pensieri.
Ma alla fine ogni volta riconosco la bellezza di questi luoghi, di questi canali tra i campi, e di questi argini che li delimitano; sembrano appartenermi, e io, in egual misura, appartengo a loro.
Anche oggi, nella quiete di questa contemplazione, rappresentano l'antitesi del caos, del vivere frenetico.
Anche se mi chiedo sempre quale tra questi due luoghi mi potrebbe rapire definitivamente il cuore, l'incantesimo di queste rive non si spezza.
Spesso sono stati proprio questi canali a fungere, idealmente, da trampolino di lancio verso mondi nuovi e inesplorati; hanno aperto loro le porte alle mie avventure al di là dei confini della mia routine quotidiana, delle mie abitudini consolidate e del mio guscio protettivo.
Anche quest'anno questi canali, così familiari e confortevoli, diventano il simbolo di una fase di transizione, il passaggio tra ciò che conosco e ciò che mi attende verso est, verso oriente, verso la Mongolia.
Attraverserò steppe sterminate, incontrerò popolazioni nomadi, conoscerò tradizioni millenarie e mi immergerò nel prossimo capitolo del mio lungo cammino, iniziato ormai tanto tempo fa. E come mi succede ogni vota, mi ritirerò nella tranquillità della casa sul Carso per lasciare che i ricordi dei miei viaggi ispirino le pagine dei miei diari.
La Mongolia, con i suoi vasti spazi che si estendono all'orizzonte - così me la immagino io - è un contrasto affascinante rispetto alla mia terra, dove la natura si trova spesso intrappolata tra zone industriali e urbane, e si esprime al meglio in piccoli lembi di bellezza nascosti in mezzo al caos dell'umanità.
2. RIFLESSIONI
Mentre mi preparo per questo nuovo viaggio, mi ritrovo a riflettere sulle connessioni profonde che esistono tra le terre dai vasti spazi che ho avuto la fortuna di vedere, la Groenlandia prima, l'Afghanistan poi, e ora la Mongolia. Ognuna di queste terre è ricca di risorse naturali, tra cui le tanto discusse "terre rare" che hanno assunto un ruolo cruciale nell'industria tecnologica ed elettronica moderna.
Leggo diversi articoli sull'argomento.
Queste risorse, pur essendo essenziali per la produzione di tecnologie avanzate e pulite, sono concentrate in pochi paesi. La Cina domina il mercato mondiale delle terre rare, e la dipendenza eccessiva da un'unica fonte può comportare rischi di interruzioni delle forniture o prezzi elevati, come già avvenuto in questi anni con la Russia.
Paesi come la Groenlandia e la Mongolia stanno emergendo come potenziali fornitori di terre rare e altre risorse critiche. Questa diversificazione delle catene di approvvigionamento è essenziale per garantire un approvvigionamento stabile e sostenibile di questi materiali, soprattutto considerando la crescente domanda di tecnologie a bassa emissione di carbonio nel contesto della lotta contro i cambiamenti climatici.
Ciò su cui rifletto è il fatto che l'estrazione e lo sfruttamento di queste risorse possono comportare questioni ambientali e sociali decisamente significative. È cruciale che le attività estrattive siano condotte in modo sostenibile, tenendo conto dell'impatto sull'ambiente e sulle comunità locali. È fondamentale trovare un equilibrio tra il progresso tecnologico e la protezione del nostro ambiente.
Cosa ne sarà dei luoghi che ho visto in passato, e che vedrò quest'anno?
La geopolitica gioca un ruolo significativo nel controllo delle terre rare e delle altre risorse critiche. Le dinamiche tra paesi come la Cina, gli Stati Uniti e la Russia influenzano l'accesso e l'approvvigionamento di queste risorse. Gli sforzi degli Stati Uniti e di altre nazioni per stabilire nuove relazioni e collaborazioni con paesi come la Mongolia, mirerebbero a ridurre la dipendenza da una singola fonte e a garantire una maggiore sicurezza nelle catene di approvvigionamento.
È necessario che ci sia una gestione responsabile delle risorse naturali e una collaborazione internazionale per garantire un futuro sostenibile e accessibile alle tecnologie avanzate che ci dovrebbero aiutare a fronteggiare le sfide ambientali del nostro presente e del nostro futuro.
Questo viaggio in Mongolia sarà un'opportunità per immergermi in una cultura affascinante e in un paesaggio meraviglioso, come è già avvenuto in passato, nei miei precedenti viaggi. Ma non posso fare a meno di considerare anche il ruolo chiave che questo paese potrebbe avere nel fornire risorse critiche per il futuro del pianeta.
Sono pronto a intraprendere il mio viaggio e ad aggiungere un nuovo capitolo al mio diario; cosa registrerò? Cosa avvertirò? Di cosa parlerò? Di emozioni e stati d'animo? Darò spazio a riflessioni sulle sfide e le opportunità legate alle terre rare e alle risorse critiche?
Oggi sull'Internazionale ho letto un articolo intitolato "Gli Ultimi Ciuffi d'Erba" dedicato alla Mongolia. Leggo che questo paese sta affrontando sfide climatiche immense. Il paese si sta riscaldando rapidamente, con temperature che sono aumentate più di tre volte rispetto alla media globale. Il 79% del territorio è ricoperto di sabbia, e il deserto avanza inesorabile. La tradizione nomade e l'autosufficienza sono in pericolo. L'arrivo del capitalismo ha portato profitti, ma anche sfruttamento minerario e cambiamenti nella vita dei pastori. La desertificazione avanza, e rende la sopravvivenza più difficile.
Entro la fine del secolo si prevede un aumento di temperatura che trasformerà parti della Mongolia in un deserto invivibile, e costringerà anche i pastori più resistenti a migrare. Leggo che i mongoli, una volta liberi di vagare per chilometri insieme ai loro pascoli, oggi faticano a perpetrare tutto ciò, la terra sta cambiando, e spostarsi diventa sempre più difficile.
La Mongolia è un altro paese in transizione che vedrò con i miei occhi; questo popolo dedito al nomadismo sta vivendo un'epoca di sfide senza precedenti. Leggendo questo articolo emerge inequivocabilmente il solito messaggio: è necessario preservare la natura e affrontare il futuro con consapevolezza e responsabilità.
Il legame ancestrale dei mongoli con la natura è ora messo alla prova. Cercano di resistere a queste forze inarrestabili, immersi nella bellezza e nella solitudine della loro terra. In questo mondo così diverso dal mio, il silenzio e la vastità si intrecciano alla crisi climatica e allo sfruttamento delle risorse minerarie in un delicatissimo equilibrio.
Quando Eugenio Turri nel suo libro "Gli uomini delle Tende" parla dello spazio dei nomadi, lo definisce uno spazio naturale, non segnato o poveramente segnato dall'azione trasformatrice dell'uomo.
Oggi sull'Internazionale ho letto un articolo intitolato "Gli Ultimi Ciuffi d'Erba" dedicato alla Mongolia. Leggo che questo paese sta affrontando sfide climatiche immense. Il paese si sta riscaldando rapidamente, con temperature che sono aumentate più di tre volte rispetto alla media globale. Il 79% del territorio è ricoperto di sabbia, e il deserto avanza inesorabile. La tradizione nomade e l'autosufficienza sono in pericolo. L'arrivo del capitalismo ha portato profitti, ma anche sfruttamento minerario e cambiamenti nella vita dei pastori. La desertificazione avanza, e rende la sopravvivenza più difficile.
Entro la fine del secolo si prevede un aumento di temperatura che trasformerà parti della Mongolia in un deserto invivibile, e costringerà anche i pastori più resistenti a migrare. Leggo che i mongoli, una volta liberi di vagare per chilometri insieme ai loro pascoli, oggi faticano a perpetrare tutto ciò, la terra sta cambiando, e spostarsi diventa sempre più difficile.
La Mongolia è un altro paese in transizione che vedrò con i miei occhi; questo popolo dedito al nomadismo sta vivendo un'epoca di sfide senza precedenti. Leggendo questo articolo emerge inequivocabilmente il solito messaggio: è necessario preservare la natura e affrontare il futuro con consapevolezza e responsabilità.
Il legame ancestrale dei mongoli con la natura è ora messo alla prova. Cercano di resistere a queste forze inarrestabili, immersi nella bellezza e nella solitudine della loro terra. In questo mondo così diverso dal mio, il silenzio e la vastità si intrecciano alla crisi climatica e allo sfruttamento delle risorse minerarie in un delicatissimo equilibrio.
Quando Eugenio Turri nel suo libro "Gli uomini delle Tende" parla dello spazio dei nomadi, lo definisce uno spazio naturale, non segnato o poveramente segnato dall'azione trasformatrice dell'uomo.
"Si può capire che cosa possa significare per noi, costretti a vivere e a muoverci in spazi saturi, questo grande vuoto in cui vivono i nomadi. Il fascino che essi ci suscitano, al di là delle soggezioni letterarie che lo mediano e lo informano, psicologicamente nasce da qui. Di fronte agli angusti spazi che ci sono riservati nelle nostre città, nelle nostre periferie e nelle nostre stesse campagne, i grandi spazi steppici o desertici, dove gli incontri con gli altri sono rari e prodigiosi, ma per ciò stesso più profondi, più umani, possono apparire come gli spazi della liberazione e dell'avventura. O di una solitudine diversa da quella che si vive nelle grandi città."
"Ma spazio vuoto significa anche spazio di natura, privo di quel calore e di quella sicurezza che ci trasmette il segno umano, l'ambiente domestico, ben conosciuto; e uno spazio violento con le sue manifestazioni diverse, i calori insopportabili, le tempeste che soffocano, i freddi notturni implacabili, le albe senza promesse...Manifestazioni naturali ormai ignote a noi, o attutite dal nostro habitat artificiale, percepite attraverso i vetri di una finestra o il parabrezza di un'automobile. Quale differenza tra il nostro rapporto con la natura, così mediato e difeso, e quello dei nomadi, così diretto, così tattile, così animale, così costantemente vissuto".
"Siamo, noi uomini, esseri dello spazio pieno o dello spazio vuoto? Animali dei grandi spazi o degli spazi angusti e costruiti? Più sofferenti di claustrofobia o di agorafobia?
A guardare i risultati di migliaia di anni di storia la risposta è che l'uomo tende a privilegiare lo spazio pieno e a rifuggire dallo spazio vuoto. Ma è anche vero che ci sono in noi le eredità di quando vivevamo in spazi vuoti."
3. PARTENZA, ISTANBUL
"Quanto è lunga l'ombra della tua vita?" E' quanto chiedono i mongoli per sapere gli anni di un individuo. E oggi, in volo verso Istanbul, mi ritrovo a riflettere su quanto bella sia questa frase. Dieci anni fa intrapresi un viaggio che sarebbe diventato uno spartiacque nello svolgersi della mia esistenza. Il Tibet mi accolse e un pò mi trasformò.
I viaggi nelle gelide lande della Groenlandia rappresentano idealmente il momento più alto della mia fase precedente. Poi i venti del destino mi portarono oltre, verso l'orizzonte dell'Asia Centrale.
In questo preciso istante mi trovo ancora sul sentiero che ho iniziato a percorrere dieci anni fa. Nel frattempo l'ombra della mia vita si è allungata un pò, e io sono maturato, ho guadagnato saggezza e ho appreso da ogni passo, da ogni incontro e da ogni viaggio che ho fatto.
Di fronte a me si prospetta la riscoperta dei monasteri buddisti, le cui maestose presenze avevano rapito il mio cuore in passato.
Ora darò uno sguardo a un'altra sfaccettatura di quel mondo, vedrò un riflesso diverso di quel mondo. Mi colpirà come avvenne anni fa?
Viaggiare è un privilegio senza eguali. Questo è un pensiero che mi pervade mentre il volo mi conduce a Istanbul. Come sempre emergono le sensazioni di inadeguatezza di fronte alla scoperta di contesti distanti e dissimili dal mio. Etichetto il mio approccio al viaggio come impacciato, ma è la brama di scoperta a spingermi verso esperienze di questo tipo. Non mi sento mai veramente pronto, eppure, quando sono in volo, qualcosa in me muta. È come se l'aria stessa portasse con sé un sussurro rassicurante: 'Sei in viaggio. E in questo viaggio troverai molto più di quanto puoi immaginare'".
Oggi è un giorno di transizione, di unione tra passato e presente. Istanbul, città ricca e sfaccettata, mi ha accolto per poche ore. È curioso come i fili del destino si intreccino. Ho visto questa città nel 1987 e mi appresto a sfiorare territori che visitai nel lontano 1988 quando mi recai in Siberia.
Un passato che incontra il presente, ma anche un passato non così lontano che riemerge. Nel 2013 ho avuto l'occasione di esplorare il Tibet, dove il buddismo è un elemento dominante, così come lo è in Mongolia.
Questo percorso intrapreso decenni fa, e continuato dieci anni fa, sembra essere un modo per ritrovare parti di me stesso attraverso le terre che ho attraversato e che attraverso.
Istanbul, con la sua atmosfera sospesa tra Occidente e Oriente, mi avvolge con i suoi continui contrasti. Il richiamo dei minareti si unisce al vociare delle strade, mentre il profumo di spezie e di carne si mescola al profumo di mare proveniente dal Bosforo. Nonostante il caos urbano, riesco a percepire un equilibrio unico, particolare, un'anima multiculturale che (forse?) vive in armonia.
Noto che molte donne turche indossano vari tipi di veli islamici: niqab, burka, chador, hijab. Senza entrare nel merito, mi interrogo sulla misura in cui questa pratica sia un'imposizione o una scelta volontaria. La mia attenzione si sposta poi sulla Basilica di Santa Sofia. Nel 2020 il Consiglio di Stato turco ha annullato la decisione del 1934 che trasformò la basilica in museo aprendo la strada al suo riconoscimento come moschea. Questo cambiamento è stato sancito dalla prima preghiera islamica pubblica avvenuta il 24 luglio 2020. Mi limito ad osservare queste cose, senza giudicare, poiché ciò che vedo solleva più domande che risposte e sono consapevole delle complessità che sottendono.
Domani sarà un nuovo giorno, avrò una nuova frontiera da attraversare, ma oggi sono a Istanbul, in un momento sospeso tra ciò che sono stato e ciò che sono.
Recentemente ho visitato Napoli e ora che mi trovo a Istanbul, rifletto su queste due magnifiche città del sud.
Napoli, ex capitale del Regno di Napoli e delle Due Sicilie, Istanbul, antica capitale dell'Impero ottomano, erede di Bisanzio e di Costantinopoli. Le profonde radici storiche di queste città mi fanno riflettere sulla nostra relazione con lo spazio circostante. Siamo esseri che si nutrono degli ampi spazi o ci identifichiamo con gli ambienti angusti e costruiti? Un'interrogativo che affiora e ritorna mentre mi appresto a lasciare Istanbul.
Dalla terrazza della mia camera d'albergo osservo la familiare danza dei gabbiani, una scena comune in tutte le città che si affacciano sul mare. Scendo a fare colazione in una piccola via della città, e, davanti a una tazza di caffè turco, rifletto sulla complessità di vivere le conseguenze e gli splendori di epoche passate, ora solo raccontate nei libri di storia. Ciò che mi colpisce è il fatto che nel profondo del nostro DNA persistano tracce di quel passato.
4. IN VOLO
Al gate d'imbarco sento la vicinanza di una nuova avventura che mi attende. È innegabile, ora sono io lo straniero, un viaggiatore errante pronto a varcare confini sconosciuti. Mi guardo intorno e vedo molte persone, tutte dirette a Ulan Bator, forse tornano a casa. Io sono diretto verso un luogo che non mi appartiene.
Il taglio degli occhi delle persone sedute vicino a me racconta di terre lontane. In questo aeroporto siamo tutti viaggiatori di passaggio per un istante fugace nella nostra vita in continuo movimento.
Quel senso di smarrimento che tanto amo si fa avanti, un compagno fedele in queste occasioni.
Mi accompagnano le mie abitudini, ma ora sono più fragili, slegate dal mio ambiente di sempre. In questo momento c'è spazio per provare emozioni. Questo è il piacere di viaggiare: portare solo l'essenziale con sé, come il mio bagaglio, solo ciò che è strettamente necessario, solo l'essenza di chi sono. Questa nuova dimensione apre spazi per emozioni genuine, per sensazioni che si svelano durante il viaggio. È una sensazione che amo profondamente.
Salgo a bordo dell'aereo, immerso nelle note lente e avvolgenti di "Somnium" di Robert Rich, un'opera che sembra sospesa nel tempo, una colonna sonora che mi accompagnerà durante il volo verso Ulan Bator. Il tempo inizia a perdere senso, e mentre il mio volo mi trasporta verso le lontane steppe mongole, mi sembra di fare un salto nel vuoto, un balzo dalla vecchia Europa all'Asia Centrale.
L'emozione del viaggio è compresso nell'angusto angolo in cui mi trovo ed è pronta a esplodere come una molla. Ho deciso di scrivere anche se so che non riuscirò a farlo per oltre sette ore. Mi piace l'idea di catturare quei pensieri che si risvegliano solo durante il volo, quando la mente è libera dai problemi e dalle abitudini quotidiane. È un momento in cui i pensieri si liberano, prendono il volo, e io sono pronto ad accoglierli con mente aperta, ansioso di accumulare nuove emozioni e ricordi.
Mentre osservo i volti delle persone intorno a me, mi chiedo chi siano, cosa provino, quali storie portino con sé.
Una bambina sorride, e in quel sorriso si dipana un mondo di pensieri, trasparenti e sinceri. Vorrei avere la stessa chiarezza nei pensieri degli adulti, ma spesso sono come libri chiusi, ognuno custodisce il proprio mondo segreto, nascosto agli sguardi curiosi.
Il mondo sonoro dell'aereo, con il costante ronzio dei motori, si fonde con le note di Robert Rich, e crea un'atmosfera ipnotica. È surreale la selezione di film e musica, limitata a quattro brevi filmati e altrettante tracce sonore dedicate al mondo dei delfini. Quassù nel cielo, sembra un'interferenza, una distrazione cosmica dalle remote steppe della Mongolia.
Sembra quasi che questo mondo in cui mi trovo ora mi costringa a una sorta di brain storming, a un tumulto mentale, a un caos temporaneo ma purificante, un rimescolamento globale dei pensieri, un'opportunità di fare ordine per accogliere ciò che la vita mi sta offrendo in questa nuova partenza.
Dopo ore di viaggio, mentre il mio sguardo scorre sullo schermo della mappa di bordo, compaiono i nomi di città familiari, punti di riferimento del mio cammino: Urumqi, Bratsk, Novosibirsk, località che ho visitato in diverse fasi della mia vita e che hanno lasciato tracce indelebili nella mia memoria.
Emozioni in fermento.
Ma mentre osservo la traiettoria dell'aereo, i miei occhi cadono sul disegno del Lago d'Aral. È lì, rappresentato nella sua forma originale, ma la triste storia di un disastro ambientale emerge con forza. Ciò che resta di questo lago è poco più di una triste ombra di sé stesso, una testimonianza silente di quanto l'azione umana possa trasformare e devastare la natura.
5. MONGOLIA
Atterro a Ulan Bator in piena notte, immerso nell'oscurità totale. Sono ancora assorbito dal torpore del viaggio quando la jeep parte in silenzio, come un'ombra che si muove nell'oscurità della notte. Non ho percezione di ciò che mi circonda, tutto è avvolto nel mistero della notte. Lentamente l'orizzonte comincia a schiarirsi e l'alba fa il suo ingresso. Finalmente inizio a vedere ciò che mi circonda. È come se la Mongolia stesse emergendo dall'oscurità della notte; rivela la sua bellezza al mio sguardo stupefatto. E così inizia il mio viaggio in questa terra affascinante, un viaggio che mi porterà a scoprire le meraviglie di una cultura antica e la grandezza delle sue terre selvagge.
Al mio sguardo si apre un paesaggio senza confini, dolci colline e sconfinati paesaggi ricoperti di verde. Il profumo di artemisia è ovunque nell'aria. Pecore, cavalli e ger impreziosiscono il luogo. È tutto talmente simile a ciò che ci si può immaginare di vedere in Mongolia che scriverlo così è un pò come banalizzarlo, ma non c'è davvero altro modo di descriverlo. In questi enormi spazi aperti di un colore verde acceso, spuntano di tanto in tanto piccole macchie bianche, le tende o ger, in mezzo a un imprecisato nulla. Comincia a piovere vigorosamente, il cielo è grigio e grandi nubi si addensano sulla steppa. Assorbo all'istante il fascino di questa terra, non ci mette molto a catturarmi. Forse nei pressi di Urumqi ho visto qualcosa di simile ma la vastità che osservo ora è davvero unica. Come si può descrivere un luogo che sembra non avere confini? È necessario vederlo con i propri occhi. Questa volta mi arrendo, cercherò delle parole, descriverò questi luoghi, consapevole di non essere in grado di descrivere a parole ciò che osservo. Mi nutro di spazi infiniti, incredulo di fronte a tanta bellezza. Temo che abuserò del termine 'sconfinato', ma in questa terra acquisisce un significato vero, profondo. Non dovrebbe essere utilizzato se non per descrivere la Mongolia, e nient'altro.
Le strade sono dritte, sottili, lunghi tagli nella steppa.
Arrivo a Kharkhorin, nella suggestiva valle dell'Orkhon.
Immagino che se Genghis Khan, il leggendario conquistatore, potesse oggi vedere il destino del vasto impero che aveva creato con audacia e ferocia, ne resterebbe sconcertato. Quell'impero, che un tempo si estendeva senza limiti dalle steppe mongole all'Europa orientale, oggi è un ricordo sbiadito, un ricordo lontano della grandezza passata. La Mongolia moderna, pur conservando l'orgoglio della sua eredità storica, è un paese diverso, più piccolo, più pacifico, ma ancora legato alle sue radici nomadi e alla spiritualità buddista che ha plasmato la sua cultura. Gli eroi di oggi sono pastori nomadi e monaci buddisti, custodi di tradizioni millenarie in un mondo che cambia rapidamente. Eroi che incontrerò presto.
Kharkhorin custodisce i resti dell'antica Karakorum che un tempo fu la capitale dell'Impero mongolo, fondata da Ögödei Khan, terzo figlio di Genghis Khan. Karakorum mantenne il suo ruolo per tre decenni, fino al 1264, quando fu distrutta dai Ming nel 1380. Oggi le sue rovine si ergono vicino a Kharkhorin, accanto al Monastero di Erdene Zuu, il più antico monastero buddista ancora in piedi in Mongolia. Fino agli anni '20, era uno dei fulcri del Buddhismo lamaista al di fuori del Tibet. La storia di questo luogo parla di un passato importante, ora silenzioso ma ugualmente intriso di profondità e significato.
Fuori dal monastero, il cielo, drammatico, gonfio di nuvole scure e minacciose, fa da contrasto alle dolci colline dalle linee morbide e alle sfumature di verde che compongono il paesaggio.
Dentro il monastero riconosco un odore che assocerei solo ed esclusivamente a questi luoghi. È un profumo che è un mix tra il burro di yak, l'incenso e chissà cos'altro. Mi ritrovo in un mondo che ho visto e conosciuto in Tibet e in Ladakh, ma che nel frattempo era diventato più un'idea che una realtà concreta. Ora sono di nuovo in questi luoghi, e stento a credere che sia realtà.
È come se avessi varcato una soglia del tempo; torno a toccare con mano ciò che avevo conservato nei miei ricordi. È un ritorno che mi riporta alle radici della mia esplorazione, un'opportunità per riscoprire la magia di queste terre e la loro eterna bellezza.
La dimora di oggi si chiama "Cielo Eterno", un campo di ger nella città di Kharkhorin.
Mi addormento nella ger, il calore del fuoco che scoppietta è una carezza in questa notte di pioggia fitta che batte sulla tenda.
Nel corso di questa prima notte ho sperimentato una sorta di raccolta di pensieri incontenibili. Ho dormito, sì, ma la mia mente era piena di riflessioni irrefrenabili. Ho lasciato che i pensieri relativi alla mia vita di sempre affluissero con intensità, come un fiume che non può essere trattenuto. Questo ritorno alla mia vita di sempre si è manifestato con una forza sorprendente, e ho scelto di accoglierlo come parte integrante del processo di adattamento a questo nuovo ambiente, di questo nuovo mondo in cui mi sono immerso.
Ci sono alcune osservazioni che sento il bisogno di annotare e condividere, e che emergono insieme, o in mezzo, al flusso di pensieri che mi arriva diretto dall'Italia.
Nella prima notte di un lungo viaggio ci si ritrova spesso in un turbinio mentale, una sorta di confusione interiore che è ormai diventata una vecchia compagna di avventure. È il caos che scoppia nell'anima, il maelstrom di emozioni e pensieri che ti tiene compagnia mentre attraversi mondi sconosciuti. È un rito d'iniziazione, un viaggio dentro e fuori se stessi, e in questo caos spesso si trova la chiave per scoprire il significato nascosto di ogni nuova meta.
Ho anche perso una notte di sonno, ed è normale che in queste ore silenziose i pensieri si aggroviglino.
In questa terra tutto è scritto in cirillico, un alfabeto adottato per comodità di lettura durante l'era in cui la Mongolia era la sedicesima repubblica sovietica. L'ufficialità dell'alfabeto cirillico è in atto dal 1941, e la scrittura mongola tradizionale, nota come bichig, è oggi utilizzata principalmente a scopo artistico, decorativo e letterario.
È triste sapere che la maggioranza dei mongoli di oggi conosce poco o nulla di questa preziosa scrittura tradizionale, che un tempo era parte integrante della loro identità storica. Però un segnale di cambiamento si profila all'orizzonte. Paesi come l'Azerbaijan, l'Uzbekistan, il Turkmenistan e il Kazakistan hanno già intrapreso il cammino per cambiare il proprio alfabeto; cercano di riscoprire la loro eredità culturale.
Mi sorge spontanea una domanda, o forse sarebbe più corretto definirla una fantastica chimera priva di ragione: potrebbe il bichig, con la sua affascinante scrittura verticale, tornare a essere la lingua franca dell'Asia Centrale, come lo fu ai tempi di Genghis Khan? È una di quelle possibilità che sembrano riservate solo alle favole, ma tengo comunque viva la speranza che questa forma di espressione ritrovi uno spazio significativo nella memoria del popolo mongolo.
Anche questo è un aspetto affascinante del viaggiare; la scoperta di antiche tradizioni in evoluzione, di culture che cercano di riscoprire il proprio passato mentre si affacciano al futuro.
Un'altra osservazione riguarda la gentilezza delle persone. Una delle prime cose che ho notato in questo viaggio. Sono conscio che questi pensieri notturni non hanno alcuna connessione tra di loro, ma è proprio questo il fluire caotico della mente durante la notte.
L'aspetto della gentilezza si è manifestato immediatamente, quasi inaspettatamente. Forse è più corretto dire che non sapevo cosa aspettarmi, e sono stato piacevolmente sorpreso nel constatare che la gentilezza qui sia un gesto spontaneo, un riflesso naturale dell'animo. Non è forzata o interessata, sembra semplicemente fare parte della loro cultura.
Esco dalla mia ger ancora un pò sonnolento, e davanti a me si dispiega l'infinita grandezza delle steppe. Un nuovo giorno mi attende.
In quella che un tempo fu la capitale dell'antico impero mongolo, oggi rimane ben poco, e quel poco non riesce a raccontare quella grandiosa storia. Bisogna immaginarla. Però tra le mura del museo della città ho avuto l'opportunità di intravedere flebili tracce di quel mondo ormai lontano. Tra queste, una statuetta raffigurante una Galbinga; tra gli innumerevoli oggetti esposti, è lei che ha catturato la mia attenzione. Questi sono i misteri della mente.
Mi sono chiesto quante meraviglie nascoste giacciano ancora sepolte sotto terra, in attesa di essere scoperte. Sorprendenti tracce di civiltà nomadi, ma ancorate a una ricca iconografia, legata agli antichi usi e costumi di questi popoli erranti.
In questo museo ho visto le testimonianze di antiche civiltà, risalenti a ere remote, che stanno lentamente emergendo dal cuore della terra, come un antico tesoro pronto a rivelare i suoi segreti. Ma per riportare alla luce tutto ciò che giace ancora sepolto nella vastità della steppa servirebbero ingenti investimenti finanziari.
Fuori, la vastità degli spazi senza confini. Cavalli che corrono liberi tra campi di colza e l'inebriante profumo di artemisia a un'altitudine di 1500 metri. Esco dalla strada principale e svolto lungo un percorso sterrato che mi conduce verso sud, in direzione del deserto del Gobi. Ora sono completamente immerso in un paesaggio da fiaba: immense distese di verde, animali al pascolo, dolci colline.
Questi spazi si susseguono uno dopo l'altro, in una sequenza infinita. È questa la steppa della Mongolia. Come non immaginarsi in sella a un cavallo a galoppare tra queste distese senza fine. Come può la natura disegnare con tanta saggezza e grazia il nostro pianeta? Osservandolo in tutta la sua purezza, come non provare un profondo senso di rispetto?
Ecco il cuore della Mongolia, un luogo dove la terra stessa sembra raccontare storie millenarie, dove l'umanità si fonde con la maestosità della natura. In questo momento mi sento davvero fortunato a essere qui, a fare parte di questo intimo incontro tra uomo e terra, nella sua forma più semplice e autentica.
In questi luoghi oltre a contemplare la maestosità e la perfezione, si sperimenta un senso di libertà straordinario. Le dolci colline lasciano lentamente spazio a un'immensa pianura, una distesa infinita che si perde all'orizzonte. Se l'intera terra fosse così, sarebbe una sfera perfetta, liscia come la pelle di un bambino, senza imperfezioni, un'enorme distesa verde.
Ora mi trovo sulle sponde del fiume Ongii, in un altro campo di ger. Il fiume Ongii lambisce il Dundgobi nella parte occidentale, l'anticamera del deserto.
Questi spazi aperti, punteggiati solo di tanto in tanto da qualche animale al pascolo, mi fanno riflettere su quanto siamo diventati indifferenti. Indifferenti alla vita degli animali, ai nostri allevamenti intensivi, al nostro costante distacco dalla realtà che ci circonda.
Ma non voglio soffermarmi su questo. Tutto ciò che mi circonda è nutrimento per gli occhi e per l'anima. Mi purifico osservando il tramonto sulle dolci colline, in mezzo al nulla, vicino al deserto. Una leggera brezza accarezza il volto, e il suono rilassante del fiume accompagna la scena.
Ciò che vedo è una perfetta armonia. Gli animali con il loro territorio, gli uomini rispettosi della natura stessa. La dignità e la semplicità delle persone emergono chiaramente. Abbiamo solo da imparare da loro.
Mi sveglio al mattino con un grande sorriso, la doccia calda rinvigorisce il corpo e la colazione a base di porridge di farina e carne è un toccasana perfetto, dicono anche per smaltire le sbornie di vodka di latte fermentato. La sensazione di pulizia mi pervade, sia dentro che fuori.
Continuo il mio cammino verso il deserto, e lungo la strada non c'è nulla se non una lunga fila di pali della luce e paletti della fibra ottica. La terra è arida e spoglia, l'orizzonte si perde all'infinito. Miraggi creano illusioni ottiche, facendo apparire un mare che in realtà non esiste.
E improvvisamente, dal nulla, compaiono i cammelli. Sono tanti, e li osservo con curiosità mentre si muovono lungo la mia strada. Passano accanto a me, alcuni incuriositi dalla mia presenza, altri completamente ignari. Pian piano scompaiono all'orizzonte, lasciandomi con una sensazione di meraviglia di fronte a questa terra così vasta e misteriosa.
In mezzo a questa immensità mi sento parte di qualcosa di più grande di me stesso, immerso nella bellezza e nella solitudine di questo deserto incantato.
Davanti a me la vastità del cielo si fonde con le sagome sfocate dei monti Altaj. Sono solo ombre, disegnate sull'orizzonte come antiche divinità dormienti. In questo luogo senza tempo si staglia solitaria una modesta dimora. È il punto d'incontro sporadico per i nomadi, un luogo in cui decidono il destino dei loro greggi, uno spazio per condividere storie e socializzare.
Ma tutto intorno è desolazione, una terra senza fine che si estende fino all'orizzonte. Mi trovo a mille metri di altitudine, un luogo che mi svela quanto sia estraneo a questa natura selvaggia. In questa estensione vuota e silenziosa mi sento come se fossi stato catapultato fuori dal mio mondo, lontano da qualsiasi punto di riferimento.
Il silenzio è ciò che mi colpisce di più. È un silenzio che sembra risiedere tra le stesse pieghe del tempo. Oltre al leggero cinguettio degli uccelli, tutto è quiete assoluta. Non c'è nulla che possa spezzare questo silenzio, nulla che emetta un suono. Ma questo silenzio, paradossalmente, è tutto tranne che vuoto. È vivo, pulsante, permeato dalla natura stessa. Non è solitudine, ma una connessione profonda con l'essenza della terra.
In questo silenzio finalmente trovo ciò che cercavo: la semplicità, la purezza della natura, e una connessione con il cuore della Mongolia.
Con reverenza per questa terra selvaggia, osservo e taccio.
Il biancore delle ossa degli animali emerge come un faro. Non c'è modo di sfuggire ai resti disseminati di creature che un tempo popolavano questa terra. Calco la sabbia con i miei piedi e, seguendo l'istinto, mi inerpico su una duna per contemplare questo paesaggio del silenzio.
Proseguendo, gli arbusti di ammodendrum e alcuni campi tendati emergono dall'orizzonte. Ma in breve tempo il deserto torna a reclamare la sua sovranità. Ed è in un altro remoto campo tendato che trovo rifugio, in mezzo al nulla. Gli Altaj si stagliano all'orizzonte, una catena montuosa imponente, mentre la melodia ipnotica di "The Slab" degli Slowdive si ripete all'infinito, un sottofondo sonoro che accompagnerà per sempre questa straordinaria esperienza nel deserto.
Emergono ricordi di viaggi precedenti, come il secondo giorno trascorso nelle montagne del Ladakh, nell'India del Nord. O forse il risveglio in Kirghizistan, quando una notte trascorsa in una yurta mi ha regalato la vista di cime montuose avvolte nella neve. Questi sono momenti di meraviglia, di pura felicità derivante dalla sete di scoperta e conoscenza.
Anche ora non mi fermo in alberghi, ma vivo costantemente a contatto con la natura, nelle ger, confortevoli ma immerse in paesaggi che superano ogni immaginazione. Sono luoghi che sembrano usciti da un sogno più che dalla realtà. E in questo momento mi sento slegato dalla realtà quotidiana e connesso con la realtà dei miei viaggi.
Le emozioni di questi luoghi mi riempiono, mi rendono vivo. È meraviglioso accumulare esperienze così intense, sentire le sensazioni passate e presenti sommarsi, come due fiumi che si uniscono. In questo connubio di esperienze la mia vita trova significato, valore.
La realtà, la mia realtà, ora risiede in queste avventure, in questi luoghi lontani e nelle emozioni che essi suscitano. È un modo di vivere che abbraccio con tutto il cuore, un'opportunità per tornare a me stesso attraverso il viaggio, attraverso la scoperta, attraverso la connessione con il mondo che mi circonda.
Sono nella zona di Bayanzag; in questo vasto e sterminato territorio mi ritrovo a contemplare le Flaming Cliffs, uno dei luoghi più celebri al mondo per il ritrovamento di fossili di dinosauri. In questa terra arida e selvaggia posso quasi immaginare gli enormi dinosauri, il loro fragoroso passo, mi immagino una versione antica e ricca di questo paesaggio.
La natura ha conservato qualcosa di quegli esseri; mentre osservo i piccoli gechi che si muovono frettolosamente nel deserto, capisco che sono gli antenati in miniatura di quei giganti preistorici. Il canyon stesso è un vero e proprio inferno di fiamme, con tonalità di rosso, ocra e terra che sfumano in mille sfaccettature. Dall'alto di questo luogo primordiale lo sguardo si perde in un deserto senza fine.
Attendo il tramonto, sorseggiando la vodka di latte fermentato, mentre le rocce si infiammano, come se prendessero fuoco. In questo istante mi sento risplendere dentro di me, come se stessi respirando la stessa vita che ha permeato queste terre per millenni.
Osservo lo spettacolo con la mente e il cuore accesi.
Il vento che sfiora il mio viso porta con sé un'aria tiepida e una temperatura mattutina ideale. È un autentico piacere risvegliarsi con questo clima. La notte scorsa il cielo era una tela stellata, e oggi si presenta impeccabilmente azzurro, senza una sola nuvola.
A colazione mi godo una zuppa di carne secca e pasta. Mentre percorro alcuni chilometri, il paesaggio arido inizia a mutare, trasformandosi in una scenografia più delicata e accogliente. Prati verdi di erba cipollina, profumati e invitanti, si stendono davanti a me. Di tanto in tanto incontro delle serre; man mano che mi avvicino alle montagne, cresce la probabilità di trovare sorgenti sotterranee, una preziosa risorsa in queste terre selvagge.
Mi trovo ora nel cuore del Parco Nazionale Guruansaikhan, noto come "Le Tre Meraviglie", riferendosi alle tre creste che si ergono a oltre 2800 metri di quota.
Una delle mete più affascinanti di questo parco sono le Khongoryn Els, le dune di sabbia.
La Yolyn Valley, una fessura stretta e lunga tra due pareti di roccia, è un luogo ricco di arbusti di ginepro. Il loro legno viene seccato e bruciato nei templi buddisti; crea il profumo avvolgente degli incensi che ancora ricordo. Durante il cammino incrocio una mandria di sarlak o yak, con il loro folto mantello di diversi colori, dal bianco al nero al marrone, mentre si dissetano a un ruscello.
In alto, tra le cime delle montagne, osservo gli eleganti voli dei gipeti e delle aquile, creature maestose che danno il nome a questa valle. L'aria è impregnata di profumi di artemisia e di altre piante che hanno la forma delle campanule. Un vento secco accarezza il mio corpo mentre procedo.
L'effetto Venturi, quel fenomeno che si manifesta quando le pareti si stringono, quando la natura si fa stretta e il vento accelera. È un tocco segreto della geografia.
In questa gola incantevole, l'effetto Venturi gioca a influenzare il clima locale. È come se questa stretta, questo abbraccio di montagne, avesse il potere di condizionare il tempo. Nel punto più angusto il torrente conserva il suo manto di ghiaccio anche quando il resto del mondo si scioglie sotto il sole estivo. Ma oggi non c'è ghiaccio. Le temperature probabilmente sono più alte del solito persino qui. È un enigma che la natura ci propone, o forse, banalmente, la causa siamo noi esseri umani.
Il suono del vento si fonde armoniosamente con il suono di un piccolo torrente.
Alzo gli occhi verso le vette e la mia attenzione è catturata da un piccolo gruppo di capre selvatiche. Sono creature agili, in equilibrio tra cielo e terra, un simbolo di libertà in questo paesaggio incontaminato.
Esco da questa valle lasciandomi alle spalle la sua bellezza selvaggia, e mi dirigo verso un piccolo centro abitato, un luogo spartano ma funzionale, dove si trova tutto ciò di cui si ha bisogno. Il mio viaggio continua in direzione delle dune, e ad ogni passo l'ambiente attorno a me si trasforma continuamente.
Ora si susseguono paesaggi di sabbia, dune, terra arida, piccoli arbusti che cercano disperatamente di sfidare l'aridità, piccoli mulinelli di sabbia che danzano al vento, e branchi di cammelli che si muovono con una grazia insolita.
Gli spazi sembrano estendersi all'infinito, e improvvisamente emergono colline che assomigliano a zampe di elefante, un'immagine surreale che mi fa capire quanto ci siano aspetti del deserto che mai avrei immaginato di trovare.
La terra stessa sembra raccontare storie antiche: concrezioni rosse di ferro da un lato e strisce bianche di silicati dall'altro. Strisce verdi di rame tagliano diagonalmente la roccia, e le colline si susseguono in un gioco di colori straordinario. Il deserto si mostra in tutta la sua grandiosità, ma anche nella sua sorprendente varietà.
"Smisurato" e "variegato" sono gli aggettivi che meglio descrivono questi luoghi, una terra in cui ogni passo è un incontro con la bellezza e la meraviglia della natura.
Sotto un cielo vasto e aperto, mi trovo immerso in una valle incorniciata da colline dai mille colori. Da un lato le dune si avvicinano lentamente, come onde dorate pronte a sommergere questa oasi verde. Dall'altro maestose montagne rocciose fungono da custodi silenziosi di questo paesaggio.
In questo scenario un gruppo di eleganti gazzelle attraversa con grazia la strada, il loro passo agile e leggero è una coreografia di bellezza in movimento. Più in lontananza avvisto asini selvatici dal manto chiaro, creature che trasmettono una calma profonda con il loro procedere placido e ordinato; avanzano in fila indiana attraverso questo deserto cangiante e variegato.
È un'immersione in un mondo che sfida la comprensione, dove la natura sprigiona tutta la sua bellezza.
Questa sera, ancora una volta, mi ritrovo nella quiete di una ger solitaria, abbracciato dal deserto. Le folate di vento che si infrangono sulle vicine falesie e che disegnano sapientemente le formazioni di sabbia, giungono fino a qui. È un vento che sa essere carezza e monito allo stesso tempo. Mi sussurra all'orecchio: 'Sono docile ora, ma non dimenticare che posso diventare violento! Nel deserto sono io il sovrano!'.
Sono nel cuore del Deserto del Gobi, un luogo dove la pioggia è una rarità e le temperature sono estreme. Possono superare i 40 gradi sotto zero durante l'inverno e oscillare tra i 20 e i 40 gradi sopra lo zero in estate. Quando nei libri leggevo il nome "Deserto del Gobi", la mia mente dipingeva un quadro di terra arida e sabbia, un deserto nella sua accezione più letterale.
Oggi ho avuto la fortuna di scoprire che questo luogo è tutto tranne che un deserto nella sua accezione tradizionale. Le dune che si ergono di fronte a me sono conosciute come "le Dune che cantano", e questo nome non è casuale. Le folate del deserto che si infrangono su queste falesie creano suoni, a tratti dolci, a tratti inquietanti, che forse hanno ispirato gli antichi canti di gola dei nomadi del deserto.
Nel cuore dell'aridità trovo un'armonia incredibile tra la natura e il suono. È come se il deserto stesso stesse narrando storie millenarie attraverso il vento e la sabbia. È un'esperienza che va ben oltre le parole e mi fa sentire connesso con la storia di questo luogo e con la saggezza dei nomadi che lo hanno chiamato casa per secoli.
Mi sento davvero privilegiato ad essere qui, ad ascoltare i canti del vento e a lasciare che il deserto stesso mi sveli i suoi segreti.
Spesso le emozioni che viviamo in viaggio crescono con il passare del tempo. E so che accadrà anche con questa avventura in Mongolia. C'è però un'energia straordinaria in queste emozioni, già forte mentre le vivo ora, in questo istante. Mi ritrovo a contemplare questi spazi smisurati, cullato dalla brezza del vento e le note magiche degli Slowdive che mi accompagnano. "The Slab" è diventata la colonna sonora di questo viaggio, una melodia che si estende verso l'infinito, libera e senza confini. È poesia per le mie orecchie.
Mi chiedo cosa diventeranno queste emozioni quando si amplificheranno negli anni. Ho scoperto una nuova Groenlandia? Questi momenti sono come sogni che si svelano davanti ai miei occhi, e non posso fare altro che abbandonarmi a loro.
Osservo il mondo che mi circonda e questa bellezza che mi avvolge mi commuove profondamente. Dopo il tramonto, quando la notte ha oscurato tutto ciò che mi circonda, rimango all'aperto, fuori dalla tenda, in compagnia di una buona vodka e del vento che mi culla con dolcezza. In questo momento il vento è il mio unico compagno, e mi dona calma e serenità.
Sono nel cuore di questa immensità, circondato solo dai miei pensieri che ora sembrano fluttuare come nuvole. Sono leggeri, eterei, simili a piccoli fiocchi bianchi, puliti e puri. Questo viaggio sta facendo qualcosa di straordinario dentro di me, sta ripulendo la mia anima, come un vento che spazza via la polvere accumulata nel tempo.
La mia fedele penna e il mio quaderno, compagni inseparabili, fungono da testimoni silenziosi della mia immersione in queste terre; registrano il mio costante stupore. Non avrei mai immaginato di trovare tanta bellezza, tanta purezza, e un popolo così autentico. La semplicità e la dignità delle persone che sto incontrando mi stanno conquistando, e mi pongo una domanda: sarà possibile che queste esperienze stiano plasmando una versione migliore di me?
Rifletto sulle tante avventure vissute e su quelle che sto vivendo in questo momento. Mi chiedo se tutto ciò che ho sperimentato e sto sperimentando possa davvero cambiarmi profondamente. Vorrei poter portare con me a casa, nel mio mondo, la serenità e la leggerezza che sento ora.
Mi tornano nuovamente in mente i viaggi passati, come quello in Afghanistan, attraverso il Corridoio del Wakhan, quelle terre solitarie che hanno risvegliato il mio spirito di esplorazione. Penso anche al mio viaggio in Siberia fatto nel lontano 1988, un'esperienza che è stata propedeutica a tutto ciò che avrei vissuto in seguito. Ragazzino, ho riempito gli occhi di meraviglia e ho iniziato a sognare per la prima volta. Tra pochi giorni mi avvicinerò ai luoghi che ho visitato allora. Mi considero fortunato, perché posso vivere appieno questa straordinaria vita, con viaggi e scoperte. Ora mi abbandono al silenzio del deserto, consapevole che ogni passo su questa terra sta plasmando la mia anima.
Chiudo il mio taccuino e sorseggio con calma la piccola bottiglia di vodka. Una giornata intensa, densa di esperienze e riflessioni, si è appena conclusa.
Un'alba fresca, un giorno da scoprire.
Inizio a camminare tra le dune dorate, la sabbia fresca sotto i piedi. Ogni passo che faccio lascia un'impronta profonda nella sabbia, un segno temporaneo del mio passaggio in questo paesaggio ancestrale.
Le dune si ergono maestose davanti a me, ognuna un piccolo monte di sabbia che sembra toccare il cielo. Mi avvicino alla base di una di esse, sento la sabbia scorrere tra le dita mentre la tocco. È come seta finissima, fredda tra le dita delle mani, ma presto il sole la scalderà.
Comincio a salire, un passo alla volta. La sabbia cede sotto i miei piedi, ogni piccolo passo è un piccolo sforzo. Ma la vista che mi attende sulla cima vale ogni goccia di sudore. La vista è mozzafiato, una distesa infinita di dune ondulate che si estende fino all'orizzonte.
Proseguo il mio cammino lungo le creste delle dune. Il silenzio è quasi assordante, interrotto solo dal mio respiro e dallo scorrere della sabbia sotto i piedi. In questo momento mi sento parte di questo deserto millenario, un viaggiatore solitario in un mondo di sabbia e vento.
Ogni duna è un'opera d'arte naturale, modellata dal vento nel corso di millenni. Le sue curve eleganti e le sfumature di colore raccontano storie antiche di avventure e scoperte. Cammino ancora, incantato dalla bellezza di questo luogo remoto e dalla sensazione di essere in armonia con la natura.
La brezza leggera accarezza il mio viso, porta con sé il profumo della sabbia e del deserto. Mi fermo per un momento, chiudo gli occhi e ascolto il silenzio del deserto. In questo momento non ci sono altro che io e le dune, una connessione profonda con la terra e una sensazione di pace interiore. È un'esperienza che porterò con me per sempre, un incontro con la bellezza e la maestosità della natura.
Lascio alle mie spalle le maestose dune, e seguo nuovamente la strada che mi conduce verso il fiume Ongii. La terra mongola si svela in tutta la sua asprezza; un paesaggio arido, dove pietre e terra sembrano dominare l'orizzonte. È una regione spoglia, con solo sporadiche chiazze di vegetazione a rompere la monotonia.
Ma poi, come una timida promessa, dolci colline di terra riportano in vita la vegetazione. È un susseguirsi incessante di terra e vegetazione, un dialogo mutevole tra la natura e la geologia. Il paesaggio si apre nuovamente, rivela ampi pianori che oscillano tra l'aridità e la tenace vegetazione.
Le strade, eternamente sterrate, sono il mio unico collegamento con questo mondo selvaggio. In lontananza la polvere alzata da jeep che di tanto tanto transitano in questi luoghi danza nell'aria tersa. Il cielo, quasi sempre senza nuvole, assorbe la polvere nel suo azzurro infinito.
Nel mezzo di questa vastità ogni tanto incontro pascoli e piccole ger. È un'immersione totale nella Mongolia profonda, un luogo dove il tempo sembra essersi fermato, dove la natura e l'uomo si sfiorano in un delicato equilibrio.
Mi accorgo di aver perso quella gestualità frenetica che gravita intorno allo smartphone. Da queste parti il segnale è un miraggio e la connessione un lusso; ho dimenticato l'abitudine ossessiva al suo utilizzo. Questa distanza forzata dal mondo digitale mi ha regalato un ritmo più lento, un contatto più profondo con il luogo e le persone.
Faccio una breve sosta a Bulgan per il pranzo. Il contesto è essenziale, spartano, ma incredibilmente funzionale, proprio come il centro che ho visitato ieri. È qui che assaporo i "Bouz," ravioli ripieni di carne di montone; il loro sapore mi riporta alle radici di questa terra.
Mi rendo conto che Bulgan, come molte altre città mongole, non segue un piano urbanistico definito. Non c'è un disegno preciso nelle strade o nella disposizione degli edifici. Sembra una città di frontiera, una comunità al confine tra il deserto e la montagna. Ma forse, per chi è cresciuto qui, in questa vastità senza fine, l'urbanistica non è un desiderio. Per loro il senso di comunità è l'obiettivo principale, la priorità assoluta.
Mi ritrovo a riflettere su quanto possiamo imparare da questa semplicità. In un mondo che spesso corre troppo veloce, dove la nostra vita è guidata da frenetiche pianificazioni e aspettative, questi luoghi mi insegnano l'arte di rallentare, di apprezzare l'essenziale e di coltivare il senso di comunità. È un insegnamento prezioso che custodisco gelosamente nel mio cuore mentre proseguo questo viaggio attraverso la Mongolia.
Sono grato per le lezioni di vita che questa terra mi offre.
In direzione del fiume Ongii mi soffermo a contemplare l'immensità di questa terra. È diventato un paesaggio che ormai riconosco, un compagno di viaggio al quale mi sono abituato. Il vento del deserto, in particolare, è diventato un elemento familiare. Mentre osservo questa vastità dorata, non riesco a immaginare come possa apparire durante l'inverno, quando questa terra si trasforma in una distesa gelida e imponente. Una landa ghiacciata che si estende all'orizzonte, una bellezza severa che forse non riuscirei ad apprezzare appieno, non sarei in grado di vivere. Però l'idea di vedere questo stesso luogo coperto da un manto di neve e ghiaccio mi affascina profondamente.
Continuo il mio cammino e attraverso un vasto pascolo di capre che sembra non avere fine. È come un ricamo naturale, una creazione artistica che solo la natura può concepire. Man mano che mi avvicino al fiume Ongii e risalgo verso nord, il cielo si riempie nuovamente di nuvole imponenti, e preannuncia un cambiamento nel clima. Improvvisamente una tempesta di sabbia si scatena con violenza nelle vicinanze di un ovoo, un piccolo santuario buddista dove mi ero fermato per una breve preghiera. La tempesta è un crescendo di elementi naturali incontrollabili, una dimostrazione della potenza di questa terra selvaggia.
Il deserto mi incanta e mi spinge a riflettere sulla fragilità e la grandezza della natura, sulla sua imprevedibilità e sulla sua bellezza selvaggia. È un luogo che mi mette in contatto con l'essenza stessa del mondo naturale. Provo rispetto per la maestosità della natura.
Il sole al tramonto illumina le rovine del monastero Ongiin Khiid, la "perla del deserto". Questo luogo era una tappa fondamentale per le carovane che affrontavano la Via della Seta e si dirigevano verso le terre aride del Gobi o il selvaggio deserto del Taclamacan.
Sorse nel 1760, ed era un complesso imponente, composto da circa trenta templi, edifici amministrativi e ben quattro università buddiste. Uno dei templi spiccava per grandezza, una testimonianza dell'importanza di questo luogo sacro. Poteva accogliere fino a mille monaci, un centro di spiritualità e conoscenza.
Gli anni '30 portarono con sé il vento del comunismo che si diffuse in Mongolia. Il governo comunista cominciò ad arrestare numerosi monaci e nel 1939 questo luogo venne raso al suolo, ridotto a macerie.
Nel 1990, con la democratizzazione della Mongolia, tre monaci coraggiosi tornarono qui sperando di ridare vita a questo monastero, ma ciò che vedo ora sono solo ruderi. Non so se ci sono fondi sufficienti o se c'è davvero la volontà di risollevare ciò che un tempo fu un luogo di profonda spiritualità e apprendimento.
In questi resti silenziosi risuonano le voci di monaci e carovanieri di un'epoca passata, e mi chiedo se un giorno queste pietre racconteranno di nuovo storie di spiritualità e conoscenza. Il mio cuore ora è un pò pesante.
Proseguo il mio viaggio verso il nord. L'arido panorama desertico si dissolve lentamente e lascia spazio alle verdi praterie della steppa. Ma c'è un'immagine che si è impressa nella mia mente, un quadro di pura libertà: tre pastorelle sedute sul prato, i loro volti illuminati dalla luce dorata del sole. Sarà stato il loro sorriso, o forse la semplicità di quel momento, ma quell'immagine è diventata per me un simbolo di questo luogo.
In questa vasta distesa verde, i branchi di animali sembrano perdersi all'orizzonte. Il bestiame si muove liberamente, pascola tra le erbe rigogliose. Bovini, cavalli, capre - macchie nere, marroni e bianche - si fondono insieme, ma sono solo punti nella vastità di questa terra. È difficile credere che in questa zona ci siano circa un milione di animali, molto più numerosi degli esseri umani.
La Mongolia mi sorprende ogni giorno con la sua bellezza e la sua immensità. Mi sento come un ospite privilegiato in questo mondo incontaminato, dove la natura regna sovrana e l'uomo vive in armonia con essa.
Due infiniti si incontrano: l'orizzonte, il cielo azzurro con le sue nuvole, così vicine che sembra di poterle sfiorare, e le praterie che ho attraversato per ore senza che nulla cambi, né vicino a me né all'orizzonte.
La natura si manifesta in un continuo gioco di luci e ombre, come se esistesse una complicità segreta tra il cielo e la terra. Il solo suono che si fa sentire è il cinguettio degli uccelli, come se volessero raccontarmi segreti millenari, e il vento che sussurra antiche storie. Il silenzio che avvolge questo luogo è impressionante, quasi sacro.
Mentre osservo la scena, scorgo una volpe che si muove furtiva tra l'erba alta e un'aquila che plana nell'azzurro, regina indiscussa di questo cielo vasto e aperto.
Oggi ho varcato la soglia di una ger, la dimora tradizionale dei nomadi, e ho avuto la fortuna di assistere a un rituale antico: la distillazione della vodka di latte fermentato. Questo luogo mi ha svelato un mondo di sapori e tradizioni straordinarie.
Il latte fresco è il primo assaggio che ho avuto l'onore di degustare. Un sapore puro, ricco e genuino, che è solo l'inizio di un viaggio culinario. I loro formaggi, alcuni stagionati con un retrogusto leggermente acido, mi hanno sorpreso per la loro autenticità. E poi la vodka, distillata con maestria, che mi ha rivelato l'anima di questo popolo.
Ma non è solo il cibo a rendere questa esperienza memorabile. La ger è un rifugio caldo, un'oasi di tranquillità nell'immensità del paesaggio mongolo. La stufa, il cuore pulsante della ger, brucia grazie allo sterco di mucca e di cavallo, a dimostrazione del fatto che qui nulla va sprecato. Fuori dalla porta si estende l'infinito, un paesaggio che sfida la mente umana.
Nonostante l'apparente semplicità di questa vita, c'è una sorprendente modernità nel loro stile di vita. Pannelli solari forniscono l'energia per il frigorifero e per la televisione. La farina è l'unico alimento che acquistano al mercato, il resto della loro dieta è frutto dell'autosufficienza.
In questo luogo ho imparato che la vera ricchezza non risiede nella quantità di beni materiali che si possiede, ma nella connessione con la terra, con la natura e con le tradizioni che hanno plasmato questo popolo per secoli.
Il dubbio, mentre osservo questi luoghi così lontani dalla mia vita quotidiana, cresce in me. Desidero imparare da questi territori inesplorati e dalle persone che li abitano. Ma il mio cuore è attraversato da un dilemma persistente: preferisco forse tornare nella mia casa, alle comodità che conosco, e da lì raccontare la bellezza di questo mondo che ho conosciuto, un mondo di fatica ma che non rende schiavi di nulla e nessuno? O forse, in fondo al mio essere, al di là delle parole e delle esperienze vissute, desidero veramente abbracciare questi luoghi come casa mia, e vivere la libertà che tanto mi affascina?
La libertà è il faro che mi guida, ma temo che non sia ancora il momento per me di abbracciare questa avventura. O forse, temo che la mia anima sia semplicemente affamata di esperienze, di raccogliere quanti più frammenti di saggezza da queste terre e da queste persone, ma non sia fatta per prendere una decisione così radicale.
È un viaggio non solo geografico ma anche interiore quello che sto facendo, un percorso di scoperta che mi sta insegnando quanto sia importante riconoscere i nostri desideri più profondi e le nostre paure più nascoste. Mentre scrivo queste parole mi rendo conto che il mio cuore è diviso tra il desiderio di tornare alla mia comfort zone e il sogno di abbracciare l'ignoto con tutto il coraggio di cui sono capace.
Questo è il viaggio della mia vita, un viaggio dentro e fuori me stesso, alla ricerca di risposte che solo il tempo e le esperienze potranno svelare.
Proseguo il mio viaggio attraverso questa terra senza fine, i prati ora si presentano in una veste diversa, un verde non più di erba cipollina, che sfuma gradualmente nelle dolci colline, e che, più a nord, si trasformano in montagne maestose.
Le ger, i cavalli, le aquile, e le sterminate praterie si stagliano come un dipinto naturale davanti ai miei occhi.
Il tratto di strada sterrata che va dal fiume Ongii alla città di Kharkhorin (dove ritorno per poi proseguire verso nord) si presenta come un'altra sorpresa, un paesaggio quasi montano, ma ancora una volta, con un senso di spazio senza fine. Mi interrogo sul perché non si vedano serre per la coltivazione di frutta e verdura. Queste persone, nomadi nell'animo, vivono in armonia con la natura. Chi abita fuori dalle grandi città ha il suo bestiame, il latte, il formaggio, la carne, tutto ciò di cui ha bisogno.
Guardo tutto questo con occhi occidentali, abituati a un modo diverso di vivere. Abbiamo riferimenti e stili di vita così diversi. Eppure, mentre osservo questo paesaggio senza fine, mi rendo conto che c'è una bellezza in questa semplicità, una bellezza che sfugge a una vita troppo moderna e frenetica.
Osservo con umiltà e ammirazione.
In direzione di Tsetserleg, più precisamente a Kharkhorin, il tempo cambia e comincia a piovere. Il tempo, così come la Mongolia stessa, è mutevole e imprevedibile. Grandi nuvole si addensano e coprono ogni angolo del cielo.
Questa regione, rispetto ai territori che ho visto più a sud, è notevolmente più popolata. I pascoli si estendono all'orizzonte, e ci sono più centri abitati lungo la strada. Eppure, nonostante la presenza umana, la sensazione di passare per grandi spazi aperti e luoghi disabitati persiste. È il contrasto tra la vita e la vastità della natura, una dualità che caratterizza questa terra.
Mentre rifletto e scrivo, si blocca nella mente una scena, che sembra uscita da una cartolina: una ger solitaria, posizionata su una grande prateria. Montagne maestose fungono da sfondo, e un cavaliere, vestito con l'abito tradizionale, cavalca con maestria. La sua tunica lunga dai toni terracotta e la cintura gialla che gli avvolge la vita sono un richiamo alla tradizione e alla storia di questo popolo nomade.
Mentre proseguo lungo il fiume Tamir, noto un cambiamento nel paesaggio. Gli alberi, assenti fino ad oggi, ricompaiono. La vista si allunga verso rilievi all'orizzonte, un paesaggio che si trasforma sotto i miei occhi.
Forse, in un futuro non così distante, quando molte parti del nostro pianeta saranno congestionate dalla presenza umana, mi chiedo se questa vastità che sto contemplando da giorni sarà abitata dall'uomo.
Tsetserleg, con le sue caratteristiche di centro abitato di piccola-media grandezza, mi incuriosisce. Questo luogo sembra sospeso tra un pittoresco villaggio di montagna e un'ennesima città di frontiera. Un'incertezza affascinante permea l'aria, e mi fa riflettere sul destino di questi spazi immensi, ancora in gran parte intatti.
Arrivato in questa città, osservo sulla mappa il percorso che ho fatto oggi; ho attraversato una serie di distretti, e ora, mentre tento di riordinare le tappe del mio cammino, mi rendo conto di quanto sia difficile definire con precisione i confini di ciascun distretto.
Leggo nomi che hanno sicuramente un significato per chi li abita, ma a me sembra di avere percorso terre sconfinate, senza confini netti, dove la natura si è imposta con la sua bellezza. Questi distretti, da Sajhan-Ovoo a Cėnhė, per me si sono fusi insieme in un paesaggio senza fine, dove la terra stessa sembra parlare di libertà e vastità.
Tsetserleg si estende lungo le pendici delle Montagne Hangayn; si trova in una bellissima valle boscosa ed è abitata da circa 20.000 persone. È una delle città più antiche del paese, con un monastero costruito nel 1642. Anche questo monastero è stato chiuso negli anni '30 dal governo comunista, e il tempio originale è stato trasformato in un museo.
Una riflessione profonda viene da fare pensando alla rilevanza storica e culturale di questi monasteri, testimoni dell'antichità e dell'identità di una nazione. È indiscutibile che alcune interpretazioni possano suggerire una visione critica nei confronti dei monaci buddisti in termini di contributo economico diretto, data la loro pratica di vita contemplativa.
Però l'eradicazione, l'incarcerazione o la distruzione di questi luoghi sacri, come il monastero di ieri che ho visto cadere nell'oblio, costituiscono un approccio a dir poco insensato ed irrazionale. Ciò che sto vedendo sono danni irreparabili alle radici di questo territorio.
La Mongolia è rinomata per i suoi scenari naturali straordinari, e lo sto vedendo con i miei occhi, però alcuni monumenti che avrebbero dovuto fungere da custodi della sua storia sono stati purtroppo letteralmente cancellati dal paesaggio.
Tornando a Tsetserleg, immagino sia stata la sua posizione in questa valle boscosa a influenzare il suo ruolo di centro commerciale. Passeggio nel mercato e tra i banchi e le persone che vedo colgo un pò dell'essenza e dell'identità mongola.
Gli abiti attirano la mia attenzione. L'abito tradizionale mongolo è chiamato "deel". È una lunga tunica con maniche ampie che arriva fino alle caviglie. Di vari colori, dai profondi viola ai toni sobri del grigio e dell'azzurro - ma immagino che ne esistano di innumerevoli altre sfumature - sembra realizzato in tessuti resistenti, immagino per affrontare le condizioni climatiche rigide della Mongolia. Una caratteristica distintiva del "deel" è la cintura, che spesso vedo di colore brillante, gialla o arancione, e che viene avvolta intorno alla vita. Gli stivali alti, che vedo in vendita nel mercato, sono chiamati "gutal", e completano l'abbigliamento tradizionale.
Osservando questi dettagli vedo molto più di semplici capi d'abbigliamento; vedo una complessità culturale che comincio a conoscere ma che sento molto distante dal mio mondo.
Ogni bancarella e ogni prodotto che vedo raccontano una realtà a me sconosciuta, e offrono un assaggio dei modi di vita locali.
Il senso di novità si mescola con una leggera sensazione di spaesamento, ma è proprio questa sensazione di sentirsi "fuori luogo" che alimenta la mia curiosità e la voglia di comprendere.
Le merci esposte, talvolta modeste ma sempre utili, raccontano un modo di esistere che si fonda sulla capacità di adattarsi all'asprezza dei climi invernali e alle esigenze del nomadismo.
Il mercato rivela l'energia di una comunità che condivide e rafforza il senso di appartenenza reciproca.
Questa dinamica, anche se comune ovunque, qui acquista maggiore rilevanza; dopo aver percorso lunghe distanze senza incontrare esseri umani, solo qualche sporadica ger di tanto in tanto, mi chiedo se anche qui, in fondo in fondo, l'uomo non tenda a privilegiare lo spazio pieno e a rifuggire dallo spazio vuoto.
Sulle colline di questa città i tetti colorati delle case catturano la mia attenzione. Mi fanno pensare alle pittoresche architetture del nord della Norvegia o alle piccole case colorate, caramelle appoggiate sul terreno - così le descrissi allora - che ho visto nella maestosa e glaciale Groenlandia. I colori richiamano quelli dei templi: arancione, blu, verde. Anche le decorazioni delle ger seguono la stessa tavolozza cromatica.
La mia visita al tempio, eretto alla fine del Settecento, è una sorpresa: come ha fatto a restare intatto durante i giorni bui del governo comunista? La risposta è semplice: durante quel periodo è stato trasformato in una prigione, e successivamente in un magazzino.
I tanka, antichissimi, catturano la mia attenzione; il tempo ha appannato i loro colori, ma non la loro forza spirituale.
Nell'aria del tempio percepisco quell'atmosfera unica, indefinibile ma riconoscibile ovunque. È l'essenza stessa di questi luoghi, una traccia indelebile di tutto ciò che è accaduto in questa terra in epoche diverse. Il tempio ora è un museo e la sua anima spirituale sembra nascosta nei recessi della memoria.
Sono testimone di un momento di profonda spiritualità, forse una benedizione, impartita da un anziano monaco. Le sue mani si aprono prima per accogliere una giovane coppia, poi un poliziotto. Mi perdo in quei gesti semplici, in quelle parole sussurrate.
È un'istantanea di umanità in cerca di conforto e connessione con qualcosa di più grande di loro stessi.
Il monastero, ora museo, ha mantenuto gran parte della sua struttura originaria. Forse c'è meno poesia in questi spazi trasformati, ma si riesce ancora a percepire la presenza dei fantasmi del passato, delle preghiere sussurrate e delle speranze ancestrali.
Il mio viaggio continua e ora mi dirigo verso il Parco Nazionale di Khorgo Terkhiim Tsagaan, casa del lago Terkhiin Tsagaan e del vulcano dormiente Khorgo.
Man mano che mi avvicino alla taiga russa il paesaggio inizia a mutare. Maestose montagne lasciano gradualmente il posto alle immense praterie. Il cielo è un dipinto vivente di nuvole, una sinfonia di luci e ombre che si muovono su questa meravigliosa terra.
Le parole sembrano insufficienti per descrivere la bellezza di questo luogo. Preferisco viverlo con gli occhi, immergermi in questo spettacolo senza interruzioni. Il mio sguardo si perde tra una successione infinita di orizzonti, valli che si susseguono con una grazia senza fine.
In questo momento non sono un osservatore distante ma parte integrante di questa straordinaria comunione tra la terra e il cielo. È un momento di connessione profonda con la natura, un'esperienza che mi riempie di gratitudine.
In questa straordinaria tavolozza di colori e panorami la mia attenzione si posa su una scena semplice eppure significativa.
Una coppia di pastori, sulle loro motociclette russe logore dal tempo, cavalca con grazia attraverso questa immensa distesa verde. Si dirigono verso casa, una ger tradizionale mongola, dopo aver compiuto chissà quali attività quotidiane legate al loro prezioso bestiame.
Questo piccolo quadro all'interno di un quadro senza limiti racchiude l'essenza stessa della Mongolia. Tra pennellate di mille sfumature di verde che dipingono le steppe e pennellate bianche e grigie che sfumano nei cieli carichi di pioggia, questi pastori rappresentano una connessione antica tra l'uomo e la terra.
In questa terra è facile perdersi nella vastità della bellezza naturale, ma sono momenti come questo, semplici e autentici, che danno senso a questi posti. Sotto un cielo che promette pioggia, nel cuore della Mongolia, il tempo sembra fermarsi e tutto trova il suo posto in questo piccolo affresco di vita.
Praterie sconfinate si estendono davanti a me, punteggiate da numerosi animali al pascolo. Ogni tanto emergono piccoli agglomerati di case colorate che creano un affascinante contrasto di arancione e blu, un accostamento che si imprime nei miei pensieri.
Nel cielo gipeti e poiane volano tra le correnti concedendosi il piacere di una libertà senza limiti. Osservo rapito questa rappresentazione della bellezza della natura selvaggia.
Una tempesta all'orizzonte trasforma il paesaggio in una visione fantasmagorica, surreale. Le forme si dissolvono nell'atmosfera carica di ombre e luci in movimento, e i colori si mescolano in una tavolozza confusa. I rilievi montuosi, una volta netti e distinti, si confondono e si specchiano l'uno nell'altro. È un momento in cui la natura stessa sembra svelare il suo lato più enigmatico; mi trovo rapito da questa bellezza. Mi fermo. Immobile di fronte a questa natura in tumulto, uso la mia macchina fotografica per catturare quell'istante. Ma non è solo l'immagine che voglio intrappolare, è l'energia palpabile nell'aria. È la sensazione di essere piccoli spettatori di uno spettacolo naturale grandioso, di assistere al conflitto tra la calma e la tempesta.
La strada sterrata davanti a me è una linea sottile nel cuore del parco. Sono circondato da pietre nere, vulcaniche, mentre il cielo si fa nero proprio sopra il vulcano. La sensazione è quasi surreale, è come se fossi stato improvvisamente trasportato in Islanda, tra paesaggi selvaggi e un clima impetuoso.
Anche oggi sosto in un campo tendato, questa volta circondato da maestose montagne. La pioggia cade incessante sulla ger, con la sua meravigliosa stufa ardente al centro. È come se questa semplice struttura avesse una sua anima, un cuore che palpita nel mezzo di questo ambiente selvaggio. La pioggia è implacabile là fuori, ma qui dentro trovo un po' di calore e conforto.
Come spinto da un richiamo ancestrale esco a fare una passeggiata sotto la pioggia. Le montagne mi chiamano, e io rispondo al loro richiamo.
Oltrepasso un piccolo torrente e, in questa perfetta solitudine, mi siedo su un piccolo sasso. Mi immergo completamente in questo luogo cercando di assorbire ogni sua sfumatura. Sono cullato da un paesaggio di rilievi ricoperti da una bassa vegetazione; è come se la natura avesse deciso di sussurrarmi i suoi segreti.
In contesti come questo è difficile catturare appieno la bellezza di ciò che ti circonda. Per un breve istante divento parte integrante di questo luogo, un tutt'uno con la sua quiete.
Riprendo a camminare e continuo a esplorare questi luoghi fino al tramonto. Questo è un momento di pura comunione con il mondo, un istante in cui nulla accade e tutto si svela. So che ciò che sto vivendo adesso diventerà un ricordo indelebile, il punto più alto di tutta questa avventura in Mongolia. In questo momento sono in perfetta armonia con l'universo che mi circonda. Sono uno con questo mondo.
Oggi ho incontrato tre compagni di viaggio molto speciali, creature che hanno lasciato un'impronta indelebile nel mio cuore.
Il primo di loro è stato un giovane cane randagio. La sua richiesta era così semplice: una carezza, un gesto d'affetto. Si avvicinava a chiunque si trovasse nei paraggi, come se cercasse un legame tra esseri viventi. Ho piegato il mio sguardo verso di lui, ho offerto la mia mano e ho sentito la sua gratitudine in una semplice occhiata.
Poi c'era un gatto completamente bianco, sdraiato pigramente accanto a una stufa. I suoi occhi scrutavano il mondo con una calma imperturbabile, come se avesse già visto tutto e avesse scelto questo momento per riposare e godersi il calore del fuoco.
Ma il mio incontro più sorprendente è stato con un giovane yak solitario lungo il mio cammino verso le montagne. Questa creatura sembrava essere alla ricerca di qualcosa. Forse del suo branco, forse di un senso di appartenenza in un mondo vasto e solitario. Mi ha guardato e ho sentito un'antica saggezza in quel suo sguardo.
Chissà perché oggi, in questo preciso momento del mio viaggio, questi tre esseri hanno attraversato il mio cammino. Chissà perché hanno destato il mio interesse e hanno riempito i miei pensieri prima di addormentarmi.
Rifletto su queste interazioni, su come la semplicità di un gesto, una carezza, possa creare un legame tra individui di specie diverse. In questi incontri fugaci ho trovato un ricordo prezioso, una lezione sulla bellezza delle semplici connessioni che la vita ci offre.
Mi trovo a un'altitudine di 2060 metri, immerso in una atmosfera autunnale. L'aria mattutina è frizzante, la temperatura segna tre gradi, un promemoria costante della maestosità della natura in queste terre remote.
Mi avventuro lungo un percorso che sembra tracciato da entità invisibili, fatto di rocce nere, licheni bianchi e alberi secchi che si ergono lungo il percorso. È come se la natura stesse dipingendo un quadro di desolazione e bellezza allo stesso tempo.
Salgo sempre più su, verso il vulcano inattivo Khorgo.
Il vulcano è come un gigante addormentato, con il suo cratere che si apre come una bocca immensa pronta a svelare i segreti nascosti nelle profondità della terra. Guardo intorno e dall'alto ammiro una vallata vasta e silenziosa, coperta da una rada foresta.
Il silenzio è il vero padrone di questi luoghi. È un silenzio assoluto, interrotto solo dal suono dei miei passi. In questo silenzio riesco a percepire il ritmo lento di un mondo selvaggio e incontaminato. Le pietre nere sono mute testimonianze di millenni di storia geologica e di eventi che hanno plasmato questa regione.
In questo scenario spettrale mi ritrovo a contemplare la forza della natura e la sua eterna bellezza, e mi rendo conto di quanto io sia piccolo e insignificante di fronte a tanta grandiosità. Ma è proprio questa sensazione di umiltà di fronte alla natura che rende questo viaggio importante.
Torno a valle percorrendo la strada sterrata che costeggia il lago. Il paesaggio si trasforma nuovamente, scompaiono i boschi e si apre una dolce distesa senza alberi. È un territorio dominato da creature pacifiche, prevalentemente yak e scoiattoli selvatici, che si muovono tra erba e terra come custodi di questa natura intatta.
È un momento di serenità, gli yak pascolano placidi, mentre gli scoiattoli selvatici sfrecciano tra i cespugli con vivacità. È un'immagine che mi dona serenità, un attimo di pace in questo viaggio in cui la natura sembrava essere diventata austera e severa.
Il sole, ancora basso sull'orizzonte, disegna riflessi sull'acqua del lago. Mi muovo lungo la riva, seguo una serie di insenature che mi allontanano e poi mi riavvicinano al lago. Piano piano mi dirigo verso l'interno, verso nord, verso il villaggio di Jargalant. Il paesaggio muta di nuovo e ora mi trovo circondato da maestose foreste di conifere. È incredibile come questi scenari si susseguano così diversi l'uno dall'altro, tutti intatti, lontani da qualsiasi influenza umana. Le distanze tra un luogo e l'altro sono enormi, e mi ritrovo a domandarmi se qualcuno abbia mai visto tanta natura, tanta bellezza, senza alcuna interferenza, senza soluzione di continuità.
Dove sono gli esseri umani in tutto questo? A tratti sembra che siano scomparsi, lasciando spazio solo agli animali da pascolo. Mi chiedo se mi trovo ancora nella Mongolia che ho conosciuto, o forse sono finito in Svizzera o in Val d'Aosta? Le dune, le steppe, tutto sembra un sogno lontano.
Le valli si susseguono una dopo l'altra, ognuna con la sua bellezza unica. Raccolgo questi momenti, raccolgo questi spazi, cercando di trattenere un frammento di questa meraviglia inesplorata.
Anche questa sera trovo rifugio in una ger, immerso tra le montagne. Giorni di viaggio senza campo, senza rete, mi hanno completamente staccato dalla realtà che conoscevo. È come se avessi varcato una soglia invisibile e mi fossi perso nel mezzo di questo regno selvaggio.
Dopo chilometri e chilometri di strade sterrate, la sensazione di essere lontano da tutto è diventata tangibile. La civiltà sembra lontana, mentre la natura selvaggia delle montagne mongole si svela in tutta la sua grandezza. Non c'è inquinamento luminoso, solo la luce delle stelle che si specchia sulle vette. Il cielo notturno è un autentico spettacolo. In questa oscurità profonda mi sento una minuscola parte di un universo immenso.
Mi abbandono a questa meraviglia, consapevole che in questo momento, in questo luogo remoto, sono davvero fuori dal mondo.
Nel tranquillo villaggio di Jargalant c'è un'atmosfera che richiama alla mente la Russia. Le case in legno dai tetti colorati raccontano un passato che forse ha cercato di introdurre una vita sedentaria, in opposizione allo spirito nomade che permea questa terra. Nonostante il tempo e i cambiamenti, lo spirito nomade resiste e prevale, alimentato dall'immensità di questi spazi che continuo a percorrere. Le strade sterrate continuano davanti a me, mi portano verso Moron, una piccola città che si estende lungo le rive del fiume Selenga.
Le prime luci dell'alba donano calore a Jargalant, ormai all'orizzonte.
Viaggiando tra pascoli, praterie senza fine e rilievi che si muovono delicatamente sotto il cielo azzurro, mi ritrovo in un paesaggio che è la quintessenza stessa della Mongolia. Ogni tanto lungo il mio cammino incrocio la figura solitaria di un pastore che cavalca la sua motocicletta e indossa con fierezza l'abito tradizionale. È un'immagine che sembra uscita da una cartolina, ma quanto è autentica!
Il mio sguardo è senza dubbio quello di un sognatore, ma non sono cieco alle sfide che attendono coloro che vivono in questi territori selvaggi.
Mi ritrovo a interrogarmi sul destino di una donna in questi luoghi, qualora non decidesse di unirsi in matrimonio. La mia mente si interroga sulle possibilità che si aprono per lei in questa realtà così diversa dalla mia, così lontana nei costumi e nelle tradizioni. Cosa può attendersi da questa società se sceglie una strada diversa dalla vita matrimoniale? Esiste un'alternativa?
Osservo una coppia, giovani abitanti di queste vaste terre, intenti a pregare attorno a un ovoo. In questo momento sono i protagonisti di una cerimonia sacra che unisce le generazioni passate a quelle presenti e future. Questi semplici gesti sono un rituale che sfida il tempo, un legame eterno tra l'uomo e questa terra.
Sono questi momenti che svelano la profondità di questa cultura, la sua connessione con la spiritualità e la natura circostante. Questi due giovani erranti sono amanti degli spazi vuoti o desiderano spazi colmi di vita? In queste immense praterie il silenzio regna sovrano, accompagnato solo dal profumo dell'erba. Ma quando ci si avvicina ai pascoli il belare degli animali mi ricorda chi è il vero padrone di questi luoghi.
Mi chiedo cosa passi per la mente di questi due giovani. Cosa sognano in questi paesaggi infiniti? Trovano la stessa bellezza e meraviglia che un estraneo come me scorge in questi grandi pascoli e tra le mandrie di bestiame? Desidererei tanto avere la possibilità di leggere negli occhi di chi vive in luoghi così diversi dai miei, di cercare di capire cosa muove le loro anime. La Mongolia è una terra di meraviglie, ma sono le persone che la abitano a rendere questo luogo ancora più affascinante.
La bellezza è un pensiero costante in questi giorni, un'ossessione che mi accompagna in ogni istante. Tra queste lunghe strade sterrate che si intrecciano tra valli e praterie, trovo un perfetto equilibrio fisico e mentale.
La valle che attraverso custodisce le antiche tombe degli Unni, una testimonianza di un passato leggendario. Posso vedere con i miei occhi da dove venivano, da dove iniziavano le loro avventure. Mi ritrovo a viaggiare indietro nel tempo, a immergermi nelle storie di popoli dimenticati, storie di eroi e conquistatori. Gli Unni arrivarono in Europa nel V secolo e furono capaci di devastare sia l'Impero romano d'Oriente che la Persia. Ora mi trovo a osservare la loro terra d'origine, i luoghi remoti da cui provenivano. È quasi surreale tutto ciò.
Ma continuo a chiedermi, come sono questi luoghi d'inverno? Come è vivere qui nelle piccole case di legno o nelle tradizionali ger, lontano da tutto, circondati da un mare di neve e ghiaccio? Cosa significava vivere qui in quei tempi remoti, quando queste verdi praterie si trasformavano in distese gialle in autunno e poi si coprivano di bianco in inverno? Osservo le tombe disseminate attorno a me e penso: "Quante vite, quante storie si sono consumate in questo angolo remoto della terra". Ogni pietra appoggiata sul terreno è un capitolo importante, è una vita.
Queste praterie sono terreni di pascolo, luoghi di lavoro, ma anche spazi di vita senza lo stress che spesso accompagna la nostra quotidianità. È come se qui il tempo assumesse un ritmo diverso, più naturale.
Mi fermo, respiro e cerco di catturare ogni sfumatura di questa meraviglioso paesaggio, conscio del fatto che, in fondo, la bellezza è un mistero che non ha bisogno di parole, ma solo di essere vissuto.
Dall'alto del passo dove ora mi trovo si apre un panorama così vasto, così profondo, che mi sento immerso in un'inesauribile bellezza. È uno di quei momenti in cui non sai davvero dove posare lo sguardo, perché ovunque ti giri c'è qualcosa da ammirare.
Su questo passo che sfiora i 2000 metri di altitudine, circondato da valli e montagne, in questo luogo dove le stelle alpine crescono ai miei piedi, il silenzio è rotto solo dal canto dei grilli, una musica naturale che accompagna questo spettacolo grandioso.
È naturale chiederselo: perché dovrei tornare in Italia? In questo momento tutto sembra così perfetto, così completo. Ciò che posso fare è tornare alla mia realtà portando con me il ricordo indelebile di questo momento di stupore.
In queste terre remote incrocio due bambini a cavallo. Portano nomi tibetani e nei loro occhi limpidi c'è un misto di stupore e serenità. Non conoscono l'indifferenza, quella che vedo nei nostri occhi, ma hanno l'infinito negli sguardi, il riflesso di spazi immensi dove giocare e il profondo senso di libertà che li fa sentire pienamente vivi. I loro fedeli compagni sono i cavalli con i quali esplorano mondi senza fine.
Saranno consapevoli della bellezza e della libertà che li circonda? Forse per loro è tutto naturale, parte integrante della loro esistenza. Sarebbe affascinante poter leggere nei loro occhi e scoprire i pensieri che abitano le loro giovani menti.
Poco dopo mi ritrovo a osservare una giovane famiglia nomade che si trasferisce con il loro carico. Il loro bestiame e una ger sono caricati sulla loro macchina, una UAZ-469. Hanno due piccoli bimbi, futuri pastori nomadi che cresceranno imparando i segreti della terra e degli animali, e vivranno in armonia con la natura.
Tutto ciò di cui hanno bisogno è qui, nella loro piccola carovana. La loro esistenza è semplice, priva di sovrastrutture inutili. Sono autosufficienti e padroni delle proprie vite, custodi di una tradizione millenaria che si fonda sull'essenziale. In un mondo spesso dominato dalla complessità e dal superfluo, questi nomadi mi ricordano il valore della semplicità e della connessione profonda con la terra.
La loro ricchezza sta nella terra che calpestano, negli animali che allevano e nell'amore per una vita autentica. Questa è una preziosa lezione sull'importanza di vivere in sintonia con ciò che veramente conta.
La semplicità di queste vite è un invito a riconnettersi con la terra e con le cose essenziali della vita; un invito a lasciare da parte sovrastrutture inutili e il superfluo.
A metà del percorso verso Moron la steppa si ricopre di conifere, e regala un paesaggio leggermente più familiare, sebbene la sensazione di spazio infinito persista. Ma questa presenza di alberi è effimera, presto ritornano i vasti pascoli e le ampie steppe, e i miei pensieri riprendono a vagare nell'infinito.
Una volta entrati nel distretto di Khousgol il paesaggio subisce un ulteriore cambiamento. Una vasta pianura si estende all'orizzonte, circondata da rilievi montuosi, mentre il fiume Selenga serpeggia attraverso questa immensa distesa. Qui si trova la città di Moron, situata a 1700 metri di altitudine.
Ma ciò che mi fa sognare è il destino del fiume Selenga che, dopo aver percorso centinaia di chilometri in questa terra selvaggia, si getta nelle acque del lago Bajkal; un legame speciale tra queste remote terre mongole e l'immensità del lago siberiano.
Nel pomeriggio visito un sito archeologico vicino a Moron, dove sono conservate le "Deer stones", o pietre dei cervi. Questi megaliti mostrano incisioni di simboli e immagini di cervi volanti e rappresentano un'antica pratica di intaglio della pietra diffusa tra Siberia e Mongolia. Le teorie sul perché esistano e sulle persone che le hanno create sono molteplici e non chiare.
I cervi volanti hanno il collo teso e le zampe distese avanti e indietro, come se non stessero semplicemente correndo, ma stessero saltando nell'aria. Le corna ornate hanno intricati disegni a spirale che spesso includono un disco solare o altri simboli legati al sole.
Questo legame tra la renna e il sole ha radici profonde nello sciamanesimo siberiano e potrebbe rappresentare la trasformazione spirituale dello sciamano dalla terra al cielo. Un viaggio dall'esistenza terrena a quella non terrena. Leggo che questi simboli compaiono anche nei tatuaggi dei guerrieri sepolti, dove le corna delle renne sono adornate con teste di piccoli uccelli. C'è chi sostiene che questa immagine del cervo rappresenti una guida per l'anima del guerriero verso l'aldilà, per proteggerlo dalle forze pericolose.
Un luogo remoto e affascinante, una connessione tra passato e presente conservata in queste pietre.
La separazione tra la città di Moron e le vaste praterie è netta, una linea verticale di case si estende verso gli spazi aperti. Anche negli altri centri abitati che ho visto in questi giorni ho visto questa netta divisione. È un'immagine che si è fissata nella mia mente.
Questa demarcazione geografica mi fa riflettere, non tanto in riferimento a questi piccoli centri abitati, ma in generale, al modo dell'uomo di approcciarsi al territorio. Questa linea ora per me rappresenta una metafora dei contrasti che spesso caratterizzano il nostro mondo moderno. La città si erge come un muro contro gli spazi naturali. Questa barriera fisica sembra simboleggiare la distanza crescente tra la natura e la civilizzazione, tra la semplicità e la complessità, tra l'uomo e la terra.
Mentre guardo questa linea che separa due mondi così diversi, mi chiedo quanto sia importante trovare un equilibrio tra questi due estremi. Come possiamo preservare la purezza della natura mentre ci abbandoniamo al progresso e all'innovazione delle città?
Il futuro del nostro pianeta dipende dalla nostra capacità di trovare un punto di incontro tra questi due mondi, un luogo in cui possiamo prosperare senza distruggere ciò che è prezioso.
In questa contemplazione silenziosa, osservo il paesaggio, la bellezza di queste praterie, e continuo il viaggio. Oggi mi spingo ancora più a nord, verso Khatlag e il lago Khovsgol, conosciuto anche come il "mare della Mongolia." Questo lago è alimentato da ben 96 fiumi che portano vita a questa regione isolata.
Mentre avanzo, supero il punto di congiunzione tra il 50° parallelo e il 100° meridiano. E in questo momento, mentre attraverso una delle tante valli infinite, un pensiero emerge: quanto mi piacerebbe trascorrere un anno intero in una tradizionale ger ad osservare il passaggio delle stagioni.
Immagino di vedere avanzare l'inverno che trasforma il paesaggio in un regno di ghiaccio e neve. Mi piacerebbe osservare la natura che si contrae, i fiumi che gelano, e la terra che si copre di un silenzio ancora più grande.
Con il passare dei mesi la primavera farebbe il suo ingresso. Poter vedere i primi segni di vita sbucare tra la neve che si scioglie, i fiori sbocciare, e gli animali uscire dai loro rifugi invernali.
Vedere l'arrivo dell'estate, vedere come tutto intorno a me si animerebbe, rivedere i cavalieri intenti a guidare il loro bestiame attraverso le verdi steppe.
E infine l'autunno, che porterebbe con sé una quiete malinconica. La natura si preparerebbe per il riposo invernale, gli alberi si tingerebbero di rosso, e l'aria si farebbe più fresca.
In una ger, in mezzo a questo ciclo eterno delle stagioni, sentirei la vera essenza della Mongolia, mi sentirei pure io in sintonia con la natura. Vivere al ritmo delle stagioni, in simbiosi perfetta con la terra, con questa terra.
E proprio mentre avanzo verso nord, le estese praterie iniziano a mutare sfumatura. Il verde che le caratterizzava inizialmente, lascia spazio a tonalità di giallo, un accenno d'autunno comincia a delinearsi davanti ai miei occhi.
Mentre mi avvicino all'inizio del lago catturo lo sguardo di due anziani. Suppongo siano marito e moglie, e nei loro volti trovo l'espressione di una vita dedicata al duro lavoro e alle sfide quotidiane.
Lei in particolare ha un viso che emana dolcezza e innocenza, come quello di una bambina. È un volto puro, segnato da anni di esperienze e di fatiche.
Questo volto, così innocente, si imprime profondamente nei miei pensieri.
Giunto sulle sponde del lago mi lascio trasportare dalle emozioni del momento. La tentazione è irresistibile. Mi getto in quelle acque gelide, come un rituale di rinascita. E in quell'istante mi sento davvero rinascere.
Il silenzio continua a esercitare su di me un'attrazione irresistibile. Vorrei prenderlo, avvolgerlo attorno a me e portarlo via. Mi fa comprendere quanto sia importante ascoltare oltre le parole, oltre il frastuono quotidiano.
È un silenzio che mi riporta alle origini, che mi fa sentire parte di qualcosa di più grande di me stesso. È un richiamo alla semplicità, alla purezza, alla bellezza della vita nella sua forma più essenziale.
Vedo che molti alberi qui sono piegati, quasi inchinati di fronte alla maestosità del lago. Alcuni, vinti dalla forza del vento siberiano, hanno fatto il loro ultimo atto di sfida e si sono gettati nelle acque gelide. In questa terra l'inverno deve essere implacabile, il lago stesso diventa un vasto deserto di ghiaccio, mentre il vento, il temibile vento siberiano, non concede pietà a niente e a nessuno. È un paesaggio che ti fa sentire la forza brutale della natura, un luogo dove la vita si sottopone alla durezza implacabile delle stagioni.
La sera, mentre il sole si ritira e lascia spazio all'oscurità, la natura mostra il suo lato più spettacolare e anche feroce. Nel cielo, in lontananza, verso nord, si accendono scariche di fulmini, come se gli dèi stessero scagliando la loro ira contro la terra. È uno spettacolo che incanta e intimorisce allo stesso tempo, un ricordo della potenza incontenibile della natura in questo luogo.
Volto lo sguardo e osservo le stelle sopra di me, punti luminosi nel buio infinito che spargono la loro luce sulla terra.
Mi avvicino a un falò con un bicchiere di vodka, compagna silenziosa di riflessioni.
Sul lago le onde accarezzano la riva, una ninna nanna per i miei pensieri.
Osservo il tramonto in questa sera che segna l'ultimo giorno di riposo in un campo tendato; una nota di tristezza si insinua nella mia mente. Nel frattempo la ger si sta dolcemente riscaldando grazie alla stufa a legna.
Nelle notti come queste il tempo sembra rallentare e il mondo si svela in tutta la sua bellezza. In questo angolo remoto del pianeta mi sento parte di qualcosa di più grande di me stesso, parte di un universo in cui ogni dettaglio ha un significato profondo.
Sono questi i momenti che rendono il viaggio un'esperienza unica, momenti di silenzio e introspezione in cui ci si avvicina alla bellezza della natura e alla profondità della propria anima.
Anche per descrivere questo lago mi trovo costretto a utilizzare l'aggettivo "vasto". La sua grandezza è tale da sfidare qualsiasi tentativo di definizione precisa, tanto che solo la parola "vasto" sembra avvicinarsi alla sua immensità. Questo lago, osservato con le luci dell'alba, è un'immagine di purezza, una bellezza senza tempo, primordiale, ancestrale, non ancora corrotto. Credo che col passare del tempo lo abbinerò al volto di quella signora anziana che ho osservato ieri. Il suo viso portava i segni del tempo, rughe incise dal vento e dal sole, ma allo stesso tempo trasmetteva un'innocenza pura. Mi impegno a custodire nei miei pensieri l'immagine di quella signora anziana come un simbolo di questa terra che sfida il passare del tempo e ci ricorda la bellezza della semplicità e della purezza.
Ora capisco perché in questi vasti e maestosi territori uno degli aspetti più rilevanti della cultura umana abbia assunto la forma dello sciamanesimo. L'interconnessione tra l'uomo e la natura in luoghi così immensi, imponenti e incontaminati, trasforma l'anima in modi che vanno al di là delle parole. In questa terra senza confini la natura stessa diviene insegnante e guida spirituale. La natura è cruda, primordiale, e ti obbliga a confrontarti con te stesso in una maniera che pochi luoghi al mondo possono fare. Nelle steppe infinite e nei boschi solitari, la connessione tra l'uomo e la natura è così tangibile, così palpabile, che diventa inevitabile cercare un linguaggio più profondo per comprenderla.
Oggi sono in viaggio verso Morons, alla volta di Bulgan, e infine Erdenet. È una giornata in cui per i primi trenta chilometri il cielo è coperto da nuvole basse, quasi a limitare la vista sulle estese praterie. Le nuvole lentamente si diradano e mi regalano scorci del maestoso paesaggio mongolo. In questi momenti ritorno a sognare. Mi vedo pastore, nella calda intimità di una ger bianca, con il fumo che si alza dal camino. La mia dimora è isolata, immersa nell'infinito delle praterie. La mia moto è parcheggiata fuori, pronta a correre nella steppa appena il desiderio di esplorarla si fa irrefrenabile. Questo paesaggio, sfumato e misterioso, a tratti nitido e imponente, è un luogo in cui il confine tra realtà e sogno si fa sottile, in cui il tempo sembra rallentare.
Dopo giorni di polvere e sterrato, mi ritrovo su una strada asfaltata che si muove tra paesaggi che evocano le montagne della mia terra. In realtà è una fusione di steppa e montagna. I cieli sono ritornati ad essere i cieli sacri della Mongolia. Mi sembra davvero di poter toccare le nuvole con una mano.
La religione ancestrale mongola insegna l'esistenza di un essere superiore, Khokh Mong Tengher, l'eterno cielo azzurro, che dimora tra le nuvole. In mongolo Tengher porta con sé un doppio significato, sia Dio che cielo. È il luogo in cui convergono le speranze, le preghiere e le aspirazioni di questo popolo.
Faccio una breve sosta in un piccolo mercato lungo la strada. Le bancarelle sono piene di frutti di bosco, pinoli, latte, formaggi, e, soprattutto, frittelle ripiene di carne: non posso fare a meno di assaggiarle.
Ai tavoli le persone giocano a carte sotto il vasto cielo aperto della steppa. Questo luogo è un'oasi di vita e aggregazione in mezzo a un paesaggio così vasto e solitario.
Le strade che percorro oggi mi portano attraverso infiniti pascoli, dove le capre, le mucche, i cavalli e gli yak sembrano regnare sovrani. Ogni tanto questi animali si fermano a occupare la strada, ostacolano il passaggio delle macchine. Ma chi potrebbe biasimarli? Sono loro i veri abitanti di questa terra, e noi siamo solo ospiti temporanei.
Colline come manti di velluto e steppe a perdita d'occhio. In questo tranquillo regno la natura domina sovrana e l'uomo si ritrova in un modesto ruolo di spettatore. È un luogo dove il silenzio è più eloquente di qualsiasi parola, e la bellezza della semplicità è evidente in ogni sua forma.
Erdenet, la seconda città della Mongolia per grandezza, mi racconta una storia diversa, una storia che pare disconnessa dal fascino che ho incontrato finora.
Sorta nel 1974 per sfruttare i giacimenti di rame scoperti negli anni '50, Erdenet si erge vicino alla quarta più grande miniera di rame al mondo.
Negli anni '80 più della metà dei suoi abitanti erano russi, spesso impegnati come ingegneri o minatori. La dissoluzione dell'Unione Sovietica nel 1990 segnò la partenza di molti di loro, e oggi la presenza russa si attesta intorno al 10% della popolazione totale.
Mi rendo conto che ciò che ho visto fino ad oggi era solo un lato della medaglia. La natura selvaggia e imponente, così in armonia con la storia del popolo mongolo, è ora smentita da un importante centro abitato che non riesce a trasmettere nulla di quella bellezza incontaminata. Erdenet, con la sua struttura urbana che cerca di imporsi sulla terra circostante, sembra essersi staccata dal legame naturale che avvolge questo paese.
È difficile da mettere in parole, ma in questa città senza una sua anima, tutto mi sembra irrisolto. Non riesco a sentire il respiro del popolo mongolo nelle strade e nei palazzi in costruzione.
Mi intristisce constatare questa mancanza di connessione tra il popolo e la città che dovrebbe rappresentarne il cuore. L'atmosfera non riesce a raccontare nulla delle tradizioni mongole, dei loro sogni e delle loro speranze. Forse è solo un momento di transizione, ma mi chiedo se questa città troverà mai un modo per unirsi al contesto culturale e geografico che la circonda.
Forse nel corso del tempo questa città riuscirà a trovare un modo per bilanciare la sua crescita economica con il rispetto per la storia e la cultura di questa terra.
Esco da questo grande centro abitato e vado a visitare il Monastero Amarbayasgalant, un monastero buddhista situato a sessanta chilometri da Erdenet. Costruito tra il 1727 e il 1736, il monastero ha uno stile principalmente cinese, con influenze mongole e tibetane.
A differenza del Monastero di Erdene Zuu, che ho visto all'inizio del viaggio, e che è costituito da un insieme di templi di diversi stili, Amarbayasgalant ha una grande unità stilistica.
Nel 1937, durante il periodo delle purghe staliniane, il monastero è stato in parte risparmiato, ma molte strutture sono state distrutte e i monaci giustiziati. Di quaranta antichi templi ne restano soltanto ventotto. La furia dell'uomo ha notevolmente ridimensionato questo luogo.
La strada per raggiungere il monastero è tortuosa, una lunga lingua di terra sterrata che si insinua tra valli verdi, un paesaggio di una bellezza disarmante che culmina nell'ampia valle che accoglie il grande monastero.
L'ingresso nel tempio è un'esperienza toccante, un tuffo nei ricordi e nelle emozioni. In questo luogo sacro dedico un'offerta in memoria di Lucia, un tributo silenzioso alle persone care che non ci sono più.
La scena di un monaco che benedice una giovane coppia con una bambina aggiunge un tocco di vita e speranza a questa atmosfera mistica. Ma là fuori, oltre i confini del tempio, regna un silenzio profondo.
Salgo sulla collina dove svetta uno stupa circondato da bandierine colorate che danzano al vento. Per un istante mi sembra di essere tornato indietro nel tempo, come se fossi di nuovo in Tibet, un salto nel tempo di ben dieci anni.
Dalla sommità di quella collina lo sguardo si perde nell'ampia valle verde, solcata da un fiume sinuoso, tra dolci colline che si ergono maestose, prive di alberi e senza alcuna traccia di umanità. In questo momento mi trovo - nuovamente - in un luogo che sembra fuori dal tempo, un'oasi di serenità in cui la natura domina incontrastata.
6. ULAN BATOR
Lascio questa oasi di pace con un pò di malinconia. Dopo ore di viaggio, soprattutto di traffico nei pressi di Ulan Bator, raggiungo la città che segna la fine del mio viaggio, 3500 km percorsi tra il sud e il nord della Mongolia.
Quando arrivo, quello che vedo è una vasta valle, un panorama familiare dopo averne visti tanti simili in questi giorni, ma qui è completamente diverso. È una sorta di invasione, un'esplosione di vita umana che mi colpisce. Devo adattarmi di nuovo a vedere una città estesa dopo settimane passate a contemplare spazi infiniti. Ciò che un tempo era vuoto e incontaminato, ora è affollato e caotico.
Il traffico di questa città è un durissimo risveglio alla realtà. Siamo divoratori di spazio, creatori di disordine, affamati di caos. Viviamo nelle nostre creazioni innaturali, lontani dalla natura. Ma non voglio addossare queste riflessioni a Ulan Bator, che in sé è una città intrigante e affascinante, capace di sorprendere.
Queste sono considerazioni universali, inevitabili quando si passa dal vuoto all'abbondanza, dalla natura incontaminata alla follia dell'antropizzazione. E mentre mi immergo nelle strade di Ulan Bator, mi accingo a scoprire questa città con occhi curiosi.
Nella mia esplorazione di Ulan Bator tre luoghi d'eccezione hanno brillato per la loro rilevanza e la loro bellezza.
Il Monastero Gandantegchinlen, un imponente complesso dove un grande tempio custodisce una maestosa statua dorata alta venticinque metri. Qui ho assistito a una cerimonia religiosa. Mi sono inserito in silenzio tra i fedeli e ho osservato questo rituale antico. Nella sua semplicità e nella sua profondità, questa cerimonia mi ha fatto riflettere sulla bellezza della spiritualità e sulla ricerca di significato che accomuna l'umanità in tutti i suoi angoli più remoti del pianeta.
Ho visto il Museo del Palazzo Bogd Khan, e il Museo Choijin Lama, un monastero intriso di spiritualità, custode di una straordinaria collezione di maschere per danze rituali, le danze Tsam.
Ulan Bator è una realtà distante da tutto ciò che ho sperimentato in queste settimane. La modernità avanza inarrestabile e porta con sé i tratti evidenti della globalizzazione e della tecnologia. I monasteri hanno ispirato in me un senso profondo di spiritualità, ma tra le strade di questa città ho ritrovato elementi che mi risultano familiari, segni del progresso.
In queste settimane trascorse in Mongolia ho visto un mondo a parte, distante dalla frenesia della vita moderna. Ora mi trovo a vagare tra grattacieli e insegne luminose, in uno spazio che, tristemente, forse è più mio.
Mi chiedo se gli abitanti di questa città vivano una dualità simile. Si perdono anch'essi tra le luci della metropoli o come me, sognano di perdersi nelle ampie distese delle steppe? La risposta, forse, risiede nei loro sguardi, che non so leggere; e nell'equilibrio tra tradizione e modernità che si manifesta in questa città in costante evoluzione.
7. CONSIDERAZIONI
C'è un aspetto di questo viaggio che ha assunto una rilevanza sempre più grande nel corso dei giorni - è la riflessione che ho fatto prima di partire - : la consapevolezza del ruolo cruciale che la Mongolia potrebbe giocare nel futuro del nostro pianeta. Le risorse critiche, le terre rare, sono un elemento fondamentale per l'industria moderna, e la Mongolia detiene una quota significativa di queste risorse. È una responsabilità che potrebbe portare a grandi opportunità, ma anche a sfide complesse.
In Mongolia ho percepito una forte armonia, un'armonia che si respira nell'immensità delle steppe e nella profondità dei suoi silenzi.
Mi auguro che ci sia un modo per proteggere questo prezioso patrimonio, per conservare le tradizioni che hanno resistito al trascorrere dei secoli e per gestire con saggezza le risorse critiche. La Mongolia potrebbe avere molto da offrire al mondo, non solo in termini di paesaggi mozzafiato ma anche come esempio di come sia possibile bilanciare la crescita e lo sviluppo con il rispetto per la natura e la cultura.
Sembra esserci una contraddizione tra la speranza e la realtà che emerge mentre rifletto sulla Mongolia e il suo futuro. Mi auguro sinceramente che questo paese possa diventare un esempio di crescita sostenibile, un modello di equilibrio tra sviluppo e conservazione ambientale. Però quando metto queste parole nero su bianco, una sensazione di sfiducia prevale sul mio ottimismo.
È come se stessi cercando di sperare in qualcosa che so già essere una sfida titanica.
Questa sfiducia è un'ammissione di fronte alla complessità dei problemi che il mondo di oggi sta affrontando.
Mentre scrivo queste parole mi rendo conto che non c'è una risposta facile o una soluzione definitiva.
Porto con me l'immensità di questi luoghi, li lascierò crescere dentro di me. È un privilegio aver potuto godere ancora una volta della bellezza di queste terre selvagge e incontaminate in un mondo in costante cambiamento.
Ma ogni volta, mentre viaggio, mi interrogo sul futuro di questo pianeta, su quale direzione stia prendendo.
Una costante sensazione di sfiducia vive in me, non posso farci nulla, è così. Nonostante tutto ciò che vedo e che ho visto e sperimentato, non sono sicuro di quale sarà il destino di questo mondo.
Mi sento un osservatore impotente, testimone di queste meraviglie naturali e culturali. Le future generazioni potranno godere di ciò che ho avuto la fortuna di vedere?
È in questo dubbio, in questa consapevolezza della fragilità del nostro mondo, che risiede la nostra responsabilità.
"Ma spazio vuoto significa anche spazio di natura, privo di quel calore e di quella sicurezza che ci trasmette il segno umano, l'ambiente domestico, ben conosciuto; e uno spazio violento con le sue manifestazioni diverse, i calori insopportabili, le tempeste che soffocano, i freddi notturni implacabili, le albe senza promesse...Manifestazioni naturali ormai ignote a noi, o attutite dal nostro habitat artificiale, percepite attraverso i vetri di una finestra o il parabrezza di un'automobile. Quale differenza tra il nostro rapporto con la natura, così mediato e difeso, e quello dei nomadi, così diretto, così tattile, così animale, così costantemente vissuto".
"Siamo, noi uomini, esseri dello spazio pieno o dello spazio vuoto? Animali dei grandi spazi o degli spazi angusti e costruiti? Più sofferenti di claustrofobia o di agorafobia?
A guardare i risultati di migliaia di anni di storia la risposta è che l'uomo tende a privilegiare lo spazio pieno e a rifuggire dallo spazio vuoto. Ma è anche vero che ci sono in noi le eredità di quando vivevamo in spazi vuoti."
3. PARTENZA, ISTANBUL
"Quanto è lunga l'ombra della tua vita?" E' quanto chiedono i mongoli per sapere gli anni di un individuo. E oggi, in volo verso Istanbul, mi ritrovo a riflettere su quanto bella sia questa frase. Dieci anni fa intrapresi un viaggio che sarebbe diventato uno spartiacque nello svolgersi della mia esistenza. Il Tibet mi accolse e un pò mi trasformò.
I viaggi nelle gelide lande della Groenlandia rappresentano idealmente il momento più alto della mia fase precedente. Poi i venti del destino mi portarono oltre, verso l'orizzonte dell'Asia Centrale.
In questo preciso istante mi trovo ancora sul sentiero che ho iniziato a percorrere dieci anni fa. Nel frattempo l'ombra della mia vita si è allungata un pò, e io sono maturato, ho guadagnato saggezza e ho appreso da ogni passo, da ogni incontro e da ogni viaggio che ho fatto.
Di fronte a me si prospetta la riscoperta dei monasteri buddisti, le cui maestose presenze avevano rapito il mio cuore in passato.
Ora darò uno sguardo a un'altra sfaccettatura di quel mondo, vedrò un riflesso diverso di quel mondo. Mi colpirà come avvenne anni fa?
Viaggiare è un privilegio senza eguali. Questo è un pensiero che mi pervade mentre il volo mi conduce a Istanbul. Come sempre emergono le sensazioni di inadeguatezza di fronte alla scoperta di contesti distanti e dissimili dal mio. Etichetto il mio approccio al viaggio come impacciato, ma è la brama di scoperta a spingermi verso esperienze di questo tipo. Non mi sento mai veramente pronto, eppure, quando sono in volo, qualcosa in me muta. È come se l'aria stessa portasse con sé un sussurro rassicurante: 'Sei in viaggio. E in questo viaggio troverai molto più di quanto puoi immaginare'".
Oggi è un giorno di transizione, di unione tra passato e presente. Istanbul, città ricca e sfaccettata, mi ha accolto per poche ore. È curioso come i fili del destino si intreccino. Ho visto questa città nel 1987 e mi appresto a sfiorare territori che visitai nel lontano 1988 quando mi recai in Siberia.
Un passato che incontra il presente, ma anche un passato non così lontano che riemerge. Nel 2013 ho avuto l'occasione di esplorare il Tibet, dove il buddismo è un elemento dominante, così come lo è in Mongolia.
Questo percorso intrapreso decenni fa, e continuato dieci anni fa, sembra essere un modo per ritrovare parti di me stesso attraverso le terre che ho attraversato e che attraverso.
Istanbul, con la sua atmosfera sospesa tra Occidente e Oriente, mi avvolge con i suoi continui contrasti. Il richiamo dei minareti si unisce al vociare delle strade, mentre il profumo di spezie e di carne si mescola al profumo di mare proveniente dal Bosforo. Nonostante il caos urbano, riesco a percepire un equilibrio unico, particolare, un'anima multiculturale che (forse?) vive in armonia.
Noto che molte donne turche indossano vari tipi di veli islamici: niqab, burka, chador, hijab. Senza entrare nel merito, mi interrogo sulla misura in cui questa pratica sia un'imposizione o una scelta volontaria. La mia attenzione si sposta poi sulla Basilica di Santa Sofia. Nel 2020 il Consiglio di Stato turco ha annullato la decisione del 1934 che trasformò la basilica in museo aprendo la strada al suo riconoscimento come moschea. Questo cambiamento è stato sancito dalla prima preghiera islamica pubblica avvenuta il 24 luglio 2020. Mi limito ad osservare queste cose, senza giudicare, poiché ciò che vedo solleva più domande che risposte e sono consapevole delle complessità che sottendono.
Domani sarà un nuovo giorno, avrò una nuova frontiera da attraversare, ma oggi sono a Istanbul, in un momento sospeso tra ciò che sono stato e ciò che sono.
Recentemente ho visitato Napoli e ora che mi trovo a Istanbul, rifletto su queste due magnifiche città del sud.
Napoli, ex capitale del Regno di Napoli e delle Due Sicilie, Istanbul, antica capitale dell'Impero ottomano, erede di Bisanzio e di Costantinopoli. Le profonde radici storiche di queste città mi fanno riflettere sulla nostra relazione con lo spazio circostante. Siamo esseri che si nutrono degli ampi spazi o ci identifichiamo con gli ambienti angusti e costruiti? Un'interrogativo che affiora e ritorna mentre mi appresto a lasciare Istanbul.
Dalla terrazza della mia camera d'albergo osservo la familiare danza dei gabbiani, una scena comune in tutte le città che si affacciano sul mare. Scendo a fare colazione in una piccola via della città, e, davanti a una tazza di caffè turco, rifletto sulla complessità di vivere le conseguenze e gli splendori di epoche passate, ora solo raccontate nei libri di storia. Ciò che mi colpisce è il fatto che nel profondo del nostro DNA persistano tracce di quel passato.
4. IN VOLO
Al gate d'imbarco sento la vicinanza di una nuova avventura che mi attende. È innegabile, ora sono io lo straniero, un viaggiatore errante pronto a varcare confini sconosciuti. Mi guardo intorno e vedo molte persone, tutte dirette a Ulan Bator, forse tornano a casa. Io sono diretto verso un luogo che non mi appartiene.
Il taglio degli occhi delle persone sedute vicino a me racconta di terre lontane. In questo aeroporto siamo tutti viaggiatori di passaggio per un istante fugace nella nostra vita in continuo movimento.
Quel senso di smarrimento che tanto amo si fa avanti, un compagno fedele in queste occasioni.
Mi accompagnano le mie abitudini, ma ora sono più fragili, slegate dal mio ambiente di sempre. In questo momento c'è spazio per provare emozioni. Questo è il piacere di viaggiare: portare solo l'essenziale con sé, come il mio bagaglio, solo ciò che è strettamente necessario, solo l'essenza di chi sono. Questa nuova dimensione apre spazi per emozioni genuine, per sensazioni che si svelano durante il viaggio. È una sensazione che amo profondamente.
Salgo a bordo dell'aereo, immerso nelle note lente e avvolgenti di "Somnium" di Robert Rich, un'opera che sembra sospesa nel tempo, una colonna sonora che mi accompagnerà durante il volo verso Ulan Bator. Il tempo inizia a perdere senso, e mentre il mio volo mi trasporta verso le lontane steppe mongole, mi sembra di fare un salto nel vuoto, un balzo dalla vecchia Europa all'Asia Centrale.
L'emozione del viaggio è compresso nell'angusto angolo in cui mi trovo ed è pronta a esplodere come una molla. Ho deciso di scrivere anche se so che non riuscirò a farlo per oltre sette ore. Mi piace l'idea di catturare quei pensieri che si risvegliano solo durante il volo, quando la mente è libera dai problemi e dalle abitudini quotidiane. È un momento in cui i pensieri si liberano, prendono il volo, e io sono pronto ad accoglierli con mente aperta, ansioso di accumulare nuove emozioni e ricordi.
Mentre osservo i volti delle persone intorno a me, mi chiedo chi siano, cosa provino, quali storie portino con sé.
Una bambina sorride, e in quel sorriso si dipana un mondo di pensieri, trasparenti e sinceri. Vorrei avere la stessa chiarezza nei pensieri degli adulti, ma spesso sono come libri chiusi, ognuno custodisce il proprio mondo segreto, nascosto agli sguardi curiosi.
Il mondo sonoro dell'aereo, con il costante ronzio dei motori, si fonde con le note di Robert Rich, e crea un'atmosfera ipnotica. È surreale la selezione di film e musica, limitata a quattro brevi filmati e altrettante tracce sonore dedicate al mondo dei delfini. Quassù nel cielo, sembra un'interferenza, una distrazione cosmica dalle remote steppe della Mongolia.
Sembra quasi che questo mondo in cui mi trovo ora mi costringa a una sorta di brain storming, a un tumulto mentale, a un caos temporaneo ma purificante, un rimescolamento globale dei pensieri, un'opportunità di fare ordine per accogliere ciò che la vita mi sta offrendo in questa nuova partenza.
Dopo ore di viaggio, mentre il mio sguardo scorre sullo schermo della mappa di bordo, compaiono i nomi di città familiari, punti di riferimento del mio cammino: Urumqi, Bratsk, Novosibirsk, località che ho visitato in diverse fasi della mia vita e che hanno lasciato tracce indelebili nella mia memoria.
Emozioni in fermento.
Ma mentre osservo la traiettoria dell'aereo, i miei occhi cadono sul disegno del Lago d'Aral. È lì, rappresentato nella sua forma originale, ma la triste storia di un disastro ambientale emerge con forza. Ciò che resta di questo lago è poco più di una triste ombra di sé stesso, una testimonianza silente di quanto l'azione umana possa trasformare e devastare la natura.
5. MONGOLIA
Atterro a Ulan Bator in piena notte, immerso nell'oscurità totale. Sono ancora assorbito dal torpore del viaggio quando la jeep parte in silenzio, come un'ombra che si muove nell'oscurità della notte. Non ho percezione di ciò che mi circonda, tutto è avvolto nel mistero della notte. Lentamente l'orizzonte comincia a schiarirsi e l'alba fa il suo ingresso. Finalmente inizio a vedere ciò che mi circonda. È come se la Mongolia stesse emergendo dall'oscurità della notte; rivela la sua bellezza al mio sguardo stupefatto. E così inizia il mio viaggio in questa terra affascinante, un viaggio che mi porterà a scoprire le meraviglie di una cultura antica e la grandezza delle sue terre selvagge.
Al mio sguardo si apre un paesaggio senza confini, dolci colline e sconfinati paesaggi ricoperti di verde. Il profumo di artemisia è ovunque nell'aria. Pecore, cavalli e ger impreziosiscono il luogo. È tutto talmente simile a ciò che ci si può immaginare di vedere in Mongolia che scriverlo così è un pò come banalizzarlo, ma non c'è davvero altro modo di descriverlo. In questi enormi spazi aperti di un colore verde acceso, spuntano di tanto in tanto piccole macchie bianche, le tende o ger, in mezzo a un imprecisato nulla. Comincia a piovere vigorosamente, il cielo è grigio e grandi nubi si addensano sulla steppa. Assorbo all'istante il fascino di questa terra, non ci mette molto a catturarmi. Forse nei pressi di Urumqi ho visto qualcosa di simile ma la vastità che osservo ora è davvero unica. Come si può descrivere un luogo che sembra non avere confini? È necessario vederlo con i propri occhi. Questa volta mi arrendo, cercherò delle parole, descriverò questi luoghi, consapevole di non essere in grado di descrivere a parole ciò che osservo. Mi nutro di spazi infiniti, incredulo di fronte a tanta bellezza. Temo che abuserò del termine 'sconfinato', ma in questa terra acquisisce un significato vero, profondo. Non dovrebbe essere utilizzato se non per descrivere la Mongolia, e nient'altro.
Le strade sono dritte, sottili, lunghi tagli nella steppa.
Arrivo a Kharkhorin, nella suggestiva valle dell'Orkhon.
Immagino che se Genghis Khan, il leggendario conquistatore, potesse oggi vedere il destino del vasto impero che aveva creato con audacia e ferocia, ne resterebbe sconcertato. Quell'impero, che un tempo si estendeva senza limiti dalle steppe mongole all'Europa orientale, oggi è un ricordo sbiadito, un ricordo lontano della grandezza passata. La Mongolia moderna, pur conservando l'orgoglio della sua eredità storica, è un paese diverso, più piccolo, più pacifico, ma ancora legato alle sue radici nomadi e alla spiritualità buddista che ha plasmato la sua cultura. Gli eroi di oggi sono pastori nomadi e monaci buddisti, custodi di tradizioni millenarie in un mondo che cambia rapidamente. Eroi che incontrerò presto.
Kharkhorin custodisce i resti dell'antica Karakorum che un tempo fu la capitale dell'Impero mongolo, fondata da Ögödei Khan, terzo figlio di Genghis Khan. Karakorum mantenne il suo ruolo per tre decenni, fino al 1264, quando fu distrutta dai Ming nel 1380. Oggi le sue rovine si ergono vicino a Kharkhorin, accanto al Monastero di Erdene Zuu, il più antico monastero buddista ancora in piedi in Mongolia. Fino agli anni '20, era uno dei fulcri del Buddhismo lamaista al di fuori del Tibet. La storia di questo luogo parla di un passato importante, ora silenzioso ma ugualmente intriso di profondità e significato.
Fuori dal monastero, il cielo, drammatico, gonfio di nuvole scure e minacciose, fa da contrasto alle dolci colline dalle linee morbide e alle sfumature di verde che compongono il paesaggio.
Dentro il monastero riconosco un odore che assocerei solo ed esclusivamente a questi luoghi. È un profumo che è un mix tra il burro di yak, l'incenso e chissà cos'altro. Mi ritrovo in un mondo che ho visto e conosciuto in Tibet e in Ladakh, ma che nel frattempo era diventato più un'idea che una realtà concreta. Ora sono di nuovo in questi luoghi, e stento a credere che sia realtà.
È come se avessi varcato una soglia del tempo; torno a toccare con mano ciò che avevo conservato nei miei ricordi. È un ritorno che mi riporta alle radici della mia esplorazione, un'opportunità per riscoprire la magia di queste terre e la loro eterna bellezza.
La dimora di oggi si chiama "Cielo Eterno", un campo di ger nella città di Kharkhorin.
Mi addormento nella ger, il calore del fuoco che scoppietta è una carezza in questa notte di pioggia fitta che batte sulla tenda.
Nel corso di questa prima notte ho sperimentato una sorta di raccolta di pensieri incontenibili. Ho dormito, sì, ma la mia mente era piena di riflessioni irrefrenabili. Ho lasciato che i pensieri relativi alla mia vita di sempre affluissero con intensità, come un fiume che non può essere trattenuto. Questo ritorno alla mia vita di sempre si è manifestato con una forza sorprendente, e ho scelto di accoglierlo come parte integrante del processo di adattamento a questo nuovo ambiente, di questo nuovo mondo in cui mi sono immerso.
Ci sono alcune osservazioni che sento il bisogno di annotare e condividere, e che emergono insieme, o in mezzo, al flusso di pensieri che mi arriva diretto dall'Italia.
Nella prima notte di un lungo viaggio ci si ritrova spesso in un turbinio mentale, una sorta di confusione interiore che è ormai diventata una vecchia compagna di avventure. È il caos che scoppia nell'anima, il maelstrom di emozioni e pensieri che ti tiene compagnia mentre attraversi mondi sconosciuti. È un rito d'iniziazione, un viaggio dentro e fuori se stessi, e in questo caos spesso si trova la chiave per scoprire il significato nascosto di ogni nuova meta.
Ho anche perso una notte di sonno, ed è normale che in queste ore silenziose i pensieri si aggroviglino.
In questa terra tutto è scritto in cirillico, un alfabeto adottato per comodità di lettura durante l'era in cui la Mongolia era la sedicesima repubblica sovietica. L'ufficialità dell'alfabeto cirillico è in atto dal 1941, e la scrittura mongola tradizionale, nota come bichig, è oggi utilizzata principalmente a scopo artistico, decorativo e letterario.
È triste sapere che la maggioranza dei mongoli di oggi conosce poco o nulla di questa preziosa scrittura tradizionale, che un tempo era parte integrante della loro identità storica. Però un segnale di cambiamento si profila all'orizzonte. Paesi come l'Azerbaijan, l'Uzbekistan, il Turkmenistan e il Kazakistan hanno già intrapreso il cammino per cambiare il proprio alfabeto; cercano di riscoprire la loro eredità culturale.
Mi sorge spontanea una domanda, o forse sarebbe più corretto definirla una fantastica chimera priva di ragione: potrebbe il bichig, con la sua affascinante scrittura verticale, tornare a essere la lingua franca dell'Asia Centrale, come lo fu ai tempi di Genghis Khan? È una di quelle possibilità che sembrano riservate solo alle favole, ma tengo comunque viva la speranza che questa forma di espressione ritrovi uno spazio significativo nella memoria del popolo mongolo.
Anche questo è un aspetto affascinante del viaggiare; la scoperta di antiche tradizioni in evoluzione, di culture che cercano di riscoprire il proprio passato mentre si affacciano al futuro.
Un'altra osservazione riguarda la gentilezza delle persone. Una delle prime cose che ho notato in questo viaggio. Sono conscio che questi pensieri notturni non hanno alcuna connessione tra di loro, ma è proprio questo il fluire caotico della mente durante la notte.
L'aspetto della gentilezza si è manifestato immediatamente, quasi inaspettatamente. Forse è più corretto dire che non sapevo cosa aspettarmi, e sono stato piacevolmente sorpreso nel constatare che la gentilezza qui sia un gesto spontaneo, un riflesso naturale dell'animo. Non è forzata o interessata, sembra semplicemente fare parte della loro cultura.
Esco dalla mia ger ancora un pò sonnolento, e davanti a me si dispiega l'infinita grandezza delle steppe. Un nuovo giorno mi attende.
In quella che un tempo fu la capitale dell'antico impero mongolo, oggi rimane ben poco, e quel poco non riesce a raccontare quella grandiosa storia. Bisogna immaginarla. Però tra le mura del museo della città ho avuto l'opportunità di intravedere flebili tracce di quel mondo ormai lontano. Tra queste, una statuetta raffigurante una Galbinga; tra gli innumerevoli oggetti esposti, è lei che ha catturato la mia attenzione. Questi sono i misteri della mente.
Mi sono chiesto quante meraviglie nascoste giacciano ancora sepolte sotto terra, in attesa di essere scoperte. Sorprendenti tracce di civiltà nomadi, ma ancorate a una ricca iconografia, legata agli antichi usi e costumi di questi popoli erranti.
In questo museo ho visto le testimonianze di antiche civiltà, risalenti a ere remote, che stanno lentamente emergendo dal cuore della terra, come un antico tesoro pronto a rivelare i suoi segreti. Ma per riportare alla luce tutto ciò che giace ancora sepolto nella vastità della steppa servirebbero ingenti investimenti finanziari.
Fuori, la vastità degli spazi senza confini. Cavalli che corrono liberi tra campi di colza e l'inebriante profumo di artemisia a un'altitudine di 1500 metri. Esco dalla strada principale e svolto lungo un percorso sterrato che mi conduce verso sud, in direzione del deserto del Gobi. Ora sono completamente immerso in un paesaggio da fiaba: immense distese di verde, animali al pascolo, dolci colline.
Questi spazi si susseguono uno dopo l'altro, in una sequenza infinita. È questa la steppa della Mongolia. Come non immaginarsi in sella a un cavallo a galoppare tra queste distese senza fine. Come può la natura disegnare con tanta saggezza e grazia il nostro pianeta? Osservandolo in tutta la sua purezza, come non provare un profondo senso di rispetto?
Ecco il cuore della Mongolia, un luogo dove la terra stessa sembra raccontare storie millenarie, dove l'umanità si fonde con la maestosità della natura. In questo momento mi sento davvero fortunato a essere qui, a fare parte di questo intimo incontro tra uomo e terra, nella sua forma più semplice e autentica.
In questi luoghi oltre a contemplare la maestosità e la perfezione, si sperimenta un senso di libertà straordinario. Le dolci colline lasciano lentamente spazio a un'immensa pianura, una distesa infinita che si perde all'orizzonte. Se l'intera terra fosse così, sarebbe una sfera perfetta, liscia come la pelle di un bambino, senza imperfezioni, un'enorme distesa verde.
Ora mi trovo sulle sponde del fiume Ongii, in un altro campo di ger. Il fiume Ongii lambisce il Dundgobi nella parte occidentale, l'anticamera del deserto.
Questi spazi aperti, punteggiati solo di tanto in tanto da qualche animale al pascolo, mi fanno riflettere su quanto siamo diventati indifferenti. Indifferenti alla vita degli animali, ai nostri allevamenti intensivi, al nostro costante distacco dalla realtà che ci circonda.
Ma non voglio soffermarmi su questo. Tutto ciò che mi circonda è nutrimento per gli occhi e per l'anima. Mi purifico osservando il tramonto sulle dolci colline, in mezzo al nulla, vicino al deserto. Una leggera brezza accarezza il volto, e il suono rilassante del fiume accompagna la scena.
Ciò che vedo è una perfetta armonia. Gli animali con il loro territorio, gli uomini rispettosi della natura stessa. La dignità e la semplicità delle persone emergono chiaramente. Abbiamo solo da imparare da loro.
Mi sveglio al mattino con un grande sorriso, la doccia calda rinvigorisce il corpo e la colazione a base di porridge di farina e carne è un toccasana perfetto, dicono anche per smaltire le sbornie di vodka di latte fermentato. La sensazione di pulizia mi pervade, sia dentro che fuori.
Continuo il mio cammino verso il deserto, e lungo la strada non c'è nulla se non una lunga fila di pali della luce e paletti della fibra ottica. La terra è arida e spoglia, l'orizzonte si perde all'infinito. Miraggi creano illusioni ottiche, facendo apparire un mare che in realtà non esiste.
E improvvisamente, dal nulla, compaiono i cammelli. Sono tanti, e li osservo con curiosità mentre si muovono lungo la mia strada. Passano accanto a me, alcuni incuriositi dalla mia presenza, altri completamente ignari. Pian piano scompaiono all'orizzonte, lasciandomi con una sensazione di meraviglia di fronte a questa terra così vasta e misteriosa.
In mezzo a questa immensità mi sento parte di qualcosa di più grande di me stesso, immerso nella bellezza e nella solitudine di questo deserto incantato.
Davanti a me la vastità del cielo si fonde con le sagome sfocate dei monti Altaj. Sono solo ombre, disegnate sull'orizzonte come antiche divinità dormienti. In questo luogo senza tempo si staglia solitaria una modesta dimora. È il punto d'incontro sporadico per i nomadi, un luogo in cui decidono il destino dei loro greggi, uno spazio per condividere storie e socializzare.
Ma tutto intorno è desolazione, una terra senza fine che si estende fino all'orizzonte. Mi trovo a mille metri di altitudine, un luogo che mi svela quanto sia estraneo a questa natura selvaggia. In questa estensione vuota e silenziosa mi sento come se fossi stato catapultato fuori dal mio mondo, lontano da qualsiasi punto di riferimento.
Il silenzio è ciò che mi colpisce di più. È un silenzio che sembra risiedere tra le stesse pieghe del tempo. Oltre al leggero cinguettio degli uccelli, tutto è quiete assoluta. Non c'è nulla che possa spezzare questo silenzio, nulla che emetta un suono. Ma questo silenzio, paradossalmente, è tutto tranne che vuoto. È vivo, pulsante, permeato dalla natura stessa. Non è solitudine, ma una connessione profonda con l'essenza della terra.
In questo silenzio finalmente trovo ciò che cercavo: la semplicità, la purezza della natura, e una connessione con il cuore della Mongolia.
Con reverenza per questa terra selvaggia, osservo e taccio.
Il biancore delle ossa degli animali emerge come un faro. Non c'è modo di sfuggire ai resti disseminati di creature che un tempo popolavano questa terra. Calco la sabbia con i miei piedi e, seguendo l'istinto, mi inerpico su una duna per contemplare questo paesaggio del silenzio.
Proseguendo, gli arbusti di ammodendrum e alcuni campi tendati emergono dall'orizzonte. Ma in breve tempo il deserto torna a reclamare la sua sovranità. Ed è in un altro remoto campo tendato che trovo rifugio, in mezzo al nulla. Gli Altaj si stagliano all'orizzonte, una catena montuosa imponente, mentre la melodia ipnotica di "The Slab" degli Slowdive si ripete all'infinito, un sottofondo sonoro che accompagnerà per sempre questa straordinaria esperienza nel deserto.
Emergono ricordi di viaggi precedenti, come il secondo giorno trascorso nelle montagne del Ladakh, nell'India del Nord. O forse il risveglio in Kirghizistan, quando una notte trascorsa in una yurta mi ha regalato la vista di cime montuose avvolte nella neve. Questi sono momenti di meraviglia, di pura felicità derivante dalla sete di scoperta e conoscenza.
Anche ora non mi fermo in alberghi, ma vivo costantemente a contatto con la natura, nelle ger, confortevoli ma immerse in paesaggi che superano ogni immaginazione. Sono luoghi che sembrano usciti da un sogno più che dalla realtà. E in questo momento mi sento slegato dalla realtà quotidiana e connesso con la realtà dei miei viaggi.
Le emozioni di questi luoghi mi riempiono, mi rendono vivo. È meraviglioso accumulare esperienze così intense, sentire le sensazioni passate e presenti sommarsi, come due fiumi che si uniscono. In questo connubio di esperienze la mia vita trova significato, valore.
La realtà, la mia realtà, ora risiede in queste avventure, in questi luoghi lontani e nelle emozioni che essi suscitano. È un modo di vivere che abbraccio con tutto il cuore, un'opportunità per tornare a me stesso attraverso il viaggio, attraverso la scoperta, attraverso la connessione con il mondo che mi circonda.
Sono nella zona di Bayanzag; in questo vasto e sterminato territorio mi ritrovo a contemplare le Flaming Cliffs, uno dei luoghi più celebri al mondo per il ritrovamento di fossili di dinosauri. In questa terra arida e selvaggia posso quasi immaginare gli enormi dinosauri, il loro fragoroso passo, mi immagino una versione antica e ricca di questo paesaggio.
La natura ha conservato qualcosa di quegli esseri; mentre osservo i piccoli gechi che si muovono frettolosamente nel deserto, capisco che sono gli antenati in miniatura di quei giganti preistorici. Il canyon stesso è un vero e proprio inferno di fiamme, con tonalità di rosso, ocra e terra che sfumano in mille sfaccettature. Dall'alto di questo luogo primordiale lo sguardo si perde in un deserto senza fine.
Attendo il tramonto, sorseggiando la vodka di latte fermentato, mentre le rocce si infiammano, come se prendessero fuoco. In questo istante mi sento risplendere dentro di me, come se stessi respirando la stessa vita che ha permeato queste terre per millenni.
Osservo lo spettacolo con la mente e il cuore accesi.
Il vento che sfiora il mio viso porta con sé un'aria tiepida e una temperatura mattutina ideale. È un autentico piacere risvegliarsi con questo clima. La notte scorsa il cielo era una tela stellata, e oggi si presenta impeccabilmente azzurro, senza una sola nuvola.
A colazione mi godo una zuppa di carne secca e pasta. Mentre percorro alcuni chilometri, il paesaggio arido inizia a mutare, trasformandosi in una scenografia più delicata e accogliente. Prati verdi di erba cipollina, profumati e invitanti, si stendono davanti a me. Di tanto in tanto incontro delle serre; man mano che mi avvicino alle montagne, cresce la probabilità di trovare sorgenti sotterranee, una preziosa risorsa in queste terre selvagge.
Mi trovo ora nel cuore del Parco Nazionale Guruansaikhan, noto come "Le Tre Meraviglie", riferendosi alle tre creste che si ergono a oltre 2800 metri di quota.
Una delle mete più affascinanti di questo parco sono le Khongoryn Els, le dune di sabbia.
La Yolyn Valley, una fessura stretta e lunga tra due pareti di roccia, è un luogo ricco di arbusti di ginepro. Il loro legno viene seccato e bruciato nei templi buddisti; crea il profumo avvolgente degli incensi che ancora ricordo. Durante il cammino incrocio una mandria di sarlak o yak, con il loro folto mantello di diversi colori, dal bianco al nero al marrone, mentre si dissetano a un ruscello.
In alto, tra le cime delle montagne, osservo gli eleganti voli dei gipeti e delle aquile, creature maestose che danno il nome a questa valle. L'aria è impregnata di profumi di artemisia e di altre piante che hanno la forma delle campanule. Un vento secco accarezza il mio corpo mentre procedo.
L'effetto Venturi, quel fenomeno che si manifesta quando le pareti si stringono, quando la natura si fa stretta e il vento accelera. È un tocco segreto della geografia.
In questa gola incantevole, l'effetto Venturi gioca a influenzare il clima locale. È come se questa stretta, questo abbraccio di montagne, avesse il potere di condizionare il tempo. Nel punto più angusto il torrente conserva il suo manto di ghiaccio anche quando il resto del mondo si scioglie sotto il sole estivo. Ma oggi non c'è ghiaccio. Le temperature probabilmente sono più alte del solito persino qui. È un enigma che la natura ci propone, o forse, banalmente, la causa siamo noi esseri umani.
Il suono del vento si fonde armoniosamente con il suono di un piccolo torrente.
Alzo gli occhi verso le vette e la mia attenzione è catturata da un piccolo gruppo di capre selvatiche. Sono creature agili, in equilibrio tra cielo e terra, un simbolo di libertà in questo paesaggio incontaminato.
Esco da questa valle lasciandomi alle spalle la sua bellezza selvaggia, e mi dirigo verso un piccolo centro abitato, un luogo spartano ma funzionale, dove si trova tutto ciò di cui si ha bisogno. Il mio viaggio continua in direzione delle dune, e ad ogni passo l'ambiente attorno a me si trasforma continuamente.
Ora si susseguono paesaggi di sabbia, dune, terra arida, piccoli arbusti che cercano disperatamente di sfidare l'aridità, piccoli mulinelli di sabbia che danzano al vento, e branchi di cammelli che si muovono con una grazia insolita.
Gli spazi sembrano estendersi all'infinito, e improvvisamente emergono colline che assomigliano a zampe di elefante, un'immagine surreale che mi fa capire quanto ci siano aspetti del deserto che mai avrei immaginato di trovare.
La terra stessa sembra raccontare storie antiche: concrezioni rosse di ferro da un lato e strisce bianche di silicati dall'altro. Strisce verdi di rame tagliano diagonalmente la roccia, e le colline si susseguono in un gioco di colori straordinario. Il deserto si mostra in tutta la sua grandiosità, ma anche nella sua sorprendente varietà.
"Smisurato" e "variegato" sono gli aggettivi che meglio descrivono questi luoghi, una terra in cui ogni passo è un incontro con la bellezza e la meraviglia della natura.
Sotto un cielo vasto e aperto, mi trovo immerso in una valle incorniciata da colline dai mille colori. Da un lato le dune si avvicinano lentamente, come onde dorate pronte a sommergere questa oasi verde. Dall'altro maestose montagne rocciose fungono da custodi silenziosi di questo paesaggio.
In questo scenario un gruppo di eleganti gazzelle attraversa con grazia la strada, il loro passo agile e leggero è una coreografia di bellezza in movimento. Più in lontananza avvisto asini selvatici dal manto chiaro, creature che trasmettono una calma profonda con il loro procedere placido e ordinato; avanzano in fila indiana attraverso questo deserto cangiante e variegato.
È un'immersione in un mondo che sfida la comprensione, dove la natura sprigiona tutta la sua bellezza.
Questa sera, ancora una volta, mi ritrovo nella quiete di una ger solitaria, abbracciato dal deserto. Le folate di vento che si infrangono sulle vicine falesie e che disegnano sapientemente le formazioni di sabbia, giungono fino a qui. È un vento che sa essere carezza e monito allo stesso tempo. Mi sussurra all'orecchio: 'Sono docile ora, ma non dimenticare che posso diventare violento! Nel deserto sono io il sovrano!'.
Sono nel cuore del Deserto del Gobi, un luogo dove la pioggia è una rarità e le temperature sono estreme. Possono superare i 40 gradi sotto zero durante l'inverno e oscillare tra i 20 e i 40 gradi sopra lo zero in estate. Quando nei libri leggevo il nome "Deserto del Gobi", la mia mente dipingeva un quadro di terra arida e sabbia, un deserto nella sua accezione più letterale.
Oggi ho avuto la fortuna di scoprire che questo luogo è tutto tranne che un deserto nella sua accezione tradizionale. Le dune che si ergono di fronte a me sono conosciute come "le Dune che cantano", e questo nome non è casuale. Le folate del deserto che si infrangono su queste falesie creano suoni, a tratti dolci, a tratti inquietanti, che forse hanno ispirato gli antichi canti di gola dei nomadi del deserto.
Nel cuore dell'aridità trovo un'armonia incredibile tra la natura e il suono. È come se il deserto stesso stesse narrando storie millenarie attraverso il vento e la sabbia. È un'esperienza che va ben oltre le parole e mi fa sentire connesso con la storia di questo luogo e con la saggezza dei nomadi che lo hanno chiamato casa per secoli.
Mi sento davvero privilegiato ad essere qui, ad ascoltare i canti del vento e a lasciare che il deserto stesso mi sveli i suoi segreti.
Spesso le emozioni che viviamo in viaggio crescono con il passare del tempo. E so che accadrà anche con questa avventura in Mongolia. C'è però un'energia straordinaria in queste emozioni, già forte mentre le vivo ora, in questo istante. Mi ritrovo a contemplare questi spazi smisurati, cullato dalla brezza del vento e le note magiche degli Slowdive che mi accompagnano. "The Slab" è diventata la colonna sonora di questo viaggio, una melodia che si estende verso l'infinito, libera e senza confini. È poesia per le mie orecchie.
Mi chiedo cosa diventeranno queste emozioni quando si amplificheranno negli anni. Ho scoperto una nuova Groenlandia? Questi momenti sono come sogni che si svelano davanti ai miei occhi, e non posso fare altro che abbandonarmi a loro.
Osservo il mondo che mi circonda e questa bellezza che mi avvolge mi commuove profondamente. Dopo il tramonto, quando la notte ha oscurato tutto ciò che mi circonda, rimango all'aperto, fuori dalla tenda, in compagnia di una buona vodka e del vento che mi culla con dolcezza. In questo momento il vento è il mio unico compagno, e mi dona calma e serenità.
Sono nel cuore di questa immensità, circondato solo dai miei pensieri che ora sembrano fluttuare come nuvole. Sono leggeri, eterei, simili a piccoli fiocchi bianchi, puliti e puri. Questo viaggio sta facendo qualcosa di straordinario dentro di me, sta ripulendo la mia anima, come un vento che spazza via la polvere accumulata nel tempo.
La mia fedele penna e il mio quaderno, compagni inseparabili, fungono da testimoni silenziosi della mia immersione in queste terre; registrano il mio costante stupore. Non avrei mai immaginato di trovare tanta bellezza, tanta purezza, e un popolo così autentico. La semplicità e la dignità delle persone che sto incontrando mi stanno conquistando, e mi pongo una domanda: sarà possibile che queste esperienze stiano plasmando una versione migliore di me?
Rifletto sulle tante avventure vissute e su quelle che sto vivendo in questo momento. Mi chiedo se tutto ciò che ho sperimentato e sto sperimentando possa davvero cambiarmi profondamente. Vorrei poter portare con me a casa, nel mio mondo, la serenità e la leggerezza che sento ora.
Mi tornano nuovamente in mente i viaggi passati, come quello in Afghanistan, attraverso il Corridoio del Wakhan, quelle terre solitarie che hanno risvegliato il mio spirito di esplorazione. Penso anche al mio viaggio in Siberia fatto nel lontano 1988, un'esperienza che è stata propedeutica a tutto ciò che avrei vissuto in seguito. Ragazzino, ho riempito gli occhi di meraviglia e ho iniziato a sognare per la prima volta. Tra pochi giorni mi avvicinerò ai luoghi che ho visitato allora. Mi considero fortunato, perché posso vivere appieno questa straordinaria vita, con viaggi e scoperte. Ora mi abbandono al silenzio del deserto, consapevole che ogni passo su questa terra sta plasmando la mia anima.
Chiudo il mio taccuino e sorseggio con calma la piccola bottiglia di vodka. Una giornata intensa, densa di esperienze e riflessioni, si è appena conclusa.
Un'alba fresca, un giorno da scoprire.
Inizio a camminare tra le dune dorate, la sabbia fresca sotto i piedi. Ogni passo che faccio lascia un'impronta profonda nella sabbia, un segno temporaneo del mio passaggio in questo paesaggio ancestrale.
Le dune si ergono maestose davanti a me, ognuna un piccolo monte di sabbia che sembra toccare il cielo. Mi avvicino alla base di una di esse, sento la sabbia scorrere tra le dita mentre la tocco. È come seta finissima, fredda tra le dita delle mani, ma presto il sole la scalderà.
Comincio a salire, un passo alla volta. La sabbia cede sotto i miei piedi, ogni piccolo passo è un piccolo sforzo. Ma la vista che mi attende sulla cima vale ogni goccia di sudore. La vista è mozzafiato, una distesa infinita di dune ondulate che si estende fino all'orizzonte.
Proseguo il mio cammino lungo le creste delle dune. Il silenzio è quasi assordante, interrotto solo dal mio respiro e dallo scorrere della sabbia sotto i piedi. In questo momento mi sento parte di questo deserto millenario, un viaggiatore solitario in un mondo di sabbia e vento.
Ogni duna è un'opera d'arte naturale, modellata dal vento nel corso di millenni. Le sue curve eleganti e le sfumature di colore raccontano storie antiche di avventure e scoperte. Cammino ancora, incantato dalla bellezza di questo luogo remoto e dalla sensazione di essere in armonia con la natura.
La brezza leggera accarezza il mio viso, porta con sé il profumo della sabbia e del deserto. Mi fermo per un momento, chiudo gli occhi e ascolto il silenzio del deserto. In questo momento non ci sono altro che io e le dune, una connessione profonda con la terra e una sensazione di pace interiore. È un'esperienza che porterò con me per sempre, un incontro con la bellezza e la maestosità della natura.
Lascio alle mie spalle le maestose dune, e seguo nuovamente la strada che mi conduce verso il fiume Ongii. La terra mongola si svela in tutta la sua asprezza; un paesaggio arido, dove pietre e terra sembrano dominare l'orizzonte. È una regione spoglia, con solo sporadiche chiazze di vegetazione a rompere la monotonia.
Ma poi, come una timida promessa, dolci colline di terra riportano in vita la vegetazione. È un susseguirsi incessante di terra e vegetazione, un dialogo mutevole tra la natura e la geologia. Il paesaggio si apre nuovamente, rivela ampi pianori che oscillano tra l'aridità e la tenace vegetazione.
Le strade, eternamente sterrate, sono il mio unico collegamento con questo mondo selvaggio. In lontananza la polvere alzata da jeep che di tanto tanto transitano in questi luoghi danza nell'aria tersa. Il cielo, quasi sempre senza nuvole, assorbe la polvere nel suo azzurro infinito.
Nel mezzo di questa vastità ogni tanto incontro pascoli e piccole ger. È un'immersione totale nella Mongolia profonda, un luogo dove il tempo sembra essersi fermato, dove la natura e l'uomo si sfiorano in un delicato equilibrio.
Mi accorgo di aver perso quella gestualità frenetica che gravita intorno allo smartphone. Da queste parti il segnale è un miraggio e la connessione un lusso; ho dimenticato l'abitudine ossessiva al suo utilizzo. Questa distanza forzata dal mondo digitale mi ha regalato un ritmo più lento, un contatto più profondo con il luogo e le persone.
Faccio una breve sosta a Bulgan per il pranzo. Il contesto è essenziale, spartano, ma incredibilmente funzionale, proprio come il centro che ho visitato ieri. È qui che assaporo i "Bouz," ravioli ripieni di carne di montone; il loro sapore mi riporta alle radici di questa terra.
Mi rendo conto che Bulgan, come molte altre città mongole, non segue un piano urbanistico definito. Non c'è un disegno preciso nelle strade o nella disposizione degli edifici. Sembra una città di frontiera, una comunità al confine tra il deserto e la montagna. Ma forse, per chi è cresciuto qui, in questa vastità senza fine, l'urbanistica non è un desiderio. Per loro il senso di comunità è l'obiettivo principale, la priorità assoluta.
Mi ritrovo a riflettere su quanto possiamo imparare da questa semplicità. In un mondo che spesso corre troppo veloce, dove la nostra vita è guidata da frenetiche pianificazioni e aspettative, questi luoghi mi insegnano l'arte di rallentare, di apprezzare l'essenziale e di coltivare il senso di comunità. È un insegnamento prezioso che custodisco gelosamente nel mio cuore mentre proseguo questo viaggio attraverso la Mongolia.
Sono grato per le lezioni di vita che questa terra mi offre.
In direzione del fiume Ongii mi soffermo a contemplare l'immensità di questa terra. È diventato un paesaggio che ormai riconosco, un compagno di viaggio al quale mi sono abituato. Il vento del deserto, in particolare, è diventato un elemento familiare. Mentre osservo questa vastità dorata, non riesco a immaginare come possa apparire durante l'inverno, quando questa terra si trasforma in una distesa gelida e imponente. Una landa ghiacciata che si estende all'orizzonte, una bellezza severa che forse non riuscirei ad apprezzare appieno, non sarei in grado di vivere. Però l'idea di vedere questo stesso luogo coperto da un manto di neve e ghiaccio mi affascina profondamente.
Continuo il mio cammino e attraverso un vasto pascolo di capre che sembra non avere fine. È come un ricamo naturale, una creazione artistica che solo la natura può concepire. Man mano che mi avvicino al fiume Ongii e risalgo verso nord, il cielo si riempie nuovamente di nuvole imponenti, e preannuncia un cambiamento nel clima. Improvvisamente una tempesta di sabbia si scatena con violenza nelle vicinanze di un ovoo, un piccolo santuario buddista dove mi ero fermato per una breve preghiera. La tempesta è un crescendo di elementi naturali incontrollabili, una dimostrazione della potenza di questa terra selvaggia.
Il deserto mi incanta e mi spinge a riflettere sulla fragilità e la grandezza della natura, sulla sua imprevedibilità e sulla sua bellezza selvaggia. È un luogo che mi mette in contatto con l'essenza stessa del mondo naturale. Provo rispetto per la maestosità della natura.
Il sole al tramonto illumina le rovine del monastero Ongiin Khiid, la "perla del deserto". Questo luogo era una tappa fondamentale per le carovane che affrontavano la Via della Seta e si dirigevano verso le terre aride del Gobi o il selvaggio deserto del Taclamacan.
Sorse nel 1760, ed era un complesso imponente, composto da circa trenta templi, edifici amministrativi e ben quattro università buddiste. Uno dei templi spiccava per grandezza, una testimonianza dell'importanza di questo luogo sacro. Poteva accogliere fino a mille monaci, un centro di spiritualità e conoscenza.
Gli anni '30 portarono con sé il vento del comunismo che si diffuse in Mongolia. Il governo comunista cominciò ad arrestare numerosi monaci e nel 1939 questo luogo venne raso al suolo, ridotto a macerie.
Nel 1990, con la democratizzazione della Mongolia, tre monaci coraggiosi tornarono qui sperando di ridare vita a questo monastero, ma ciò che vedo ora sono solo ruderi. Non so se ci sono fondi sufficienti o se c'è davvero la volontà di risollevare ciò che un tempo fu un luogo di profonda spiritualità e apprendimento.
In questi resti silenziosi risuonano le voci di monaci e carovanieri di un'epoca passata, e mi chiedo se un giorno queste pietre racconteranno di nuovo storie di spiritualità e conoscenza. Il mio cuore ora è un pò pesante.
Proseguo il mio viaggio verso il nord. L'arido panorama desertico si dissolve lentamente e lascia spazio alle verdi praterie della steppa. Ma c'è un'immagine che si è impressa nella mia mente, un quadro di pura libertà: tre pastorelle sedute sul prato, i loro volti illuminati dalla luce dorata del sole. Sarà stato il loro sorriso, o forse la semplicità di quel momento, ma quell'immagine è diventata per me un simbolo di questo luogo.
In questa vasta distesa verde, i branchi di animali sembrano perdersi all'orizzonte. Il bestiame si muove liberamente, pascola tra le erbe rigogliose. Bovini, cavalli, capre - macchie nere, marroni e bianche - si fondono insieme, ma sono solo punti nella vastità di questa terra. È difficile credere che in questa zona ci siano circa un milione di animali, molto più numerosi degli esseri umani.
La Mongolia mi sorprende ogni giorno con la sua bellezza e la sua immensità. Mi sento come un ospite privilegiato in questo mondo incontaminato, dove la natura regna sovrana e l'uomo vive in armonia con essa.
Due infiniti si incontrano: l'orizzonte, il cielo azzurro con le sue nuvole, così vicine che sembra di poterle sfiorare, e le praterie che ho attraversato per ore senza che nulla cambi, né vicino a me né all'orizzonte.
La natura si manifesta in un continuo gioco di luci e ombre, come se esistesse una complicità segreta tra il cielo e la terra. Il solo suono che si fa sentire è il cinguettio degli uccelli, come se volessero raccontarmi segreti millenari, e il vento che sussurra antiche storie. Il silenzio che avvolge questo luogo è impressionante, quasi sacro.
Mentre osservo la scena, scorgo una volpe che si muove furtiva tra l'erba alta e un'aquila che plana nell'azzurro, regina indiscussa di questo cielo vasto e aperto.
Oggi ho varcato la soglia di una ger, la dimora tradizionale dei nomadi, e ho avuto la fortuna di assistere a un rituale antico: la distillazione della vodka di latte fermentato. Questo luogo mi ha svelato un mondo di sapori e tradizioni straordinarie.
Il latte fresco è il primo assaggio che ho avuto l'onore di degustare. Un sapore puro, ricco e genuino, che è solo l'inizio di un viaggio culinario. I loro formaggi, alcuni stagionati con un retrogusto leggermente acido, mi hanno sorpreso per la loro autenticità. E poi la vodka, distillata con maestria, che mi ha rivelato l'anima di questo popolo.
Ma non è solo il cibo a rendere questa esperienza memorabile. La ger è un rifugio caldo, un'oasi di tranquillità nell'immensità del paesaggio mongolo. La stufa, il cuore pulsante della ger, brucia grazie allo sterco di mucca e di cavallo, a dimostrazione del fatto che qui nulla va sprecato. Fuori dalla porta si estende l'infinito, un paesaggio che sfida la mente umana.
Nonostante l'apparente semplicità di questa vita, c'è una sorprendente modernità nel loro stile di vita. Pannelli solari forniscono l'energia per il frigorifero e per la televisione. La farina è l'unico alimento che acquistano al mercato, il resto della loro dieta è frutto dell'autosufficienza.
In questo luogo ho imparato che la vera ricchezza non risiede nella quantità di beni materiali che si possiede, ma nella connessione con la terra, con la natura e con le tradizioni che hanno plasmato questo popolo per secoli.
Il dubbio, mentre osservo questi luoghi così lontani dalla mia vita quotidiana, cresce in me. Desidero imparare da questi territori inesplorati e dalle persone che li abitano. Ma il mio cuore è attraversato da un dilemma persistente: preferisco forse tornare nella mia casa, alle comodità che conosco, e da lì raccontare la bellezza di questo mondo che ho conosciuto, un mondo di fatica ma che non rende schiavi di nulla e nessuno? O forse, in fondo al mio essere, al di là delle parole e delle esperienze vissute, desidero veramente abbracciare questi luoghi come casa mia, e vivere la libertà che tanto mi affascina?
La libertà è il faro che mi guida, ma temo che non sia ancora il momento per me di abbracciare questa avventura. O forse, temo che la mia anima sia semplicemente affamata di esperienze, di raccogliere quanti più frammenti di saggezza da queste terre e da queste persone, ma non sia fatta per prendere una decisione così radicale.
È un viaggio non solo geografico ma anche interiore quello che sto facendo, un percorso di scoperta che mi sta insegnando quanto sia importante riconoscere i nostri desideri più profondi e le nostre paure più nascoste. Mentre scrivo queste parole mi rendo conto che il mio cuore è diviso tra il desiderio di tornare alla mia comfort zone e il sogno di abbracciare l'ignoto con tutto il coraggio di cui sono capace.
Questo è il viaggio della mia vita, un viaggio dentro e fuori me stesso, alla ricerca di risposte che solo il tempo e le esperienze potranno svelare.
Proseguo il mio viaggio attraverso questa terra senza fine, i prati ora si presentano in una veste diversa, un verde non più di erba cipollina, che sfuma gradualmente nelle dolci colline, e che, più a nord, si trasformano in montagne maestose.
Le ger, i cavalli, le aquile, e le sterminate praterie si stagliano come un dipinto naturale davanti ai miei occhi.
Il tratto di strada sterrata che va dal fiume Ongii alla città di Kharkhorin (dove ritorno per poi proseguire verso nord) si presenta come un'altra sorpresa, un paesaggio quasi montano, ma ancora una volta, con un senso di spazio senza fine. Mi interrogo sul perché non si vedano serre per la coltivazione di frutta e verdura. Queste persone, nomadi nell'animo, vivono in armonia con la natura. Chi abita fuori dalle grandi città ha il suo bestiame, il latte, il formaggio, la carne, tutto ciò di cui ha bisogno.
Guardo tutto questo con occhi occidentali, abituati a un modo diverso di vivere. Abbiamo riferimenti e stili di vita così diversi. Eppure, mentre osservo questo paesaggio senza fine, mi rendo conto che c'è una bellezza in questa semplicità, una bellezza che sfugge a una vita troppo moderna e frenetica.
Osservo con umiltà e ammirazione.
In direzione di Tsetserleg, più precisamente a Kharkhorin, il tempo cambia e comincia a piovere. Il tempo, così come la Mongolia stessa, è mutevole e imprevedibile. Grandi nuvole si addensano e coprono ogni angolo del cielo.
Questa regione, rispetto ai territori che ho visto più a sud, è notevolmente più popolata. I pascoli si estendono all'orizzonte, e ci sono più centri abitati lungo la strada. Eppure, nonostante la presenza umana, la sensazione di passare per grandi spazi aperti e luoghi disabitati persiste. È il contrasto tra la vita e la vastità della natura, una dualità che caratterizza questa terra.
Mentre rifletto e scrivo, si blocca nella mente una scena, che sembra uscita da una cartolina: una ger solitaria, posizionata su una grande prateria. Montagne maestose fungono da sfondo, e un cavaliere, vestito con l'abito tradizionale, cavalca con maestria. La sua tunica lunga dai toni terracotta e la cintura gialla che gli avvolge la vita sono un richiamo alla tradizione e alla storia di questo popolo nomade.
Mentre proseguo lungo il fiume Tamir, noto un cambiamento nel paesaggio. Gli alberi, assenti fino ad oggi, ricompaiono. La vista si allunga verso rilievi all'orizzonte, un paesaggio che si trasforma sotto i miei occhi.
Forse, in un futuro non così distante, quando molte parti del nostro pianeta saranno congestionate dalla presenza umana, mi chiedo se questa vastità che sto contemplando da giorni sarà abitata dall'uomo.
Tsetserleg, con le sue caratteristiche di centro abitato di piccola-media grandezza, mi incuriosisce. Questo luogo sembra sospeso tra un pittoresco villaggio di montagna e un'ennesima città di frontiera. Un'incertezza affascinante permea l'aria, e mi fa riflettere sul destino di questi spazi immensi, ancora in gran parte intatti.
Arrivato in questa città, osservo sulla mappa il percorso che ho fatto oggi; ho attraversato una serie di distretti, e ora, mentre tento di riordinare le tappe del mio cammino, mi rendo conto di quanto sia difficile definire con precisione i confini di ciascun distretto.
Leggo nomi che hanno sicuramente un significato per chi li abita, ma a me sembra di avere percorso terre sconfinate, senza confini netti, dove la natura si è imposta con la sua bellezza. Questi distretti, da Sajhan-Ovoo a Cėnhė, per me si sono fusi insieme in un paesaggio senza fine, dove la terra stessa sembra parlare di libertà e vastità.
Tsetserleg si estende lungo le pendici delle Montagne Hangayn; si trova in una bellissima valle boscosa ed è abitata da circa 20.000 persone. È una delle città più antiche del paese, con un monastero costruito nel 1642. Anche questo monastero è stato chiuso negli anni '30 dal governo comunista, e il tempio originale è stato trasformato in un museo.
Una riflessione profonda viene da fare pensando alla rilevanza storica e culturale di questi monasteri, testimoni dell'antichità e dell'identità di una nazione. È indiscutibile che alcune interpretazioni possano suggerire una visione critica nei confronti dei monaci buddisti in termini di contributo economico diretto, data la loro pratica di vita contemplativa.
Però l'eradicazione, l'incarcerazione o la distruzione di questi luoghi sacri, come il monastero di ieri che ho visto cadere nell'oblio, costituiscono un approccio a dir poco insensato ed irrazionale. Ciò che sto vedendo sono danni irreparabili alle radici di questo territorio.
La Mongolia è rinomata per i suoi scenari naturali straordinari, e lo sto vedendo con i miei occhi, però alcuni monumenti che avrebbero dovuto fungere da custodi della sua storia sono stati purtroppo letteralmente cancellati dal paesaggio.
Tornando a Tsetserleg, immagino sia stata la sua posizione in questa valle boscosa a influenzare il suo ruolo di centro commerciale. Passeggio nel mercato e tra i banchi e le persone che vedo colgo un pò dell'essenza e dell'identità mongola.
Gli abiti attirano la mia attenzione. L'abito tradizionale mongolo è chiamato "deel". È una lunga tunica con maniche ampie che arriva fino alle caviglie. Di vari colori, dai profondi viola ai toni sobri del grigio e dell'azzurro - ma immagino che ne esistano di innumerevoli altre sfumature - sembra realizzato in tessuti resistenti, immagino per affrontare le condizioni climatiche rigide della Mongolia. Una caratteristica distintiva del "deel" è la cintura, che spesso vedo di colore brillante, gialla o arancione, e che viene avvolta intorno alla vita. Gli stivali alti, che vedo in vendita nel mercato, sono chiamati "gutal", e completano l'abbigliamento tradizionale.
Osservando questi dettagli vedo molto più di semplici capi d'abbigliamento; vedo una complessità culturale che comincio a conoscere ma che sento molto distante dal mio mondo.
Ogni bancarella e ogni prodotto che vedo raccontano una realtà a me sconosciuta, e offrono un assaggio dei modi di vita locali.
Il senso di novità si mescola con una leggera sensazione di spaesamento, ma è proprio questa sensazione di sentirsi "fuori luogo" che alimenta la mia curiosità e la voglia di comprendere.
Le merci esposte, talvolta modeste ma sempre utili, raccontano un modo di esistere che si fonda sulla capacità di adattarsi all'asprezza dei climi invernali e alle esigenze del nomadismo.
Il mercato rivela l'energia di una comunità che condivide e rafforza il senso di appartenenza reciproca.
Questa dinamica, anche se comune ovunque, qui acquista maggiore rilevanza; dopo aver percorso lunghe distanze senza incontrare esseri umani, solo qualche sporadica ger di tanto in tanto, mi chiedo se anche qui, in fondo in fondo, l'uomo non tenda a privilegiare lo spazio pieno e a rifuggire dallo spazio vuoto.
Sulle colline di questa città i tetti colorati delle case catturano la mia attenzione. Mi fanno pensare alle pittoresche architetture del nord della Norvegia o alle piccole case colorate, caramelle appoggiate sul terreno - così le descrissi allora - che ho visto nella maestosa e glaciale Groenlandia. I colori richiamano quelli dei templi: arancione, blu, verde. Anche le decorazioni delle ger seguono la stessa tavolozza cromatica.
La mia visita al tempio, eretto alla fine del Settecento, è una sorpresa: come ha fatto a restare intatto durante i giorni bui del governo comunista? La risposta è semplice: durante quel periodo è stato trasformato in una prigione, e successivamente in un magazzino.
I tanka, antichissimi, catturano la mia attenzione; il tempo ha appannato i loro colori, ma non la loro forza spirituale.
Nell'aria del tempio percepisco quell'atmosfera unica, indefinibile ma riconoscibile ovunque. È l'essenza stessa di questi luoghi, una traccia indelebile di tutto ciò che è accaduto in questa terra in epoche diverse. Il tempio ora è un museo e la sua anima spirituale sembra nascosta nei recessi della memoria.
Sono testimone di un momento di profonda spiritualità, forse una benedizione, impartita da un anziano monaco. Le sue mani si aprono prima per accogliere una giovane coppia, poi un poliziotto. Mi perdo in quei gesti semplici, in quelle parole sussurrate.
È un'istantanea di umanità in cerca di conforto e connessione con qualcosa di più grande di loro stessi.
Il monastero, ora museo, ha mantenuto gran parte della sua struttura originaria. Forse c'è meno poesia in questi spazi trasformati, ma si riesce ancora a percepire la presenza dei fantasmi del passato, delle preghiere sussurrate e delle speranze ancestrali.
Il mio viaggio continua e ora mi dirigo verso il Parco Nazionale di Khorgo Terkhiim Tsagaan, casa del lago Terkhiin Tsagaan e del vulcano dormiente Khorgo.
Man mano che mi avvicino alla taiga russa il paesaggio inizia a mutare. Maestose montagne lasciano gradualmente il posto alle immense praterie. Il cielo è un dipinto vivente di nuvole, una sinfonia di luci e ombre che si muovono su questa meravigliosa terra.
Le parole sembrano insufficienti per descrivere la bellezza di questo luogo. Preferisco viverlo con gli occhi, immergermi in questo spettacolo senza interruzioni. Il mio sguardo si perde tra una successione infinita di orizzonti, valli che si susseguono con una grazia senza fine.
In questo momento non sono un osservatore distante ma parte integrante di questa straordinaria comunione tra la terra e il cielo. È un momento di connessione profonda con la natura, un'esperienza che mi riempie di gratitudine.
In questa straordinaria tavolozza di colori e panorami la mia attenzione si posa su una scena semplice eppure significativa.
Una coppia di pastori, sulle loro motociclette russe logore dal tempo, cavalca con grazia attraverso questa immensa distesa verde. Si dirigono verso casa, una ger tradizionale mongola, dopo aver compiuto chissà quali attività quotidiane legate al loro prezioso bestiame.
Questo piccolo quadro all'interno di un quadro senza limiti racchiude l'essenza stessa della Mongolia. Tra pennellate di mille sfumature di verde che dipingono le steppe e pennellate bianche e grigie che sfumano nei cieli carichi di pioggia, questi pastori rappresentano una connessione antica tra l'uomo e la terra.
In questa terra è facile perdersi nella vastità della bellezza naturale, ma sono momenti come questo, semplici e autentici, che danno senso a questi posti. Sotto un cielo che promette pioggia, nel cuore della Mongolia, il tempo sembra fermarsi e tutto trova il suo posto in questo piccolo affresco di vita.
Praterie sconfinate si estendono davanti a me, punteggiate da numerosi animali al pascolo. Ogni tanto emergono piccoli agglomerati di case colorate che creano un affascinante contrasto di arancione e blu, un accostamento che si imprime nei miei pensieri.
Nel cielo gipeti e poiane volano tra le correnti concedendosi il piacere di una libertà senza limiti. Osservo rapito questa rappresentazione della bellezza della natura selvaggia.
Una tempesta all'orizzonte trasforma il paesaggio in una visione fantasmagorica, surreale. Le forme si dissolvono nell'atmosfera carica di ombre e luci in movimento, e i colori si mescolano in una tavolozza confusa. I rilievi montuosi, una volta netti e distinti, si confondono e si specchiano l'uno nell'altro. È un momento in cui la natura stessa sembra svelare il suo lato più enigmatico; mi trovo rapito da questa bellezza. Mi fermo. Immobile di fronte a questa natura in tumulto, uso la mia macchina fotografica per catturare quell'istante. Ma non è solo l'immagine che voglio intrappolare, è l'energia palpabile nell'aria. È la sensazione di essere piccoli spettatori di uno spettacolo naturale grandioso, di assistere al conflitto tra la calma e la tempesta.
La strada sterrata davanti a me è una linea sottile nel cuore del parco. Sono circondato da pietre nere, vulcaniche, mentre il cielo si fa nero proprio sopra il vulcano. La sensazione è quasi surreale, è come se fossi stato improvvisamente trasportato in Islanda, tra paesaggi selvaggi e un clima impetuoso.
Anche oggi sosto in un campo tendato, questa volta circondato da maestose montagne. La pioggia cade incessante sulla ger, con la sua meravigliosa stufa ardente al centro. È come se questa semplice struttura avesse una sua anima, un cuore che palpita nel mezzo di questo ambiente selvaggio. La pioggia è implacabile là fuori, ma qui dentro trovo un po' di calore e conforto.
Come spinto da un richiamo ancestrale esco a fare una passeggiata sotto la pioggia. Le montagne mi chiamano, e io rispondo al loro richiamo.
Oltrepasso un piccolo torrente e, in questa perfetta solitudine, mi siedo su un piccolo sasso. Mi immergo completamente in questo luogo cercando di assorbire ogni sua sfumatura. Sono cullato da un paesaggio di rilievi ricoperti da una bassa vegetazione; è come se la natura avesse deciso di sussurrarmi i suoi segreti.
In contesti come questo è difficile catturare appieno la bellezza di ciò che ti circonda. Per un breve istante divento parte integrante di questo luogo, un tutt'uno con la sua quiete.
Riprendo a camminare e continuo a esplorare questi luoghi fino al tramonto. Questo è un momento di pura comunione con il mondo, un istante in cui nulla accade e tutto si svela. So che ciò che sto vivendo adesso diventerà un ricordo indelebile, il punto più alto di tutta questa avventura in Mongolia. In questo momento sono in perfetta armonia con l'universo che mi circonda. Sono uno con questo mondo.
Oggi ho incontrato tre compagni di viaggio molto speciali, creature che hanno lasciato un'impronta indelebile nel mio cuore.
Il primo di loro è stato un giovane cane randagio. La sua richiesta era così semplice: una carezza, un gesto d'affetto. Si avvicinava a chiunque si trovasse nei paraggi, come se cercasse un legame tra esseri viventi. Ho piegato il mio sguardo verso di lui, ho offerto la mia mano e ho sentito la sua gratitudine in una semplice occhiata.
Poi c'era un gatto completamente bianco, sdraiato pigramente accanto a una stufa. I suoi occhi scrutavano il mondo con una calma imperturbabile, come se avesse già visto tutto e avesse scelto questo momento per riposare e godersi il calore del fuoco.
Ma il mio incontro più sorprendente è stato con un giovane yak solitario lungo il mio cammino verso le montagne. Questa creatura sembrava essere alla ricerca di qualcosa. Forse del suo branco, forse di un senso di appartenenza in un mondo vasto e solitario. Mi ha guardato e ho sentito un'antica saggezza in quel suo sguardo.
Chissà perché oggi, in questo preciso momento del mio viaggio, questi tre esseri hanno attraversato il mio cammino. Chissà perché hanno destato il mio interesse e hanno riempito i miei pensieri prima di addormentarmi.
Rifletto su queste interazioni, su come la semplicità di un gesto, una carezza, possa creare un legame tra individui di specie diverse. In questi incontri fugaci ho trovato un ricordo prezioso, una lezione sulla bellezza delle semplici connessioni che la vita ci offre.
Mi trovo a un'altitudine di 2060 metri, immerso in una atmosfera autunnale. L'aria mattutina è frizzante, la temperatura segna tre gradi, un promemoria costante della maestosità della natura in queste terre remote.
Mi avventuro lungo un percorso che sembra tracciato da entità invisibili, fatto di rocce nere, licheni bianchi e alberi secchi che si ergono lungo il percorso. È come se la natura stesse dipingendo un quadro di desolazione e bellezza allo stesso tempo.
Salgo sempre più su, verso il vulcano inattivo Khorgo.
Il vulcano è come un gigante addormentato, con il suo cratere che si apre come una bocca immensa pronta a svelare i segreti nascosti nelle profondità della terra. Guardo intorno e dall'alto ammiro una vallata vasta e silenziosa, coperta da una rada foresta.
Il silenzio è il vero padrone di questi luoghi. È un silenzio assoluto, interrotto solo dal suono dei miei passi. In questo silenzio riesco a percepire il ritmo lento di un mondo selvaggio e incontaminato. Le pietre nere sono mute testimonianze di millenni di storia geologica e di eventi che hanno plasmato questa regione.
In questo scenario spettrale mi ritrovo a contemplare la forza della natura e la sua eterna bellezza, e mi rendo conto di quanto io sia piccolo e insignificante di fronte a tanta grandiosità. Ma è proprio questa sensazione di umiltà di fronte alla natura che rende questo viaggio importante.
Torno a valle percorrendo la strada sterrata che costeggia il lago. Il paesaggio si trasforma nuovamente, scompaiono i boschi e si apre una dolce distesa senza alberi. È un territorio dominato da creature pacifiche, prevalentemente yak e scoiattoli selvatici, che si muovono tra erba e terra come custodi di questa natura intatta.
È un momento di serenità, gli yak pascolano placidi, mentre gli scoiattoli selvatici sfrecciano tra i cespugli con vivacità. È un'immagine che mi dona serenità, un attimo di pace in questo viaggio in cui la natura sembrava essere diventata austera e severa.
Il sole, ancora basso sull'orizzonte, disegna riflessi sull'acqua del lago. Mi muovo lungo la riva, seguo una serie di insenature che mi allontanano e poi mi riavvicinano al lago. Piano piano mi dirigo verso l'interno, verso nord, verso il villaggio di Jargalant. Il paesaggio muta di nuovo e ora mi trovo circondato da maestose foreste di conifere. È incredibile come questi scenari si susseguano così diversi l'uno dall'altro, tutti intatti, lontani da qualsiasi influenza umana. Le distanze tra un luogo e l'altro sono enormi, e mi ritrovo a domandarmi se qualcuno abbia mai visto tanta natura, tanta bellezza, senza alcuna interferenza, senza soluzione di continuità.
Dove sono gli esseri umani in tutto questo? A tratti sembra che siano scomparsi, lasciando spazio solo agli animali da pascolo. Mi chiedo se mi trovo ancora nella Mongolia che ho conosciuto, o forse sono finito in Svizzera o in Val d'Aosta? Le dune, le steppe, tutto sembra un sogno lontano.
Le valli si susseguono una dopo l'altra, ognuna con la sua bellezza unica. Raccolgo questi momenti, raccolgo questi spazi, cercando di trattenere un frammento di questa meraviglia inesplorata.
Anche questa sera trovo rifugio in una ger, immerso tra le montagne. Giorni di viaggio senza campo, senza rete, mi hanno completamente staccato dalla realtà che conoscevo. È come se avessi varcato una soglia invisibile e mi fossi perso nel mezzo di questo regno selvaggio.
Dopo chilometri e chilometri di strade sterrate, la sensazione di essere lontano da tutto è diventata tangibile. La civiltà sembra lontana, mentre la natura selvaggia delle montagne mongole si svela in tutta la sua grandezza. Non c'è inquinamento luminoso, solo la luce delle stelle che si specchia sulle vette. Il cielo notturno è un autentico spettacolo. In questa oscurità profonda mi sento una minuscola parte di un universo immenso.
Mi abbandono a questa meraviglia, consapevole che in questo momento, in questo luogo remoto, sono davvero fuori dal mondo.
Nel tranquillo villaggio di Jargalant c'è un'atmosfera che richiama alla mente la Russia. Le case in legno dai tetti colorati raccontano un passato che forse ha cercato di introdurre una vita sedentaria, in opposizione allo spirito nomade che permea questa terra. Nonostante il tempo e i cambiamenti, lo spirito nomade resiste e prevale, alimentato dall'immensità di questi spazi che continuo a percorrere. Le strade sterrate continuano davanti a me, mi portano verso Moron, una piccola città che si estende lungo le rive del fiume Selenga.
Le prime luci dell'alba donano calore a Jargalant, ormai all'orizzonte.
Viaggiando tra pascoli, praterie senza fine e rilievi che si muovono delicatamente sotto il cielo azzurro, mi ritrovo in un paesaggio che è la quintessenza stessa della Mongolia. Ogni tanto lungo il mio cammino incrocio la figura solitaria di un pastore che cavalca la sua motocicletta e indossa con fierezza l'abito tradizionale. È un'immagine che sembra uscita da una cartolina, ma quanto è autentica!
Il mio sguardo è senza dubbio quello di un sognatore, ma non sono cieco alle sfide che attendono coloro che vivono in questi territori selvaggi.
Mi ritrovo a interrogarmi sul destino di una donna in questi luoghi, qualora non decidesse di unirsi in matrimonio. La mia mente si interroga sulle possibilità che si aprono per lei in questa realtà così diversa dalla mia, così lontana nei costumi e nelle tradizioni. Cosa può attendersi da questa società se sceglie una strada diversa dalla vita matrimoniale? Esiste un'alternativa?
Osservo una coppia, giovani abitanti di queste vaste terre, intenti a pregare attorno a un ovoo. In questo momento sono i protagonisti di una cerimonia sacra che unisce le generazioni passate a quelle presenti e future. Questi semplici gesti sono un rituale che sfida il tempo, un legame eterno tra l'uomo e questa terra.
Sono questi momenti che svelano la profondità di questa cultura, la sua connessione con la spiritualità e la natura circostante. Questi due giovani erranti sono amanti degli spazi vuoti o desiderano spazi colmi di vita? In queste immense praterie il silenzio regna sovrano, accompagnato solo dal profumo dell'erba. Ma quando ci si avvicina ai pascoli il belare degli animali mi ricorda chi è il vero padrone di questi luoghi.
Mi chiedo cosa passi per la mente di questi due giovani. Cosa sognano in questi paesaggi infiniti? Trovano la stessa bellezza e meraviglia che un estraneo come me scorge in questi grandi pascoli e tra le mandrie di bestiame? Desidererei tanto avere la possibilità di leggere negli occhi di chi vive in luoghi così diversi dai miei, di cercare di capire cosa muove le loro anime. La Mongolia è una terra di meraviglie, ma sono le persone che la abitano a rendere questo luogo ancora più affascinante.
La bellezza è un pensiero costante in questi giorni, un'ossessione che mi accompagna in ogni istante. Tra queste lunghe strade sterrate che si intrecciano tra valli e praterie, trovo un perfetto equilibrio fisico e mentale.
La valle che attraverso custodisce le antiche tombe degli Unni, una testimonianza di un passato leggendario. Posso vedere con i miei occhi da dove venivano, da dove iniziavano le loro avventure. Mi ritrovo a viaggiare indietro nel tempo, a immergermi nelle storie di popoli dimenticati, storie di eroi e conquistatori. Gli Unni arrivarono in Europa nel V secolo e furono capaci di devastare sia l'Impero romano d'Oriente che la Persia. Ora mi trovo a osservare la loro terra d'origine, i luoghi remoti da cui provenivano. È quasi surreale tutto ciò.
Ma continuo a chiedermi, come sono questi luoghi d'inverno? Come è vivere qui nelle piccole case di legno o nelle tradizionali ger, lontano da tutto, circondati da un mare di neve e ghiaccio? Cosa significava vivere qui in quei tempi remoti, quando queste verdi praterie si trasformavano in distese gialle in autunno e poi si coprivano di bianco in inverno? Osservo le tombe disseminate attorno a me e penso: "Quante vite, quante storie si sono consumate in questo angolo remoto della terra". Ogni pietra appoggiata sul terreno è un capitolo importante, è una vita.
Queste praterie sono terreni di pascolo, luoghi di lavoro, ma anche spazi di vita senza lo stress che spesso accompagna la nostra quotidianità. È come se qui il tempo assumesse un ritmo diverso, più naturale.
Mi fermo, respiro e cerco di catturare ogni sfumatura di questa meraviglioso paesaggio, conscio del fatto che, in fondo, la bellezza è un mistero che non ha bisogno di parole, ma solo di essere vissuto.
Dall'alto del passo dove ora mi trovo si apre un panorama così vasto, così profondo, che mi sento immerso in un'inesauribile bellezza. È uno di quei momenti in cui non sai davvero dove posare lo sguardo, perché ovunque ti giri c'è qualcosa da ammirare.
Su questo passo che sfiora i 2000 metri di altitudine, circondato da valli e montagne, in questo luogo dove le stelle alpine crescono ai miei piedi, il silenzio è rotto solo dal canto dei grilli, una musica naturale che accompagna questo spettacolo grandioso.
È naturale chiederselo: perché dovrei tornare in Italia? In questo momento tutto sembra così perfetto, così completo. Ciò che posso fare è tornare alla mia realtà portando con me il ricordo indelebile di questo momento di stupore.
In queste terre remote incrocio due bambini a cavallo. Portano nomi tibetani e nei loro occhi limpidi c'è un misto di stupore e serenità. Non conoscono l'indifferenza, quella che vedo nei nostri occhi, ma hanno l'infinito negli sguardi, il riflesso di spazi immensi dove giocare e il profondo senso di libertà che li fa sentire pienamente vivi. I loro fedeli compagni sono i cavalli con i quali esplorano mondi senza fine.
Saranno consapevoli della bellezza e della libertà che li circonda? Forse per loro è tutto naturale, parte integrante della loro esistenza. Sarebbe affascinante poter leggere nei loro occhi e scoprire i pensieri che abitano le loro giovani menti.
Poco dopo mi ritrovo a osservare una giovane famiglia nomade che si trasferisce con il loro carico. Il loro bestiame e una ger sono caricati sulla loro macchina, una UAZ-469. Hanno due piccoli bimbi, futuri pastori nomadi che cresceranno imparando i segreti della terra e degli animali, e vivranno in armonia con la natura.
Tutto ciò di cui hanno bisogno è qui, nella loro piccola carovana. La loro esistenza è semplice, priva di sovrastrutture inutili. Sono autosufficienti e padroni delle proprie vite, custodi di una tradizione millenaria che si fonda sull'essenziale. In un mondo spesso dominato dalla complessità e dal superfluo, questi nomadi mi ricordano il valore della semplicità e della connessione profonda con la terra.
La loro ricchezza sta nella terra che calpestano, negli animali che allevano e nell'amore per una vita autentica. Questa è una preziosa lezione sull'importanza di vivere in sintonia con ciò che veramente conta.
La semplicità di queste vite è un invito a riconnettersi con la terra e con le cose essenziali della vita; un invito a lasciare da parte sovrastrutture inutili e il superfluo.
A metà del percorso verso Moron la steppa si ricopre di conifere, e regala un paesaggio leggermente più familiare, sebbene la sensazione di spazio infinito persista. Ma questa presenza di alberi è effimera, presto ritornano i vasti pascoli e le ampie steppe, e i miei pensieri riprendono a vagare nell'infinito.
Una volta entrati nel distretto di Khousgol il paesaggio subisce un ulteriore cambiamento. Una vasta pianura si estende all'orizzonte, circondata da rilievi montuosi, mentre il fiume Selenga serpeggia attraverso questa immensa distesa. Qui si trova la città di Moron, situata a 1700 metri di altitudine.
Ma ciò che mi fa sognare è il destino del fiume Selenga che, dopo aver percorso centinaia di chilometri in questa terra selvaggia, si getta nelle acque del lago Bajkal; un legame speciale tra queste remote terre mongole e l'immensità del lago siberiano.
Nel pomeriggio visito un sito archeologico vicino a Moron, dove sono conservate le "Deer stones", o pietre dei cervi. Questi megaliti mostrano incisioni di simboli e immagini di cervi volanti e rappresentano un'antica pratica di intaglio della pietra diffusa tra Siberia e Mongolia. Le teorie sul perché esistano e sulle persone che le hanno create sono molteplici e non chiare.
I cervi volanti hanno il collo teso e le zampe distese avanti e indietro, come se non stessero semplicemente correndo, ma stessero saltando nell'aria. Le corna ornate hanno intricati disegni a spirale che spesso includono un disco solare o altri simboli legati al sole.
Questo legame tra la renna e il sole ha radici profonde nello sciamanesimo siberiano e potrebbe rappresentare la trasformazione spirituale dello sciamano dalla terra al cielo. Un viaggio dall'esistenza terrena a quella non terrena. Leggo che questi simboli compaiono anche nei tatuaggi dei guerrieri sepolti, dove le corna delle renne sono adornate con teste di piccoli uccelli. C'è chi sostiene che questa immagine del cervo rappresenti una guida per l'anima del guerriero verso l'aldilà, per proteggerlo dalle forze pericolose.
Un luogo remoto e affascinante, una connessione tra passato e presente conservata in queste pietre.
La separazione tra la città di Moron e le vaste praterie è netta, una linea verticale di case si estende verso gli spazi aperti. Anche negli altri centri abitati che ho visto in questi giorni ho visto questa netta divisione. È un'immagine che si è fissata nella mia mente.
Questa demarcazione geografica mi fa riflettere, non tanto in riferimento a questi piccoli centri abitati, ma in generale, al modo dell'uomo di approcciarsi al territorio. Questa linea ora per me rappresenta una metafora dei contrasti che spesso caratterizzano il nostro mondo moderno. La città si erge come un muro contro gli spazi naturali. Questa barriera fisica sembra simboleggiare la distanza crescente tra la natura e la civilizzazione, tra la semplicità e la complessità, tra l'uomo e la terra.
Mentre guardo questa linea che separa due mondi così diversi, mi chiedo quanto sia importante trovare un equilibrio tra questi due estremi. Come possiamo preservare la purezza della natura mentre ci abbandoniamo al progresso e all'innovazione delle città?
Il futuro del nostro pianeta dipende dalla nostra capacità di trovare un punto di incontro tra questi due mondi, un luogo in cui possiamo prosperare senza distruggere ciò che è prezioso.
In questa contemplazione silenziosa, osservo il paesaggio, la bellezza di queste praterie, e continuo il viaggio. Oggi mi spingo ancora più a nord, verso Khatlag e il lago Khovsgol, conosciuto anche come il "mare della Mongolia." Questo lago è alimentato da ben 96 fiumi che portano vita a questa regione isolata.
Mentre avanzo, supero il punto di congiunzione tra il 50° parallelo e il 100° meridiano. E in questo momento, mentre attraverso una delle tante valli infinite, un pensiero emerge: quanto mi piacerebbe trascorrere un anno intero in una tradizionale ger ad osservare il passaggio delle stagioni.
Immagino di vedere avanzare l'inverno che trasforma il paesaggio in un regno di ghiaccio e neve. Mi piacerebbe osservare la natura che si contrae, i fiumi che gelano, e la terra che si copre di un silenzio ancora più grande.
Con il passare dei mesi la primavera farebbe il suo ingresso. Poter vedere i primi segni di vita sbucare tra la neve che si scioglie, i fiori sbocciare, e gli animali uscire dai loro rifugi invernali.
Vedere l'arrivo dell'estate, vedere come tutto intorno a me si animerebbe, rivedere i cavalieri intenti a guidare il loro bestiame attraverso le verdi steppe.
E infine l'autunno, che porterebbe con sé una quiete malinconica. La natura si preparerebbe per il riposo invernale, gli alberi si tingerebbero di rosso, e l'aria si farebbe più fresca.
In una ger, in mezzo a questo ciclo eterno delle stagioni, sentirei la vera essenza della Mongolia, mi sentirei pure io in sintonia con la natura. Vivere al ritmo delle stagioni, in simbiosi perfetta con la terra, con questa terra.
E proprio mentre avanzo verso nord, le estese praterie iniziano a mutare sfumatura. Il verde che le caratterizzava inizialmente, lascia spazio a tonalità di giallo, un accenno d'autunno comincia a delinearsi davanti ai miei occhi.
Mentre mi avvicino all'inizio del lago catturo lo sguardo di due anziani. Suppongo siano marito e moglie, e nei loro volti trovo l'espressione di una vita dedicata al duro lavoro e alle sfide quotidiane.
Lei in particolare ha un viso che emana dolcezza e innocenza, come quello di una bambina. È un volto puro, segnato da anni di esperienze e di fatiche.
Questo volto, così innocente, si imprime profondamente nei miei pensieri.
Giunto sulle sponde del lago mi lascio trasportare dalle emozioni del momento. La tentazione è irresistibile. Mi getto in quelle acque gelide, come un rituale di rinascita. E in quell'istante mi sento davvero rinascere.
Il silenzio continua a esercitare su di me un'attrazione irresistibile. Vorrei prenderlo, avvolgerlo attorno a me e portarlo via. Mi fa comprendere quanto sia importante ascoltare oltre le parole, oltre il frastuono quotidiano.
È un silenzio che mi riporta alle origini, che mi fa sentire parte di qualcosa di più grande di me stesso. È un richiamo alla semplicità, alla purezza, alla bellezza della vita nella sua forma più essenziale.
Vedo che molti alberi qui sono piegati, quasi inchinati di fronte alla maestosità del lago. Alcuni, vinti dalla forza del vento siberiano, hanno fatto il loro ultimo atto di sfida e si sono gettati nelle acque gelide. In questa terra l'inverno deve essere implacabile, il lago stesso diventa un vasto deserto di ghiaccio, mentre il vento, il temibile vento siberiano, non concede pietà a niente e a nessuno. È un paesaggio che ti fa sentire la forza brutale della natura, un luogo dove la vita si sottopone alla durezza implacabile delle stagioni.
La sera, mentre il sole si ritira e lascia spazio all'oscurità, la natura mostra il suo lato più spettacolare e anche feroce. Nel cielo, in lontananza, verso nord, si accendono scariche di fulmini, come se gli dèi stessero scagliando la loro ira contro la terra. È uno spettacolo che incanta e intimorisce allo stesso tempo, un ricordo della potenza incontenibile della natura in questo luogo.
Volto lo sguardo e osservo le stelle sopra di me, punti luminosi nel buio infinito che spargono la loro luce sulla terra.
Mi avvicino a un falò con un bicchiere di vodka, compagna silenziosa di riflessioni.
Sul lago le onde accarezzano la riva, una ninna nanna per i miei pensieri.
Osservo il tramonto in questa sera che segna l'ultimo giorno di riposo in un campo tendato; una nota di tristezza si insinua nella mia mente. Nel frattempo la ger si sta dolcemente riscaldando grazie alla stufa a legna.
Nelle notti come queste il tempo sembra rallentare e il mondo si svela in tutta la sua bellezza. In questo angolo remoto del pianeta mi sento parte di qualcosa di più grande di me stesso, parte di un universo in cui ogni dettaglio ha un significato profondo.
Sono questi i momenti che rendono il viaggio un'esperienza unica, momenti di silenzio e introspezione in cui ci si avvicina alla bellezza della natura e alla profondità della propria anima.
Anche per descrivere questo lago mi trovo costretto a utilizzare l'aggettivo "vasto". La sua grandezza è tale da sfidare qualsiasi tentativo di definizione precisa, tanto che solo la parola "vasto" sembra avvicinarsi alla sua immensità. Questo lago, osservato con le luci dell'alba, è un'immagine di purezza, una bellezza senza tempo, primordiale, ancestrale, non ancora corrotto. Credo che col passare del tempo lo abbinerò al volto di quella signora anziana che ho osservato ieri. Il suo viso portava i segni del tempo, rughe incise dal vento e dal sole, ma allo stesso tempo trasmetteva un'innocenza pura. Mi impegno a custodire nei miei pensieri l'immagine di quella signora anziana come un simbolo di questa terra che sfida il passare del tempo e ci ricorda la bellezza della semplicità e della purezza.
Ora capisco perché in questi vasti e maestosi territori uno degli aspetti più rilevanti della cultura umana abbia assunto la forma dello sciamanesimo. L'interconnessione tra l'uomo e la natura in luoghi così immensi, imponenti e incontaminati, trasforma l'anima in modi che vanno al di là delle parole. In questa terra senza confini la natura stessa diviene insegnante e guida spirituale. La natura è cruda, primordiale, e ti obbliga a confrontarti con te stesso in una maniera che pochi luoghi al mondo possono fare. Nelle steppe infinite e nei boschi solitari, la connessione tra l'uomo e la natura è così tangibile, così palpabile, che diventa inevitabile cercare un linguaggio più profondo per comprenderla.
Oggi sono in viaggio verso Morons, alla volta di Bulgan, e infine Erdenet. È una giornata in cui per i primi trenta chilometri il cielo è coperto da nuvole basse, quasi a limitare la vista sulle estese praterie. Le nuvole lentamente si diradano e mi regalano scorci del maestoso paesaggio mongolo. In questi momenti ritorno a sognare. Mi vedo pastore, nella calda intimità di una ger bianca, con il fumo che si alza dal camino. La mia dimora è isolata, immersa nell'infinito delle praterie. La mia moto è parcheggiata fuori, pronta a correre nella steppa appena il desiderio di esplorarla si fa irrefrenabile. Questo paesaggio, sfumato e misterioso, a tratti nitido e imponente, è un luogo in cui il confine tra realtà e sogno si fa sottile, in cui il tempo sembra rallentare.
Dopo giorni di polvere e sterrato, mi ritrovo su una strada asfaltata che si muove tra paesaggi che evocano le montagne della mia terra. In realtà è una fusione di steppa e montagna. I cieli sono ritornati ad essere i cieli sacri della Mongolia. Mi sembra davvero di poter toccare le nuvole con una mano.
La religione ancestrale mongola insegna l'esistenza di un essere superiore, Khokh Mong Tengher, l'eterno cielo azzurro, che dimora tra le nuvole. In mongolo Tengher porta con sé un doppio significato, sia Dio che cielo. È il luogo in cui convergono le speranze, le preghiere e le aspirazioni di questo popolo.
Faccio una breve sosta in un piccolo mercato lungo la strada. Le bancarelle sono piene di frutti di bosco, pinoli, latte, formaggi, e, soprattutto, frittelle ripiene di carne: non posso fare a meno di assaggiarle.
Ai tavoli le persone giocano a carte sotto il vasto cielo aperto della steppa. Questo luogo è un'oasi di vita e aggregazione in mezzo a un paesaggio così vasto e solitario.
Le strade che percorro oggi mi portano attraverso infiniti pascoli, dove le capre, le mucche, i cavalli e gli yak sembrano regnare sovrani. Ogni tanto questi animali si fermano a occupare la strada, ostacolano il passaggio delle macchine. Ma chi potrebbe biasimarli? Sono loro i veri abitanti di questa terra, e noi siamo solo ospiti temporanei.
Colline come manti di velluto e steppe a perdita d'occhio. In questo tranquillo regno la natura domina sovrana e l'uomo si ritrova in un modesto ruolo di spettatore. È un luogo dove il silenzio è più eloquente di qualsiasi parola, e la bellezza della semplicità è evidente in ogni sua forma.
Erdenet, la seconda città della Mongolia per grandezza, mi racconta una storia diversa, una storia che pare disconnessa dal fascino che ho incontrato finora.
Sorta nel 1974 per sfruttare i giacimenti di rame scoperti negli anni '50, Erdenet si erge vicino alla quarta più grande miniera di rame al mondo.
Negli anni '80 più della metà dei suoi abitanti erano russi, spesso impegnati come ingegneri o minatori. La dissoluzione dell'Unione Sovietica nel 1990 segnò la partenza di molti di loro, e oggi la presenza russa si attesta intorno al 10% della popolazione totale.
Mi rendo conto che ciò che ho visto fino ad oggi era solo un lato della medaglia. La natura selvaggia e imponente, così in armonia con la storia del popolo mongolo, è ora smentita da un importante centro abitato che non riesce a trasmettere nulla di quella bellezza incontaminata. Erdenet, con la sua struttura urbana che cerca di imporsi sulla terra circostante, sembra essersi staccata dal legame naturale che avvolge questo paese.
È difficile da mettere in parole, ma in questa città senza una sua anima, tutto mi sembra irrisolto. Non riesco a sentire il respiro del popolo mongolo nelle strade e nei palazzi in costruzione.
Mi intristisce constatare questa mancanza di connessione tra il popolo e la città che dovrebbe rappresentarne il cuore. L'atmosfera non riesce a raccontare nulla delle tradizioni mongole, dei loro sogni e delle loro speranze. Forse è solo un momento di transizione, ma mi chiedo se questa città troverà mai un modo per unirsi al contesto culturale e geografico che la circonda.
Forse nel corso del tempo questa città riuscirà a trovare un modo per bilanciare la sua crescita economica con il rispetto per la storia e la cultura di questa terra.
Esco da questo grande centro abitato e vado a visitare il Monastero Amarbayasgalant, un monastero buddhista situato a sessanta chilometri da Erdenet. Costruito tra il 1727 e il 1736, il monastero ha uno stile principalmente cinese, con influenze mongole e tibetane.
A differenza del Monastero di Erdene Zuu, che ho visto all'inizio del viaggio, e che è costituito da un insieme di templi di diversi stili, Amarbayasgalant ha una grande unità stilistica.
Nel 1937, durante il periodo delle purghe staliniane, il monastero è stato in parte risparmiato, ma molte strutture sono state distrutte e i monaci giustiziati. Di quaranta antichi templi ne restano soltanto ventotto. La furia dell'uomo ha notevolmente ridimensionato questo luogo.
La strada per raggiungere il monastero è tortuosa, una lunga lingua di terra sterrata che si insinua tra valli verdi, un paesaggio di una bellezza disarmante che culmina nell'ampia valle che accoglie il grande monastero.
L'ingresso nel tempio è un'esperienza toccante, un tuffo nei ricordi e nelle emozioni. In questo luogo sacro dedico un'offerta in memoria di Lucia, un tributo silenzioso alle persone care che non ci sono più.
La scena di un monaco che benedice una giovane coppia con una bambina aggiunge un tocco di vita e speranza a questa atmosfera mistica. Ma là fuori, oltre i confini del tempio, regna un silenzio profondo.
Salgo sulla collina dove svetta uno stupa circondato da bandierine colorate che danzano al vento. Per un istante mi sembra di essere tornato indietro nel tempo, come se fossi di nuovo in Tibet, un salto nel tempo di ben dieci anni.
Dalla sommità di quella collina lo sguardo si perde nell'ampia valle verde, solcata da un fiume sinuoso, tra dolci colline che si ergono maestose, prive di alberi e senza alcuna traccia di umanità. In questo momento mi trovo - nuovamente - in un luogo che sembra fuori dal tempo, un'oasi di serenità in cui la natura domina incontrastata.
6. ULAN BATOR
Lascio questa oasi di pace con un pò di malinconia. Dopo ore di viaggio, soprattutto di traffico nei pressi di Ulan Bator, raggiungo la città che segna la fine del mio viaggio, 3500 km percorsi tra il sud e il nord della Mongolia.
Quando arrivo, quello che vedo è una vasta valle, un panorama familiare dopo averne visti tanti simili in questi giorni, ma qui è completamente diverso. È una sorta di invasione, un'esplosione di vita umana che mi colpisce. Devo adattarmi di nuovo a vedere una città estesa dopo settimane passate a contemplare spazi infiniti. Ciò che un tempo era vuoto e incontaminato, ora è affollato e caotico.
Il traffico di questa città è un durissimo risveglio alla realtà. Siamo divoratori di spazio, creatori di disordine, affamati di caos. Viviamo nelle nostre creazioni innaturali, lontani dalla natura. Ma non voglio addossare queste riflessioni a Ulan Bator, che in sé è una città intrigante e affascinante, capace di sorprendere.
Queste sono considerazioni universali, inevitabili quando si passa dal vuoto all'abbondanza, dalla natura incontaminata alla follia dell'antropizzazione. E mentre mi immergo nelle strade di Ulan Bator, mi accingo a scoprire questa città con occhi curiosi.
Nella mia esplorazione di Ulan Bator tre luoghi d'eccezione hanno brillato per la loro rilevanza e la loro bellezza.
Il Monastero Gandantegchinlen, un imponente complesso dove un grande tempio custodisce una maestosa statua dorata alta venticinque metri. Qui ho assistito a una cerimonia religiosa. Mi sono inserito in silenzio tra i fedeli e ho osservato questo rituale antico. Nella sua semplicità e nella sua profondità, questa cerimonia mi ha fatto riflettere sulla bellezza della spiritualità e sulla ricerca di significato che accomuna l'umanità in tutti i suoi angoli più remoti del pianeta.
Ho visto il Museo del Palazzo Bogd Khan, e il Museo Choijin Lama, un monastero intriso di spiritualità, custode di una straordinaria collezione di maschere per danze rituali, le danze Tsam.
Ulan Bator è una realtà distante da tutto ciò che ho sperimentato in queste settimane. La modernità avanza inarrestabile e porta con sé i tratti evidenti della globalizzazione e della tecnologia. I monasteri hanno ispirato in me un senso profondo di spiritualità, ma tra le strade di questa città ho ritrovato elementi che mi risultano familiari, segni del progresso.
In queste settimane trascorse in Mongolia ho visto un mondo a parte, distante dalla frenesia della vita moderna. Ora mi trovo a vagare tra grattacieli e insegne luminose, in uno spazio che, tristemente, forse è più mio.
Mi chiedo se gli abitanti di questa città vivano una dualità simile. Si perdono anch'essi tra le luci della metropoli o come me, sognano di perdersi nelle ampie distese delle steppe? La risposta, forse, risiede nei loro sguardi, che non so leggere; e nell'equilibrio tra tradizione e modernità che si manifesta in questa città in costante evoluzione.
7. CONSIDERAZIONI
C'è un aspetto di questo viaggio che ha assunto una rilevanza sempre più grande nel corso dei giorni - è la riflessione che ho fatto prima di partire - : la consapevolezza del ruolo cruciale che la Mongolia potrebbe giocare nel futuro del nostro pianeta. Le risorse critiche, le terre rare, sono un elemento fondamentale per l'industria moderna, e la Mongolia detiene una quota significativa di queste risorse. È una responsabilità che potrebbe portare a grandi opportunità, ma anche a sfide complesse.
In Mongolia ho percepito una forte armonia, un'armonia che si respira nell'immensità delle steppe e nella profondità dei suoi silenzi.
Mi auguro che ci sia un modo per proteggere questo prezioso patrimonio, per conservare le tradizioni che hanno resistito al trascorrere dei secoli e per gestire con saggezza le risorse critiche. La Mongolia potrebbe avere molto da offrire al mondo, non solo in termini di paesaggi mozzafiato ma anche come esempio di come sia possibile bilanciare la crescita e lo sviluppo con il rispetto per la natura e la cultura.
Sembra esserci una contraddizione tra la speranza e la realtà che emerge mentre rifletto sulla Mongolia e il suo futuro. Mi auguro sinceramente che questo paese possa diventare un esempio di crescita sostenibile, un modello di equilibrio tra sviluppo e conservazione ambientale. Però quando metto queste parole nero su bianco, una sensazione di sfiducia prevale sul mio ottimismo.
È come se stessi cercando di sperare in qualcosa che so già essere una sfida titanica.
Questa sfiducia è un'ammissione di fronte alla complessità dei problemi che il mondo di oggi sta affrontando.
Mentre scrivo queste parole mi rendo conto che non c'è una risposta facile o una soluzione definitiva.
Porto con me l'immensità di questi luoghi, li lascierò crescere dentro di me. È un privilegio aver potuto godere ancora una volta della bellezza di queste terre selvagge e incontaminate in un mondo in costante cambiamento.
Ma ogni volta, mentre viaggio, mi interrogo sul futuro di questo pianeta, su quale direzione stia prendendo.
Una costante sensazione di sfiducia vive in me, non posso farci nulla, è così. Nonostante tutto ciò che vedo e che ho visto e sperimentato, non sono sicuro di quale sarà il destino di questo mondo.
Mi sento un osservatore impotente, testimone di queste meraviglie naturali e culturali. Le future generazioni potranno godere di ciò che ho avuto la fortuna di vedere?
È in questo dubbio, in questa consapevolezza della fragilità del nostro mondo, che risiede la nostra responsabilità.
Ringrazio Tina
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| Tempesta! |














































































































