domenica 1 settembre 2024

Asia Centrale

FRONTIERE E POPOLI - attraverso il Tian Shan e il Pamir

Ghiaccio perenne, immacolato, Silenzio siderale
KAZAKISTAN, KIRGHIZISTAN, TAGIKISTAN
2024
 
dedico questa esperienza a mia mamma
dedico queste riflessioni a mio papà, compagno di viaggio
 

«Non smetteremo mai di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta». T.S. Eliot
Avevo chiuso così le riflessioni di viaggio che feci in Pakistan, Cina e Kirghizistan 10 anni fa, ed è con questa citazione che inizio il mio nuovo diario. Ogni viaggio è un cerchio che si chiude e si riapre, un continuo ritorno al punto di partenza, ma con occhi nuovi e una comprensione più profonda di ciò che ci circonda.

1. PREMESSA
È tutto pronto per partire. Un lungo viaggio via terra, attraverso passi di montagna e confini di lontani paesi dell'Asia centrale. Questi luoghi, che negli ultimi anni ho esplorato con una certa frequenza, mi richiamano con una forza irresistibile. Tornerò a camminare su strade già battute, ma traccerò anche nuovi sentieri in una rotta che unirà terre conosciute e terre inesplorate.


La mappa dell’Asia centrale si apre davanti a me, la osservo come fosse un portale verso questa nuova avventura. Le carte geografiche possiedono questo potere: non sono semplici fogli di carta, ma strumenti che ti trasportano in altri mondi. Sono l’essenza stessa del viaggio, il preludio di un imminente futuro, fatto di sogni, fatica e infinita curiosità.

Mi immergo in questo nuovo percorso, per il momento solo mentale, accompagnato dalle sonorità senza tempo di Steve Roach.

Quando apro una mappa non vedo solo confini e contorni; vedo storie. Vedo le tracce di antichi esploratori che hanno osato sfidare l’ignoto, le orme di carovane che hanno attraversato deserti impietosi. Ogni curva di un fiume, ogni picco montuoso è un capitolo di una storia millenaria che aspetta di essere riscoperta.

Nell’era digitale, dove tutto è istantaneamente accessibile, la mappa conserva un’aura di mistero e poesia. Non è solo un mezzo per raggiungere una destinazione, ma un compagno di riflessione, uno strumento che ci costringe a rallentare, a misurare il nostro cammino. Tracciare un percorso su una mappa è un rito antico, un atto che nella sua semplicità ci connette con la terra e con noi stessi.

Quest'anno la destinazione doveva essere il Sud America, dovevano essere le selvagge vette della Bolivia. Un cambio di rotta importante rispetto ai miei soliti viaggi e alle mete già esplorate. Eppure c'è qualcosa che mi trattiene, qualcosa di non ancora concluso che deve essere vissuto. Sento il richiamo di un percorso che probabilmente sento incompleto, un viaggio che necessita di essere approfondito con occhi sempre più consapevoli. Forse sono le storie non ancora rivelate, i sentieri non del tutto percorsi, o gli incontri che attendono di trasformare la mia comprensione del mondo. C'è un filo invisibile che mi lega a queste terre, un destino che mi invita a ritornare, a scoprire con una nuova coscienza ciò che ancora mi sfugge.

In questi anni ho raccolto emozioni intense, frammenti di vita che brillano come piccole gemme nel mare un pò  grigio della mia quotidianità. Forse non è stato sufficiente quel fugace assaggio di meraviglia; il desiderio di rivivere quelle sensazioni mi chiama con forza. Voglio tornare in quei luoghi che mi hanno toccato l'anima. C'è una sete dentro di me, un bisogno di riscoprire e approfondire.

E quindi, dopo tanta attesa, eccomi nuovamente in partenza, una nuova partenza, e, come sempre, l’incertezza di ciò che sarà questa nuova avventura è la mia unica certezza. Immagino come sempre villaggi sperduti, paesaggi sconfinati che parlano di silenzi antichi, cavalli selvaggi che galoppano liberi, laghi cristallini e ghiacciai maestosi. So per certo che questo viaggio sarà un'altra ricerca della libertà, un’altra fuga dalla prigione delle abitudini e delle convenzioni che mi stringono e mi frenano. Sarà una sfida contro la vita ingarbugliata e inquadrata nella quale sono, mio malgrado, profondamente radicato. Ogni tanto sento il bisogno di emergere da queste acque stagnanti, di alzare la testa e respirare aria nuova. Ogni viaggio è una boccata d’ossigeno che mi permette di vedere il mondo con occhi sempre nuovi, di scoprire me stesso tra sentieri meno battuti e orizzonti poco conosciuti, o del tutto sconosciuti.

Oggi è un giorno di transizione, un giorno di spostamenti necessario prima del volo di domani mattina. Un giorno dedicato ai treni e a luoghi familiari, ma anche ai pensieri che affollano la mente: riflessioni sui viaggi, su ciò che ho vissuto e su ciò che mi aspetta, sui ricordi che mi accompagnano sempre in questi momenti. È come un'anticamera, una soglia prima di varcare la porta principale del viaggio. È una lunga inspirazione, un prepararsi, un prendere fiato prima della grande corsa. Anche questo fa parte del viaggio, questa sospensione che anticipa l'ignoto, questo respiro profondo prima di immergersi in un mondo lontano.

Mentre sono in volo verso Istanbul, mi immergo nella lettura di Sovietistan, in particolare nel resoconto del lungo viaggio in treno verso Aralsk, la città portuale un tempo affacciata sul Lago d'Aral, ora scomparso e intrappolato nel deserto.
Il Kazakistan, uno dei tanti paesi che una volta facevano parte dell'Unione Sovietica, porta ancora le cicatrici di quel passato, racconta Erika Fatland. Sebbene possa apparire più libero rispetto al Turkmenistan, resta profondamente segnato dal passato sovietico.
Mi nutro di questi racconti di mondi dimenticati, persi nel deserto, mentre dal finestrino dell'aereo osservo la periferia di Istanbul.
"Non è cambiato poi molto dal periodo sovietico" scrive Tino Mantarro nel suo libro Nostalgistan.
"La cortina di ferro non esiste più, ma a volte sembra che quella mentalità sia rimasta impressa nella pelle dei custodi dell’ordine. L’ideologia sovietica è crollata da anni, ma le vecchie abitudini persistono".

Sono questi i luoghi che sto per visitare. Vasti paesaggi di una grandezza imponente, aperti e sconfinati. Ma sono anche ambienti dissonanti, mai completamente ordinati o puliti, dove ogni angolo rivela qualcosa di inaspettato, di trascurato e di improvvisato, come osserva Mantarro.
Sono attratto da questi luoghi un po' arrugginiti, il cui fascino risiede nella loro condizione di marginalità e oblio, ma che al contempo offrono una ricchezza naturalistica straordinaria. Questi posti a me evocano l’essenza stessa del viaggio.

Le letture diventano viaggi nel viaggio. Da un aeroporto di Istanbul stranamente vuoto, mentre assaporo una baklava e sorseggio un tè, la mia mente è già in volo, pronta ad assorbire e trasformare in ricordi le esperienze future. Chi incontrerò all’imbarco per Almaty? Quali volti vedrò al gate?

Sono attratto dalle zone di confine. Forse tutto è iniziato con quei confini tra Italia ed ex Jugoslavia che da bambino osservavo con un misto di curiosità e timore.
Ricordo quando attraversavo il confine con i miei genitori; bastava quel semplice breve passaggio perché tutto improvvisamente cambiasse. Quei mondi erano davvero diversi. Più austeri, sospesi in un tempo che non mi apparteneva. C'era qualcosa in quella malinconia che mi affascinava già allora. Quell’atmosfera mi parlava di un’umanità diversa. Forse è lì che ho iniziato a percepire la bellezza nei margini, nei confini, in quei mondi che sembravano appartenere a un'altra dimensione.
Ricordo ancora un viaggio nella Cecoslovacchia del 1985. Ero un bambino e quei confini verso est erano porte che si aprivano verso mondi davvero nuovi. Anche se era un est relativamente vicino, per me era un confine che separava la realtà conosciuta da un altro universo, tutto da esplorare.

Quest'anno mi appresto ad attraversare due confini via terra tra i tre 'Stan'. Erika Fatland scrive: “Ai tempi dei sovietici, i cittadini, almeno in teoria, potevano circolare liberamente all’interno dell’immenso impero, da Tallinn a ovest, a Vladivostok a est. Con l’indipendenza degli anni Novanta arrivarono i valichi di frontiera. La gente, che prima attraversava quelle linee invisibili senza pensarci, ora deve affrontare interrogatori dettagliati, moduli complessi e controlli meticolosi dei bagagli prima di ottenere l’autorizzazione a varcare le barriere di filo spinato.”
La curiosità cresce, anche se ho già attraversato confini insoliti, tra Cina e Pakistan, e tra Tagikistan e Afghanistan. Come saranno i confini tra Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan?

Intanto una delle mie curiosità è soddisfatta, i volti delle persone che mi affascinano in queste occasioni catturano il mio sguardo. Al gate per Almaty vedo numerosi volti dal chiaro taglio orientale. Le ex repubbliche sovietiche dell'Asia Centrale mi confondono sempre. Non so mai cosa aspettarmi. Nella mia immaginazione si mescolano crogioli di razze e culture, ma quale predominanza troverò in Kazakistan? Questo vasto, esteso e in gran parte desertico paese, chi lo abita?
Per me che vivo in Italia, questi enormi paesi, scarsamente popolati, esercitano un fascino particolare.
Durante il volo sopra il Mar Nero, il paesaggio sotto di me si dissolve in una distesa di oscurità illuminata dalle luci delle città e delle strade. Mentre mi perdo in questo panorama, mi nutro dei racconti e delle suggestioni delle terre post-sovietiche.
Più viaggio e più cresce in me il desiderio di scoprire come altre culture interpretano la realtà, il mondo. Queste visioni sono diverse dalle mie, possono pure essere distanti e controverse, ma mi interessa sollevare un angolo di quel velo che mi impedisce di vedere il mondo al di fuori della prospettiva occidentale.

Tornare in certi luoghi sembra riflettere un impulso inconscio di approfondire la comprensione di popoli che, per qualche motivo, mi affascinano più di altri.
Insieme al freddo e glaciale mondo del Nord, questa immensa parte di mondo spostata a Est mi ha altrettanto rapito, ne sono profondamente affascinato.
Dall'aereo osservo sporadici tratti di terra illuminati nell'oscura immensità kazaka.


2. KAZAKISTAN

"Sebbene i lineamenti intorno a me siano esotici, non mi sento lontanissimo da casa. I riferimenti  che mi circondano sono familiari, formano un sistema che comprendo", scrive Erika Fatland.

Questa frase descrivere con precisione l'impatto dell'arrivo ad Almaty.
Appena atterrato, mi accoglie un mondo sospeso tra passato e presente; tra familiare e ignoto. La prima immagine che vedo è quella di un militare con il classico cappello a tesa larga e la divisa verde, fermo al controllo passaporti. Accanto, un duty-free shop essenziale e funzionale. Fuori, lungo la strada, edifici moderni si alternano a strutture in stile sovietico, accanto a piccole case di legno che sembrano uscite da un quadro russo.
Almaty si presenta come una città all'apparenza ricca, avvolta da una rigogliosa vegetazione e abbracciata dalle maestose montagne del Tian Shan. Elementi familiari si mescolano con tracce di un mondo diverso. È un angolo del pianeta che ha degli elementi che riconosco, ma sostanzialmente parla con una voce diversa.

Il sistema montuoso del Tian Shan si espande per quasi 2.900 chilometri, attraversa lo Xinjiang e si spinge verso ovest, attraverso il Kirghizistan e parte del Tagikistan, per poi svanire nella valle di Fergana. Da lì, a sud, si fonde con l'imponente massiccio del Pamir. Le sue propaggini si estendono fino al Kazakistan, dove ora mi trovo ad osservarlo. Questo vasto arco di montagne rappresenta un confine naturale che separa e insieme connette le terre dell’Asia Centrale.

Il fascino di queste montagne... non è solo la loro presenza fisica a colpirmi, ma anche e forse soprattutto il peso delle storie e dei destini che hanno attraversato le terre che accolgono queste vette.

Questo stesso senso di stratificazione si riflette in Almaty, che si svela in strati distinti. Il periodo zarista, l'era sovietica e la modernità si mescolano a formare un quadro decisamente suggestivo.
Prima del 1991 le repubbliche centroasiatiche dell'URSS, incluso il Kazakistan, erano territori privi di una vera storia, con confini tracciati arbitrariamente durante l'era sovietica. Queste terre erano prevalentemente abitate da nomadi, e il Kazakistan in particolare era caratterizzato da vasti spazi selvaggi e pochi insediamenti stabili.
Con la dissoluzione dell'Unione Sovietica questi stati hanno dovuto affrontare la sfida di definirsi al di fuori dell'influenza russa e di costruire una propria identità. I kirghisi, ad esempio, hanno riscoperto l'epica di Manas, una figura leggendaria che incarna la loro narrazione storica e identitaria. In Kazakistan la costruzione di una narrazione unificatrice è ancora in corso. Il paese, immenso, poco variegato e prevalentemente desertico, cerca di riscoprire la propria identità storica attraverso il richiamo all'Orda d'Oro, un impero mongolo-turco che dominò gran parte dell'Asia centrale dal XIII al XV secolo.
Prima dell'Orda d'Oro, la regione era abitata dai Saka (o Sciti), una popolazione indoeuropea che lasciò tracce nel vasto territorio che si estendeva dal Mar Nero fino alla Cina. I Saka sono noti anche in Tibet, dove la loro presenza è testimoniata da reperti simili a quelli trovati nella steppa eurasiatica.
Questo sforzo di definire chi sono i Kazaki e da dove vengono è una sfida complessa, dal momento che il loro passato errante non offre una narrazione coesa di nazione, ma piuttosto un insieme di esperienze e culture disperse. 
 
Il Memoriale della Gloria si erge maestoso nel cuore della città, un tributo ai caduti della Seconda Guerra Mondiale, conosciuta in Russia come la Grande Guerra Patriottica. Questo monumento non è solo una commemorazione dei soldati e delle vittime dell'Unione Sovietica, ma un simbolo potente dell'unità delle repubbliche sovietiche sotto il comando di Mosca. In quegli anni di guerra le repubbliche si unirono in uno sforzo collettivo per difendere la patria.
Vedere questi monumenti oggi richiede una riflessione sulla loro doppia natura. Da un lato evocano un'epoca di grande coesione e sforzo collettivo tra le repubbliche sovietiche; dall'altro sono anche il retaggio di un periodo di controllo esterno, ora superato.
La sfida è riconoscerli come parte integrante della loro eredità, senza dimenticare le aspirazioni di autonomia e di affermazione del presente.

Continuo il mio percorso di scoperta nel Museo della Repubblica del Kazakistan, dove ammiro i reperti di uno dei tesori archeologici più affascinanti della regione: il sepolcro di nobili Wusun, noto come il 'tesoro di Kargaly'.
I Wusun erano un popolo nomade che tra il I a.C. e il I d.C. ha abitato nella regione che oggi corrisponde al Kazakhstan e allo Xinjiang.
Tra i reperti spicca un diadema dorato decorato con scene di cavalieri e draghi; questo oggetto offre uno sguardo al fascino di queste terre dal passato ricchissimo. E' un piccolo capolavoro di eleganza che ho voluto imprimere nella mia memoria; un custode un pò pedante ha impedito ogni tentativo di fotografarlo, è quindi un'immagine che si è fissata nella mente.
Osservando i quartieri e gli edifici di Almaty avverto una sensazione di déjà vu, quasi come se mi trovassi a Ulan Bator, in Mongolia (un esempio come tanti, solo perché ci sono stato un anno fa). Questo effetto è causato dalla somiglianza degli edifici moderni di stampo sovietico, costruiti in serie e simili tra loro.
Rifletto sul fatto che è il passato nomade, con i suoi tesori antichi, a parlare una lingua di rara bellezza, e mentre questo pensiero mi accompagna, mi trovo immerso nell'atmosfera vivace del bazar di Almaty. È qui che la diversità culturale della regione si manifesta in tutto il suo splendore. È qui che trovo il cuore e l'anima di questo popolo. In questo mercato i visi degli abitanti, con i loro tratti che riflettono una miscela di influenze turche e mongole, raccontano la storia di un popolo che ha attraversato secoli di storia e cultura.
Il bazar ha una struttura centrale molto grande, dove tutto è meticolosamente organizzato per genere alimentare. Non c’è caos, solo un’incredibile abbondanza di merce disposta con cura. Da questo nucleo centrale si diramano numerose aree satellite, un intricato labirinto di vicoli in cui perdersi sembra inevitabile. 
Questo bazar racconta il passato di Almaty, una città che, prima dell’impronta sovietica e del suo rigido modello urbanistico, era poco più di un villaggio. Divenne un centro importante in epoca sovietica.
Il passato sovietico di Almaty è evidente nei suoi numerosi parchi, nelle aree verdi, e nei viali alberati, tratti distintivi che la definiscono come una tipica città russa. Le chiese, i monasteri e la maestosa Cattedrale ortodossa dell'Ascensione sono testimonianze di un’epoca che ha lasciato un segno indelebile. Almaty ha poco più di un secolo di storia, la maggior parte trascorsa sotto l'influenza russa. Come riuscirà ad andare oltre questo passato?
Si notano segni di modernità. Ci sono nuovi centri commerciali, negozi e locali alla moda, parenti lontani del vivace bazar; e poi ci sono grandi palazzi moderni, non di stampo sovietico. Un tentativo di spingere la città verso il futuro. Questa modernità sembra però ancora una promessa non del tutto realizzata, trattenuta da una realtà che è ancorata al passato.
Non credo aiuti il fatto che nel 1998, per volere dell'ex presidente Nazarbaev, rimasto per ben 29 anni in carica, Almaty abbia perso il suo status di capitale, trasferito ad Astana, una città costruita tra le infinite steppe del nord, nel vuoto siderale.

Immerso in questo contesto, alzo lo sguardo sulle cime che circondano Almaty e con la mente vado oltre il perimetro di questa città. Domani esplorerò il Canyon di Charyn, una formazione geologica che si estende per circa 90 chilometri; e mi avvicinerò al ghiacciaio del Khan Tengri incastonato tra le maestose vette del Tian Shan.
Mi addormento appagato, conscio che sono solo all'inizio di un viaggio che mi condurrà attraverso le maestose montagne del Tian Shan e del Pamir.

Mi sveglio presto, pronto a salutare la verdeggiante Almaty.
Percorro la strada che mi porta verso il canyon, attraverso un paesaggio che sembra dilatarsi all'infinito. La corsia opposta, diretta verso la città, è affollata di veicoli; è l'ora di punta, e la vita lavorativa riempie le strade. Al lato della via, venditori di angurie sono una presenza costante, quasi un simbolo di queste terre. Gli edifici intorno sono cambiati; ora sono bassi, non ci sono più i grattacieli che invece caratterizzano le grandi città.
I pioppi, con le loro sagome alte e affusolate, sono elementi costanti in tutte le ex repubbliche sovietiche. I tubi gialli del gas serpeggiano all'esterno, visibili e non interrati; anche questo è un tratto distintivo di queste terre. C'è un'aria di disordine, ma è proprio questo a rendere affascinante ai miei occhi questo paesaggio. Le vetrine che espongono il bello sono riservate alle grandi città.
Mentre mi dirigo verso il Kirghizistan, il paesaggio lentamente si trasforma: dalle grandi pianure si passa gradualmente a rilievi montuosi. La strada si inerpica attraverso valli e passi alti, mentre la struttura del territorio cambia man mano che mi avvicino al sud. Per il momento è un alternarsi di montagne e di zone steppose, un assaggio delle immense distese kazake. La vegetazione ora è bassa, fatta di alberi sottili, e piccoli arbusti con ciuffi marroni che sembrano piegati dal sole, in attesa di una nuova vita.

Lungo il percorso mi fermo in un piccolo bazar dove compro frutta e pane. Il tempo sembra essersi fermato; tutto cambia, ma in questi luoghi il cambiamento è lento, quasi impercettibile. Nonostante sia un'ex repubblica sovietica, oggi la presenza della Cina è palpabile, il confine è vicino e la sua influenza si fa sentire. Si vedrà negli anni quanto il mutamento rimarrà impercettibile.
Chi guiderà il destino di queste terre oggi, Pechino o Mosca?

Riprendo il cammino e mi trovo immerso in un ambiente dove la presenza umana è minima, quasi inesistente.
Qui il Canyon di Charyn si apre davanti a me come un abisso, una lunga fenditura ricca di pinnacoli rossi, fiammanti. Le sue rocce mostrano la loro fragilità. Un terremoto, una forte pioggia, un qualsiasi evento atmosferico ti dà l'impressione che possa mutare questo paesaggio in un istante.
Mi addentro in questa profonda spaccatura della terra, che per certi versi mi ricorda le Flaming Cliffs che ho visto in Mongolia. Qui però cammino alla base delle rosse scogliere, le ammiro dal basso, non solo dall'alto. Quando arrivo al corso del fiume che scorre nel canyon, mi fermo e immergo i piedi nelle sue fresche acque, un ristoro molto atteso in mezzo a questa arida distesa.
L'anno scorso, in Mongolia, ho aspettato il tramonto per vedere le pareti delle Flaming Cliffs accendersi di un rosso infuocato. Ricordo di avere sorseggiato una piccola bottiglia di vodka di latte fermentato—una bevanda che non sceglierei abitualmente, ma che in quel momento si rivelò perfetta. Qui in Kazakistan potrei assaporare dello shubat, latte di cammello fermentato, o magari aspettare il calare del sole con del kumis, il latte di giumenta fermentato, tipico del Kirghizistan. Ma oggi sono arrivato qui in pieno giorno, e tra poco riprenderò il viaggio—c'è un confine che mi attende. Per ora mi godo ancora un po' il fresco delle acque del fiume.

Fuori dal canyon, lungo la strada verso il confine con il Kirghizistan, la steppa si estende senza fine, sotto cieli grigi che rendono il paesaggio più cupo, quasi minaccioso. Le grandi pianure cedono lentamente il passo a un ambiente collinare, verde e marrone.
Di tanto in tanto, lungo la strada, appaiono piccoli cimiteri in pietra, testimonianze silenziose del passato. Lungo la strada, una lunga striscia che taglia la steppa, qualche villaggio, qualche mucca al pascolo. Sono tornato nei miei amati spazi aperti, selvaggi e infiniti, ai confini del mondo. Questa è la Valle di Karkara. Il paesaggio si svela in pennellate di giallo, con rilievi sfumati dalla foschia. Sono giunto al confine tra Kazakistan e Kirghizistan, vicinissimo alla regione dello Xinjiang. Mi trovo in mezzo al nulla, pochi edifici segnano il confine, circondati dalla steppa, nel vuoto assoluto.

3. KIRGHIZISTAN

Il Kirghizistan è un’anomalia in Asia Centrale. È la nazione più libera e democratica tra i vari 'Stan'. Qui la stampa è libera, e il parlamentarismo ha limitato il potere del presidente, un contrasto netto con gli assolutismi che governano gli altri paesi confinanti. In questo Paese la libertà si percepisce soprattutto nell’assenza di paura nel poter esprimere le proprie idee. Dal 1991 ben tre presidenti sono stati deposti a seguito di proteste popolari o colpi di stato, un fatto unico in questa parte del mondo; il Kirghizistan è riuscito a evitare le derive autoritarie che invece hanno segnato i suoi vicini. E proprio in questa sorta di libertà si riflette il paesaggio che mi circonda. Il confine tra Kazakistan e Kirghizistan è segnato da un paio di edifici modesti e bassi, situati in mezzo a uno spazio vasto e desolato; qui la steppa si estende all'infinito. Il fascino di questi luoghi è palpabile, se non altro per me. Se non fossimo esseri umani e non avessimo interiorizzato il concetto di confine, non avremmo alcuna percezione di cosa possa significare e perché susciti in noi (o in me) una certa emozione travalicare luoghi come questi.

Ci sono trenta metri di cammino tra i due posti di controllo per passare da un paese all'altro. Esibisco il passaporto e ottengo il timbro da una parte e dall'altra, sempre sotto lo sguardo scrupoloso di soldati poco più che ventenni, obbedienti ai loro comandi e calati in una routine che sembra scolpita nel tempo. Mentre saluto il Kazakistan e mi accingo a entrare in Kirghizistan, un cane, probabilmente addestrato per fiutare la droga, gioca spensierato con un militare.
La sua cuccia si trova proprio accanto alle sbarre del posto di controllo, e oltre quella barriera, un pò umana e un pò canina, un nuovo stato si svela: il Kirghizistan.

Attraversare i confini via terra in queste regioni remote è un'esperienza che sfida la nostra percezione del mondo. Questi sono i luoghi dove i due colossi dell'Asia, l'URSS e la Cina, una volta si fronteggiavano, e dove l’immensità e la solitudine sembrano aver sospeso il tempo. Chilometri di filo spinato e distese di terra di nessuno raccontavano storie di tensioni e di conflitti passati. Pur non più esistenti, questi fili spinati, ora immaginari, hanno lasciato un'impronta indelebile nella memoria di chi attraversa questi luoghi dimenticati.
Mi immergo nella vastità e nel silenzio del nulla che mi circonda.
Giungo al campo di yurte dove passerò la notte. Il fiume scorre poco distante e le montagne si alzano maestose intorno a me. Con un grande respiro accolgo questa dimensione di pace e solitudine, un angolo di mondo dove il tempo sembra rallentare.

Lascio lo zaino nella yurta e mi avventuro lungo un sentiero tra colline abitate da cavalli e mucche.
Mi sento ai confini del mondo, eppure c'è qualcosa di stranamente familiare in questo luogo remoto. Anche se sono entrato in Kirghizistan dal Kazakistan, questi luoghi potrebbero benissimo trovarsi in Mongolia, o in Siberia. Sono paesaggi che mi riportano a viaggi passati attraverso l'Asia e il Centro Asia.
Mi affascinano questi luoghi dimenticati e isolati, dove il suono del fiume si fonde con il vento e la natura parla con una chiarezza primitiva. Il mondo qui sembra lontano e indisturbato, ed è come se avessi trovato un angolo in cui la bellezza selvaggia e il silenzio della natura regnano sovrani, senza essere soffocati dall'irruenza della modernità.
È questo che cerco, ed è forse proprio per questo che mi sento attratto da questi luoghi, che, sebbene così lontani e dimenticati, sono poi anche tra i più complessi e ricchi di storia, segnati da una varietà umana intricata e complicata.
Mi avvolgo nel piumino e cerco conforto nel suo tepore. Sono a 2200 metri di altitudine, e dopo giorni di caldo intenso, questa improvvisa aria fresca mi dona sollievo ma sembra pure quasi surreale.

Mi sveglio presto e il cielo è come una vasta coperta grigia, le nuvole dense galleggiano sopra di me. Immerso nella natura e circondato dalle montagne, ritrovo il mio equilibrio, come se questo fosse il mio vero habitat. La bellezza selvaggia di questo posto, con la sua quiete e la sua semplicità mi rigenera e mi riconnette a una forma di vita essenziale e autentica. In questo angolo di mondo, lontano dal frastuono della civiltà, ritrovo un senso di pace e di appartenenza che è raro e prezioso; lo assorbo e lo porto con me.
Oltre questa valle, non distante da dove mi trovo, incastonato tra le pareti delle Montagne Celesti, si trova il ghiacciaio del Khan Tengri, "Signore del Cielo". Lo immagino, non lo vedo.

In questi luoghi remoti dell'Asia centrale i confini sembrano quasi sfumare, modellati più dalle circostanze storiche che da una logica geografica precisa. Durante il periodo sovietico le frontiere furono tracciate in modo spesso arbitrario collocando città kirghize in territorio tagiko, e insediamenti uzbeki in quello kirghizo, creando una mappa disegnata più per esigenze amministrative che per il rispetto delle reali identità etniche e culturali.
Questa disposizione forzata ha inevitabilmente alimentato tensioni locali. Il confine tra Kirghizistan e Tagikistan recentemente è stato chiuso per un paio di anni a causa di dispute territoriali e conflitti interetnici. Solo quest'anno è stato riaperto, ma le cicatrici di questa complessità geopolitica rimangono evidenti e probabilmente le vedrò.
Una manifestazione di questa realtà è la città di Osh, situata nel Kirghizistan meridionale, dove la popolazione è in gran parte di etnia uzbeka. Questa complessità di identità e culture all'interno di confini spesso poco chiari è un riflesso delle sfide storiche e politiche di queste regioni.

Mi ritrovo a riflettere su queste questioni mentre risalgo il sentiero che ho percorso ieri sera, accompagnato dal cane del campo, un compagno arruffato come queste terre. Attraverso una fila di edifici bassi e di piccole fattorie improvvisate e mi fermo su una pietra per osservare il paesaggio che mi circonda.
Ogni fattoria sembra avere il suo cane e osservo il mio compagno a quattro zampe tornare al campo con un’aria che suggerisce una conoscenza intuitiva dei confini invisibili di questo territorio, da non oltrepassare.
Rifletto su come tutti siamo vincolati da queste logiche di delimitazione, dove ogni spazio è rivendicato e marcato, un ‘qui è mio’ e ‘là è tuo’. "Bau!" dice uno dei cani, a suggerire un concetto molto chiaro "questo è il mio territorio". È come se fossimo condannati a vivere in un perpetuo gioco di confini e territori, una necessità che sembra innata e inevitabile in tutti noi.
La pioggia battente, che improvvisamente inizia a scrosciare, mi costringe a tornare alla mia yurta, la mia dimora temporanea per questo giorno. Anche la yurta è racchiusa entro un grande cancello, un piccolo regno privato in cui ritrovo un senso di appartenenza e protezione. Rientro così nel mio spazio delimitato, e osservo la mia temporanea dimora in questo angolo di mondo, dove ogni territorio ha il suo valore e la sua identità.

La mattina seguente lascio la mia yurta, un rifugio che ora passa ad altri viaggiatori di passaggio; i miei confini sono temporanei, e in questi giorni vesto i panni del nomade. Più avanti mi avvicino a una fattoria. All'ingresso un asino sta accanto a una Lada Niva.
La Lada Niva, icona del periodo sovietico, è presente ovunque, dalle campagne alle montagne di tutta l'ex URSS. Robusta e indomita, riflette lo spirito degli abitanti di queste terre; in questo specifico caso, allevatori di cavalli e yak.

Quest'anno mi trovo a un punto di svolta, sono sospeso tra l'attrazione per i paesaggi scolpiti dalla geologia e una curiosità crescente verso la geografia umana. È l'intensità del contesto, con la sua ricchezza culturale e le sue storie, che mi spinge a esplorare questi luoghi non solo con occhi attratti per i paesaggi scolpiti dalla geologia, ma con quelli di chi cerca di comprendere l'anima delle persone che li abitano.

Le radici di questa terra affondano in secoli di storia antica. I popoli sciti e soldiani, entrambi di origine iranica, abitavano queste terre già prima di Cristo. Nel 500 a.C. l'impero persiano di Ciro il Grande, che si estendeva dall’Egitto all’Indo, includeva anche queste regioni. Una nuova era si aprì per queste terre con l'arrivo di Alessandro MagnoNel IV secolo d.C. gli Uiguri si insediarono qui, seguiti dagli arabi. I Kirghizi giunsero più tardi, probabilmente dalle fredde terre della Siberia, spinti verso sud dai conflitti con gli Uiguri. Il loro leggendario eroe, Manas, non è solo un simbolo della loro unificazione, ma incarna anche il loro arrivo e radicamento in queste terre. Dopo secoli di migrazioni e conquiste, le terre in cui si insediarono i discendenti di Manas furono segnate da un nuovo capitolo, quello dell'epoca sovietica. I confini che ancora oggi delimitano queste regioni furono tracciati in questo periodo, ma non sempre riflettevano le realtà etniche o culturali. Più che rispecchiare l'identità dei popoli, questi confini furono il risultato di decisioni politiche e amministrative, tracciati con una logica distante dalle tradizioni millenarie di queste terre.

Dopo il forzato processo di sedentarizzazione sotto l'epoca sovietica, il ritorno alla transumanza è avvenuto solo in parte. Oggi la pratica del 'Jen-lo', che rappresenta l’alpeggio estivo da giugno ad agosto, continua a essere una tradizione viva, durante la quale i pastori portano i loro pascoli in alta montagna. Durante l'inverno i nomadi si rifugiano nelle città dove possiedono delle abitazioni permanenti.
Le yurte rimangono un simbolo di una tradizione di semi-nomadismo che si è parzialmente conservata. Sebbene il governo kirghiso promuova il nomadismo come attrazione turistica, nella realtà, la pratica si configura più come una forma di semi-nomadismo, piuttosto che una vera e propria vita nomade.

Le questioni riguardanti il nomadismo si riflettono anche nella politica. I nomadi, con la loro indipendenza e la loro tendenza a non essere costantemente stanziali, hanno influenzato profondamente la storia del Kirghizistan. Tre rivoluzioni dopo il 1991 ne sono testimoni, mentre in Kazakistan il regime è rimasto 'forzatamente' stabile. Al sud propongono le leadership, mentre al nord, più popolato da nomadi, vengono scatenati i cambiamenti.

Dopo secoli di cambiamenti e confini tracciati da mani poco accorte, queste terre hanno mantenuto una complessità che si rivela solo a chi le attraversa.
Mentre procedo verso Karakol, a 1800 metri, il paesaggio cambia ed entro in una valle verdeggiante e ondulata, impreziosita da cieli nuvolosi.
È una cavalcata tra territori immensi e sconosciuti quella che mi pare di fare. Sono un pò nomade anch'io, mi sposto di luogo in luogo, ma senza la mia yurta, le trovo strada facendo.

Lungo il percorso, i rilievi si sovrappongono, una prima linea di monti di un rosso scuro, poi sfumati in tonalità di verde e grigio, fino a scomparire nelle cime lievemente avvolte dalle nuvole. Entro in un piccolo villaggio dove i tetti bassi di lamiera e le case modeste si adagiano in un ordine apparentemente casuale.
Lascio questi rilievi alle spalle e proseguo lungo una strada costeggiata da pioppi, per poi immergermi in distese di campi dorati. Gli Slowdive, con ‘The Slab’ e ‘Shanty’, mi accompagnano anche quest’anno. La loro musica, già potente di per sé, acquista una dimensione quasi tangibile con questi paesaggi; mi lancia attraverso il vento, attraverso le steppe, attraverso spazi senza confini. La mia mente corre, corre, corre, e io mi sento galvanizzato e profondamente emozionato.

Dopo questa corsa reale e immaginaria, arrivo a Karakol, una cittadina che porta ancora i segni del passato industriale sovietico. Fondata dai russi nel XIX secolo come secondo avamposto dopo Almaty, Karakol conserva tracce di una storia più profonda di quanto appaia a prima vista.

In questa città si trova il Museo di Nikolaj Przhevalsky, un esploratore russo del XIX secolo il cui nome è quasi sconosciuto in Occidente, ma le cui imprese sono radicate in queste terre. Il museo racconta le sue spedizioni nell'Asia Centrale, in un'epoca in cui l'espansione russa iniziava a disegnare i contorni del dominio sull'Asia Centrale. Visitare questo luogo è come sfogliare le pagine di un libro di avventure, quando il cosiddetto Grande Gioco tra imperi trasformava queste terre in un campo di battaglia geopolitico.

Przhevalsky, membro della Società Geografica Russa, partì per cinque spedizioni che lo condussero nel Turkestan cinese e fino alle remote altitudini del Tibet. Era un tempo in cui l'Asia Centrale era ancora un mistero per gran parte del mondo, e ogni passo di Przhevalsky su queste terre contribuiva a svelare un po' di quel mistero. Venire qui, vedere con i propri occhi i luoghi che esplorò, rende tangibile una storia che altrimenti rimarrebbe relegata a polverosi archivi.
Questi luoghi sono mondi a parte, dove la storia si svela in modi che in Occidente restano in gran parte sconosciuti. C'è una ricchezza di vicende e di scoperte che andrebbero esplorate.

La città di Karakol è anche nota per la sua Moschea Dungana, costruita dai Dungani, musulmani cinesi fuggiti dalla Cina nel 1862. Questa moschea è un esempio di fusione culturale unica, con elementi architettonici islamici che si mescolano con il design tradizionale cinese. È fondamentalmente una pagoda cinese adibita a moschea.

Fuori dalla moschea osservo una giostrina per bambini che sembra uscita direttamente dagli anni '50, un segno nostalgico di tempi passati. La piazzetta circostante è circondata da edifici in stile sovietico degli anni '60, dell'epoca di Krusciov, abitazioni residenziali pratiche e impersonali; ampi blocchi di appartamenti a più piani, con design austero e senza ornamenti.

Questa sembra una città di frontiera, con un aspetto, come sempre, leggermente storto e arrugginito, dove tutto sembra fuori posto in un modo però affascinante, ai miei occhi. Qui il tempo sembra essersi fermato; è stata preservata un'identità che non è ancora stata inghiottita dall'uniformità globale. Ed è proprio questo che conferisce a questi luoghi il loro fascino. Hanno conservato i particolari che li rendono distintivi e veri, lontani dalla crescente omogeneizzazione che minaccia di cancellare le singole identità culturali.
Forse però questa è una visione romantica, la realtà, probabilmente, è che queste città dell'Asia Centrale si trovano a metà strada, in un guado. Avrebbero potuto essere qualcosa di diverso, città di una grande potenza, ma quella potenza si è sgretolata. Oggi questi paesi e le loro città stanno cercando di ricostruirsi.
In Kirghizistan, dove la sedentarizzazione forzata non è più legge, e il nomadismo—o il semi-nomadismo—è tornato a fiorire, il concetto di città non è lo stesso a cui sono abituato. Cosa sto cercando qui che forse non troverò mai? Forse queste città sono perfette per chi è nato e cresciuto in questi luoghi. È questa la domanda che dovrei pormi.
L'elemento più importante di Karakol è quello di essere una città cosmopolita, dove uiguri, kirghizi, uzbeki, cinesi musulmani convivono senza tensioni, a differenza di altre città dove la tensione invece è palpabile, come succede ad Osh, e dove l'identità kirghiza in particolare viene manifestata con una sorta di orgoglio.

Non credo sia un caso che io concluda la giornata a cena da una cuoca cinese di nome Fatima, musulmana, che parla russo. Solo qui le identità e le storie si fondono in modi così sorprendenti e affascinanti.

Il Kirghizistan è una terra che forse non considererei come casa, ma che senza dubbio mi invita a riflettere e a sognare. È la terza volta che mi immergo nei suoi paesaggi e ogni volta la sua bellezza mi incanta e mi affascina sempre di più. Forse è la grandiosità delle sue montagne, che si ergono maestose come guardiani del paesaggio, a catturare la mia immaginazione. Ma anche questa città, con le sue zone periferiche ricche di casette in legno, mi riporta alla memoria le immagini di Irkutsk e della Siberia che vidi decenni fa.
Allontanandomi dalla città il paesaggio rurale si svela davanti a me, illuminato dalle prime luci del mattino. Le distese fertili, illuminate dai raggi dell’alba, offrono una carezza che nutre l’anima. Mentre gli occhi si dissetano di queste meraviglie (e dopo avere fatto una scorpacciata di deliziosi fagottini di carne che sono un autentico piacere della colazione kirghisa), proseguo lungo una strada piena di filari di betulle e pioppi, alberi che sembrano essere i custodi di queste terre del Centro Asia. È una parte del mondo che ha indubbiamente toccato una corda profonda dentro di me. Tornare qui così spesso non è casuale; c’è una connessione, un richiamo che ogni volta sembra essere più forte. Ogni visita, ogni incontro, ogni panorama sembrano essere un passo verso una comprensione più profonda di questo luogo.
Il Kirghizistan continua a stupirmi e a stregarmi, ma mi lascia con la sensazione che non possa mai essere veramente esplorato o compreso del tutto, che il viaggio in questo affascinante angolo del mondo sarà sempre una ricerca senza fine.
Ma ogni volta che torno in questi luoghi, li osservo con uno sguardo sempre più consapevole. Non si parla mai molto di questi stati, per capirli bisogna venirci.

Torno sull'intricato tema delle linee invisibili che dividono terre e popoli, qualcosa che spesso esiste solo sulle mappe e nelle menti di chi le traccia. L'Asia Centrale (così come il Caucaso, la Siberia e l'Estremo Oriente) fu un obiettivo centrale della politica coloniale russa.
L'allora Impero Russo adottò una politica di russificazione in queste colonie, impose la lingua, la cultura e la religione ortodossa russa. I confini tracciati per delimitare delle colonie non vengono spesso mai disegnati con grande attenzione, e così le tensioni etniche, come già menzionato, si sono radicate. I kirghisi, con il loro retaggio turco, e i tagiki, vicini parenti dei persiani, sono separati da linee arbitrarie, ma la loro cultura e la loro storia travalicano queste frontiere. In queste terre le identità non sono mai state semplici, e le antiche tradizioni continuano a plasmare le dinamiche moderne.

I copricapi sono importanti segnali identitari. I kirghizi indossano i loro cappelli di feltro, robusti e caldi, perfetti per affrontare i rigidi inverni, anche se le orecchie restano scoperte—a questo non riesco ancora a trovare una spiegazione. I turkmeni si rifugiano sotto i colbacchi di pelo, un richiamo alla vita dura del deserto. Gli uzbeki preferiscono copricapi più bassi e discreti, che rivelano un'altra sfaccettatura della ricca diversità di queste terre; mentre i kufi, cappelli lavorati a maglia, si aggiungono al quadro, senza completarlo, perché ce ne sono tantissimi di copricapi; non ne ho citato nessuno femminile ad esempio. Non intendo scrivere un trattato sui copricapi del Centro Asia; erano solo un pretesto, un tema come un altro per capire e raccontare ciò che vedo di questi popoli.
In un contesto come questo viene da pensare che questi copricapi siano scelti per affermare un'identità, per distinguersi, o forse semplicemente per abitudine. La verità, però, mi sfugge; non sono nato qui. Posso solo osservare, raccogliere frammenti di informazioni, e continuare a pormi domande.

Mi addentro in una valle avvolta da una luce tagliente che scolpisce con precisione i verdi prati e le colline. L’atmosfera è quella di un set cinematografico, surreale nella sua bellezza. Il profumo di artemisia, pungente e penetrante, si diffonde nell’aria e, per me, è diventato il segno distintivo di queste vastità incontaminate di una purezza rara.
"The Slab" risuona nelle mie orecchie senza soluzione di continuità, e amplifica l’impressione di uno spazio infinito e senza tempo.
Mentre la valle si restringe e le pareti delle colline si alzano, il loro rosso terroso si mescola con le pennellate di verde degli abeti. Le montagne, maestose e imponenti, si alzano di fronte a me.
Mi addentro nelle Gole di Djeti Oguz e mi ritrovo immerso in un paesaggio che mescola bellezza e memorie del passato. La maestosità delle formazioni rocciose crea uno scenario da fiaba, mentre segni dell'epoca sovietica si manifestano nel silenzio di un sanatorio abbandonato, un relitto di un’era trascorsa. Vicino, una piccola moschea eretta dopo il 1991 offre un contrasto affascinante.
In questo angolo del Kirghizistan la natura è un’esplosione di verde lussureggiante, e l'aroma di artemisia continua a riempire l’aria.
I tanti pensieri su chi vive questi luoghi, da quanto, sulle tensioni etniche, si disperde come fumo tanto è bello il paesaggio. Osservo incantato.
Giungo sulle rive del lago Yssik-Kul, una distesa d’acqua che sembra un mare. Si estende per 170 chilometri in lunghezza e si allarga fino a 60 chilometri nel punto più ampio. La sua profondità raggiunge i 600 metri, facendone il secondo lago alpino più alto del mondo, a 1600 metri di altitudine. Solo il Titicaca lo supera.

Proseguo lungo la riva, l'acqua, trasparente e di un azzurro intenso, si estende fino all'orizzonte, lambita dal verde degli alberi di albicocche. Solo in alcuni punti, piccoli stabilimenti interrompono il quadro immacolato. Yurte bianche e ordinatamente disposte si adagiano sulle spiagge.

È un mondo a strati, anche se l'immagine rende poco l'idea, perché dovrebbero essere strati che sprofondano gli uni negli altri, non però a formare un unico blocco, perché le differenze sono evidenti, si vedono. C'è lo strato sovietico che è onnipresente, ma poi ci sono i cimiteri kirghisi, i tratti somatici asiatici, le yurte, un lontanissimo passato invisibile che è presente come un macigno. Tutto a formare un unicum che può esistere solo qui, sulle rive di questo lago.
Lascio alle mie spalle le limpide acque dell'Yssik-kul, e mi addentro verso l'interno, in direzione delle alte montagne, attraverso un paesaggio desertico. Il Kirghizistan mostra un'altra delle sue anime, che ora non mi stupisce più, dopo avere viaggiato a lungo ormai in Asia e in Centro Asia. Il binomio alte montagne e deserti, con filari di pioppi che svettano verso l'alto, è ciò che mi ha stupito in passato ma subito da me rinominato 'paesaggio dell'armonia', che ora mi si presenta di nuovo allo sguardo e che desideravo profondamente rivedere.
Sono temporaneamente altro rispetto a un uomo dell'occidente che ha dimenticato cosa significa la parola incanto.
Sono vivo, assorbo, accolgo, osservo; mi lascio stupire e meravigliare.
Sono altro anche rispetto a 10 anni fa, a quando percorsi questo tratto di strada, allora per dirigermi verso il Pakistan.
I corrugamenti continuano a farsi sempre più spelacchiati, la terra è brulla e marrone, arida e completamente nuda.
Proseguo lungo la strada che porta verso il passo di Kalmak Asuu a 3430 metri di altitudine; il paesaggio  è sempre ampio e fatto di grandi pascoli. La strada sterrata, tornante dopo tornante, sale tra morbide colline verdeggianti.
Raggiungo un immenso altipiano illuminato da una calda luce serale, parte del quale ricoperto dalle acque del lago Son kul. Sono sceso a 3.016 metri.
I nomadi salgono qui con i loro animali e le loro yurte dai villaggi della valle, è l'alpeggio estivo, lo 'Jen lo'.
Alloggio anch'io in una yurta, a pochi metri dal lago, circondato da rilievi e da morbidi prati. Otto anni fa sono transitato di qua e ricordo di essermi svegliato e di avere visto le punte delle montagne spruzzate di neve.
Ci sono stato una sera e una mattina, esattamente come questa volta, e mi era sembrato pochissimo per un angolo di mondo così bello. Scesi a valle con il desiderio di tornarci, 'chissà quando', pensai. E ora eccomi qua, stupito come allora per la bellezza di questo posto, rimasto intatto, puro, inalterato; e come accadde allora, anche ora so che non mi basterà ancora, perché è raro vedere posti come questo.
Nel tepore della yurta riscaldata con la stufetta a legna, mi metto sotto le coperte e mi accingo a dormire, appagato, felice.

La mattina, raggiungo le rive del lago camminando su un prato pieno di stelle alpine. È una splendida giornata di sole e i cavalli pascolano placidamente. I ritmi rallentano, il tempo sembra fermarsi.
Riscopro e ritrovo i tempi lenti.
In questo angolo di pace, osservando l'acqua che lambisce dolcemente la riva, mi sento in perfetta armonia con la natura. Decido di entrare in acqua, che si rivela sorprendentemente fresca, non fredda, e mi immergo fino alle caviglie. In questo momento la mia mente si libera, e l'unico pensiero che mi attraversa è: 'Dove sono esattamente? In che luogo straordinario mi trovo?'

La quiete prima del tumulto. Mentre il lago, sereno e immobile, mi culla nella sua pace, tutto cambia quando inizia una partita di buzkashi. Questo gioco, noto qui come Kok boru, dove 'kok' può significare blu o verde, oppure cavallo bianco, e 'buru' vuol dire volpe, è una frenesia di cavalli e uomini che travolge ogni traccia di calma. I tempi geologici vengono sopraffatti dal rumore di noi esseri umani, animali inquieti sempre in movimento.

Seguo più o meno volontariamente la mia filosofia del 'less is more', e dimentico il berretto nella yurta. Mi lascio abbracciare dal sole, consapevole che questo porterà inevitabilmente a una scottatura. Il prezzo della mia scelta si farà sentire per il resto della giornata, e non solo.

Riprendo il percorso verso valle, attraversando un paesaggio montano di straordinaria bellezza. Le pareti seghettate delle montagne si mescolano con un paesaggio prevalentemente desertico, e nonostante l’altitudine di 1400 metri, il caldo è implacabile. Un’aspirina mi rimette più o meno in carreggiata e mi permette di proseguire.

Mi inoltro in valli solitarie mentre il sole comincia a scendere dipingendo il paesaggio con tonalità terrose di rosso e marrone. Le pareti delle valli, a strapiombo e imponenti, sono incise dal fiume Naryn, e si fanno via via più aspre e rocciose. Ogni pietra, ogni cresta, contribuisce a chiudere e stringere il passaggio, e a renderlo aspro, severo. È un paesaggio che si fa austero sotto il calore dorato del sole al tramonto; la natura ha deciso di rivelare il suo aspetto più primitivo e potente.

Il fiume Naryn è un’imponente arteria che scivola fuori dalle maestose montagne del Tian Shan. Questo fiume, che attraversa la valle di Fergana e si tuffa in Uzbekistan, è uno dei più importanti dell’Asia centrale, un testimone silenzioso della storia e della geografia di questa terra.

Il Naryn è arricchito dal contributo di numerosi affluenti, tra cui il Kökömeren.
Mentre percorro la strada che segue le rive  del fiume Naryn, osservo il suo incontro con il Kökömeren, e il paesaggio intorno a me sembra diventare un quadro in movimento. 
Dopo un lungo giorno di viaggio raggiungo il villaggio di Kazarman.

In questa parte del Kirghizistan, lontana dalle pressioni della modernità, Kazarman rappresenta un’isola di autenticità e di calma. È un luogo dove il tempo sembra davvero sospeso. Il sole tramonta dietro le montagne.

...e non ci mette molto a ricomparire all'orizzonte, mi sveglio presto e passeggio tra le vie vicino alla casa dove ho dormito questa notte. È un viaggio senza sosta, una corsa tra montagne maestose, terra, polvere, confini e popoli. Il tempo per riprendere fiato è raro; quando posso, mi fermo, osservo, e porto con me immagini e sensazioni; cerco di catturare quanto più possibile di questi luoghi.

Lungo la strada sterrata che si dirige verso Osh mi trovo immerso nella polvere che si solleva ad ogni movimento del mio veicolo. La strada che attraversa la maestosa catena dei Monti Fergana si muove tra valli verdi deserte, dove la presenza umana è una rarità. Nel vasto silenzio di queste terre vedo due yurte accanto a un fiume, un angolo remoto dove potrei rifugiarmi per mesi, circondato da manti di verde che si estendono senza fine.
Altre yurte ogni tanto fanno capolino, testimoni di nomadi saliti in quota per l’alpeggio estivo; il paesaggio rimane immutato, pervaso da una solitudine quasi sacra. Se cercavo luoghi isolati e silenziosi questo è senza dubbio il posto giusto. Solo due uomini a cavallo interrompono questo grandioso vuoto.
Raggiungo il passo Kaldama a 3060 metri e il mio sguardo si perde sull'ampia e brulla distesa della Valle di Fergana. La strada, che scende a grandi tornanti, svela un paesaggio che si fa esteso e spoglio mentre più in basso il verde comincia a farsi strada. Alcune cime lontane sono ancora ricoperte di ghiacciai, come se si fossero conservate nel tempo per preservare un frammento di purezza.
Questa via, che resta aperta solo durante l’estate, è un varco temporaneo nella severità invernale che chiude queste terre, rendendole inaccessibili e avvolte nel silenzio e nella solitudine. Il letto arido del fiume non preannuncia abbondanza, ma la vegetazione, pur lenta ad arrivare e a tratti ancora ricoperta di pietre e polvere, comincia a mostrarsi nel suo lato più rigoglioso.

La strada è un’autentica sfida, quasi una ferita sulla terra, destinata probabilmente a rimanere una delle tante cicatrici di un mondo che pare dimenticato, immutabile nella sua inospitalità.

Scendendo verso valle mi ritrovo immerso in distese di campi di grano che brillano sotto il sole. La Valle di Fergana, conosciuta come il granaio del Centro Asia, è una terra di abbondanza che contrasta profondamente con le montagne impervie che ho appena lasciato alle spalle. Immagino i viaggiatori delle carovane che, dopo aver lottato con le vette e le asperità di questi monti, dopo essersi arrampicati con le unghie su queste montagne severe, si trovavano finalmente di fronte a questa visione di fertilità. La valle per loro doveva apparire come un’oasi di respiro e speranza.

Il panorama si apre con una grazia inaspettata tanto da ricordarmi le dolci colline toscane. È un contrasto quasi impensabile rispetto alla severità e alla grandiosità delle catene montuose che lo circondano.
La strada si muove attraverso una campagna vasta e ondulata, un mare di grano che si estende all'orizzonte; mi avvicino sempre più a Jalal-Abad. I centri abitati cominciano a riapparire, segnali di un ritorno alla vita urbana.
Jalal-Abad è una città che mi accoglie con un paradosso di costruzione e distruzione. Muovendomi tra i suoi quartieri mi sembra di trovarmi in un luogo in divenire, la città sembra oscillare tra il nuovo e il deteriorato. La quiete del paesaggio agreste lascia spazio a un tumulto urbano che confonde i sensi. La città mi appare come un enigma in cui il tempo sembra compiere uno strano salto, non capisco però dove vada; assisto a un'alternanza di progressi e regressi.

La popolazione ora è prevalentemente uzbeka e musulmana. Per la prima volta mi imbatto in un cartello all'ingresso di un locale che proibisce il fumo e l'alcol, un segnale tangibile delle norme locali.
Fuori dal locale il profumo invitante degli shashlik grigliati su un grande braciere si diffonde nell'aria, mentre all'interno le tapchab, i tradizionali letti bassi, offrono un angolo per sedersi e mangiare.

La tradizione dei matrimoni combinati continua ad essere presente e le norme sociali vengono rispettate con una certa rigidità. Le giovani coppie desiderose di sottrarsi ai rigidi canoni imposti si rifugiano nei luoghi più inaspettati. Si dice che il minareto di Uzgen sia teatro di incontri furtivi, un angolo nascosto dove i giovani innamorati sfuggono alla vista di chi non deve vederli.
 


Jalal-Abad non è solo un baluardo di antiche tradizioni; è anche il fulcro di una realtà più complessa e contraddittoria. La città è nota per il turismo sessuale, una verità scomoda che viene spesso celata dietro un velo di ipocrisia, lontana dallo sguardo superficiale del viaggiatore distratto.

Lungo la strada un'anziana vende il kvas, una bevanda che avevo assaporato per la prima volta durante il mio viaggio in Russia e Siberia del 1988. È un'immagine che mi tocca profondamente, un piccolo frammento di quel mondo lontano, riemerso in questo angolo remoto del Kirghizistan. Forse in Russia questi contenitori sono ormai parte del passato, abbandonati a ricordo di un'epoca, mentre qui trovano una nuova vita. In Russia il kvas probabilmente ora si beve nei bar.
Riprendo la strada verso Osh lasciandomi alle spalle la città. La via si muove attraverso colline dorate, una tavolozza di colori che ricorda le pennellate di Van Gogh. Carretti carichi di grano e bambini che giocano al loro fianco, coltivazioni che si estendono a perdita d'occhio. Tutto questo sembra un quadro bucolico che contrasta con i paesaggi montani che mi attenderanno nuovamente in Tagikistan.
Lungo il percorso piccoli mercati di cocomeri e meloni sembrano spuntare spontaneamente, bancarelle improvvisate ma perfettamente inserite nel contesto rurale. È un mondo che sembra vivere in un equilibrio perfetto tra spontaneità e tradizione.
Non posso dire lo stesso di Osh, una città in cui la parola 'spontaneità' suona quasi fuori posto. Il mio passaggio qui è breve. Mi limito a osservarla dall'alto e a sfiorarne appena la superficie, un assaggio fugace di un luogo che forse avrebbe bisogno di più tempo per rivelarsi davvero.
Salgo sulla montagna sacra, il Trono di re Salomone, e da questa prospettiva la città di Osh si dispiega sotto di me, un mare grigio di tetti di eternit; all’orizzonte le montagne si ergono in profili irregolari, di altezze e forme diverse, a segnare i confini di questa antica città. Le leggende che narrano le origini di Osh sono molteplici, attribuite a figure come re Salomone, Alessandro Magno e Babur, il fondatore della dinastia Moghul, che fece costruire una moschea proprio qui, sulla vetta dove mi trovo, anche se di essa non resta più traccia.
Le radici di Osh affondano nel V secolo a.C., e il suo ruolo come nodo cruciale lungo la Via della Seta la distingue dalle città come Almaty, Dushanbe e Biskek, nate e cresciute solo in epoca sovietica. Da quassù mi viene fatta notare la divisione tra le due anime della città: quella uzbeka da un lato e quella kirghisa dall’altro, visibili nelle differenze architettoniche che separano gli edifici. Ciò che emerge più chiaramente, ai miei occhi, è l’impronta sovietica, ancora fortemente percepibile, e che lega queste diverse anime in una coesistenza forzata.

Mi allontano, forse troppo presto, dal caos di questa città, per immergermi nuovamente in paesaggi solitari. Le strade, prima brulicanti di traffico, si dissolvono in spazi vuoti che conducono a morbidi rilievi aridi e terrosi, e a valli attraversate da fiumi.

È qui a Osh che ha inizio la Strada del Pamir, conosciuta anche come M41 o Pamirsky Trakt. Da Osh a Dushanbe ci sono circa 1300 chilometri, e per quanto le strade che ho percorso finora siano state tutt'altro che agevoli, mi conviene approfittare del tratto kirghiso, e godermi la deviazione al Campo Base del Picco Lenin. Ricordo ancora un tratto della Strada del Pamir che percorsi sei anni fa; ma dal confine tagiko fino a Iskashim mi attende un territorio nuovo, aspro e a grandi altitudini. Sarà tutt'altro che facile. Mi accomodo e osservo il paesaggio, consapevole di ciò che mi aspetta.

Alcuni rilievi sembrano dune di sabbia, mentre altri, familiari nella loro grandezza, contrastano con forme inedite che sfidano la mia esperienza. Nonostante i numerosi viaggi che ho fatto in questa parte del mondo, ogni volta mi sorprende la varietà di colori e forme che, per essere veramente comprese, devono essere viste di persona. Io ci provo ogni volta a descrivrli, ma il mio costante stupore ogni volta che vedo questi paesaggi è significativo del fatto che ogni volta non ci riesco, ma oggi sono perfettamente cosciente che non ci riuscirò mai. Non mi resta che riempire lo sguardo di queste striature, di queste pennellate di rosso, ocra e giallo; di queste sequenze di rilievi che si inseguono e si sovrappongono in un flusso continuo senza fine.
Sono sempre più vicino al confine con il Tagikistan.
Ieri a Uzgen il caldo era insopportabile, credo avesse raggiunto quasi 40 gradi. Oggi invece la temperatura è scesa drasticamente a 6 gradi. Attraverso valli spruzzate di giallo e verde, e poi il panorama si apre su un vasto orizzonte: in lontananza si impone allo sguardo la maestosa e imponente catena del Pamir, meravigliosamente imbiancata di neve.
È un angolo di mondo che toglie il respiro, l'ampiezza è impressionante, e in questa vastità pochi nomadi sono gli unici abitanti, con i loro pascoli, puntini in un oceano. Proseguo in direzione del Picco Lenin, è l'ultimo giorno che passo in Kirghizistan. Domani entrerò in Tagikistan attraverso le imponenti catene del Pamir.

La toponomastica è spesso la prima a subire l'influenza delle ideologie. Scoperto nel 1871 da un esploratore russo, il picco fu inizialmente chiamato monte Kaufmann in onore del governatore del Turkestan. Nel 1928, in piena era sovietica, venne rinominato Picco Lenin. Nel 2006 le autorità tentarono di cambiarne il nome in Picco dell'Indipendenza, ma il tentativo non ebbe grande successo. Oggi il governo tagiko lo chiama Picco Ibn Sina, o Picco Avicenna, in un tentativo di radicarlo nella tradizione del loro paese.
Mentre rifletto su questi mutamenti, osservo, lungo il percorso, i volti degli abitanti di sporadici piccoli villaggi, volti orientali che raccontano storie di terre remote e culture estranee al mio quotidiano. Questi visi, segnati dalla vita e dal tempo, sembrano portare con sé l'essenza di luoghi così distanti e profondamente diversi dal mio piccolo mondo; sono la rappresentazione vivente di una geografia umana che non mi è del tutto riconoscibile, proprio come i nomi di queste montagne, perennemente sospesi tra l'imposizione di un’ideologia, l’omaggio a un fondatore o la memoria di un popolo, tutti in continua ricerca di un’identità che li definisca.

Abbandono temporaneamente la strada principale, la M41, e mi inoltro su una via sterrata che pare condurre verso l'infinito. Davanti a me montagne maestose emergono da un mare di nuvole dense e minacciose. Un arco di ferro arrugginito con la scritta "Campo Base Picco Lenin" segna il passaggio definitivo nel regno dei sogni e delle leggende. È come varcare una soglia che mi trasporta in un mondo di avventure epiche, dove la realtà sembra sfumare e lasciare spazio alla pura immaginazione.
Sto vivendo un lungo sogno? 
Mi accendo di fronte a montagne, neve e ghiacciai; in questo angolo del Kirghizistan la natura esplode in un tripudio di elementi e spazi. Alcuni luoghi del mondo sembrano essere stati plasmati con una generosità di paesaggi che va al di là del consueto, come se la terra avesse riservato per sé una abbondanza di magnificenza. Ogni crinale, ogni manto nevoso, ogni cresta glaciale è una dichiarazione di bellezza, un richiamo potente alla vastità e alla ricchezza dei luoghi che solo pochi privilegiati possono contemplare.
Il tempo a disposizione per goderne è sempre così limitato che inevitabilmente nel tempo questi momenti acquistano una forma più simile alla dimensione del sogno.

Molteplici traversate sui fiumi (è pur sempre una strada sterrata ai piedi di grandi ghiacchiai) sono un richiamo lontano all'Islanda. Un arcobaleno, rocce rosse e montagne innevate sono il regalo dopo un guado non semplice.

Non sono spruzzate di neve sulle montagne, sono colate di neve, a rimarcare il fatto che il Kirghizistan si pone sempre più in alto nella mia personale classifica dei luoghi più straordinari che ho avuto il privilegio di visitare. I suoi paesaggi montani sono un trionfo di bellezza che supera ogni immaginazione umana. Qui la natura non si limita a sorprendere; esplode in una tale bellezza da sembrare una dichiarazione d'intenti della Terra stessa, un messaggio di grandezza che invita a fermarsi, ad ammirare e a sentirsi infinitamente piccoli di fronte a tanto splendore.
Non so dove guardare, dovrei dividere in tante parti ciò che sto vedendo e guardarle ognuna con calma, ma non si può; l'insieme mi stordisce e mi incanta. Cosa si ricorda di un sogno? Poco, frammenti. Saranno questi che mi rimarranno. Passo davanti ad un campo nomadi e rifletto sulla mia di esistenza; non so davvero più cosa pensare.
Il pensiero si dissolve quando mi trovo di fronte a una parete imponente, una distesa di ghiacciai e neve che sembra non avere confini. Qui tutto è amplificato e l'esagerazione della scena si manifesta con il passaggio di un grande gregge di pecore che attraversa la strada, accompagnato da un nomade a cavallo. Questa immagine, quasi surreale, accentua l'atmosfera onirica del luogo. È in questo scenario maestoso e quasi irreale che passerò la notte, nel campo base del Picco Lenin.
Sono commosso da tanta bellezza.
Nel rifugio ci sono solo alpinisti o esperti di alta montagna pronti ad affrontare aventure che io non affronterò mai; li osservo con estrema ammirazione.
Compro una birra e sotto una pergola in legno osservo le bianche pareti di fronte a me; un lampo anticipa tuoni minacciosi.
Molti di questi alpinisti aspetteranno almeno un giorno, suppongo, prima di proseguire verso gli altri campi, per poi salire sul picco a oltre 7000 metri.
La grande parete bianca ora è nascosta dietro nuvole colme di pioggia. 
La luce del giorno cede il posto all'imbrunire e poi alla notte. Mi nutro di questo spettacolo.

Seppure il Picco Lenin sia celebrato come la vetta dei 7.000 metri più accessibile e frequentata al mondo, il suo clima severo e imprevedibile sfida le aspettative e le ambizioni di chi si avventura verso la sua cima. La sua reputazione di "facilità" è tradita da una realtà piuttosto dura: il tasso di successo per raggiungere la cima sembra essere molto basso. Leggo che ogni estate circa 15 incidenti gravi avvengono sulle sue pendici, e un terzo di questi si traduce in esiti fatali. Questo luogo è testimone silenzioso della lotta tra l’uomo e la natura.

Mi abbandono al sonno, avvolto dal severo abbraccio di queste montagne innevate.

Mi sveglio all’alba e le pareti di ghiaccio delle montagne sono finalmente libere dalle nuvole; si rivelano in tutta la loro maestosità.
Inizio il percorso di oggi e, poco più giù rispetto al campo base, vedo una famiglia nomade intenta nei suoi rituali quotidiani. All'esterno di una yurta, il latte viene trasformato in formaggio, un processo che ha radici antiche e profonde nella tradizione kirghisa. Mi accolgono con calore e mi offrono un pezzo di formaggio fresco, il cui sapore è particolarmente acido.
In cambio il mio unico dono è fare una serie di fotografie che li ritraggono nel loro ambiente, momenti che catturo e mostro con gratitudine. I loro volti si illuminano e ci salutiamo con un sorriso sincero, un breve scambio di umanità in questo angolo remoto del mondo.
Riprendo il cammino verso il Tagikistan, riprendo la M41, e i campi nomadi scompaiono lentamente dietro di me. Alcuni bambini, a cavallo o in bicicletta, si allontanano nel loro universo di gioco e libertà.

Risalgo verso il passo Kyzyl Art a 4.282 metri di altitudine e arrivo al confine tra Kirghizistan e Tagikistan, un passaggio che sembra essere un pezzo dimenticato di questo mondo. Non è un luogo facile da attraversare, principalmente a causa delle tensioni locali. Oltre il confine tagiko la popolazione rimane kirghiza, un chiaro segno di quanto arbitrariamente siano stati tracciati questi confini. La continuità culturale e l'identità condivisa tra i due lati del confine dimostrano come le linee geopolitiche sono spesso un'imposizione estranea alla realtà delle comunità locali.
Da queste parti il numero di persone in transito è davvero esiguo; solo quei ricercatori di esperienze rare e autentiche si avventurano in questa zona non molto frequentata dai turisti.
Incontro un motociclista spagnolo che ha percorso la strada da Barcellona a Ulan Bator. Ora, al rientro dal suo viaggio, si trova costretto a cambiare programma per mancanza dei documenti necessari. La guardia è inflessibile. Nonostante l'imprevisto, il suo spirito rimane intatto. I veri viaggiatori sanno gestire questo tipo di situazioni e così, invece di fermarsi, si prepara a dirigersi subito verso l'Uzbekistan, pronto a proseguire la sua avventura.

Incontro poi un ragazzo italiano in viaggio da cinque mesi, e una ragazza giapponese; hanno incrociato casualmente il loro cammino qui, alle porte di questo confine. Questi viaggiatori, che partono senza una meta fissa e si lasciano guidare dall’improvvisazione, incarnano lo spirito autentico del viaggio. Incontrarli ai confini del mondo ne amplifica l’esperienza.
L’attraversamento è un’esperienza che giustifica questo lungo viaggio. Si inizia da un lungo percorso, circa una ventina di minuti di macchina, in un ambiente di rara bellezza, naturalmente disabitato. Si raggiunge un secondo confine kirghiso, per poi proseguire attraverso una terra di nessuno, un’area desolata e sempre di una bellezza disarmante, prima di raggiungere, a oltre 4000 metri, il confine tagiko. Qui il paesaggio cambia: terra rossa, un fiume rossastro, e un ambiente arido e brullo accolgono il viaggiatore, letteralmente ai confini del mondo.
La presenza di scritte in russo sui vari cartelli testimonia l’eredità di una Russia che continua a lasciare il suo segno in queste terre.
Confine tra Kirghizistan e Tagikistan (foto scattata col cellulare, qualità bassa)



4. TAGIKISTAN   

Oltre il confine tagiko il paesaggio continua a rivelarsi in tutta la sua grandiosità: una vasta valle attraversata da un fiume, un ambiente più arido e spoglio, ma con cime innevate che emergono in ogni dove e che conferiscono al paesaggio una bellezza allo stesso tempo austera e affascinante.

Il confine con lo Xinjiang, visibile a pochi metri, e che sembra non finire mai, è segnato da filo spinato, una barriera tracciata dai Russi.
La strada che percorro mi ricorda il corridoio del Wakhan afghano: una valle desolata, che sembra fatta di cenere, delimitata da rilievi imponenti. La vegetazione qui è un miraggio; è un paesaggio arido e sterminato.

L’esperienza è surreale. Sono in mezzo ai giganti asiatici, Cina e Russia, in un’area di terre contese, dove la geologia sembra dominare il panorama. Ma è la lunga linea di confine con la Cina che parla il linguaggio di noi esseri umani e dei nostri innati tormenti, e che, a quanto pare, non saremo mai in grado di superare.
Viaggio tra queste terre indomabili e isolate, perennemente incredulo e stordito da tanta bellezza.

In prossimità del lago Qarakul, che significa "lago nero," a quasi 4000 metri di altitudine, si apre una vista mozzafiato sulla catena del Pamir. Le montagne che mi circondano sono ricoperte da un manto di neve, il paesaggio ha un'aura di maestosa purezza.
Scendo verso il villaggio di Qarakul che sembra quasi un villaggio fantasma. Gran parte degli abitanti sono impegnati nell’alpeggio estivo.
A Qarakul le abitazioni sono tutte costruite in mattoni di fango, materiale che conferisce al villaggio un aspetto rudimentale e essenziale. In alcune case vedo accatastati gli escrementi di mucca che vengono usati come combustibile. Il paesaggio ricorda un villaggio del Far West, privo però del saloon, con una disposizione semplice degli edifici e un’architettura funzionale e spoglia. Questo angolo remoto, immerso nella vastità del Pamir, si presenta come un esempio di adattamento umano a condizioni ambientali estreme. D'inverno le temperature devono essere davvero rigide.
Pranzo in una guest house. Mi offrono una specie di rotolo di verdure da accompagnare con dello yogurt particolarmente acido. Mangio di gusto, sono sapori autentici, di casa.

Riprendo il viaggio e penso al fatto che per tutto il giorno sto attraversando paesaggi di una vastità che sfida ogni descrizione. Le distese di terreno brullo si estendono all'infinito, interrotte solo da occasionali cime solitarie e innevate che si ergono come sentinelle silenziose in questo deserto di alta quota. L'assenza di vita, decisamente palpabile, non è però opprimente; è piuttosto un vuoto che riempie lo spazio con un senso di bellezza primordiale.
Arrivo finalmente al passo Akbaital, "cavallo bianco", o Passo Hushang, a 4655 metri di altitudine.
Il passo, con la sua altezza vertiginosa, rappresenta non solo una conquista fisica (sono piuttosto provato, non immaginavo di soffrire di mal di montagna in questo viaggio...), ma anche un viaggio interiore attraverso la vastità, un luogo dove la mente può letteralmente perdersi.
Mi fermo per la notte nel piccolo villaggio di montagna di Murghab, a 3600 metri di altitudine. Concludo la giornata definitivamente stordito, l'altitudine mi ha messo decisamente a dura prova.

Proseguo lungo la M 41 in direzione del villaggio Alichur.
La costruzione della M41 è iniziata nel 1931. Oggi è frequentata da camion che vanno in Cina, nello Xinjiang. Al confine, a 50 chilometri da Murghab, non vengono fatti controlli sul peso dei carichi dei camion, motivo per il quale entrare in Cina dal Tagikistan è spesso un'opzione vantaggiosa. Non certo per la qualità della strada.
Lascio Murghab, e mi auguro di averci lasciato mal di schiena, influenza, mal di testa, tachicardia... quest'anno, o forse meglio, in questi giorni, sono un pò il fantasma di me stesso e la cosa mi dispiace un pò.

Il paesaggio è  costantemente vasto e perennemente disabitato, per lo più terroso, arido, circondato da alti rilievi, alcuni spruzzati di neve.
Alcuni ciuffi di vegetazione fanno intendere la lotta per la vita anche nei luoghi più impervi.
La strada è asfaltata ma costantemente bucata, si procede lentamente e  ciò permette di rimanere concentrati sul paesaggio.
A dire il vero qualche abitante in queste terre solitarie c'è, paffute marmotte che, solitarie, si mostrano di tanto in tanto; paffute perché a breve, nel mese di settembre, andranno in letargo.
Mi sto abituando a questi rilievi che sembrano dune, con striature di ocra, giallo, rosso, e un pò di verde.
Faccio una breve sosta vicino a un piccolo laghetto di acqua gelida che scende dai ghiacciai; è di un colore blu intenso che vira verso l'azzurro. Ci sono molti pesci ma qui dicono che non vengono pescati perché sono sacri.
Sono nuovamente salito a circa 4.000 metri di altitudine. Alzo lo sguardo e osservo le cime innevate. Il malessere che ieri mi aveva schiacciato, scivola via (per poi tornarmi a fine viaggio, nota postuma).
Mangio ad Alichur (che in lingua locale significa "maledetto da Alì"), un piatto di pesce fritto e patate, suppongo non siano i pesci del laghetto. Ma non mi stupirei se lo fossero. Forse, con la maledizione di Alì che grava su di loro, gli abitanti del posto hanno deciso di sfidare il destino e consumare persino ciò che è considerato sacro. Non lo saprò mai; lascio questa piccola tavola calda con questo dubbio; e poi, in un posto maledetto da Alì, forse certe domande è meglio non farsele.

Anche questo villaggio sembra uscito dal Far West, anche qui senza il classico saloon. Le case, tutte basse e sparse, danno l'impressione di un luogo più strutturato rispetto a quello precedente, e si estendono parecchio in questa landa desolata. Spicca una bellissima moschea, quasi a voler ricordare che anche qui, tra polvere e silenzio, la vita ha trovato un suo ritmo. Vedo qualche cane, arruffato e assonnato, alla ricerca di un pò di ombra; sono parte integrante di questo paesaggio sospeso.
E in questo angolo di desolazione spunta un furgoncino UAZ Bukhanka. Nelle zone più remote dell'ex URSS sopravvivono oggetti che, secondo la nostra logica consumistica, sarebbero ormai non solo obsoleti, ma veri oggetti d'antiquariato. Qui invece il furgoncino UAZ, soprannominato Bukhanka per la sua forma che ricorda un pane in cassetta, è un classico che resiste sulle strade da decenni. Ne vidi molti l'anno scorso in Mongolia; questi mezzi vengono usati abitualmente per attraversare le sterminate lande desolate. Ricordo ancora la giovane famiglia nomade che si trasferiva con il loro carico: il loro bestiame e una ger caricata sulla loro UAZ-469.
Noi, nel nostro mondo, sembriamo incapaci di muoverci senza un modernissimo SUV, anche nelle strette vie delle nostre città medievali. Come se dovessimo essere pronti a fronteggiare l'arrivo di qualche temibile vichingo, un'orda di unni o persino i discendenti di Gengis Khan. Meglio essere prudenti, corazzati fino ai denti - io continuo a usare la mia vecchia Punto, senza timore di eventuali invasioni mongole o incursioni vichinghe -.
Qui invece il tempo sembra essersi fermato, e quel che altrove sarebbe ritenuto obsoleto, continua a servire con indomita efficienza.

Riprendo il viaggio e i vasti spazi disabitati tornano a dominare l'orizzonte, chilometro dopo chilometro, in un'infinita distesa di solitudine. Mi chiedo cosa significhi vivere a Alichur, in questo remoto frammento di mondo dove il tempo sembra dilatarsi e l'isolamento sembra essere l'unica compagnia.

Lascio temporaneamente la M41 che riprenderò più avanti, e mi avventuro nella valle del Wakhan, sul lato tagiko. Mi trovo ora nel settore settentrionale della valle, un antico tratto della Via della Seta che Marco Polo stesso attraversò. Questa deviazione, pur su strade ancora più sconnesse rispetto a quelle già sterrate della M41, mi permette di immergermi in territori che sono più simili a un'idea che alla realtà.

La strada, ormai un nastro di polvere e terra, si muove tra paesaggi desolati e aspri, e continua a riportarmi alla mente immagini del corridoio del Wakhan afghano. L'aridità è palpabile, accentuata dalle grandi chiazze di sale che indicano la presenza di un lago salato ormai scomparso. Tutto attorno solo terra e rocce, un deserto di alta montagna che sembra non avere fine.

Un lago azzurro, quasi fuori luogo in questa distesa desolata, interrompe per un istante la monotonia di un paesaggio inospitale. I suoi colori vividi, in contrasto con l’aridità circostante, portano un tocco di bellezza sorprendente e inaspettata. Anche il Pamir, con tutta la sua severità e il suo aspro deserto d’altura, ogni tanto sembra concedersi un respiro, e rivela un lato più dolce, quasi poetico, di una terra altrimenti implacabile.

La strada continua la sua ascesa, inerpicandosi tra polvere e pietre, fino a raggiungere il passo Kargoshi a 4.344 metri di altitudine.
Che bellezza.
Da quassù il Wakhan Range si svela in tutta la sua maestosità, con le cime del Pamir, alte e innevate, che sembrano toccare il cielo.
A poche miglia in linea d'aria, oltre le montagne brune che si ergono maestose davanti a me, c'è il villaggio afghano di Sarhad-e Broghil. Quel nome, per me così esotico, è inciso nella mia memoria, e occupa un posto speciale tra i miei ricordi di viaggio. Dopo Sarhad la strada diventava impraticabile per i fuoristrada; da lì in poi c'è solo un cammino a piedi che conduce ai successivi villaggi sulle sponde del fiume Wakhan, uno dei primi si chiama Langar. Questa sera sarà un altro Langar, quello tagiko, ad accogliermi per la notte. In questo curioso gioco di riflessi tra i due mondi, i ricordi e le emozioni si riflettono l’uno nell’altro, e mi permettono di vivere il presente con l’intensità del passato e di far rivivere il passato nel presente.

Ancora una volta mi sorprendo di fronte a queste imponenti catene montuose che superano i 4000 metri e si ergono dal cuore di un deserto d'alta quota. Ti fanno sentire infinitesimale, un semplice granello di polvere. E non a caso il Pamir è stato per secoli una delle regioni più inaccessibili del pianeta.
Un cartello indica 'Zorkhul' in una direzione opposta a quella in cui mi sto dirigendo. Questo luogo, noto come Lago Vittoria, fu un punto strategico durante il Grande Gioco, e segnava il confine tra le sfere di influenza russa e britannica. Lo lascio dietro di me, forse per un'altra volta.

Le montagne appaiono spoglie, come se un'attenta mano avesse rasato via ogni singolo albero, lasciandole nude e vulnerabili. Per chi, come me, associa la montagna a un paesaggio rigoglioso, questa visione trasmette un senso di desolazione. Mi viene spontaneo pensare: "Se un fiume dovesse esondare, qui nulla potrebbe fermarlo." Non avrei dovuto fare questo pensiero.
Poco dopo è necessario guadare un torrente impetuoso che ha inghiottito un tornante stretto e altri tratti della strada. Il passaggio non è affatto semplice: l'acqua scorre con una furia quasi predatoria, sembra voler divorare ogni cosa. Ma con grande abilità, l'autista riesce a superare l'ostacolo, e il viaggio prosegue. A questo punto forse posso concludere che il pesce che ho mangiato non era sacro e che la maledizione di Alì, se mai è esistita, non ha avuto effetto su di me.
Di tanto in tanto, in questa distesa arida, emergono piccole oasi di vegetazione. Sono come macchie di verde che seguono la logica delle oasi. Sparse, rare, eppure vitali, segnali di resistenza in un mondo che sembra fatto solo di pietra e polvere.

In una di queste oasi si trova il villaggio tagiko di Langar, proprio alla confluenza tra i fiumi Wakhan e Pamir; qui passerò la notte. Il villaggio ha un fascino arcaico, quasi sospeso nel tempo. È il momento del rientro delle capre dal pascolo, guidate diligentemente dai bambini. L'alloggio che mi accoglie mi riporta con la mente ai giorni passati in Afghanistan: una semplice casa di campagna con il tetto basso e piatto, un cortile interno accogliente e l'immancabile albero di albicocche. All'interno tappeti ovunque – sui pavimenti, alle pareti -. L'ospitalità è davvero genuina; in questa casa lontana sento una strana ma rassicurante sensazione di appartenenza.

Dietro la casa si erge una delle tante montagne brune che hanno accompagnato il mio viaggio, aspre e imponenti, proprio come il popolo afghano che le abita. "Aspra" è la parola giusta, descrive sia il paesaggio che la natura indomita del popolo afghano. È una terra dura che non si lascia piegare, proprio come la sua gente. L'ho scritto anche nel mio diario di viaggio del 2018: molti hanno tentato di sottometterli nel corso dei secoli ma l'asperità di queste montagne spiega perché nessuno ci sia mai riuscito davvero.

Il fiume Panj traccia il confine tra Afghanistan e Tagikistan per oltre 1000 chilometri. Anche questa volta, almeno lungo il tratto percorso oggi, non vedo molti soldati, recinzioni o filo spinato. Il contrabbando tra le due sponde sembra essere una consuetudine, soprattutto quello dell'oppio. Così era, e così immagino sia ancora.

Guardo oltre il fiume, verso il lato afghano, poi ritorno con lo sguardo al lato tagiko dove il mio letto mi attende per una notte di riposo profondo. Ma prima di abbandonarmi al sonno, ceno con una zuppa di carne e verdure, molto saporita, seguita da un piatto di cereali – forse orzo bruno – e lenticchie, accompagnato da pollo.

Il Pamir è una delle regioni più inospitali al mondo, dove gli inverni sono lunghi, gelidi e carichi di neve. La terra è avara e il paesaggio severo, con la maggior parte dell'altopiano che si distende tra i tremila e i cinquemila metri di altitudine, incorniciato da alcune delle cime più imponenti del pianeta. L'aria rarefatta rende facile cadere vittima del mal di montagna. Rifletto su tutto questo dopo una notte di sonno rigenerante. Mi sento meglio rispetto ai giorni passati.

Proseguo il viaggio lungo viali alberati attraverso villaggi arcaici, dove incontro persone accovacciate, persone al lavoro, persone che cucinano.
I campi di grano e i campi di tè verde si alternano ai classici canali di scolo lungo la strada; anche torrenti più ampi attraversano questi placidi villaggi.
Bambini spuntano ovunque: nei campi, dietro i muretti di pietra, nelle stradine. Tutti mi salutano con un sorriso.
Una madre mi chiede di essere fotografata insieme al suo bambino. Scatto la foto e mi perdo a lungo nello sguardo dolce e materno di questa donna tagika. So che il suo sguardo materno sarà una delle immagini più potenti di questo viaggio; cosa può fare la dolcezza di una madre. È una foto che racchiude l’anima di questi luoghi: volti segnati dalla fatica, ma che emanano una dolcezza disarmante, e sorrisi che esprimono una profonda libertà.
 


Quella che immagino essere la nonna del bambino, e madre della giovane donna, indossa un bellissimo abito azzurro e un elegante copricapo nero. Mi chiedo quanto ci tengano, persino per andare a lavorare nei campi, a essere sempre in ordine, con una dignità che traspare da ogni dettaglio del loro abbigliamento.
Mi fermo qui, nei pressi del villaggio di Vrang, perché ci sono i resti di uno stupa buddhista.
Questo perché la Valle del Wakhan, antica Via della Seta, è stata un crocevia di culture e religioni per secoli. Questa regione ha visto passare mercanti, pellegrini e imperi che hanno lasciato dietro di sé un ricco patrimonio culturale.
Durante il regno di Ashoka, nel III secolo a.C., il buddhismo iniziò a diffondersi lungo le rotte commerciali dell'Asia centrale. I Kushana, un popolo indoeuropeo proveniente dalla Cina centrale, stabilirono un vasto impero che includeva gran parte dell'attuale Pakistan, Afghanistan e parte della Cina, incluso il Gandhara, regione storica che divenne famosa per essere un importante centro culturale e religioso, soprattutto durante il periodo in cui fu parte dell'Impero Kushana.
Intorno al I secolo d.C., uno dei loro re, Kanishka, abbracciò il buddhismo, trasformandolo in una delle principali religioni del regno.
Fu sotto il regno dei Kushana che i monaci buddhisti iniziarono a espandere la loro influenza oltre i confini del loro territorio.
Il Gandhara si configurò come un crocevia culturale e religioso, e contribuì alla diffusione del buddhismo lungo la Via della Seta. Monaci, intellettuali e artisti del Gandhara fecero uscire il buddhismo e la sua iconografia dal subcontinente indiano e lo diffusero per gran parte dell'Asia Centrale, Cina e in altri paesi dell'Estremo Oriente.
Nella Valle del Wakhan è ancora possibile trovare tracce di questa antica eredità.
La valle è ricca di antichi monasteri buddhisti, testimonianze di un tempo in cui questa terra era un centro spirituale e culturale.

Lascio lo stupa arroccato sulla montagna, con una vista mozzafiato sulle montagne afghane, vicino alle piccole grotte incise nella roccia, dove un tempo vivevano i monaci buddhisti. Proseguo verso un altro luogo altrettanto abbarbicato: il forte di Yamchun.
Con le sue molteplici mura e torri di avvistamento circolari, domina la valle da un'altitudine di circa 500 metri. Per raggiungerlo si deve affrontare una strada che si stacca dalla via principale e che va in direzione delle sorgenti di acqua termale di Bibi Fatima.
Il forte risale al periodo Samanide (IX-X secolo) o Ghaznavide (XI-XII secolo), quindi ben dopo l'epoca dei Kushana, e va collegato alle dinastie persiane e centroasiatiche che dominarono la regione durante l'epoca medievale. Entrambe queste dinastie contribuirono alla diffusione dell'Islam nella zona.
Il forte era parte di un sistema di difesa e controllo delle vie carovaniere che attraversavano la valle del Wakhan; rappresentava anche un simbolo di potere e prestigio per i signori locali che lo controllavano.

Poco oltre il forte si trovano le sorgenti termali di Bibi Fatima, generate da antichi fenomeni vulcanici che hanno plasmato queste terre millenni fa. Qui ogni cosa sembra avere radici che affondano in un passato remoto, in una storia che si perde nei secoli, come se il tempo stesso avesse impresso la sua firma su ogni persona che vedo, su ogni pietra, e in ogni singola goccia d'acqua.
L'azzurro cristallino di queste acque che sgorgano dalle profondità della terra tra le montagne del Pamir sembra quasi surreale in questo paesaggio aspro e montagnoso.
Il tragitto per raggiungerle è un tratturo che serpeggia lungo un precipizio vertiginoso.

La strada continua, serpeggia lungo i fianchi della montagna, per poi arrampicarsi con fatica fino a raggiungere la Fortezza dei Kushana, risalente al III secolo a.C. Da questo punto l’Afghanistan si apre davanti ai miei occhi come un quadro fatto di terre coltivate e cime montuose che sembrano nascondere storie mai raccontate. In questo luogo si avverte in modo tangibile il respiro della storia. La presenza antica dei popoli che hanno abitato queste terre è quasi palpabile. La fortezza, con le sue mura imponenti e ormai corrose dal tempo, si erge come un simbolo di quel remoto passato, sospesa tra mito e realtà.
Questa fortezza è il testimone silenzioso del grande impero dei Kushana. Osservandola ora si ha la sensazione di guardare attraverso una finestra aperta su un mondo antico, in un luogo dove la storia non sembra mai davvero passata.

Tra una visita e l'altra alle fortezze, riesco anche a fare tappa alla casa-museo del mistico sufi Mubarak Kadam Wakhani. Questo personaggio, vissuto nel XIX secolo, non era solo un mistico, ma anche un astronomo e musicista, un vero e proprio uomo di cultura la cui vita era dedicata alla ricerca del divino attraverso l’arte e la scienza.
La visita a questa dimora, con i suoi strumenti musicali, manoscritti e strumenti astronomici, offre uno sguardo unico su un’epoca e su una figura che è sconosciuta dalle nostre parti del pianeta, ma che ha lasciato un segno indelebile su queste terre.

Mubarak apparteneva alla tradizione sufi, corrente mistica dell’Islam che si concentra sulla ricerca interiore di Dio e che spesso esprime la propria devozione attraverso la musica e la poesia.
Sebbene il sufismo abbia origini arabe, la Persia ha avuto un ruolo cruciale nello sviluppo e nella diffusione del sufismo.
Questa regione conserva una forte impronta persiana. Storicamente il territorio che oggi viene chiamiato Afghanistan e Tajikistan è stato parte dell'impero persiano, e le influenze culturali e religiose persiane qui sono rimaste radicate. La lingua, la letteratura e le pratiche religiose hanno un profondo legame con la tradizione persiana. Le architetture e le tradizioni locali riflettono una continuità con un passato che è strettamente legato con l'eredità culturale persiana, a dimostrazione del fatto che i confini moderni non sempre coincidono con le radici storiche e culturali di un luogo.

Proseguo il viaggio verso Iskashim, e la mente inizia a vagare, a percorre sentieri fatti di ricordi e riflessioni. Osservo il paesaggio che scorre e non posso fare a meno di pensare a quando vidi questi luoghi per la prima volta e al desiderio intenso che ho avuto di tornarci. La sensazione che provo è unica, un misto di nostalgia e meraviglia che mi fa quasi fluttuare; sono semplicemente felice di essere qui, in questo momento.
C’è qualcosa di speciale nell’incontro tra queste alte montagne brune e i villaggi-oasi lungo la valle. In questi luoghi la vita segue ancora un ritmo antico, scandito da un codice non scritto, tipico dei nomadi, ma radicato profondamente nel DNA di queste persone. Gli incontri lungo la strada sono calorosi, spontanei; ci si ferma, ci si saluta, ci si abbraccia, poi ognuno riprende il proprio cammino. È un modo di vivere che non ha senso confrontare con la mia realtà; è un mondo a sé, con le sue regole e i suoi valori, così distanti eppure così affascinanti.
Durante il tragitto, mi interrogo su cosa significhi crescere in un posto come questo. Per i bambini questi luoghi devono essere un piccolo paradiso. Ma mi chiedo anche se avranno la possibilità di scegliere il loro futuro: potranno proseguire gli studi? Avranno l’opportunità di frequentare l’università? Non ho risposte, solo domande che emergono mentre osservo questo angolo di mondo che sembra sospeso nel tempo.
Quando arrivo a Iskashim, scorgo il confine con l’Afghanistan, lo stesso che attraversai sei anni fa. La vista di quel luogo mi riempie di emozione, e mi riporta alla mente le esperienze e le persone incontrate allora. Fu un viaggio importante, e il ricordo di quelle giornate rimane vivo in me, legato indissolubilmente con il paesaggio che mi circonda ora.

Mi fermo a Iskashim e mi concedo un piatto semplice ma gustoso di manzo e patate. Mentre mangio rifletto sulla giornata appena trascorsa. Ho visto cose nuove e ho rivisitato luoghi che avevo a lungo desiderato rivedere. Ogni viaggio porta con sé suggestioni uniche, e questo non fa eccezione.
Riprendo il cammino verso Khorog, e lungo la strada noto un maggior numero di soldati. È un dettaglio che non posso ignorare, segno forse di un cambiamento e di una maggiore tensione nella zona, o semplicemente i ricordi, col passare del tempo, sfumano.
Arrivo a Khorog con il buio della sera, e so che questa volta non avrò occasione di vedere la città come in passato. Però i due viaggi si completano a vicenda, come parti di un quadro che solo ora si compone del tutto. Alcuni momenti si sovrappongono, ma è proprio in questa continuità che trovo il senso del mio andare.

Mi sveglio presto, consapevole che il viaggio verso Khalaikhum sarà lungo e impegnativo. Seguo il corso del fiume Panj, che segna il confine con l'Afghanistan, mentre mi addentro nella regione autonoma del Gorno Badakhshan. "Gorno" significa "montagnoso", un nome che descrive perfettamente il territorio aspro che sto attraversando.

La strada si muove tra montagne maestose, e a 2200 metri di altitudine, le vette rocciose si alzano minacciose, come giganti sul punto di franare da un momento all’altro. Le acque scure del Panj, che a tratti scorrono placide, offrono un raro senso di quiete in questo paesaggio severo. Mentre proseguo, mi sento come un’infinitesima parte di questo immenso quadro naturale, una formica che si muove tra colossi di pietra che sembrano osservare e giudicare il mio passaggio.

Strati su strati di pareti rocciose si alzano intorno a me, e le vette più alte sono spruzzate di neve. Percorro quella che è la strada principale per Dushanbe, sempre la M41, eppure è solo una pista sterrata, priva di guard rail, nonostante il fiume Panj scorra minacciosamente sotto di me.
Man mano che procedo i campi coltivati iniziano a comparire, e il paesaggio si fa più dolce; filari di pioppi accompagnano la strada in modo da creare piccole oasi di verde che si affacciano sempre più spesso lungo il percorso.
Ma presto le rocce ritornano, le montagne imponenti riprendono il loro dominio. Quelle oasi non sono che brevi interruzioni; in questi luoghi è la geologia che regna sovrana. La vallata si stringe in una gola e io mi ritrovo schiacciato tra le titaniche masse rocciose dell'Afghanistan e del Tagikistan.
Sono questi paesaggi tormentati, carichi di una bellezza aspra e primordiale, che avevo assaporato tempo fa e che mi hanno spinto a tornare. Qui il tempo sembra essersi fermato, e la natura domina, indifferente e impassibile.
Verso le due e mezza, superato un check point interno nella regione autonoma del Gorno-Badakhshan, mi trovo costretto a fermarmi. La strada è bloccata per lavori e non potrò riprendere il cammino verso Khalaikhum prima delle sei di sera.
Mi siedo su una roccia, di fronte a una maestosa montagna afghana. Non era forse uno dei miei desideri rivedere queste montagne? Desiderio esaudito. Ho molte ore davanti a me per imprimere nella memoria questi paesaggi. Mi metto a osservare, a leggere, a riflettere, e a scrivere i miei appunti di viaggio, mentre l’immensità di queste terre mi avvolge.

Attraversando i villaggi ieri ho visto molti bambini in divisa scolastica. Le bambine, in particolare, portavano con orgoglio due fiocchi che sembravano grandi pon pon, attorcigliati ai capelli ai lati della testa. Sorridenti e curiosi, questi bambini sembrano essere nati dal lato giusto del fiume. Qui possono andare a scuola, istruirsi, confrontarsi liberamente.

Dall'altra parte del fiume, invece, la situazione è ben diversa. Ci sono stato, e non credo che le cose siano migliorate, tutt'altro: con i talebani ora stabiliti anche nel corridoio del Wakhan, la vita quotidiana sarà sicuramente peggiorata. Già prima il numero di scuole era esiguo, e molti bambini, soprattutto bambine, venivano mandati a pascolare il bestiame invece di frequentare la scuola. Non so se alle bambine sia ancora concesso di andare a scuola, e dubito che possano esibire con orgoglio quei fiocchi nei capelli.
A Iskashim, una distanza di soli trenta metri segna la differenza tra due mondi: la vita, se nasci da un lato o dall'altro del fiume, è completamente diversa. Alzo lo sguardo verso queste montagne così belle e impervie, e mi chiedo: perché? Perché in un luogo così maestoso, dietro queste vette il tempo sembra essersi fermato a un secolo fa?

Non è nella mia natura giudicare o imporre il mio punto di vista; preferisco osservare. Ogni popolo ha le sue tradizioni, e non sempre ci capiamo. Spesso noi occidentali partiamo dal presupposto che il nostro modo di vivere sia il migliore, o peggio, abbiamo la presunzione che debba esserlo. Viaggio, come ho già detto, per scalfire il vetro attraverso il quale siamo abituati a guardare il mondo. Però ci sono cose che, quando portate all’estremo, non riesco né a comprendere né a giustificare. E non voglio neppure provarci.

Penso, leggo, scrivo. Mi piace chiamarlo il mio tempo sospeso. Un momento di quiete che, in fondo, desideravo, lontano dall'incessante avanzare su queste strade sterrate. I chilometri da percorrere sono ancora molti, ma il mio piacere risiede nell'osservare, sia in movimento che fermo in un luogo. Mi mancava un po’ questa seconda condizione. Ora assaporo il vento che attraversa la gola, mi siedo sulle rocce, mi lascio impolverare, e cerco di sentire veramente questo luogo.

Verso sera riprendo il tragitto, una distesa di sterrato che sembra non finire mai, attraversata da grossi camion e auto, spesso costretti a contendersi lo spazio in uno scontro costante con la polvere. A tratti la visibilità è così ridotta che sembra di avanzare nella nebbia. Sebbene la distanza sia di circa 250 chilometri, il viaggio di oggi si prolunga oltre ogni previsione. Partito alle sette e mezza del mattino, mi ritrovo alle sette di sera con ancora 60 chilometri da percorrere. Gli imprevisti e le condizioni della strada rendono difficile qualsiasi calcolo sul tempo di percorrenza.
Dal lato opposto, quello afghano, la strada, per quanto probabilmente più stretta e accidentata, appare vuota, quasi a sfidarmi. "Di qua ci sono meno sorprese di quanto pensi", sembra sussurrarmi. A rendere più amaro il confronto, i villaggi sul lato afghano sono immersi nella vegetazione, mentre questo lato è brullo e arido. Da queste parti, in termini di infrastrutture, la differenza tra i due paesi confinanti è a dir poco sottile.

Nonostante le difficoltà e la fatica di questo tratto di strada, con la sua ruvidità, la sua imprevedibilità, e la sua natura aspra e difficile, non posso fare a meno di esserne stregato. C’è qualcosa di magnetico in questa terra, qualcosa che va oltre la mera bellezza paesaggistica. Ci sono senza dubbio luoghi più incantevoli al mondo, ma sfido chiunque a trovare un posto più autentico, più genuino, più visceralmente reale di questo. È un luogo che si sottrae a ogni coordinata conosciuta, che non si piega alle logiche dell'omologazione; è rimasto orgogliosamente sé stesso, distante da qualsiasi tentativo di riduzione a uno schema predefinito. In questa terra aspra e indomita, si percepisce la verità della vita, cruda e inalterata.

Riparto in direzione di Kulob, con Dushanbe come meta conclusiva. La strada ora è asfaltata e offre sollievo rispetto ai percorsi accidentati affrontati nei giorni scorsi. Le imponenti pareti afghane, che mi hanno accompagnato per gran parte del viaggio, rimangono sulla sinistra, ma ora mi sto dirigendo verso ovest, e lentamente mi allontano dal fiume Panj e anche dalle montagne afghane che tanto avevo desiderato rivedere.
Mi torna in mente il diario che scrissi nel 2018, e rifletto su come questa volta la parte tagika del viaggio sia stata più rapida, quasi a voler bilanciare l’esperienza complessiva dei due viaggi.
Unisco mentalmente i due viaggi e mi accorgo di come, insieme, formino un bellissimo racconto che si completa perfettamente. Sono stanco ma felice.

In prossimità del Passo Shurabad, a 2200 metri, c'è un altro check point, questa volta con controllo del passaporto. Mi lascio alle spalle le zone di confine con l’Afghanistan e comincio a scendere di altitudine. Il paesaggio si trasforma: i colori si fanno più caldi, un giallo ocra che si estende fino all’orizzonte. Entro nella città di Kulob, circondata da colline che si dissolvono nella foschia. L’aria è calda, un contrasto netto con le montagne innevate e i ghiacciai che ormai sono dietro di me. Questo è un altro mondo, popolato da volti con altre fattezze.
Il caldo è davvero soffocante, un segno inequivocabile che l'aria fresca delle alte montagne è ormai un ricordo lontano.

Attraverso un paese color sabbia, con i classici tetti in lamiera e colline gialle che si perdono nella foschia all’orizzonte.
Giungo al palazzo-fortezza di Hulbuk, ormai quasi interamente ricostruito. Ne feci cenno nel precedente diario, ricordo perfettamente che il nome significa "profumo di menta", un nome mi aiuta a distendere i pensieri, dopo tanta asperità.
Il percorso prosegue verso la diga di Nurek, imponente costruzione sul fiume Vahš, uno dei due rami sorgentiferi dell’Amu Darya. L’altro ramo, il fiume Panj, appartiene ormai al mio passato. In lontananza si profila la diga di Rogun Dam, una nuova opera destinata a produrre quell’energia che Nurek, da sola, non è in grado di generare. Ma nella realtà questa energia prodotta è in quantità si sufficiente per essere venduta ai paesi limitrofi, ma non così tanta da creare la ricchezza necessaria per questo paese che è il più povero tra gli Stan dell'Asia Centrale.
Il mercato sul punto panoramico della diga di Nurek, con i suoi isolotti che affiorano nel lago artificiale, è rimasto esattamente come lo ricordavo. Nulla sembra essere cambiato, anche questo paese, il Tagikistan, sembra immutato nel tempo. Per un viaggiatore questo è quasi un sollievo: non ci sono stati stravolgimenti o interventi che abbiano alterato la sua autenticità. Mentre passeggio tra le bancarelle, immerso nei suoni e nei colori tipici di un mercato dell’Asia Centrale, mi rendo conto di quanto sia raro trovare luoghi che resistano all’usura del tempo, e che conservino intatto il loro spirito originario.

Asia Centrale... quante volte ho percorso queste terre, molte più rispetto alle fredde lande del Nord che pure amo tanto.

Assisto a un tramonto polveroso, immerso in un contesto urbano che poco ricorda le grandiose visioni del Pamir e delle montagne afghane, ormai diventate nuovamente solo ricordi. Mi chiedo se mai tornerò a vedere quei paesaggi maestosi. Il desiderio di ritornare è forte, eppure sono ancora qui, immerso nel cuore dell'Asia.
È evidente: questi luoghi mi hanno catturato profondamente e ogni volta mi lasciano con una profonda voglia di tornare a scoprire ciò che resta da vedere.

Il viaggio giunge al suo capolinea. Iniziato ad Almaty, sono infine giunto a Dushanbe, altra città da scoprire. Anche qui non cercherò la bellezza, inseguo un mio semplice desiderio di esplorare e comprendere questi luoghi così lontani eppure così ricchi di significato.

Dushanbe è una città in continua evoluzione, dove nuovi edifici spuntano come funghi e modificano il profilo della capitale. Tra questi, il nuovo Parlamento si erge con un’imponenza che testimonia l’ambizione del Tagikistan moderno.
Il Palazzo Navruz, originariamente progettato come una casa da tè, è un luogo simbolico, un centro di potere e prestigio. Questo edificio, con le sue sale di rappresentanza, è un capolavoro di artigianato, dove ogni dettaglio è meticolosamente decorato a mano. È qui dove capi di stato come Putin ed Erdogan si incontrano, per discutere questioni che riguardano l'Asia Centrale - che poi finiscono per riguardare gli equilibri geopolitici del mondo intero?

Anche il resto della città sembra essere stato plasmato dalla mano di un presidente megalomane. E qui ne esiste davvero uno, è il presidente Rahmon. La sua figura compare ovunque: dai grattacieli della grande città fino ai più remoti tuguri dei villaggi sperduti tra le montagne del Pamir. È come se ogni angolo di questo luogo fosse un riflesso della sua autorità, una testimonianza della sua visione e della sua presenza costante, che sembra pervadere ogni aspetto della vita pubblica e privata. Il Presidente governa ininterrottamente dal 1994, mentre suo figlio, oltre a essere il sindaco di Dushanbe, è anche a capo della Camera alta del Parlamento. Il potere qui è una questione di famiglia, con tutte le ombre che ne derivano. Ognuno ha le sue croci da portare, ovunque nel mondo.

Il Monumento Nazionale del Tagikistan è uno dei simboli più rappresentativi della capitale tagika e dell'intero Paese. Questo monumento, noto come "Ismoili Somoni Monument," celebra Ismoili Somoni, il fondatore della dinastia Samanide; lui è una figura storica chiave nella formazione dell'identità nazionale tagika.
Il monumento, eretto nel 1999, si trova nel cuore di Dushanbe. È una struttura imponente, caratterizzata da un grande arco dorato sotto il quale si erge la statua di Ismoili Somoni. L'arco simboleggia la grandezza e l'importanza della storia e della cultura tagika.
La statua di Somoni è stata progettata per ritrarre il fondatore in una posa maestosa, con la corona reale, a rappresentare la sua autorità e il suo ruolo di unificatore del popolo tagiko. Ai piedi della statua si trova una placca con iscrizioni che raccontano la storia del periodo Samanide, un'epoca considerata d'oro per la cultura, l'arte, e la scienza nel mondo persiano.
Il monumento include simboli importanti che rappresentano la cultura e l'identità del Tagikistan, tra cui il sole, le montagne e il grano.
La realtà tuttavia è ben diversa dalle narrazioni ufficiali. I confini tracciati da Stalin nel 1924, che hanno unito sotto un'unica bandiera popolazioni etnicamente e culturalmente diverse, hanno segnato il Tagikistan con una storia travagliata. Guerre civili, colpi di stato, tensioni etniche, e purghe hanno lasciato un'eredità di profughi e migliaia di morti.
A nord, nella Valle di Fergana, vive una popolazione di origine uzbeka, alcuni dei quali hanno abbracciato l’islamismo radicale.
A sud-est, la regione autonoma del Gorno-Badakhshan, con le sue province montane del Pamir, appare come un mondo a parte. Qui la popolazione è composta in gran parte da sciiti ismailiti, una minoranza religiosa in un paese in parte a maggioranza sunnita. Il confine con l’Afghanistan corre per centinaia di chilometri, facendo di questa terra il cuore di una delle rotte più trafficate della droga che arriva dall’Afghanistan. È una zona remota, le cui diverse sfaccettature compongono un quadro complesso e pericoloso, lontano dall’attenzione del potere centrale.
E poi c’è la capitale, Dushanbe, che domina il paese come un centro di potere isolato, distante dalle periferie montane e dai loro problemi.
Questi confini arbitrari hanno creato un paese fragile, dove ogni zona porta con sé un carico di tensioni e identità che coesistono solo per imposizione.
L'importanza di trovare un'identità che unifichi il paese, un Ismoili Somoni, è sicuramente fondamentale, ma credo che spesso questa ricerca sembri sfumare nell’attuale contesto politico e culturale; credo sia difficile trovare una chiara e coesa identità nazionale per il Tagikistan moderno. Ma questa è una mia personalissima riflessione.

La Moschea di Haji Yakub, inaugurata nel 2011, è dedicata alla memoria di un influente leader religioso locale. È uno dei luoghi di culto più importanti della città, costruita principalmente con fondi arrivati dal Qatar. Un'altra opera colossale voluta dal Presidente. Nonostante le sue dimensioni imponenti e il finanziamento ricevuto, la moschea ha finiture che lasciano a desiderare; i soldi generosamente donati sembra siano stati in parte usati diversamente. Quest'opera riflette un desiderio di grandezza che non corrisponde alla realtà circostante.
Dushanbe è in continuo fermento, ma appena ci si allontana dalle sue luci, il resto del paese sembra essersi congelato nel tempo. Sei anni fa, quando mi diressi al confine con l'Afghanistan, trovai strade che erano veri e propri inferni danteschi: sterrati popolati da camion e auto, spesso a quote elevate e a strapiombo su fiumi impetuosi. Oggi onestamente poco è cambiato. Il contrasto tra l’ambizione della capitale e le condizioni del resto del paese è netto e palpabile. C’è un evidente squilibrio, e la mancanza di risorse è tangibile ovunque, tranne che nella città. L’imponenza di Dushanbe non rispecchia la realtà più ampia del Tagikistan.

Camminando per le vie della capitale sento già la distanza dai paesaggi aspri e rocciosi che ho attraversato. Il viaggio è finito, lo so, eppure mi ero adattato al richiamo della polvere e delle montagne. Ora, tra l'asfalto e le luci della città, avverto un senso di estraneità, quasi come se fossi già un viaggiatore fuori posto, lontano da quell'Asia remota che mi ha accolto in questi giorni.
Ormai il ritmo era diventato una consuetudine: sveglia all’alba, ore di guida su strade sterrate e polverose, piccoli imprevisti, una pausa per uno shashlik, una notte in una yurta, in una guest house o in un albergo.  Ma oggi è diverso, perché oggi sono arrivato. È finita. La destinazione finale è stata raggiunta.

Mentre Istanbul emerge lentamente sotto di me, rifletto su quanto i confini siano sia reali che illusori. Sono le storie che attraversano questi confini, e le persone che vivono ai margini di essi, a rivelare la vera natura del nostro mondo. La scoperta e la riflessione continuano, e ogni viaggio, anche quello che si conclude, è solo l'inizio di un altro cammino di esplorazione e comprensione.
 
 - - -
«Il viaggio può salvarci (...) per non isolarci nell'afasia, schiacciati fra localismi zoppi e pestilenze globali, chiusura nelle piccole patrie e nostalgie di imperi impossibili».
Paolo Rumiz, È Oriente, Milano, Feltrinelli Editore, 2005, p. 58

Ringrazio Paolo