mercoledì 5 novembre 2025

Bucarest, Chișinău


 

DIGRESSIONE D'EST: notte di confine sul Prietenia
Geometrie socialiste, memorie di cemento
BUCAREST, CHIȘINĂU  2025
 


Il giorno prima
Esco dall’ufficio nel tardo pomeriggio, spengo la luce e lascio le carte in ordine sul tavolo. Dietro di me resta il rumore dei computer, le scadenze. Ogni volta che parto succede così, qualcosa si stacca, un filo si rompe, e la testa comincia a viaggiare prima ancora dei piedi. C’è una lingua che torna a farsi sentire, la lingua del movimento. La riconosco subito, è fatta di orari, di zaini leggeri, di treni e aerei che partono anche quando non sei pronto.
È una lingua che cancella le abitudini e restituisce spazio ai pensieri. La routine finalmente si dissolve.
Non è un viaggio lungo. Solo pochi giorni, due città, Bucarest e Chișinău, un treno notturno. 
Questa volta non inseguo montagne né steppe, ma le forme mutevoli delle città. Un diario minore, potrei dire una costola del mio cammino più grande, quello dei paesaggi e delle distanze. Londra è stata l’inizio, ora il racconto continua a oriente, tra muri scrostati e binari che non combaciano.
Ho in tasca un biglietto aereo, un altro del Prietenia, il treno dell’amicizia. Metà rotaie europee, metà a scartamento russo, due mondi che non riescono a combinarsi ma che continuano a parlarsi. Atterrerò nel vecchio aeroporto di Bucarest, quello in città, dove tutto sembra rimasto com’era. Un luogo che non ha dimenticato cosa vuol dire partire, un luogo dove il tempo si è fermato. Poi una notte in cuccetta, quattro letti, una luce fioca, il movimento del treno che scava lungo la frontiera. Una sola notte a Chișinău, poi il volo di rientro. Poco, si. Ma basta.
A volte un viaggio non serve per andare lontano, serve per riaprire il cervello, per fare spazio, per togliere la polvere.
Basta uno spostamento minimo, un binario, un cambio di prospettiva, e tutto riparte.
Perché proprio questo viaggio? Dopo le ex repubbliche sovietiche del Caucaso viste quest'estate, questa volta tocca alla Moldavia, un’altro ingranaggio di quella grande macchina che un tempo si chiamava impero. Ne ho attraversate molte di queste repubbliche e ogni volta mi attira quell’estetica delle cose che resistono più che durare, mi attirano quei luoghi un po' arrugginiti, fermi, parte di un'epoca passata, dove tutto appare un po' messo insieme come si può…
Con F., compagno di viaggio conosciuto nel Caucaso, partiamo quindi verso est. È bastato nominare il treno notturno, l’ultimo treno sovietico d’Europa, perché la decisione fosse immediata. Il solo pensiero di quel viaggio lento, tra due scartamenti e due mondi, bastava per dire si. Senza pensarci troppo, senza pensarci affatto.


Il primo giorno
Aeroporto di Bergamo, il viaggio inizia da qui. Ho scelto questa partenza perché è l'unica che permette di atterrare nel vecchio aeroporto di Bucarest-Băneasa - Aurel Vlaicu, quello in città, la cui struttura risale al 1902. Piccolo, compatto, di stampo sovietico. È un viaggio nella storia, nel tempo, un altro viaggio che parla di confini. Nel 1940 la Moldavia subì l’occupazione sovietica e fu la fine della presenza romena in Moldavia. La sovietizzazione cambiò tutto, le istituzioni, la lingua, persino le infrastrutture.
Il collegamento ferroviario tra Chișinău e Bucarest è il simbolo più concreto di questo cambiamento. In Moldavia le rotaie vennero sostituite con lo scartamento russo; un gesto che spezzò, non solo idealmente, il legame fra i due paesi.
La Grande Romania, che un tempo aveva unito i due paesi sotto la stessa bandiera, diventò storia, memoria, passato.
Eppure il treno non smise di partire. Ogni notte, ogni giorno, da decenni, le sue ruote vengono cambiate al confine. Ore di lavoro per riallinearle, come a dire che l’Amicizia, Prietenia, può piegarsi, ma non spegnersi.
 
Già al gate d'imbarco si sente che il viaggio comincia. È la lingua, sempre lei, il primo segno che racconta un cambiamento. Suoni morbidi, vocali rotonde, una musica nuova che si insinua piano. E poi continua in aereo, questo luogo neutro, artificiale, ma che ha già in realtà in sé una sua personalità, un'anima. Ascolto e viaggio con la mente. È il momento del viaggio più astratto, riservato a qualcosa che ancora non c'è, a idee, supposizioni. La realtà mi aspetta appena sceso dall'aereo.
Rotta a est, come spesso ormai mi accade in questi anni.
 
Il primo impatto è il Palazzo delle telecomunicazioni, monumentale, imponente, una struttura talmente estesa da dare le vertigini. Il Palazzo del Parlamento è solo grande, ma non mi dà le stesse vertigini, la stessa sensazione di imponenza.
Il grande viale che porta al palazzo è una quinta senza fine, facciate bianche a più piani, decorate approssimativamente davanti, piatte dietro. È un teatro del potere nato dall'abbattimento di un numero impressionante di edifici che smisero di esistere per dare corpo e anima a questa idea distorta di potere smisurato. Lo strato odierno fatto di insegne, ristoranti, negozi alla moda, copre ma non cancella. È una ferita che non rimargina, un marchio a fuoco.
Bucarest, una città spezzata. Ha conservato un nucleo storico e alcuni splendidi palazzi del suo ricco passato, ma i grandi blocchi del periodo Ceaușescu ne hanno cambiato volto e anima.
È una città ancora irrisolta, ai miei occhi, difficile da definire. Vive in un equilibrio labile, con una parte dominante che resta quella socialista, innestata e imposta con la forza.

La stazione, Gara de Nord, è ciò che dovrebbe essere una stazione dei treni, un semplice luogo dove si parte e si arriva, un luogo dedicato al viaggio, non una vetrina, o un luogo sofisticato pieno di sovrastrutture.
Brezel e birra sono doverosi prima di partire, una sosta che è un'attesa. È il momento nel quale la città scorre nella mia testa come in un film. Le immagini di Bucarest si confondono con riflessioni sul paese, su quello che mi attende, sul treno notturno.

Quando annunciano il binario, un fiume di gente si muove compatto. Mi infilo nel flusso, emozionato. Il treno porta la scritta Chișinău–Kiev, non capisco se davvero andrà così lontano. Le carrozze sono blu, le targhe vecchie, il capotreno in divisa scura. 
Salire non è immediato. La folla si muove compatta e il primo gradino è decisamente alto, serve slancio. Ma il vero problema non è entrare, è trovare il vagone giusto. Abituato a una logica numerica dei binari, con in mano un biglietto per il vagone numero uno, mi avvio convinto verso la testa del treno. Il capotreno scuote la testa e indica un punto a metà convoglio. Non capisco il criterio, ma non insisto. Anche questo fa parte del viaggio.
Dentro i corridoi odorano di legno vecchio, di stoffa e ferro. Un po' mi ricorda, per quello che posso ricordare, i convogli della transiberiana del lontano 1988, sembrano rimasti fermi nel tempo. 
Nello scompartimento ci sono quattro letti, materassini marroni, cuscini, coperte.
Su ogni cuccetta un piccolo kit, lenzuola profumate, federa e un asciugamano che somiglia più a uno strofinaccio da cucina, ma piegato con cura. Tutto pulito, tutto in ordine.
Sono quattro pezzi da restituire alla fine del viaggio, nessuno escluso. Non so cosa accadrebbe se ne mancasse uno, e preferisco non scoprirlo. Immagino punizioni come tagliare la legna per la stufa del vagone, o spalare carbone nel retro, sempre per la stufa. Per evitare guai metto via tutto con eccesso di prudenza. Talmente bene che al momento del ritiro non troverò l’asciugamano. Per poco non sono finito davvero al carbone.
La prima compagna di viaggio fa appena in tempo a mostrarmi lo spazio sotto la cuccetta dove sistemare lo zaino, un gesto gentile, ma tutt’altro che semplice, visto il peso del letto. Viene quasi subito spostata in un altro scompartimento. Era parsa un po' perplessa nel trovarsi con noi, uomini e donne non possono condividere lo spazio. Al suo posto arriva un uomo, probabilmente un lavoratore di frontiera. In Moldavia è come tra Italia e Svizzera, basta superare il confine per guadagnare meglio, e molti lo fanno settimanalmente.
Il corridoio è stretto, le luci basse. Si sente il colpo secco delle chiusure, poi il treno parte, puntuale.
Fuori la periferia di Bucarest scorre tra depositi e palazzoni. Quindi il buio.

Passa il capovagone a controllare i biglietti. Con tono neutro chiede: “Parlate russo? Romeno?” “No,” rispondo, “inglese, italiano.”
Non replica. Segna un orario su un foglio, 3:06, poi dice solo “controllo documenti. Fatevi trovare”. Capisco questo grazie al mio compagno di scompartimento, il lavoratore di frontiera, che mastica un po' di italiano.
Io invece sono in pieno entusiasmo, mi verrebbe voglia di girare tutto il treno, di vedere ogni vagone, ogni dettaglio. Forse il capovagone se n’è accorto, non ho l’aria del pendolare stanco, ma di chi è qui per il gusto stesso del viaggio.
Il vagone bar diventa il mio rifugio. Tendine a ogni finestra, colori anni Settanta, marrone, arancione, ocra ovunque. Una fila di bottiglie di birra Timisoreana chiara e rossa, birra Chişinău, vodka e vino. Una famiglia romena si appoggia a un tavolino, rigorosamente senza sedie, e ordina da mangiare. Io pensavo che mi sarei dovuto accontentare di qualche snack. Invece, con sorpresa, scopro che c’è un vero cuoco, una sorta di Syd Barrett periodo post Pink Floyd con una maglia dove la scritta Fearless si ripete all’infinito. Forse un omaggio ai suoi ex compagni di viaggio, forse un tributo involontario a Meddle.
Cucina un piatto caldo, uno solo, semplice ma curato, preparato come si deve. Una cena che ha il sapore di altri tempi, cucinata con tutto il tempo necessario per farla, rigoroso in tutti i passaggi. Il profumo si riversa nel vagone. Io mi concentro su tutti questi piccoli particolari che mi riempiono di gioia. Torno bambino. Aspetto la cena come quando la si aspettava a casa, come il pranzo della domenica. Mangio guardando la pianura nera che scorre oltre il vetro.
Una perfezione piccola, ma totale. La perfezione delle piccole cose. Uova, salsicce, crauti, e birra. Un pasto semplice ma speciale, per celebrare il mio compleanno.
Torno nella mia cuccetta, dopo avere chiuso la cena con un bicchiere di vodka, e mi concentro sul suono del treno che corre sulle rotaie, un viaggio notturno che non si lascia spiegare subito. È la lentezza il tema comune, la lentezza stessa del treno, lentezza nel cucinare la cena, perché viene fatta con cura, lentezza nel muovermi tra i vagoni. Il treno ha un suo tempo, chiede ascolto, e in cambio dona bellezza, perfezione. La congiunzione tra i vagoni è piena di fessure, ci sono spifferi, rumore, traballa tutto; è un salto indietro nel tempo, così erano i treni sui quali si viaggiava un tempo.
 
La velocità non cambia mai, il treno sembra avanzare con prudenza. Ma vibra, rende bene il senso del movimento, non prova minimamente a muoversi silenziosamente, non è nella sua natura; scricchiola, cigola, crepita, trema, ondeggia.
Verso le tre e trenta si ferma davvero. In un dove indistinto.
La frontiera è doppia, quella dei documenti e quella delle rotaie.
Le guardie salgono e prendono i passaporti e le carte di identità, sono le 3.30. Il processo è lungo, prima avviene il controllo da parte rumena, per oltre un'ora. Dal finestrino si vede tanto filo spinato e un paesaggio piatto, solo pianura, senza forme. Silenzio, profondo. Risalgono alle 4.50 e restituiscono i documenti. Poi il treno riparte. Il capo vagone monitora e controlla la vita nel vagone; dice ciò che si può e non si può fare. Non si può andare in bagno durante i controlli, chiede che si resti nel proprio scompartimento. Esco solo per osservare il paesaggio dal finestrino del corridoio. Osservo le rifiniture, è tutto fatto in legno, chiodi e bulloni messi uno ad uno, un lungo tappeto nel corridoio, tende e tendine ovunque. Un grande lavoro di artigianato, come si faceva un tempo.
Poi alle 5.10 il treno si ferma per i controlli dal lato moldavo. Questo è un altro confine che passo via terra, dove si compiono rituali che io ho quasi dimenticato. La severità, la lentezza, l'andirivieni del capo vagone, porte che si aprono, cigolano. Aspetto, è tutto ciò che si deve fare. Mi alzo un po', poi torno a distendermi nella mia cuccetta, sempre con le luci accese negli scompartimenti. Il mio compagno di scompartimento, il lavoratore di frontiera, libera il suo posto, sistema le lenzuola, arrotola e ripone con cura il materassino nella cuccetta di sopra, vuota, mi saluta e scende. Dove andrà? So per certo che ha russato tutto il tempo, a tratti con colpi di tosse secchi, e piuttosto regolari. In piena notte, esasperato, ho preso i tappi che avevo messo nello zaino, riposto nello spazio stretto e polveroso sotto la branda; sollevarla è stato un lavoro, ma assolutamente necessario, direi vitale.
Il treno riparte alle 5.25, e mi auguro che i documenti a un certo punto vengano restituiti.
Dieci minuti dopo il treno si ferma di nuovo. Vedo lunghe file di ruote a fianco ai binari; poi i sollevatori, alti pilastri in ferro e cemento. Sento vociare. Arrivano gli operai per il cambio delle ruote.
Le carrozze vengono sollevate e le ruote sostituite. I vagoni si alzano sempre di più, sono a un paio di metri di altezza da terra.
Sotto, martelli, colpi di chiave inglese, rumore di ferro.
La sostituzione delle ruote avviene relativamente velocemente, è un processo che richiede circa 15 minuti; l'intera operazione dura invece complessivamente circa un'ora. Il treno lentamente scende e alle 6 e 30 riparte. Per un paio di minuti torna indietro, poi inverte la direzione e comincia a procedere sugli scartamenti moldavi. Alle 6.35 si ferma di nuovo e vengono restituiti i documenti d'identità e i passaporti; fuori ormai si intravede l'alba. Anzi, nel giro di pochi minuti è già quasi giorno. Alle 6.45, finalmente, dopo tre ore e un quarto, il treno procede in direzione Chișinău. 
Il sole appare dietro un velo di nebbia. La pianura indistinta di questa notte svela le sue poche forme e i suoi colori tenui.
Questo è davvero un viaggio di altri tempi. Il paesaggio non è cambiato, ma la sensazione è di essere andati oltre qualcosa, di essere in un altro luogo, diverso dal precedente. La linea di confine è netta, divide, separa in modo deciso. E questo treno è un filo che tiene uniti i due paesi, li lega, li tiene saldi.
Tra le tante esperienze vissute, questa è indubbiamente una tra le più ricche di significato, perché racconta una versione per me inedita di cosa può essere un confine. Un taglio e insieme una cucitura.
Chiudo gli occhi e provo a dormire un po' prima di arrivare a destinazione.
 
 
Il secondo giorno

È ormai giorno, il sole è alto e il treno attraversa una pianura alberata, del colore dell'autunno, con qualche lieve collina e alcune case. È un paesaggio morbido, dolce, una piccola carezza mattutina. Le pianure della Romania hanno lasciato spazio a un ambiente più mosso. In Moldavia sono queste colline appena accennate a darmi il benvenuto. La lunga notte appena passata acquisisce lentamente i contorni di un sogno. Mi sembra di viaggiare da giorni su questo treno. Dai suoi finestrini osservo luoghi, eventi, una successione di immagini che raccolgo e assorbo.
In quasi quattordici ore non ho attraversato solo un confine, ma ho vissuto un modo diverso di stare al mondo.
Rimarrei ancora volentieri sul treno, a osservare il paesaggio, ma è ora di scendere. La stazione dei treni di Chișinău ha un aspetto più raccolto rispetto a quella di Bucarest. Fuori c'è un piccolo mercato delle pulci che anima silenziosamente la piazza. Forse è per il disordine pacifico degli oggetti, o per l’atmosfera discreta, un po' dimessa, ma la sensazione, per me, è assolutamente positiva. Non c’è ostentazione, non c’è degrado. La città si mostra per quello che è, senza maschere.
Chișinău non ha conosciuto un passato autoritario come quello della Romania del ventennio Ceaușescu. E non ha subito grandi demolizioni o piani urbanistici invasivi. Qui nessuna epoca ha cancellato la precedente.
L’impostazione generale è semplice, leggibile, con pochi monumenti e tanto spazio. È sostanzialmente ordinata, ma fragile.
Non ha la sicurezza di una capitale occidentale né il caos di una città asiatica. Sta nel mezzo, in equilibrio. Non tenta di sembrare europea a tutti i costi, né sovietica per nostalgia. Rappresenta ciò che è stata.
Un tempo la Moldavia era un principato autonomo, poi vennero gli ottomani, poi i russi. Gli austriaci si presero la Bucovina; la Bessarabia oscillò tra Romania e URSS. Un pendolo continuo, senza mai fermarsi.
Chișinău è un po' tutto questo. È larga e regolare e le strade principali sono ampie e diritte. Lungo il viale Ștefan cel Mare si concentrano gli edifici pubblici, i ministeri, i palazzi governativi, e i grandi alberghi costruiti in epoca sovietica. In particolare ci sono due giganti di un mondo scomparso che dominano la città, l’Hotelul Național, e il Cosmos che non capisco se sia ancora in funzione oppure no. Entrambi sono stati costruiti negli anni Settanta quando il socialismo aveva bisogno di monumenti, non di semplici case. Il National, nel cuore della città, è un parallelepipedo immenso, tredici piani di cemento con i colori della bandiera moldava, pensato per ospitare delegazioni e funzionari di partito. Sembra chiuso da anni, forse decenni, le finestre rotte, ruggine ovunque. Dove un tempo passavano ministri e autisti di grandi macchine di rappresentanza, oggi ci sono solo crepe e ruderi. È un’ombra della grandeur sovietica, un guscio svuotato ma ancora orgoglioso della sua rigorosa geometria. Più vicino alla stazione c’è il Cosmos. Leggo che un tempo era il fiore all’occhiello dell’URSS in Moldavia, hotel per tecnici, ufficiali, delegazioni estere. Oggi mi pare che sia vuoto, non capisco se si ostini a sopravvivere. L’insegna ‘Cosmos’ troneggia ancora sul tetto come se non volesse arrendersi. Questi due colossi, fermi tra rovina e resistenza, sono i primi ‘monumenti’ che vedo di Chișinău. Raccontano il peso di un’epoca che non è finita del tutto, ma sembrano non appartenere più a nessuno. Testimonianze di un passato troppo ingombrante per essere cancellato.
Chișinău convive con questi giganti, per il momento li lascia invecchiare, senza rancore. Forse è questo il modo più onesto di fare i conti con il proprio passato.
Gli isolati di questa città sono lunghi e le distanze grandi; camminare da un punto all’altro chiede tempo. E’ una città molto grande, estesa.
L’impianto urbano è un incrocio di periodi. Ci sono resti russi ottocenteschi, edifici romeni nati tra le due guerre, e poi, molto visibile, l’espansione sovietica con i due esempi di cui sopra.
Ogni quartiere racconta la sua epoca.
Il mercato centrale è il cuore della città. Una distesa di banchi, voci, mani che si muovono rapide. Nella sezione dei latticini l’aria sa di latte. Le donne vendono brânză e smântână, tagliano decise pezzi di formaggio e li avvolgono nella carta. Niente sorrisi di circostanza, niente turismo. Solo cibo e lavoro.
È qui che Chișinău mostra la sua vera faccia, concreta, essenziale, senza filtri.
Fuori dal centro ci sono i quartieri residenziali, blocchi a tanti piani, tutto costruito in serie, ma con una certa dignità. Il grande circo, abbandonato e in forte degrado, è meravigliosamente imponente. Fu costruito in epoca sovietica nel 1981 ed è un bellissimo esempio di architettura modernista sovietica. Sosto in prossimità del circo a mangiare un panino.
Torno nella zona centrale della città e mi addentro nei parchi, che sono ampi e curati.
Nel Museo Nazionale d’Arte riaffiora un’altra Moldavia, quella dei campi, dei villaggi, dei volti. Un mondo pastorale, concreto, vero, che contrasta con la geometria ordinata della città sovietica.
 
Il terzo giorno
Mi sveglio in una stanza d’albergo dal gusto sovietico; scelta voluta per restare calato in questa atmosfera. Lo ricorderò come l'albergo con la donna della reception senza sorriso, ma con l’aria di chi regge tutto da sola. Del cartello all'entrata che spiega come avere acqua calda: "aprire i rubinetti e lasciare scorrere per 10-20 minuti".
La normalità ritorna piano, con il rumore dell’acqua nei tubi, ebbene si, la luce piatta che entra tra le tende, il silenzio dei lunghi corridoi, e un comodo letto.
Ripenso al treno, alla notte passata a muovermi tra due mondi. È stato un modo breve ma diretto per calarsi in questa realtà, per toccarla con mano, per coglierla senza alcun filtro.
È mattina presto, la città si muove ancora lentamente sotto la finestra della mia stanza, è domenica.
A colazione faccio una lunga chiacchierata con una coppia del posto, molto giovani. Parliamo di viaggi, di mete, della Moldavia. Amano la loro città, non pensano di lasciarla, ma appena possono partono, perché viaggiare è apertura verso il mondo. Chiedo cosa valga la pena vedere. Non fanno molti elenchi, alla fine mi fanno capire molto con poco “cammina, guarda, ascolta”. Capisco che la città va presa così com’è, senza cercare spettacolo.
Il resto della giornata lo passo nei parchi. Il Valea Morilor, grande, pulito, con un lago e una lunga scalinata bianca che sale verso l’università. In un angolo, quasi nascosta tra gli alberi, c’è ancora la statua di Lenin. Non domina nulla, non spaventa nessuno. Sta lì, discreta, come una ruga del paesaggio. La città l’ha lasciata in pace, e in questo gesto c’è più maturità che in mille abbattimenti.
Il Parco Rose Valley è più raccolto, con laghetti, viali e famiglie a passeggio.
Entrambi i parchi sono veri polmoni, spazi che dicono molto di questa città. Qui si viene per respirare, per rallentare. Mi fermo anch’io, su una panchina accanto a uno dei laghi, e mangio una plăcintă ripiena di verza, unta al punto giusto, un pranzo semplice, ma perfetto.
Nella Strada Moara Roșie sorge il Red Mill, un vecchio mulino dell’Ottocento. Mattoni rossi, finestre riempite di pietre. Un gigante addormentato che resiste tra case basse e sterpaglie. È un rudere industriale che porta con sé una dignità severa, è come se fosse un monumento al lavoro, ma dimenticato.
Proseguo verso la Casa-Museo di Puškin, in Strada Anton Pann. Una piccola abitazione con un giardino interno. Nel 1820 qui Puškin trascorse i primi mesi del suo esilio bessarabico. Non la vedo, ma mi immagino una stanza semplice, un tavolo, una stufa, poche carte. Niente retorica. Anche questo è un luogo che parla piano, come se la memoria non avesse bisogno di alzare la voce. Tuttavia si dice che Puškin ebbe una vita bohémien e anticonformista, quindi forse sbaglio io a immaginarlo in una stanza monacale; Puškin non cercava ordine, ma movimento, disordine, vita.
Da queste vie partono vicoli con casette basse, intonaci scrostati. Ogni tanto un cane, un’ombra che attraversa la strada. Sono quartieri che non appartengono più a nessuna epoca precisa, sono un frammento di un tempo rimasto indietro nel corpo di una capitale in movimento.
Nel pomeriggio prendo l’autobus per l’aeroporto, nel quartiere Galata. Il percorso, a partire dal Mall-dova (quale nome più azzeccato per un centro commerciale) attraversa una lunga arteria con una interminabile successione di nuovi quartieri, costruiti in modo funzionale, senza ambizione, ma dignitosi. Non brillano per originalità, sono neutri ma assolutamente funzionali. Mi colpisce l’assenza di ostentazione. Chișinău è una città che non fa scena. La periferia è fatta di gente che lavora, che aggiusta, che non butta via nulla.
 
Questo Paese è sospeso tra due mondi che lo tirano da parti opposte. Una parte guarda ancora a Mosca, l’altra all’Europa. Nel mezzo c'è la vita di tutti i giorni che continua senza illusioni, con la concretezza di chi non può permettersi di sognare troppo.
L’impronta sovietica resta forte, ma non ai livelli della Transnistria, quella striscia di terra al di là del Dnestr dove la nostalgia per Mosca è ancora fortissima.
Una separazione interna, esattamente come l’Abcasia in Georgia. Piccoli territori che tengono bloccati questi paesi, distanti da ciò che vorrebbero o dovrebbero essere. Ma a Chișinău si percepisce una voglia cauta di cambiamento, un passo dopo l’altro. Il desiderio di normalità è più forte di ogni ideologia. La Moldavia non è certamente un paese ricco, ma possiede un equilibrio che molti luoghi più opulenti hanno perso. Una sobrietà diffusa, quasi naturale, che non è rassegnazione ma misura. Mi piace pensare che qui la dignità sia la vera forma di ricchezza.
Ho solo sfiorato questa città, l’ho guardata da vicino ma per poco. Però quello che ho visto mi è bastato. Chișinău mi ha colpito, so che ci tornerò. La sensazione è che molto si è depositato dentro di me. Penso al treno, alle sue ore infinite tra due scartamenti. Questo viaggio è stato una sintesi di tutto, lentezza, attesa, passaggi.
Un attraversamento breve ma ricchissimo.
 
Il quarto giorno - epilogo
Questa coda è necessaria. Questa sera sono al concerto degli Swans, e non riesco a non pensare che la loro musica sia in perfetta continuità con ciò che ho vissuto fino a ieri.
Non è un’associazione forzata, lo è per atmosfera, per peso, per materia.
Le loro composizioni hanno la stessa lentezza dei treni notturni, la stessa ruvidità delle stazioni dell’Est, la stessa bellezza che nasce da un gusto per la monumentalità.
Gli Swans vengono da una grande città, da quell’Occidente urbano che corre. Però nella loro musica c’è tutto ciò che ho trovato qui, ritmo lento, intensità, fatica. Suoni plumbei, invernali, che non cercano consolazione.
Musica costruita come architettura, come una città socialista, blocchi enormi, linee spoglie, nessun orpello.
Ogni nota sembra scavata nel cemento.
Ascoltandoli rivedo i viali larghi di Chișinău, i palazzi grigi, i corridoi del treno, la notte al confine.
Chișinău è una città che immagino perfetta d’inverno, quando la neve scende e i suoni si fanno più densi.
Ha la stessa ruvidità dei loro brani, la stessa grandezza trattenuta, quella potenza che non ha bisogno di mostrarsi.
Entrambi, città e musica, ti obbligano a un ascolto profondo, lento, onesto.
Il viaggio si chiude qui. Mi accorgo che tutto torna, il treno, la frontiera, la città, questa musica. Sono diverse forme della stessa sostanza, fatta di lentezza, fatica, bellezza. Serviva questo per chiudere davvero la lunga notte di confine, un suono che non consola ma spiega, come una voce che ti dice che la verità è resistere e restare in piedi...
 
Ringrazio Francesco
 
























































 
 ...e non farsi travolgere dalle macchine; ma questa è un'altra storia.