mercoledì 17 settembre 2014

Kirghizistan, Xinjiang, Pakistan - Karakorum Highway




dedico questa esperienza a mia mamma
dedico queste riflessioni a mio papà, compagno di viaggio


RISVEGLIO
HOPAR. Ghiaccio screziato, silenzio vitale
KIRGHIZISTAN, XINJIANG, PAKISTAN, 2014


Terre di cime imponenti e altopiani che si elevano sul resto del mondo; sono partito alla ricerca dei miei ‘ampi spazi aperti’, di luoghi pervasi dal silenzio, non antropizzati.
«Quale silenzio avvertirò in queste terre?». Mi chiedevo.
Ho sentito quello minaccioso, interrotto da tuoni e fragori causati dai movimenti dei grandi ghiacciai della Groenlandia. Ho sentito quello dell’altopiano tibetano, morbido, che ti avvolge come una coperta.
Ancorato nel mio mondo, alla ricerca di conferme, in questa nuova esperienza ho faticato a ritrovarmi, cercavo ciò che volevo vedere e sentire, ma i miei occhi e le mie orecchie vedevano e sentivano altro. Desideravo una continuità con le esperienze precedenti. Ciò è avvenuto, ma in un contesto diverso. Ho riaperto gli occhi sul mondo, ho ripreso a guardare, ad ascoltare altro oltre al silenzio, a osservare i miei simili, di ieri e di oggi.
Mi sono imbattuto in terre di plurisecolari stratificazioni storiche; in luoghi che mi hanno offerto la possibilità di aggiornare il modo di osservare il mondo che vivo; di interpretarlo con un desiderio di conoscenza per me forse inedito.
Si parte e non si sa cosa si trova.
Nelle mie ‘polaroid’ descrivo paesaggi, esprimo lo stupore nel vedere luoghi tanto belli; ma sono luoghi che grondano, trasudano storia. Ho avvertito all'istante il fascino di sapere chi aveva poggiato gli occhi prima di me su quelle terre, in quale contesto; e chi le stava osservando e vivendo in quel momento.

KIRGHIZISTAN

Quante etnie, quanti colori della pelle. In volo verso Biškek osservo l’alba e cerco di orientarmi nell’infinità di volti che ho incrociato nei vari aeroporti.
Oltrepasso confini e sorvolo città che hanno nomi che incantano: Bakü, Almaty, Dušanbe, Ürümqi, Bukhara, Kashgar. Sapore di Russia, di Cina, di antico, di lontano, di storia. Fin da età remote i popoli kirghizi sono stati incrocio di culture, religioni, tradizioni ed etnie differenti. 
Kirghizistan, paese da sempre in balìa dei venti e dalle straordinarie diversità.
I primi abitanti furono gli Sciti, nati dall'unione di Echidna, mostro dal corpo di donna e di serpente, con il figlio di Zeus, Eracle. In queste zone si spinse Alessandro Magno; si succedettero i Parti, i Turchi, gli Arabi, gli Uiguri. Terra di imperi caduti, l’Impero Mongolo di Gengis Khan e l’Impero Russo. Terra di montagne coperte da nevi e ghiacci perenni; terra attraversata dalla Via della Seta, nella quale si professava il Buddismo, il Manicheismo, lo Zoroastrismo.
E’ impossibile non vagare con la fantasia.
Terra in cui la bellezza del paesaggio umano e naturale si equivalgono; almeno così comincio ad immaginare.
Avverto il consueto senso di spaesamento quando mi allontano dall’aeroporto. Poche ore fa ero a Venezia; ora sono in un luogo che non conosco, un luogo da esplorare, da capire, da conoscere. Gli spostamenti in aereo hanno il dono di accorciare le distanze, ma trasferiscono solo il corpo. Ci vuole tempo per abituare la mente al cambiamento.
Trasparenti, sospese in aria, le montagne innevate emergono dalla foschia, dalla sabbia del deserto che arriva dal vicino Kazakistan. Tratti somatici asiatici in un mondo dalla forte impronta sovietica. Urbanistica a scacchiera e senso di povertà. Osservo un altro, l’ennesimo, esempio di colonizzazione. Si lambisce appena l’idea del viaggio, questo luogo non incanta, mi comunica tristezza. A Biškek è difficile percepire la bellezza che si cela nelle terre del Kirghizistan, bisogna avere pazienza. Questa città non aiuta a sognare, anche i pensieri sembrano venire catturati, ordinati e strutturati in modo freddo e impassibile. Il programma di spersonalizzazione progettato da Stalin qui è fin troppo palpabile.

La bandiera del Kirghizistan simboleggia l’apertura sulla sommità delle yurte, e raffigura un sole giallo con 40 raggi, che rappresentano le 40 tribù kirghise. Simboli e magia di un mondo che in questo contesto urbano è impossibile percepire.
Osservo le persone del luogo che sembrano avere facce antiche, facce che arrivano da mondi estinti, facce che raccontano ciò che questa città cela. Sono i volti dei nomadi kirghisi.
I colori di questa città sono sbiaditi, la città stessa e la vita che si conduce sembra sbiadita.
Tutta questa geometria, questa rigidità non si addice al vecchio mondo nomade dal credo animista. E’ una città imposta, simbolo di una libertà rubata.
I paesaggi sconfinati si aprono subito fuori dal centro urbano, spazi aperti delimitati dagli alti rilievi innevati, le Montagne Celesti, la catena del Tian Shan, confinante con la provincia cinese dello Xinjiang. Una bellezza insidiosa, quanto sarà contaminata? Queste montagne sono disseminate di siti minerari nati per l'estrazione e la lavorazione dell'uranio, ora abbandonati…
Osservo il panorama lungo la strada che conduce verso il lago Ysykköl, aree dimenticate e solitarie e minuti agglomerati si distribuiscono equamente. Si transita attraverso mercati abbozzati ai lati della strada, un tuffo silenzioso in una dimensione geografica e umana per me inedita. Mi avvicino con rispetto e senza fretta a questo popolo che sa di Oriente. Volti di dungani, i musulmani di origine cinese;  volti gentili di una famiglia kirghisa che ci offre un pranzo cucinato col cuore e gustato tra le mura della loro casa. Assaggio il plov, un misto di riso e carne, e lo shorpo, una zuppa preparata cuocendo insieme carne e verdure. Meloni e angurie quasi più dolci di una gustosissima confettura di fragole che assaporo instancabilmente da quando sono seduto a tavola. Caramelle, frutta secca; una gazzarra di colori, di oggetti, di decori, di guarnizioni. Avverto una vitalità e una vivacità che definirei scombinate, incoerenti, ma così confortevoli da farti sentire a casa.
C’è anche il tempo di tornare temporaneamente in Europa, un’Europa remota, perduta, che risale agli anni dell’Illuminismo, racchiusa tra le mura domestiche di una famiglia mennonita, residuo delle deportazioni dei tedeschi della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma Tedesca del Volga.
Ci ospitano nella loro casa, semplice ed essenziale, con sincera cortesia. Negli occhi hanno un lampo d’orgoglio, sono fieri della loro Germania, ma quel mondo da cui provengono ha più il sapore di una chimera. Intonano e cantano malinconiche canzoni che hanno un’anima palesemente russa. Quel mondo tedesco è così distante, e quanto più lo bramano e lo inseguono tanto più percepisco quella terribile ferita inferta dalla Russia stalinista.
Usciamo dalla città di Tokmok e continuo a osservare; cerco di comprendere la realtà del luogo, la sua complessità, le sue difficili interazioni. Quanti mondi convivono in queste terre.
Sono gli esseri umani ad arrivare dritti al cuore in questo primo giorno di viaggio. La natura è lì in fondo, quei rilievi innevati sono in attesa di emergere, di erompere.
I pioppi svettanti disegnano e caratterizzano il paesaggio.
Il sito archeologico con il minareto di Burana nella Valle di Chui racconta un passato lontano e non più visibile; la Via della Seta, Gengis Khan, a metà tra immaginazione e realtà.
La strada segue le montagne, spoglie e senza vegetazione, fino a incrociarle e a farsi spazio tra severi rilievi di pietra. Quando il paesaggio si apre osservo un ambiente simile all’altopiano tibetano, gobbe arrotondate che sembrano dune di sabbia e toni di colore che sfumano dal verde al marrone illuminati dalla luce del tardo pomeriggio. Un piccolo chiosco raccoglie un’umanità che comincia già ad essermi familiare.
La valle si allarga e lascia spazio al grande lago Ysykköl. Una leggera foschia rende visibili solo le cime innevate, una lunga linea bianca sospesa in cielo, sopra le acque del lago.

Čolponata, capoluogo del distretto di Ysykköl. C’è uno sconfinato silenzio su questa tavola ricoperta di
petroglifi. Tutta la fetta di mondo che ho sorvolato e quel poco che ho cominciato a vedere, inizia ad avere un senso, qui, tra questi segni scavati nella roccia, tra queste pietre e queste acque che hanno accolto tanta umana inquietudine. Ma avverto una disarmonia, una dissonanza di fondo che mi disorienta. Sono combattuto tra il desiderio di vedere spazi non antropizzati e la brama di farmi assorbire da questi luoghi, pregni, ricchi di storia. Il mio sguardo si somma ad un’infinità di sguardi che mi hanno preceduto, ed è uno sguardo insicuro, che cerca di cogliere frammenti di una totalità difficile da afferrare.
E’ arduo qui trovare l’identità di un popolo. Mi sento ubriaco, fatico a trovare punti di riferimento. Immerso in un contesto maestoso, circondato da rilievi innevati, questo luogo parla più lingue, passate e presenti. I villaggi che osservo lungo la strada sembrano zattere appoggiate in questo flusso continuo e incessante, dove solo le montagne rappresentano una certezza, suggeriscono un senso di solidità, uno scenario che ha ospitato un continuo avvicendarsi di popoli.
Per il momento rimango osservatore, lascio scorrere, e mi lascio portare lungo questa porzione della Via della Seta.
Terra brulla, spazi aperti privi di vegetazione, qualche pioppo che svetta.
Misuro le mie emozioni che fatico a interpretare. Del viaggio in Tibet mi è rimasta l’intensità con cui l’ho vissuto, complice il contesto in cui l’ho fatto. Intimità, sacralità, sono i termini che utilizzerei per descrivere quell’esperienza. Ho scavato in profondità alla ricerca di risposte.
Sto cercando un nesso con quel viaggio e con quelli fatti in precedenza. Viaggiare serve per conoscere, per soddisfare le proprie curiosità. Il mio viaggio ideale è alla ricerca di se stessi ed è seguendo questo obiettivo che vorrei si muovesse questa nuova esperienza. Vorrei dare continuità e ritrovare quell’intensità. Osservo e ascolto con forte curiosità. Desidero però sentire accendersi la scintilla.. Osservo le strade, i volti, i villaggi, in attesa che si accenda..
Deserto e montagne, che connubio, uno scontro di immagini che ai miei occhi, abituati alle Alpi, appartengono a due realtà inconciliabili. Una inedita armonia già sperimentata in Tibet, ma alla quale non mi sono ancora abituato. Gli spazi si dilatano, le montagne si alzano e i luoghi si spopolano.
Respirarne la polvere, toccare la terra, vivere queste sfumature di
marrone. Vorrei perdermi in questa valle, lievemente tinta d’azzurro: un lago e una mandria di cammelli. Un profumo intenso di artemisia arricchisce e caratterizza questi spazi.
La storia è fatta di popoli e di luoghi. Forse sono i luoghi verso i quali mi sento attratto. Nelle pause che intercorrono tra uno spostamento e l’altro respiro l’aria piacevolmente fresca e cerco di catturare il senso di questi posti.
Sono a 3000 metri circondato da rilievi. I colori sono tenui e le linee sono smussate. Tende di nomadi e cavalli sul passo Dolon. Uno spaccato di vita che faticherà a scollarsi dalla mia mente.
Uno sguardo timido e curioso di una bambina e il sorriso di un bambino che saluta dal suo cavallo. Volti ampi e sorridenti. Un luogo che sembra dimenticato dal mondo, accarezzato dalla luce del sole e vestito di verde. I nomadi sanno che qui il tempo ha un’altra dimensione.
Scendendo dal passo il paesaggio si distende e la luce del tardo pomeriggio dona calore. E’ un luogo incantevole che percorro da ore, immerso nel silenzio. Di tanto in tanto appaiono singole tende
che palesano la misurata presenza dell’uomo. Morbidi panettoni del colore della terra e mucche che tornano dal pascolo.
Un enorme cimitero annuncia l’arrivo a
Naryn, una città inserita in un contesto che combina montagne, steppa e deserto. Questo centro è situato sulle rive dell’omonimo fiume che sorge dalle montagne del Tien Shan e scorre lungo la Valle di Fergana, valle che in epoca antica faceva parte della Transoxiana, una provincia dell'Impero Persiano che svolse un ruolo importante nei commerci tra Cina, Medio Oriente e Europa, lungo la Via della Seta. Una valle che è situata ai confini con l’Uzbekistan, con la Regione di Andijan, una fetta di mondo fatta di sabbie, foschie, acque, pioppeti, di suggestioni evocate da culture remote, ma anche tormentata in anni più recenti da violenti contrasti di natura religiosa.
Andijan è anche la città natale del sultano Babur, discendente di Tamerlano e di Gengis Khan. Visse 48 anni, ma in questo breve lasso di tempo riuscì a fondare, nella prima metà del 1500, il grande regno islamico noto col nome di Gran Moghul. E’ sbalorditivo cosa possa comportare la forza e la determinazione di un essere umano. L’esistenza di un uomo che causa la fine di una civiltà, la civiltà indù, che per secoli condizionò e si impose sugli attuali India e Pakistan.

Gli ultimi pensieri prima di addormentarmi in una yurta.
Ho perso il filo rispetto agli ultimi viaggi. Sarà un viaggio fine a sé stesso o si calerà nell’intensità e nella profondità che sto cercando? Alcuni elementi mi distraggono e mi trovo ad essere solo osservatore; manca spessore. Attraverso paesaggi mozzafiato ma non riesco a coglierli. Forse non so cosa sto cercando. Mi sto scontrando con le mie aspettative e non riesco a sognare. L’anno scorso ho vissuto ogni momento della mia esistenza con un’intensità tale da emozionarmi davanti a qualsiasi cosa. Guardavo in profondità, vivevo una condizione nuova e difficile. Ora non so dove mi trovo. Forse sto cercando di uscire da quella profondità, ma non so che direzione prendere. L’idea di unire il bisogno di ritrovare me stesso attraverso viaggi importanti e la necessità di trovare un senso negli eventi dell'anno scorso, forse mi sta confondendo. Quest’anno se collego questi elementi mi perdo. Credevo si potessero combinare subito e spontaneamente e invece oggi ho proprio perso il filo. Considero il viaggio altro rispetto ad una sequenza di immagini e di luoghi. Voglio leggere me stesso in un contesto a me nuovo.
Forse l’esperienza vissuta lo scorso anno in Tibet, ricca di sacralità, ha avuto nella sacralità stessa, involontariamente trovata, un suo senso, un suo significato. Non è stato un semplice viaggio, è stata un’esperienza che ha toccato le mie corde, in profondità.
Quanta poesia c’era nei cavalieri del vento, nelle bandiere colorate; la magia dei monasteri. Cerco il silenzio; e qui so che c’è, oggi l’ho trovato, ma a intermittenza, non sono riuscito a coglierlo.

Devo darmi tempo, devo permettere al mio sguardo di riaccendersi, di cogliere le suggestioni di questa esperienza nel momento stesso in cui le vivo, senza alterarle, senza inquinarle di aspettative; devo sottrarmi a ciò che lo sguardo e l’udito vorrebbero vedere e sentire.


Il mattino seguente metto da parte pensieri e riflessioni e mi lascio andare.
Il viaggio prende forma, assorbe quel lento nomadismo che caratterizza questa terra. La strada sale verso il passo Torugart, sito ad un'altezza di 3.700 metri, prossimo al confine con la Cina.
La forza magnetica del luogo è smisurata, aste immaginarie puntano rigorosamente a Est, a Oriente, a un altro mondo, oltre il Kirghizistan. Mollo gli ormeggi.

Terra rossa, ne riempio le mani e respiro l’aria fresca del mattino. Ampie praterie e un’imponente silenzio.
Costeggiamo un torrente nei primi chilometri di salita, e il paesaggio si allarga.
Vegetazione rada e colline ondulate, morbide, lisce, come dune di sabbia. Questo luogo infonde un senso di quiete. Osservo incantato. Alti rilievi sullo sfondo persi nella foschia e nella luce bianca del sole: la catena delle Montagne Celesti.
Non ci sono animali, non ci sono esseri umani, solo un immenso senso di infinito.
Torno nei miei “wide open spaces”.
Sabbia e terra friabile; sfumature rosse di arenaria. Il paesaggio cambia, si appiattisce, si distende e compaiono sporadici insediamenti, fattorie e i luoghi di sepoltura dei nomadi kirghisi, unici abitanti di queste lande solitarie.
La strada taglia un vasto pianoro circondato da vette innevate. Ho la sensazione di essere su un veicolo silenzioso, potrebbe essere una nave, una mongolfiera; questo immenso anfiteatro è fluido, sembra muoversi, libero; tutto è in movimento.
Strada sterrata, terra su terra, polvere, steppa, yurte, e il lago Chatyr-Kul, il lago celestiale.
Do spazio ai pensieri e abbandono ogni forma di razionalità. Come non immaginare un’altra vita attraversando questi maestosi spazi vuoti?
Rinascere qui, uomo, cavallo, animale. Vivere la terra, seguire i ritmi della natura, riappropriarsi di sé stessi, non conoscere condizionamenti. Sperimentare da zero i propri sensi. Come sono oggi non saprei vivere questi luoghi, li osservo e li sogno. Li attraverso senza conoscerne i pericoli, la durezza.
Filo spinato, un retaggio del mondo sovietico, corre in prossimità della strada, e poi sette lunghi chilometri separano il Kirghizistan dalla Cina, terra di nessuno, a 3700 metri. Qui sembra finire il mondo; e intuisco che il gelo invernale stringa questo luogo in una morsa di silenzio. Quanta vastità e grandiosità.


XINJIANG

E’ sorprendente il cambiamento di paesaggio una volta attraversato il passo. Il versante cinese si presenta immediatamente più arido, più desolato, aspro, minaccioso. E’ un’esplosione di arenaria, rocce rosse, nuvole scure. La poca vegetazione che accenna timida isolate macchie verdi, è soffocata dalle pietre.
I grandi massi rocciosi stringono sempre di più la strada che finisce col districarsi in un una stretta gola. Maestose pareti cadono a picco sul letto del fiume. E’ un luogo sempre più duro, più cupo, sempre più stretto. Pochi rivoli di acqua marrone nel letto del fiume suggeriscono una sensazione di aridità, di mancanza di vita.
E’ affascinante e opprimente insieme. E’ un’immagine che evoca l’idea della terra bruciata, secca, spaccata.
E’ una versione prosciugata e ristretta delle ampie valli degli ultimi tratti del Kirghizistan.
Tanta durezza viene lentamente addolcita dalla comparsa di qualche arbusto  e dei primi pioppi. Il cielo minaccia pioggia in questo luogo spettrale battuto dal vento; disabitato. Percorro questo primo lembo di Cina, lo osservo nel tentativo di iniziare a cogliere qualche nota distintiva, ma è ancora troppo presto. Tanta severità si placa senza fretta, i contorni si livellano gradualmente, e pian piano i colori si fondono in una percezione visiva uniforme, dove prevalgono le sfumature di marrone. La strada ora lambisce il deserto di Taklamakan ai margini del quale si trova Kashgar, città della provincia autonoma dello Xinjiang, celebre punto di incontro dei percorsi meridionale e  settentrionale della Via della Seta, antica oasi nel deserto a nord delle montagne del Pamir. E come potevo supporre avverto fortissima la frattura con quel mondo remoto, relegato ormai nei libri di storia; riemerge la stonatura avvertita lo scorso anno in Tibet. A Kashgar, antico snodo tra Asia e Europa, la metamorfosi da antica città di impronta islamica a impersonale, grigia, piatta, anonima città cinese è ormai in uno stadio avanzato.
Anche questa regione autonoma ha difficoltà a mantenere la sua identità. La popolazione cinese sta superando in numero quella originaria costituita principalmente da uiguri, nonché da tagiki, uzbeki e kirghisi. Come in Tibet anche qui il governo cinese sta risolvendo il problema dell’etnia locale favorendo la politica della cosiddetta “sommersione etnica”, facendo emigrare nella regione sempre più cinesi han e favorendo la spersonalizzazione del luogo.
Il caso del Tibet ha molta più risonanza nel mondo, probabilmente favorita dalla presenza del Dalai Lama. Gli scontri nello Xinjiang sono altrettanto violenti ma l’attenzione dei media sembra concentrata solo sul Tibet.
Come al tempo del Grande Gioco asiatico tra Impero russo, Cina e Gran Bretagna, il nodo del Pamir, dove si incontrano Russia, Cina, Afghanistan, Pakistan e India è il centro dal quale controllare tutta l’Asia. Pechino vuole concentrare i suoi sforzi sul Pamir per arrivare alle coste pakistane e indiane, per controllare l’Iran e il Golfo Persico, l’asse della sua correlazione strategica con il Mediterraneo, e per controllare il Pacifico orientale. La regione dello Xinjiang è cruciale in questo disegno, il suo controllo e il suo assoggettamento sono necessari.
Un lettura interessante delle dinamiche geopolitiche della Cina proiettata nell’area mediterranea è  “La via della Cina: Passato, presente e futuro di un gigante della storia” di Giancarlo Elia Valori.

Osservo il frenetico viavai di gente per le strade della città, e mi chiedo se come a Lhasa anche a Kashgar coglierò l’anima di questo luogo tra le strette vie della città vecchia.

Kashgar, profumo di spezie, vicoli impolverati, negozi, frutta, angurie, meloni, vetrine di angusti studi odontoiatrici e di barbieri. Volti, tanti volti, veli in testa, pelle scura. Moschea che appare come una grotta trasparente intimamente raccolta tra filari di pioppi. Tempesta di sabbia e acqua, cielo nero e marrone. Calca nel sottopassaggio. Via della Seta, etnie, popoli che osservo. Bazar, mercati, clacson, stoffe colorate.
Ubriaco la mente e la vista. E’ un fiume che scorre. Navigo in mezzo.
Veli blu e arancioni, doppa verdi, barbe lunghe e bianche. Lineamenti turchi e cinesi; volti giovani e vecchi; grazia femminile espressa sotto i veli, abiti uiguri, odore di cibo, cumino, tè, gente che parla, che parla nel sottopassaggio, lingue che non capisco ma che ascolto, frenesia, tempesta, aria di pioggia, vento. Aria che si riempie di luce gialla, pulviscolo color seppia.
Per quanto si possa mortificare una città, cambiarla, renderla artificiale, scaratterizzarla, la gente che vi abita ne mantiene l’anima. Questa città è leggibile attraverso i suoi abitanti, appartenenti a mondi che si sono incont
rati e fusi nei secoli. E’ uno scrigno artificiale pieno di segreti. Se riesci ad aprire il coperchio puoi sognare, ne vedi l’anima. Stavo cercando altro da questo viaggio, ma a dispetto di quanto potessi immaginare, questa città mi ha incantato.
Macellerie e animali al guinzaglio, spezie, frutta secca, profumi.
E’ questa città che è riuscita a strapparmi dal mio mondo e dai miei pensieri, a capovolgerli per orientarli altrove. E’ stato il caos, la vita, e non il silenzio.

 
Chiusa, quasi sigillata tra anonimi edifici di nuova costruzione, sprofondata nel grigio artefatto di un mondo che non comunica, la città vecchia finalmente si svela. Oggi arrivo alla fonte di quel fiume ininterrotto di emozioni, colori, profumi, volti che ieri mi aveva conquistato; quel fiume che colorava un ambiente altrimenti spento e sbiadito. In questi vicoli avverto calore, mi inoltro in un indefinito labirinto di case ed edifici in terra cruda che custodiscono corti interne colorate, botteghe di artigiani, di generi alimentari, di minutaglie di varia natura. C’è un’umanità che non ha nulla del mondo cinese. Donne con il capo avvolto in foulard marroni, conducenti di carretti trainati dagli asini che urlano Posh! Posh! per farsi strada,  minareti e muezzin a ricordare che Kashgar è una città musulmana. Ma è un mondo tanto affascinante quanto ormai affogato in un amalgama inedita fatto di artigiani e di uomini d’affari, di strumenti musicali finemente lavorati e di telefoni cellulari, di fango e di plastica, di autentico e di artefatto. Questo luogo è destinato a diventare un museo della cultura uigura a cielo aperto, bonificato ad uso turistico.
Il progetto di demolizione della città  vecchia ha un nome: “progetto di ridislocamento dei residenti”, ora sistemati in un’area che si trova fuori dalla città; in insignificanti edifici moderni.
Nuove costruzioni a immagine e somiglianza di quelle antiche stanno invece sorgendo a pieno ritmo nel cuore di Kashgar; adobe dei giorni nostri, non più fatto di argilla, sabbia e paglia essiccata al sole, ma di materiale più bello, più funzionale, più sicuro; più pulito; splendente.
Senza anima.
E’ evidente che le autorità  cinesi hanno deciso di fermare quel fiume in movimento, vivo, impetuoso e travolgente, e di assumere il controllo sulla comunità uigura, colpendola dritta al cuore. Nella grande piazza che osservo dall’albergo campeggia una enorme statua di Mao col braccio alzato, a indicare la strada, una nuova strada..
Osservo un mondo che non vuole dissolversi, che continua a pulsare dentro e fuori questo universo in terra cruda, che porta avanti le sue tradizioni; sembra quasi di udirlo: Posh! Posh!, fate spazio!  Assisto al taglio della gola di una capra; una bacinella raccoglie il sangue che sgorga dalla ferita e lentamente l’animale si spegne tra le mani esperte del suo carnefice, il gestore di una macelleria. Usanze tanto forti e intense quanto esposte, pubbliche e consuete.
L’effetto di questa immagine, alla quale non sono abituato, si amplifica dentro di me e mi accompagna per tutto il tempo della visita al grande mercato del bestiame, poco fuori dal centro urbano. In questo posto sperimento una miscela di sensazioni che fatico a descrivere, emerge prepotentemente la mia natura cittadina, avverto di essere in un luogo che non mi appartiene e che, nonostante la sua assoluta semplicità e immediatezza, non riesco a cogliere; mi rassegno, non sono in grado di accedervi. Osservo colmo di curiosità dalla porta d’ingresso, ma mi sento così fuori luogo, inadatto: provo un misto di soffocamento, di istintività, di irrazionalità, di brutalità. E’ un mondo immutato da secoli, questi erano i mercati all’epoca della Via della Seta. Terra, sabbia, sudore, calca, caldo, fragore, baraonda, agitazione, una babele di uomini e animali; cammelli, pecore, capre, yak, mucche, asini, cavalli, stipati, assembrati. Camion, automobili e carretti carichi di bestiame fanno la fila per entrare al mercato; uomini che entrano anche con una sola pecora o una mucca, nella speranza di realizzare qualche piccolo guadagno. Lungo il perimetro vengono disposti i chioschi dove grandi pentoloni carchi di carne e di zuppe cuociono, bollono, fumano.
Qui c’è l’anima di questo popolo, che vibra; accesa, palpitante.
Comincio però a provare un po’ di stanchezza, ho passato una notte tormentata, ho sognato confini, nazioni che mi evocavano sensazioni di paura, di pericolo.
Ripenso alla recisione della giugulare della capra, ho osservato i suoi ultimi istanti di vita, il sangue che colava nel catino. E’ così…semplice, un taglio e una vita che si spegne. E’ tutto così…freddo.

Dopo tanto caos e tensione ora desidero poggiare lo sguardo sulle alte vette del Pamir e del Karakorum.
E’ sufficiente percorrere un breve tratto di strada per avere piena percezione del contesto in cui si trova la città. L’insolita, ai miei occhi, e abbondante quantità di sabbia che al mio arrivo aveva alterato il colore del cielo, sui minareti della moschea, indicava la vicina presenza del deserto, che ora osservo, illimitato, inafferrabile.
Una pausa mentre percorro un tratto di strada nella terra arida.
Qui si spegne tutto e si riparte.

Attraverso un combinazione di foschia, terra, sabbia e desolazione si giunge in un piccolo centro che si sviluppa lungo la strada. Il dinamismo di Kashgar non sembra affievolirsi, osservo la stessa agitazione, la medesima esuberanza, l’accurato senso di abbandono. E’ lo stesso caos addensato in un piccolo borgo; ai lati della strada si avvicendano venditori di cocomeri, di meloni e di pane uiguro; è un’esplosione di immagini nella quiete del deserto.
Così com’è comparsa, la vita sembra svanire all'istante, appena fuori dall’abitato. Pare ritirarsi nelle basse case in terra cruda disseminate in questa interminabile landa; terra sulla terra, impermanenza, transitorietà.
Un po’ di azzurro, per quanto incerto e sbiadito, emerge su tanto tenace color tabacco: compare un fiume, quasi evanescente. Al lato del suo letto si alzano a picco dune di roccia, incise con tagli verticali. E’ come se il deserto si fosse accartocciato su sé stesso.
E’ questo l’inizio della Karakorum Highway.
Linee secche, dure, decise. Il colore della terra che predomina su tutto. Rocce rosse, massi, pietraia. Stratificazioni di colori: scarlatto, nero, bianco. Le montagne stringono la strada, dissestata, irregolare. E’ un paesaggio austero e severo, ingentilito dalle nevi perenni del Pamir che risaltano sullo sfondo.
Rilievi sempre più alti, sabbia che cola dalle pendici; ghiacciai in lontananza.
La strada si avvicina al Corridoio di Wakhan, una stretta vallata di territorio afgano che divide la regione tagika del Gorno-Badakhshan dalla provincia Nord-Occidentale del Pakistan. Questo stretto lembo di terra venne assegnato all’Afghanistan nel 1905 da una commissione internazionale per separare la Russia dall’India.
Nel minuscolo agglomerato di edifici che prende il nome di Ghez viene fatto un controllo dei passaporti.
Il paesaggio è sempre più lunare e minaccioso, assolutamente privo di vegetazione.
La strada inizia a salire e la valle di sabbia e ghiaia scompare alle mie spalle. Il miracolo cinese è arrivato fin quassù. Osservo sbigottito una centrale elettrica appena terminata, custodita tra queste inaccessibili guglie, e una nuova strada appena tracciata che faciliterà il traffico di camion tra Cina e Pakistan. Nonostante il tentativo dell’uomo di alterare questo ambiente, la sua essenza rimane inviolata. E’ una natura assolutamente indomabile; pare di avvertire la sua calma imperturbabile, indifferente alla presunzione e all’arroganza dell’uomo. Solenne, sembra intrattenersi in un gioco di contrasti, si distrae sovvertendo principi innati, divertendosi alle mie spalle. Le renne, simbolo di terre ricoperte di neve, qui sono sostituite da docili cammelli che invece di affrontare distese di sabbia, si muovono pigramente su pendii bianchi che sanno di mondo artico, polare. Sono stordito, ma infondo tutto quadra: questa effettivamente era terra di carovanieri,
di caravanserragli che indicavano l’itinerario dell'antica via della seta. Nella sua presunta incoerenza l’immagine dei cammelli sulla neve rivela l’unicità di questo luogo. Questi animali sono i sonnacchiosi guardiani dell’imponente Muztagata, ‘padre delle montagne ghiacciate’, la seconda vetta più alta del Pamir, 7.546 metri.
E’ un paesaggio onirico.
Ammutolito rivolgo lo sguardo verso questo mastodonte, il nuovo “oltre” dei miei ultimi viaggi.
Tanta fierezza e severità induce al silenzio.
Le sue pareti si specchiano sul ‘Lago Nero’, il lago Karakul, il secondo più alto al mondo, 3600 metri. L’anfiteatro che circoscrive queste acque lisce e impassibili è perennemente ricoperto di neve ed è prossimo alla congiunzione delle catene montuose del Tian Shan e del Kunlun Shan.
Una spruzzata di yurte sulle sponde a indicare la presenza di qualche nomade.
Stupore…
In silenzio sul lago lascio scorrere le preoccupazioni, i crucci, fuori dalla mia testa e godo di tanta immensità. Assorbo e rinasco. Contemplo questa natura che esplode davanti ai miei occhi. E mi accorgo della discreta presenza di un cimitero proprio al cospetto di questa meraviglia; potrei esprimere un desiderio, quando sarà il momento…
Ritornano i luoghi che prepotentemente mi riconducono a riprendere il filo che quest’anno avevo trovato, ma legato ad altri contesti. Qui riconosco i ‘miei luoghi’.
L’imponente montagna si distende dolcemente e per breve tempo tornano i pendii color terra, gli yak e le case in adobe.
Poi la strada riprende a salire. E’ un incessante saliscendi, è un’immersione tra imponenti catene montuose, ovunque si volti lo sguardo. Mi trovo in mezzo a tutto ciò. All’orizzonte vedo altre catene innevate, il Karakorum, le ‘montagne nere’. Tutto attorno il plateau illuminato dalla luce del tramonto. Questo paesaggio evoca immagini di fiabe antiche, di nomadi, cavalieri, profumi di spezie, principi e principesse, regni scomparsi. Una colossale arena di catene montuose, lo ripeto, lo ripeto, è favoloso! Come faccio ad assorbire questa immensità? Vivo il presente, ora! Estensione, vastità. Catene che si intersecano e si sommano l’una sull’altra, una successione continua. E’ un’esplosione di bellezza.
Quanta fortuna hanno i miei occhi…
Alture increspate come la pelle grinzosa di un elefante; canne d’organo si elevano ai limiti della valle.
Oggi la scintilla si è accesa… mi sento vivo, pienamente consapevole, calato definitivamente in questi luoghi. E’ galvanizzante. Queste immagini si stanno fissando nella mente.


In serata una rassegna interminabile di lampioni azzurri e di bandiere cinesi annuncia l’arrivo a Tashkorgan.

Tashkorgan in lingua uigura significa “collina (o torre) di pietra”, in omaggio al forte, oggi in rovina, eretto sulla roccia in epoca medievale. In questo centro, posto a 3600 metri, vi transitò l’astronomo e geografo greco Tolomeo che lo descrisse come la stazione carovaniera all’estremità più occidentale della Cina. Vi transitò anche Marco Polo; e ben prima, nel II secolo a.C., il viaggiatore Zhang Qian, emissario imperiale nel mondo esterno alla Cina.
Dopo una passeggiata in un ampio pianoro verdeggiante ai margini della città, mi siedo ad un incrocio ed osservo la vita di questo centro. Di quel passato così ricco e importante purtroppo rimane assai poco. Non ne colgo nulla, fatico a immaginare il passaggio di carovane, di cammelli carichi di mercanzie. Tanto fascino e tanta magia vengono cancellati dal filare azzurro di lampioni che vedo in lontananza, e dai consueti e inespressivi cardi e decumani che modellano la città.
In questo luogo artificiale, come a Kashgar, l’anima emerge dagli abitanti, approdati qui da diversi mondi, dalla Cina, dal Tagikistan, dal Pakistan. Sono loro cha fanno parlare quel passato consumato nel tempo e ora soffocato sotto il cemento.
Ci sono i cinesi, nei loro negozi di generi alimentari e di elettronica, che offrono impressioni contrastanti di un oriente moderno, forse un po’ stonato, per quanto vincente. Ci sono i tagiki con i loro abiti tradizionali, che sembrano più legati ad un mondo arcaico, alle loro origini nomadi. Le donne indossano lunghi abiti dai colori sgargianti e in testa portano un caratteristico cappello piatto su cui poggiano veli colorati: un travolgente flusso di colori.
C’è poi un viavai costante di pakistani, anche se più visibile nei pressi della dogana. Hanno la pelle più scura e i caratteri somatici indiani; mi perdo a osservare i loro lunghi camici dalle tinte tenui, abbinati a pantaloni ampi e abbondanti dello stesso tessuto. «E’ questo un assaggio di ciò che vedrò da qui in avanti» penso. 

Affronto l’estenuante controllo alla frontiera cinese per il timbro d’uscita. L’attesa è davvero lunghissima. Il tratto di strada che porta al passo Kunjerab viene fatto sotto scorta. Alla frontiera viene organizzata una carovana di mezzi che non ha nulla della magia dell’epoca dei caravanserragli. In ogni veicolo sale un soldato e dopo un paio d’ore il convoglio finalmente si avvia verso il passo; verso il Pakistan.
Sono confini molto caldi e l’attenzione cinese è al limite del ragionevole. Probabilmente non passano spesso turisti da queste parti e subiamo lo stesso trattamento riservato al traffico pakistano/cinese in entrata e in uscita. Non ci sono deroghe, compromessi, casi particolari.

La strada costeggia un fiume e taglia una vallata prevalentemente desertica circondata da catene montuose con le punte spruzzate di neve. «E’ una continua immensità» penso. In lontananza vedo altre montagne ancora. Questo spettacolo non cenna a scemare, all’opposto si amplifica, da giorni.
La mente mi porta al Pakistan, terra che a breve raggiungerò. Terra dalle mille facce. Mi evoca splendore e paura; si, paura, lo confesso. Il Pakistan è una terra incantevole, ma io ne avverto anche il suo lato più segreto, più nascosto, quello che intimorisce; forse questo aspetto vive più nella mia mente, nei miei pensieri.
Sparse lungo la valle osservo delle yurte, delle case in terra cruda, animali da pascolo, uomini con i consueti vestiti dai colori scuri, spenti, e con il capo coperto con il berretto tipico.
Salgo a 4500 metri, arrivo al passo Kunjerab, e varco la terza porta che mi fa accedere ad un altro mondo, dopo il Kirghizistan e la Cina, ora sono in Pakistan.




 
PAKISTAN

Immortalo ogni angolo di questo posto con la macchina fotografica; il desiderio di brindare con una bottiglia di vino della regione del Xinjiang non si riesce a soddisfare; non trovo l’apribottiglie e l’entusiasmo, la frenesia, l’eccitazione è talmente tanta che vince l’istinto, non c’è spazio per l’organizzazione, non ci si riesce a fermare. E’ un momento di grande eccitazione, la razionalità e la calma le riserviamo per altre occasioni. Due poliziotti di guardia alla frontiera vengono immortalati in una sequenza di fotografie, saluti, strette di mano; si prestano affabilmente al gioco.
Montagne innevate a perdita d’occhio spiccano su un cielo luminoso ornato di nuvole bianche. La strada scende lungo una stretta valle che ha il sapore della magia, vigilata e protetta da grandi colossi neri spolverati di neve; Karakorum, montagne nere, nome quanto mai adatto a queste pareti corvine. E’ un paesaggio spoglio, cesellato da un corso d’acqua, il fiume Kunjerab.
La strada scende lungo gole sempre più strette, compressa tra mostri di pietra. I picchi che incombono sopra di noi sono taglienti, acuminati e assottigliati; fungono da barriera e arrestano il freddo siberiano.
Qualche macchia verde annuncia il cambiamento di panorama che si arricchisce gradualmente di alberi e di vegetazione. Alberi di albicocche e camion decorati ornano questo luogo fosco e scuro.
Il fiume Kunjerab esibisce solenne una abbondanza di tonalità di nero e di grigi, lucidi, brillanti; è come il manto di una pantera.
Osservo una farfalla bianca che volteggia in questa oscurità. Sembra una creatura nata dai bianchi ghiacciai che ammantano le vette. Sono così vicini che pare quasi di poterli sfiorare con le mani. Danno l’impressione di gettarsi in questa gola impervia e scoscesa. Tanta verticalità trasmette la sensazione di precipitare, di cadere, di franare a valle. E velocemente la Karakorum Highway scende nella valle del fiume Hunza, punteggiata da una serie di oasi ricavate terrazzando minutamente i fianchi della montagna e canalizzando l’acqua dei ghiacciai che incombono sulla strada.
E’ affascinante valicare confini via terra, porta a seguire il letto dei fiumi, a lasciarseli alle spalle e scoprirne di nuovi; conduce lungo vallate, dentro canyon, giù per stretti canaloni e attraverso estesi pianori. Consente di osservare il graduale cambiamento dei paesaggi, e l’avvicendarsi di popoli e di volti.
Uomini vestiti di tessuti del colore di queste rocce ci porgono un saluto dalla strada; a dire il vero è un susseguirsi di saluti, di sguardi carichi di curiosità. Apprezzo questa viva cordialità, è un’accoglienza che un po’ mi coglie di sorpresa. E’ un comportamento che penso sia stimolato dal desiderio di conoscere, oltre che dettato da una calore e da una espansività che reputo spontanei, forse innati. Ma cosa può comunicare la mia presenza in questi luoghi? Non ci sono solo io, il mio sguardo, le mie parole, i miei gesti; dietro a questo c’è il mio mondo, una presenza astratta che mi segue e che può essere quanto mai scomoda e di impaccio.
Sono partito alla ricerca di silenzi mai sentiti, da scoprire in terre che ospitano le vette più alte del pianeta. Ma riemerge dal profondo la mia curiosità verso il Pakistan, paese dai confini difficili, stretto tra Cina, Afghanistan, Iran e India. Lambirò appena questo mondo, ne osserverò questo spaccato fatto di montagne, ma i miei occhi inconsapevolmente cercano, scrutano, osservano più in là del movimento delle mani che si agitano per dare il benvenuto; assimilano ‘dati’ per cercare di afferrare almeno i contorni di un mondo che è molto lontano da quello in cui sono cresciuto.
Un mondo che è alla ricerca della sua natura, della sua essenza, fondato in fretta da una Gran Bretagna in fuga dalle responsabilità coloniali, che ha tracciato confini destinati ad andare in pezzi.
Un mondo nato tra gli anni ’30 e ’40 del 1900, quando emerse la volontà di fondare uno stato islamico indipendente sia dalla Gran Bretagna che dall'India. Il risultato del consueto desiderio di schiacciare una realtà per orientarla verso valori e pratiche di un altra realtà, in nome di una presunta superiorità, o in nome del guadagno. Ma questa è la storia, o la storia dell’uomo, che si ripete ininterrotta. E’ così diverso da ciò che ho visto in Tibet, nello Xinjiang, nel Kirghizistan, in Groenlandia?
Questa esigenza, questa spinta iniziale, per quanto dettata da desideri autentici, doveva e deve ancora scontare un certo indice di ingenuità, forse di imprudenza. Appena nato, c'era da trasformare un'espressione geografica qual era il nuovo Pakistan, in un paese omogeneo non solo per la religione ma anche socialmente, culturalmente ed economicamente.
I confini tracciati grossolanamente consegnarono a territori induisti popoli di fede musulmana e viceversa. Divisioni secche, mine pronte ad esplodere. Ciò che rattrista è proprio questo aspetto, l’incomunicabilità e l’insofferenza che nascono da differenze di credo, le  scissioni che si creano tra comunità religiose e che sfociano in azioni di guerra. Il Pakistan è un mondo che nasce anche da questi conflitti irrisolti.
In queste terre, e in questa esperienza di viaggio in generale, si avverte con forza il concetto di fugacità, di provvisorietà, di instabilità; l’idea che sia i confini che i popoli siano sempre in divenire. Lo è anche il contesto naturale, ma le metamorfosi si compiono nell’arco di millenni, di tempi interminabili. I terremoti, le eruzioni vulcaniche, le valanghe, le forze compressive che generano le montagne, rammentano che la terra si muove, si trasforma. Non osserva immobile le inquietudini degli esseri umani, è inquieta pure lei..

Le grandi ‘cattedrali’ della Valle dell’Hunza sono ancora tese, nervose, taglienti. Più in basso, dove l’acqua ristagna, si ammorbidiscono e diventano sabbiose. La catena del Karakorum è giovane, farinosa e sgretolabile; al contrario la catena dell’Himalaya è più resistente e solida perché più antica.
Sulle pareti delle montagne appaiono stratificazioni bianche a indicare una remota presenza di laghi morenici. Proprio una porzione di queste acque ha dato origine al fiume Hunza. Che imponenza,  che solennità. Questo luogo mi evoca immagini di eventi immensi, travolgenti; quasi impensabili per la mente di un essere umano. E’ una manifestazione irruenta e impetuosa della natura. I ghiacciai che vestono questo anfiteatro sono incontenibili, si incuneano nella roccia e la scavano, la schiacciano, la spezzano, la frantumano. L’incessante erosione delle rocce causa smottamenti e frane che di frequente provocano l’ostruzione della strada. La sua percorribilità è minacciata anche da altre circostanze. Proprio ora siamo fermi, sopra un corso d’acqua. Il movimento di un ghiacciaio ha causato lo spostamento del corso del fiume che ha completamente sommerso la strada. Lo guadiamo, e poi un altro ancora. La Karakorum Highway si fa decisamente accidentata..
Dopo giorni intensi e colmi di immagini ed emozioni mi sento ubriaco, non riesco più a descrivere ciò che vedo. E’ sempre di più, da quando è iniziato il viaggio. Qui in Pakistan ho l’impressione che ci sia il culmine, l’apice di tanta bellezza. Ciò che vedo ha ormai la parvenza di un sogno; è una combinazione di luce e di ombre. E’ la natura solenne e  minacciosa che cercavo.
Mi addormento a Gulmit, piccolo borgo a 2400 metri, il cui nome, in iraniano, significa ‘valle dei fiori’.

Gulmit è un piccolo centro nella parte alta della Valle dell’Hunza, nella Regione del Gilgit-Baltistan.
E’ una porzione di Pakistan immersa in un meraviglioso contesto naturalistico, che vive una tormentata  tranquillità.
Nascosta ai miei occhi, si protrae da tempo una tensione etnica e religiosa.
Gli Ismaili sono la comunità più piccola fra le tre correnti nell'Islam odierno e costituivano la maggioranza in questa valle e nella Regione del Gilgit-Baltistan. Gli Ismaili, come gli sciiti, sono tacciati di aver abbandonato la retta via dell'Islam. La tensione in queste aree è dovuta al rapido aumento di immigrati sunniti nella città di Gilgit che si sono insediati come funzionari statali, ufficiali, poliziotti o commercianti. Oggi la popolazione di confessione ismaili e sciita supera di poco la metà.
L'economia del Gilgit-Baltistan sembra inoltre essere molto arretrata. Molti dei suoi abitanti vivono in povertà. Oltre la Karakorum Highway sono state costruite pochissime altre strade, e nella Regione non esistono industrie. Il turismo, nonostante la spettacolarità dei suoi paesaggi, con le sue vette di settemila e ottomila metri, è in crisi. Ho incontrato solo un paio di ciclisti e qualche singolo escursionista amante della montagna. Al momento è rimasto solo il turismo locale. L'agricoltura sembra rimanere l’unico sbocco occupazionale, dato che i posti di lavoro nei servizi pubblici sono riservati ai pakistani provenienti da altre province.
E’ un tessuto sociale stressato, o forse rassegnato. O forse desideroso di riscattarsi.
Con un occhio osservo le torreggianti cime, e con l’altro mi concentro sul paesaggio umano.
La visita ad una scuola secondaria mi permette di raccogliere qualche sensazione che registro in modo sommario, non ho elementi sufficienti per capire. Gulmit è un piccolo borgo con un impolverato ma incantevole museo, nascosto e custodito in un minuscolo edificio, simile alle abitazioni che si dispongono sulle pendici del monte. E’ un villaggio raccolto, quasi inafferrabile, il colore della terra si confonde con quello delle case. Ci sono uno o due bar, un paio di negozi, sobri ed essenziali, e poco altro. In questo contesto la scuola occupa uno spazio importante, e suppongo accolga i bambini di tutta la zona. Oggi è il primo giorno di scuola dopo il rientro dalle vacanze estive. In questi luoghi, nei Territori del Nord, dove il ghiaccio e la neve dominano incontrastati per lunghi mesi, le vacanze estive durano poco, solo un paio di settimane. Le attività si chiudono invece per quasi tre mesi nel periodo invernale.
La mia sensazione è che questa sia una dimensione diversa da quella che ho intravisto ieri lungo la strada, da quella del laboratorio di tappeti che ho appena visitato, e da quella che vedrò oggi, e nei prossimi giorni. In una scuola, per quanto semplice e modesta, le possibilità sono tutte aperte, c’è la speranza, il desiderio di imparare, di conoscere, di studiare per andare altrove o per costruire nel proprio luogo di nascita.

Percorro un tratto di strada sul tetto del pullmino. Allontano i pensieri e respiro l’aria di montagna, mi lascio carezzare dal vento, e ammiro le guglie innevate. In montagna nulla è fermo, c’è un lavorio incessante che devia i torrenti e i fiumi, provoca frane e crea laghi.
Il percorso è interrotto proprio da un lago di recentissima formazione, generato dallo sgretolamento delle rocce e dalla conseguente formazione di una diga naturale che ha sommerso la strada e i villaggi contigui. In attesa del completamento della ricucitura della strada, il percorso prosegue includendo circa cinquanta minuti di navigazione. Mi calo definitivamente in un mondo che mi affascina. Osservo i volti, i vestiti, i colori, i camion decorati in modo minuzioso e bizantino. Il lago è attraversato da zattere che trasportano camion e veicoli di varia grandezza.
Acqua grigia e cerulea, pareti che scendono a picco sul lago. Rumore assordante del motore della barca; fumo nero. Battelli in legno colorati, rosso, azzurro, bianco, verde e nero.
Sull’altra sponda decine di camion sono in attesa di oltrepassare il lago. Inizio a riconoscere e a identificare questo posto, osservo la vita e il contesto in cui si conduce, cerco dettagli che contraddistinguano il luogo. Sono i colori, la polvere, la sabbia che si alza e sulla quale si cammina, la terra arida, priva di odore; i kurta, la smania di riconoscersi, di fiutarsi. Le persone sembrano il ritratto di queste montagne, sono asciutte, spigolose, scarne.
Mi confonde tanta umanità, sparsa tra le rocce, sguardi che mi disorientano.
Lasciamo questa specie di rocca abitata da esseri che paiono fatti di creta; la strada sterrata si avvolge sulla montagna per proseguire nella parte bassa della valle dell’Hunza. Una cornice, o più cornici di montagne si susseguono e circondano la valle, e lo spettacolo si fa un'altra volta più imponente. Alloggiamo a Baltit, tra colossi di oltre seimila metri a perdita d’occhio; una corona sontuosa, maestosa, monumentale, su cui domina il gigantesco Rakaposhi, alto 7788 metri.

Baltit, il capoluogo della provincia di Hunza, è un antico regno di Mir, signori di terre impervie e leggendarie per la loro inaccessibilità. Fortezza inespugnabile, circondata e protetta da enormi pareti di roccia. Mi chiedo come riuscivano ad arrivare fino a qui i mercanti, con le loro spezie, le loro carovane di cammelli o di cavalli; era un partire senza sapere se ci sarebbe stato un ritorno.
Il forte di Baltit testimonia l’influenza tibetana sulla cultura di questo posto. La popolazione della vicina Regione del Baltistan, spesso definito ‘Piccolo Tibet’, è costituita in maggioranza dai Balti, di etnia tibetana.
La rocca, protesa verso l’alto, è permeata di quiete, sprofondata nella natura; fa pensare al silenzio, all’intimità, al raccoglimento, all’ascetismo. D’istinto avverto una forte somiglianza con i monasteri che ho visto l’anno scorso, non la accosto subito alla residenza dei Mir.
Che vette da quassù…
Da un campo di polo, dove ora si sta svolgendo una partita di calcio, si diffonde musica del luogo, che si disperde nella valle. Fra due giorni verrà celebrata la giornata dell’indipendenza del Pakistan e l’eccitazione è tangibile. La musica risuona fino a sera, dall’angusta arena che pare appesa alla montagna. L’euforia del pubblico e dei giocatori viene sollecitata per l’intera durata della partita dalle note irrequiete e travolgenti prodotte da strumenti a percussione e da flauti.
Scendo lungo la strada e mi lascio alle spalle il forte e il campo di calcio; ai lati negozi, un barbiere, semplici case.
Sono giorni che vivo in luoghi di una bellezza unica; mi fermo lungo la strada ad osservare, mi fermo; mi fermo!
E’ un paradiso Baltit. Dominata dal ghiacciaio Ultar, dal Rakaposhi, dalle mille montagne che racchiudono la valle. Mi fermo e stordito sogno. Osservo le albicocche e le more di gelso appoggiate su un muretto a seccare.
Volti di un mondo a me lontano, case arroccate sulla montagna, piccole finestre e balconi che si aprono su mondi di neve. Cammino con l’ultima luce del sole. Sono rapito, c’è della magia nell’aria di questo villaggio. Una magia che non conosco, non appartiene alle mie montagne. Provo sensazioni inedite. E’ il centro Asia che scuote, che regala tanto stupore.
Questo è un luogo “sacro”, ecco cos’è. Ci si potrebbe fermare e pregare, agnostici, atei, credenti, qualsivoglia aggettivo si voglia trovare. Mi fermerei e pregherei. E’ un luogo tanto incantevole quanto la mia amata Groenlandia; e il piccolo villaggio di Samye.
Lascio spazio al mio lato idealista e sognatore, non guardo oltre, resto in superficie, sfuggo dall’oscurità che si cela in questi posti.

Cielo caliginoso, strapiombi dal colore livido, un fiume selvaggio, massi precipitati da un ‘alto’ imprecisato,
case in terra cruda, una gola che si incunea nella montagna. E’ la strada per arrivare nella Valle del Nagar, adiacente a quella dell’Hunza.
La gola si chiude e il sentiero prosegue come se fosse scavato nella roccia. Poi il paesaggio si riapre, quasi all’improvviso, e compare un pianoro che si spinge fin sotto la montagna. E’ un mondo contadino che si presenta con gli sguardi curiosi dei bambini e con il volto grinzoso di un anziano che ci osserva, curvo. La strada procede tra campi coltivati, alberi di albicocche, case costruite con la terra, pioppi, covoni di paglia, e si chiude nel villaggio di Hopar, sopra la lingua dell’omonimo ghiacciaio.
Costeggio il letto di questo immenso mondo di ghiaccio e osservo il grande anfiteatro dal quale scende. Cammino in questo luogo silenzioso, coperto di nuvole bianche, scottato dai raggi del sole; sabbia e terra si alzano ad ogni passo. Mi sento piccolo, osservatore quasi trasparente; e mi inebrio del profumo di artemisia che c’è nell’aria.
Nessun rumore; raggiunto il fronte del ghiacciaio, avanzo lungo la morena laterale. Sintonizzo il respiro e procedo nel cammino; sento il mio cuore, il mio respiro, le mie giunture. Dopo un po’ mi fermo, e ritorna il silenzio.
E’ un santuario, un luogo sacro, che inizia davanti ai miei occhi, con gli aspri e pungenti ammassi irregolari di ghiaccio, e termina in fondo, lontano, sul bacino del ghiacciaio. E’ rilucente; la montagna di neve scivola verso valle, sospesa in una totale assenza di suoni. E’ come se tutto fosse concentrato sulla sua bellezza, sulla sua solennità. E’ un silenzio che sa di rapimento, di incantesimo. Questo santuario è più un enorme essere, scollegato dalla vita che conosco e che mi appartiene. Ha un’esistenza a parte. Ma anche lui respira, si gonfia, straripa, si contrae; si muove.
Lascio alle mie spalle questo tempio incuneato nella roccia e proseguo verso Altit, un villaggio con un mirabile forte edificato dai tibetani.
“Volo” ancora più in alto, e dall’Eagle Nest si apre un panorama inarrivabile. Ho lo sguardo di un’aquila, osservo le cime che ruotano attorno a me. E’ una danza di immense montagne. E’ l’immagine della maestosità. Ora, quando userò questo termine, avrò piena coscienza del suo significato.
E’ la mia ora preferita: le luci del tramonto allungano le ombre in un morbido gioco di colori e di oscurità. E’ un incantesimo, è poesia.
Questo è l’ingresso per accedere alle meraviglie dei Territori del Nord del Pakistan.
Ci sono posti in cui le porte del cielo si aprono e sembra di poter comunicare con chi non c’è più. E questo è uno di quei posti. Ti dedico questo immenso spettacolo, Lucia.
Osservo alcune famiglie con i loro veli e le loro vesti ampie ed eleganti che si fotografano con questi scenari, madri, padri, figli, mi sembrano immagini di una poesia infinita. Mi abbandono in questo spazio di luce.
E mi lascio inondare di luce.
Profumo di artemisia. 
Armonia con la natura.


Ascolto Aguirre II dei Popol Vuh. C’è una consonanza di immagini; una leggera nebbia mi riporta alla natura fosca, brumosa, scura che associo ai film di Werner Herzog. Le enormità che sto vedendo in questi giorni,
ma anche solo il ‘santuario di ghiaccio’, sono quanto mai appropriati all’idea di natura come sede di un eterno contrasto tra inferno e magnificenza; e alla scenografia di un film di Herzog. Sono appassionanti i suoi personaggi, il loro desiderio di spingersi oltre il ‘limite’ in un atto di sfida contro le stesse leggi della fisica; il loro rifiutare la realtà delle cose nella convinzione che questa sia imperfetta e nell'illusione di poterla cambiare, renderla migliore al di là di ogni moderata interazione con essa. Il loro rapporto con la natura è sempre tragico ed estremo, oltre la misura e la ragione. Nel loro tentativo di oltrepassare le Colonne d'Ercole, di conoscere, soccombono sotto una natura imperturbabile, inaccessibile, impenetrabile. E tale mi sembra l’immenso Rakaposhi, alto 7788 metri, che osservo dall’impetuoso torrente che scende dal suo ghiacciaio. Cosa può significare raggiungere quella vetta, così in alto, così ‘oltre’? Lo osservo e mi chiedo cosa spinga l’essere umano a compiere tali imprese.
Nella cultura cinese classica alla montagna viene attribuito un significativo valore: serve per conoscere se stessi come parte necessaria all’intero universo, e viceversa, per conoscere tutte le altre parti dell’universo che risultano necessarie all’esistenza di quella singola parte che ciascuno chiama ‘io’. Ma nel contesto cinese ciò che conta nel rapporto dell’essere umano con la montagna è il cammino più che la sommità da raggiungere; è un invito alla sosta, alla preghiera e alla meditazione.
L’imponenza espressa dal grande Rakaposhi pone davanti a un bivio; osservandolo credo di interpretare i pensieri di uno scalatore: cercare e superare l’’oltre’ o entrare in comunione con esso? Oltrepassare le Colonne d'Ercole o fermarsi prima?
L’acqua del torrente è freddissima, poggio mani e piedi, e rimango immobile, stregato da questa bianca e miracolosa parete.



Sono talmente intriso di vastità che l’arrivo alla città di Gilgit mi disorienta; è pur sempre circondata da alte vette, che dominano su un grande pianoro desertico. Ma è un Pakistan più duro, più conforme alla realtà quello che vedo qui. La concomitante giornata dell’indipendenza e la partita di polo, esercito contro polizia, scalda gli animi della gente. Il contesto più urbano e meno naturalistico scopre le carte, svela l’anima del posto; e mi distrae.
Gli ‘uomini di creta’, dall’aspetto biblico, in attesa di oltrepassare il lago interpretavano una versione forse meno autentica di questo popolo, che oggi vedo in un altro contesto, più vero. Il mio io idealista cessa per un po’ di osservare e cede spazio al mio lato più razionale, che avverte il nervosismo, l’eccitazione, l’inquietudine espressa da una città e dalla sua gente.
Passeggio sul lungo ponte sospeso, una bellissima struttura tremante in legno e cavi d’acciaio. C’è un continuo avvicendarsi di persone, a piedi o in moto per portare merci e generi alimentari da un lato all’altro del bazar. Questa città oggi è un’esplosione di umanità, è come un fiume in piena, bisogna domarlo, vincerlo, e ciò richiede una presenza completamente diversa rispetto a quella che ero abituato ad avere davanti a scenari naturali che chiedono riflessione e quasi abbandono.

Vento e polvere, superficie arida e pietre si confondono con le ampie vesti del colore della terra, quasi mimetizzate in questo ambiente desertico. La consonanza di colori definisce l’ambiente.
Lungo la strada appaiono sentieri appena accennati che si alzano sulle pareti di ghiaia. Ciò che vedo assomiglia ad un paesaggio lunare, assolutamente privo di vegetazione. Pare disabitato  e dimenticato, eppure qui c’è l’ideale incontro tra Cina, Afghanistan e India:  sono al ‘Junction point of 3 hights mountain ranges of the world’, il punto di unione dell’Himalaya, del Karakorum e dell’Hindu-Kush. Proseguendo per seicento chilometri lungo la Valle dell’Indo si raggiungerebbe il Monte Kailash, la montagna sacra.
Non si può avere piena coscienza di ciò che si vede nel momento stesso in cui si vivono certe esperienze. Bisogna portarsele a casa per assimilarle e per metabolizzarle. Solo allora si ha percezione di ciò che si ha visto e si è vissuto.
Arrivo stordito in questo luogo, dopo giorni passati a osservare l’infinito. I miei occhi e la mia mente, allenati all’abitudine, da sentirsi alle volte quasi ciechi e sordi, qui si perdono, cercano un punto fermo, stabilità. Osservo smarrito, per quanto sia incantato. Sono talmente pieno da abbandonarmi completamente, e da farmi afferrare e ghermire da questo paesaggio. E dall’idea che esso rappresenta.
Dovrei guardarmi dall’alto, da molto in alto, per capire esattamente dove sono. Ma non si può.
Mi lascio rapire dal fascino di questa fetta di mondo.
Lasciamo la Karakorum Highway e proseguiamo verso sud-est, lungo la valle dell’Indo, verso Skardu, nella Regione del Baltistan, ai confini col Kashmir indiano.
Un ponte traballante collega le due sponde. I camion avanzano lentamente sopra le acque del fiume, uno alla volta, prima in un senso e poi nell’altro. Le loro decorazioni affiorano e scompaiono in questa uniforme distesa di marrone. I colori dell’acqua e delle rocce non si distinguono, percepisco solo tante tonalità di un unico colore. Qui finisce il mondo e comincia una sorta di lunga sospensione; la natura si riprende completamente ciò che è suo e ci riceve nelle sue austere profondità. La gola in cui siamo entrati si chiude sempre di più, la strada è scavata nella roccia viva, a strapiombo sul fiume impetuoso. Osservo in basso le acque turbolente, dieci, venti, trenta metri sotto di me.
Ci si muove con la dovuta prudenza lungo un tragitto essenziale, senza guard-rail. I rilievi che cadono a picco sul fiume non riescono a scrollarsi di dosso le nubi che rendono ancora più severo e minaccioso questo luogo solitario, desolato, pietroso. Quando si incrocia un camion che arriva nel senso opposto la strada sembra quasi allargarsi, c’è miracolosamente spazio per entrambe le vetture. Chiudo gli occhi un po’ turbato. Un terrazzamento in cima a una rupe, a strapiombo sull’acqua, pare annunciare il lento dissolversi di questo territorio remoto e dimenticato. La gola comincia a dischiudersi e in lontananza riappare un’altra successione di montagne a perdita
d’occhio. Un secondo ponte traballante ci consegna nell’ampia Valle di Skardu, desertica, chiusa tra silenziose sommità.
Alloggio nel K2 Motel, luogo di partenza di numerosissime spedizioni tra cui anche quella che ha appena celebrato i sessant'anni dalla conquista italiana del K2.

Foschia e nuvole bianche rafforzano l’aspetto onirico di questo luogo che disorienta per i suoi decisi contrasti. Sono nel deserto o sono sul ‘tetto del mondo’ in un contesto di alta montagna? Fatico a trovare punti di riferimento, ma questa indeterminatezza mi affascina. Non riesco a capire cosa mi trasmette questo posto. Osservo il fluire del fiume nella valle, i colori tenui, sfumati, il cielo bianco che copre le cime e che scende fino quasi a terra, a lambire la sabbia.
La mia mente non avrebbe mai concepito un luogo simile; ma forse proprio per questo motivo mi incanta. E’ una combinazione per me inedita.
Caligine e umidità; un velo di foschia copre e sfuma il paesaggio: il tempo cambia. Il sole ha scaldato luoghi e pensieri per buona parte del viaggio, ma ora si nasconde. Rilievi in sequenza si susseguono uno dietro l’altro e svaniscono in un chiarore indistinto. Che immagini maestose e intense: è un mare di sabbia sotto cieli plumbei; è un deserto senza dimensioni, fatto di sfumature, di marrone scuro, di pietre nere vulcaniche, di silenzio. E’ una Natura capace di vedere le meraviglie che contiene; sembra presentarsi compiaciuta di se stessa, nella sua bizzarra ricchezza.
Il canto di un muezzin si confonde nella foschia, nella luce indefinita, catturato nella nebbia.
Il villaggio di Shigar è quasi un’anomalia in questo inesauribile deserto, una verdeggiante oasi tagliata da un fiume che scende dalla montagna e confluisce nell’Indo. Una moschea, un forte e poche case ne costituiscono il centro, riparati da una folta vegetazione.
Quanti sguardi lungo la strada, dai pullman che incrociamo, dalle macchine, dai negozi dei villaggi, sguardi che esprimono curiosità, da sotto i pakol, i tipici berretti di lana, sguardi vestiti di tessuti che richiamano i colori di queste zone. Sorrisi autentici scaldati dalla calda luce della sera.
Strade accidentate, nere e marroni, un minimale via vai di mezzi che si incunea tra le pareti rocciose scavate con fatica. Lunghe strade che sembrano portare ai confini del mondo.
Khaplu è un’altra oasi nelle montagne. Ci arrivo col buio e con febbre elevata che supera di poco i 39°C, non distinguo bene ciò che scorre davanti ai miei occhi, ma percepisco che è un luogo incantevole, vedo filari di alberi e boschi di pioppi. Immagini che sfumano, senza contorni, sembra un villaggio di montagna, ma sono così stanco…
Ombre e poi tutto si placa, mi addormento.

Khaplu e i suoi dintorni sono luoghi carichi di fascino. L’abitato è in una macchia verde rigogliosissima spruzzata nel deserto; montagne e ghiacciai emergono appena fuori dal paese. Un ponte traballante in legno transita oltre il fiume in una landa desertica, un letto di fiume ormai arido, senza acqua. Sullo sfondo monumentali pareti che si alzano e si avvicinano al cielo, montagne alte oltre settemila metri, vicino al confine con l’India.
Sguardi sorridenti e sguardi assorti e pensierosi dei bambini che vivono lungo questo tratto di strada. Donne e uomini che mangiano, seccano frutta, raccolgono, zappano. In prossimità dei villaggi è tutto un filare di pioppi cipressini, muretti in pietra come protezione dalla sabbia e dal sole. Piccoli torrenti al lato della strada e casupole in pietra con porte in legno raccontano una vita contadina, dura, ridotta all’essenziale. Donne che lavano le loro vesti colorate nelle fredde acque del torrente; colori appoggiati sulle pietre. Covoni lungo il sentiero. Un villaggio di montagna che risplende sotto le pareti innevate: Machulu, che meraviglia.
Osservo il brulichio di bambini vicino alla trebbiatrice; fiori di zucca gialli e terrazzamenti sembrano decorazioni. Uno spettacolo agli occhi di un turista. Due occhi scollegati dal contesto che osservano con rispetto. Un salotto in movimento, purtroppo è questo ciò che ogni tanto provo muovendomi in questi luoghi con il piccolo pullman. Due mondi che si incrociano e non si toccano.
Qui è netta la sensazione che l'agricoltura sia l’unica risorsa, l’unico sbocco occupazionale. I miei occhi vedono un mondo arcaico, ormai perduto, potrebbe sembrare un sogno, ma si tratta del più profondo istinto di conservazione e di sopravvivenza. Entro in questo mondo in silenzio, ma è sempre il mio ‘bagaglio’ invisibile a parlare per me. Bisogna davvero saperlo portare questo bagaglio, bisogna imparare a portarlo sulle spalle con naturalezza, e arrivare a non sentirne il peso, la sua presenza. Mi sento goffo, ci vuole esperienza per offrirsi nella propria semplicità; ma non solo in questo luogo; ovunque. Offrire se stessi, l’essenza di ciò che siamo, ripulita da tutto ciò che ci condiziona e ci domina. E vorrei possedere due occhi che sappiano vedere senza preconcetti.
I miei occhi tuttavia vedono gli effetti della repressione attuata in questa regione. Il Gilgit-Baltistan è un altro Tibet, un altro Xinjiang.
Sulla rivista Limes, n. 1/2008, ‘Vulcano Pakistan’, c’è un intero capitolo dedicato a questa regione, il titolo dell’articolo è ‘Gilgit e Baltistan, l’ultima colonia dl mondo’. “La remota regione settentrionale del Pakistan, a maggioranza sciita, vive da decenni sotto il tallone di ferro di Islamabad. Esercito, sottosviluppo e ‘sunnificazione’ gli ingredienti di una sistematica repressione, attuata in nome dell’unità della patria”.
Nell’articolo viene citato il rapporto “Kashmir: present situation and future prospects” di Emma Nicholson presentato in una sessione del 2007 del Parlamento Europeo. Questo rapporto critica aspramente il Pakistan deplorando le violazioni documentate dei diritti umani da parte dello stato e dichiarando che la popolazione del Gilgit-Baltistan si trova sotto il governo diretto dell’esercito e non gode di alcuna democrazia; vi è assenza di diritti civili e di uno status costituzionale. Critica la soffocante arretratezza della regione, deliberatamente perseguita dallo Stato, che ha ridotto la popolazione in una condizione di povertà, analfabetismo e arretratezza. Il tasso di alfabetizzazione si attesta al 33%. L’amministrazione pakistana, sottolinea l’articolo, è stata artefice di una lunga campagna volta ad alterare il profilo demografico della regione e a ridurre a una minoranza le popolazioni sciite e ismaelite locali. La regione soffre anche del sottoutilizzo delle proprie risorse naturali; nonostante l’altissimo potenziale di produzione idroelettrica, il sistema di produzione energetica non è in grado di soddisfare il fabbisogno della regione stessa. Il Pakistan sembra avere distorto la percezione internazionale del problema, definendola una questione risolta.
Si aggiunge anche il fatto che la Cina ha ampliato in questa area la propria presenza militare e i suoi progetti strategici. La Karakorum Highway è un esempio evidente, una cerniera colma di interessi. Il Pakistan per la Cina è la porta per i mari del sud, così come l’Iran è il passaggio imprescindibile a est per l’espansione economica e i rifornimenti petroliferi, ed è la porta verso il Golfo Persico, letto da Pechino come centro geopolitico della sua espansione verso il Mediterraneo e il Corno d’Africa.
Proprio nell’area di Gilgit passerebbe il progettato oleodotto che dall’Iran arriverebbe alla Cina.

Con che occhi posso guardare queste persone? E’ una manciata di umanità stritolata, annullata, che svolge una vita ridotta all’essenziale.

«Tra gli inuit trionfa l’ozio» permesso dalle sovvenzioni dei loro colonizzatori; «è un popolo disorientato, ignaro delle proprie tradizioni, privato della sua identità, svuotato della sua sostanza. […] L’omologazione è in agguato, la planetarizzazione vive di queste distruzioni, le crea, le alimenta e mette tutta la potenza del capitalismo liberale al servizio di questa mondializzazione che gli consente il governo universale delle cose, dei beni, delle ricchezze, dei popoli, delle idee e degli uomini». M. Onfray, Estetica del Polo Nord, Adriano Salani Editore, Milano, 2011, pp. 116-117

In questi luoghi non è neppure permesso l’ozio, c’è solo il duro lavoro dei campi, senza alcuna possibilità di riscatto.
Ciò che può motivare queste persone è l’attaccamento alle proprie tradizioni, ai propri valori, che gli inuit sembrano invece avere perso.
Una anziana signora, quasi spaventata dalla nostra intrusione, richiama in casa una bambina brandendo un bastone con atteggiamento ostile.
Non sono io, è il mio bagaglio che provoca questa reazione; porto l’immagine dell’uomo occidentale, dell’uomo che ha l’illusione di avere costruito un mondo alla sua misura, arrogante nei confronti della sacralità della natura.
Mi sembra quasi di sentirla dire «Stai lontana da quegli uomini!», nel tentativo di preservare le nuove generazioni; di tenerle lontane dalle illusioni di un mondo che non esiste e del quale noi ne siamo i principali fruitori.
Mi sento “sporco”.


Salgo su quelle montagne che da un po’ di giorni vedo dal basso. L’Altopiano di Deosai, situato a 4100 metri, è un’immensa chiazza verde scuro; un’immagine che mi dona un senso di pace dopo tanto deserto e dopo tante emozioni.
Osservo vette bianche in lontananza; stelle alpine e genziane. Pochi chilometri mi separano dal Kashmir.
Ho lo sguardo pieno, intriso di fiumi, deserti, montagne, volti. Sono imbevuto di realtà diverse dalla mia, le sto assorbendo da molti giorni ormai, e forse sono arrivato al punto di non riuscire più a contenerle.
E’ una successione interminabile di pensieri, paesaggi, esperienze; ho testato la mia curiosità ma anche la mia fragilità nei bazar, nei centri abitati, nei villaggi.

Di sera osservo il cielo e penso alla mia ricerca del silenzio.
«…la materia. Una manciata di tipi di particelle elementari, che vibrano e fluttuano in continuazione fra l’esistere e il non esistere, pullulano nello spazio anche quando sembra non ci sia nulla, si combinano assieme all’infinito come le venti lettere di un alfabeto cosmico per raccontare l’immensa storia delle galassie, delle stelle innumerevoli, dei raggi cosmici, della luce del sole, delle montagne, dei boschi (…) e del cielo nero e stellato di notte». C. Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi Edizioni, Milano, 2014, p. 45

Nelle nostre città si è persa la percezione notturna della volta celeste; i silenzi e i misteri di quel mondo, là in alto, causano smarrimento, rammentano l’incapacità di dare risposte certe. Nel mondo che l’uomo si è costruito non c’è più spazio per ciò che è inafferrabile e inaccessibile; nel mondo illusorio ci sono solo risposte sicure, concrete, razionali.
L’uomo moderno «è rimasto solo da quando la natura si è svuotata degli dei ed il divino, un tempo così intimo ad ogni moto del suo essere, tanto fisico che spirituale, al punto che egli vi poteva dimenticare se stesso, è fuggito nell’inafferrabile». E. Turri, Il paesaggio e il silenzio, Marsilio, Venezia, 2010, p. 63
 
Dallo sguardo dell’uomo moderno sembra scomparso il divino.
A Taxila, cuore dell’antico Regno di Gandhāra, osservo statue e sculture degli antichi regni indo-greci. La potenza di Alessandro Magno aveva permesso un’affascinante commistione di pratiche religiose greche, induiste e buddiste, e il fiorire di una singolare arte greco-buddista.
Quanta ricchezza si cela in questa fetta di mondo. Lo sguardo si perde nei drappeggi tipicamente ellenici scolpiti sul corpo di un Buddha. Penso agli uomini dei tempi antichi, al loro modo più prudente e discreto di confrontarsi con la natura, alla loro forma di rispetto e soggezione verso di essa, verso il mondo. L’uomo contemporaneo riacquisterà quella spiritualità e consapevolezza ecologica ormai perdute?
Poche ore fa ero nell’aeroporto di Skardu, un lembo di deserto, una pista recintata da mura in terra cruda, accolta tra le alte catene montuose del Karakorum e dell’Himalaya, maestose, avvolgenti; un puntino in un oceano rugoso, increspato, ruvido, solido.
Il piccolo aereo ha sfiorato queste estremità, sfidandole. Sembrava di toccarle quelle vette, bastava allungare una mano, tanto vicine erano al mio sguardo. Monumenti che svettavano nel cielo a perdita d’occhio. L’aereo era immerso in quel contesto, non lo sorvolava, ci passava in mezzo, seguendo l’Indo e volando oltre le pareti bianche del Nanga Parbat.
Tanta enormità mi ha fatto sentire così piccolo, trascurabile, marginale.
Fritjof Capra scrisse che «per comprendere la natura umana noi studiamo non solo le sue dimensioni fisiche e psicologiche ma anche le sue manifestazioni sociali e culturali. Gli esseri umani si evolsero come animali sociali e non riescono a cavarsela bene, fisicamente o mentalmente, se non rimangono in contatto con altri esseri umani. Più di ogni altra specie sociale, noi ci impegniamo nel pensiero collettivo, e così facendo creiamo un mondo di cultura e di valori che diventa parte integrante del nostro ambiente naturale. Così i caratteri biologici e culturali della natura umana non possono venire separati. L’umanità emerse attraverso il processo stesso della creazione di cultura e ha bisogno di questa per la sua sopravvivenza e la sua ulteriore evoluzione». F. Capra, Il punto di svolta, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2008, p. 248
 
Quando l’ambiente naturale si impone e si manifesta in tutta la sua enormità, torniamo piccoli e perdiamo le nostre sicurezze. Per sopravvivere siamo obbligati a tenere uniti questi due mondi. Siamo vincolati dal nostro essere “uomini”, il che ci induce spesso a non voler vedere altro se non il nostro mondo di cultura e di valori. Questa è insieme la nostra salvezza e la nostra condanna.
Eugenio Turri scrisse: «Ma se ci chiediamo – come viene da chiederci – di chi è la regia di tutto quel movimento e di quella sorta di rappresentazione che gli uomini del luogo recitano nella natura, restiamo perplessi. Ci sono almeno tre diversi livelli di risposte.  Il primo è quello che ci fa invocare il mistero che fa vivere le cose, quindi la dimensione metafisica di quello scenario, di quel paesaggio, il suo dato invisibile e misterioso; e c’è poi l’altro livello, che razionalmente riconducendoci al concreto, al reale, al biologico e al sistemico, ci fa riconoscere nell’uomo il regista dello scenario e di tutto ciò che in esso si muove, insieme alle cose che ne fanno parte e il cui pulsare sta in relazione con il sole e la luce del giorno. Ma alla fine […] i veri registi siamo noi, perché siamo noi a dare un significato e un valore alle diverse cose che vediamo». E. Turri, Il paesaggio e il silenzio, Marsilio, Venezia, 2010, p. 72
La mia ricerca del silenzio è la ricerca dell’invisibile, del non accessibile, dell’inafferrabile. Questa ultima esperienza di viaggio mi ha inondato di sensazioni, riconducendomi anche al concreto, al reale, al mondo in cui l’uomo è il regista.
Astratto e tangibile si sono mescolati.
E il mio sguardo ora è saturo.

All’ombra delle gigantesche vette, del Muztagata, del Rakaposhi, del Nanga Parbat, di quell’infinità di guglie, maestosi teatri delle inquietudini di noi fragili esseri umani di ieri e di oggi, si avverte un silenzio distintivo, un silenzio che esprime vita, movimento. Sono luoghi assediati, sfuggiti dal rumore del mondo di oggi, chissà per quanto ancora.

I due viaggi nelle terre ghiacciate della Groenlandia li immagino come una lenta e profonda inspirazione, necessaria, vitale, prima di immergermi in apnea in acque profonde, prima di una lunga sospensione dell’atto respiratorio.
Contavo sulle mie uniche forze, ma mi sbagliavo. Al mio risveglio mi sono trovato a riflettere sul fatto che questo lungo percorso l’ho iniziato da solo ma poi l’ho continuato ad affrontare in compagnia di mio padre.
Dopo la Groenlandia ho viaggiato per terre che non avevo sognato; altri occhi, quelli di mio padre, bramavano scenari che avrei finito per amare pure io, ma che ho attraversato con spirito diverso rispetto a quello molto meno disincantato che avevo all’inizio di questo lungo viaggio.

Ho avuto la fortuna di viaggiare molto nella mia vita, ma le esperienze che ho vissuto in questi quattro anni appena passati non riesco a intenderle come semplici viaggi.
E’ piuttosto un lungo fluire di eventi vissuti con enorme intensità e strettamente legati l’uno all’altro.
Ciò che c’era prima e ciò che verrà dopo appartengono e apparterranno ad altre fasi della mia esistenza.

Nella casa di famiglia, immersa nella delicata ruvidità del carso triestino, luogo dove trovo armoniosa la mescolanza tra astratto e tangibile, leggo questa frase, e mi placo:
«Rasserenato, calmo, sereno, ebbi la certezza che quel viaggio culminava là, nel sapere che i corpi avanzano verso una pace bianca, verso una serenità che si confonde col tempo di chi sopravvive: l’ultimo che ama e rimane tiene i capi dell’eternità». M. Onfray, Estetica del Polo Nord, Adriano Salani Editore, Milano, 2011, p. 122





Ringrazio Paolo Brovelli, autore del viaggio


«Non smetteremo mai di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta». T.S. Eliot

estate 2014