BAM-I-DUNYA
NOSHAQ. Ghiaccio fragile, antico, silenzio e vastità negli sguardi
AFGHANISTAN, TAJIKISTAN, 2018
NOSHAQ. Ghiaccio fragile, antico, silenzio e vastità negli sguardi
AFGHANISTAN, TAJIKISTAN, 2018
dedico questa esperienza a mia mamma
dedico queste riflessioni a mio papà, compagno di viaggio
Spesso sognavo di vedere le torreggianti montagne che si trovano al confine tra Afghanistan e Pakistan. Le immaginavo così estese da perdersi alla vista, misteriose, temibili. Semplicemente lontane, isolate, nascoste in luoghi remoti di questo pianeta; esplorate nei secoli da ardimentosi mercanti, missionari, avventurieri. Teatro di conquiste e di battaglie, queste alte vette sono state spettatrici del grande processo di affermazione dell’uomo e della sua civiltà.
«L’Asia centrale – ha scritto Fosco Maraini - è un oceano di terra le cui onde, nei secoli, sono stati i popoli. Nessun’altra parte del mondo ha visto tanti rivolgimenti, tante trasmigrazioni nel millenario agitarsi, galoppare, combattere, sottomettere, distruggere, unificare e dividere. Tutto nell’oceano Asia centrale fluisce, scorre, si trasforma» [1].
Da bambino e da ragazzo ho frequentato spesso le Dolomiti; preso dall’incanto della montagna in tempi recenti mi sono trovato a percorrere strade e sentieri sulle più alte montagne del mondo; ho visto i grandi sistemi montuosi dell’Himalaya, dell’Hindu Kush, del Karakorum e del Tien Shan. Li ho fotografati, li ho raccontati; sto cercando di interpretare le emozioni che mi hanno trasmesso attraverso i miei suoni. Sono luoghi in cui ho cercato una breve pausa, per sottrarmi alle consuetudini, per rigenerarmi, per riprendere il controllo, per placare il gioco della vita quotidiana; per cercare il silenzio.
«Silenzio, parola controtempo: il silenzio sta fuori del tempo, fuori dal suo gioco, fuori dal sopravvenire del tempo»[2].
I viaggi che ho fatto in Centro Asia mi hanno permesso di osservare questo immenso territorio, calato indissolubilmente nel tempo, nella storia, immerso non tanto nel silenzio, quanto nel tempo dell’uomo, i cui diversi strati si confondono e si mescolano in ogni direzione; li osservo galleggiare, luoghi pieni di memorie, dove il silenzio è piuttosto un insieme di vari suoni, di memorie di chi ha vissuto e lasciato impronte. Forse non cerco più luoghi che sono puro spazio, o forse non solo. La mia ricerca è mutata. Stento ad ammetterlo, perché?
Al rientro dai miei ultimi viaggi sentivo che mancava un tassello: ne lambivo i confini, mi avvicinavo sempre di più, ma non ero mai riuscito ad entrare in Afghanistan. «Riuscirò mai a visitarlo?» mi sono sempre chiesto.
Osservo l’alba dalla terrazza di casa mia. Le prime luci del sole infiammano il cielo; è un altro giorno terribilmente caldo, ma è diverso dai precedenti, oggi è il giorno della partenza. Entro breve poggerò lo sguardo sulle cime del Piccolo e del Grande Pamir. È giunto il momento, è questo l’anno in cui varcherò i confini dell’Afghanistan.
«A differenza degli altri grandi sistemi montuosi che qui convergono – Hindu Kush, Karakorum e Tien Shan -, il Pamir consiste di un vasto altopiano interrotto da montagne e ampie vallate. Chiamato Bam-i-Dunya, Tetto del Mondo, dalle tribù che vivono nelle regioni circostanti, è quasi privo di insediamenti umani e di vegetazione» [3].
Faccio bene ad essere scettico nei confronti del mio mutato interesse verso la ricerca del silenzio. La meta del viaggio è un remoto villaggio nello stretto Corridoio del Wakhan, Sarhad-e Broghil, oltre il quale si apre un paesaggio fatto di ghiaccio e deserto, raggiungibile solo con le proprie gambe, o sul dorso di un mulo. Chiuso tra Cina, Tagikistan e Pakistan, rinserrato da passi e confini chiusi, in gran parte ad altissima quota, questo lembo di terra ospita un migliaio di nomadi khirghizi, fuggiti dal mondo e dalle guerre, abitanti di uno spazio senza tempo. Io mi fermerò poco prima, la strada per Sarhad-e Broghil sarà lunga. Passerò attraverso territori grondanti memorie, profondamente calati nel tempo dell’uomo, per poi avvicinarmi ad una regione nascosta nei più profondi recessi delle grandi montagne del Centro Asia, immersa nel silenzio; lontana da tutto. Fuori dal tempo.
Quali incontri, quali colori, quale luce conterrà questo nuovo viaggio?
Durante il decollo mi emoziono. Stanno diventando tante le esperienze importanti in questa fase della mia vita che inesorabilmente sta acquisendo sempre più profondità. Amo la solitudine ma allo stesso tempo mi piacciono gli aeroporti con il loro costante viavai di esseri umani, ognuno testimone della sua cultura. Mi piace vedere volti e abiti che non fanno parte della mia quotidianità. Mi piace osservare e sognare. Mi piace viaggiare.
Persone avvolte in ampi mantelli bianchi attendono di imbarcarsi verso chissà quale destinazione. Sono tanti, una lunga scia bianca che evoca un’immagine dal sapore sacro. Sono vite che passano davanti ai miei occhi in uno dei tanti gate dell’aeroporto di Istanbul. Non so chi siano, ma in questo momento sono loro a portare i miei pensieri lontano. Mente e corpo quest’anno sembrano viaggiare insieme, alla stessa velocità. Mi sento desideroso di proseguire la mia ricerca del silenzio.
«Il silenzio è un tuffo in se stessi, non per solipsismo ma per ricongiungersi invece con una parte di universalità. Il silenzio evoca una sosta sul mondo, una tregua nell’esistenza per sentirsi di nuovo pienamente vivi» [4].
Turri, come avevo già riportato nei miei diari, parla di una duplice modalità del conoscere, parla di guardare da vicino e da lontano. Dice che «occorre guardare nel silenzio, da lontano, come fuori dal tempo, per portare poi nel vissuto e nel rumore l’esperienza desunta dalla condizione di sospensione temporale».
Silenzio e rumore esprimono condizioni che vanno entrambe vissute. Per conoscere il mondo è necessario addentrarsi nelle città, nelle campagne, nei loro frastuoni, bisogna viverlo, sentirlo palpitare. Non si riesce a capire molto di una società e di una nazione se non si arriva ad una «osservazione partecipata» che permette di capire il rapporto delle persone con il loro territorio, per conoscerne le loro credenze, le loro abitudini.
Vivere e guardare il mondo al tempo stesso dall’alto e dal di dentro, da attori e da spettatori.
Attori, quando il paesaggio accoglie le nostre emozioni, le nostre memorie, i nostri affetti; quando ci si cala nella dimensione ‘dell’uomo’, quando siamo semplici abitanti, con le nostre esigenze del momento.
Spettatori quando si guardano i territori dall’alto dei monti, nella loro assorta fissità, in silenzio, come scenari del nostro esistere, del nostro operare.
«Da attori possiamo trasformarci, nelle pause del vissuto, in spettatori del nostro agire» [5].
Turri parla di duplice visione quando tratta il tema degli equilibri ambientali, di come una società sente e vive il suo territorio, di come interviene su di esso, danneggiandolo o rispettandolo. Il tema della duplice visione, disgiunta o unificata, mi affascina e può fornire lo spunto per capire qual’è l’approccio che si può avere quando si entra in contatto con luoghi che non si conoscono.
Tocca a Dušanbe il compito di stimolare la mia curiosità, e di condurmi in un altro mondo, in un pezzo di Oriente che associo alle cronache dei viaggiatori antichi, alle spie del Grande gioco, a civiltà passate.
Però capisco subito che Dušanbe è solo una parentesi, è un luogo che non lascerà grosse tracce nella mia memoria; intuisco rapidamente che il suo unico ruolo è di aiutarmi a capire il contesto in cui ora mi trovo. Non è certamente il cuore del viaggio.
La città è il risultato di un lungo processo di trasformazione, in continua e crescente evoluzione, durante il quale si sono sovrapposte diverse anime. Il mondo sovietico ha lasciato una forte impronta, ma l’essenza del variegato popolo tagiko sta riaffiorando, decisa a risplendere, non più obbligata a mimetizzarsi, o ad adeguarsi ai cambiamenti. La costruzione di un'identità tagika, sia culturale, sia nazionale, è un processo avviato ma per nulla concluso. Il Museo Nazionale sembra raccogliere l’eco della storia dell’attuale Tajikistan per consegnarlo al suo popolo e presentarlo al mondo.
I confini sono di recente definizione e tante sono le impronte che dovrebbero tracciare l'identità nazionale: indoariana, greca, persiana, musulmana, mongola, turca. E poi ci sono un’infinità di commistioni etniche. Tolto il coperchio, si è messo in moto un processo inarrestabile. Questo complesso mix di etnie è in cerca della sua unicità. È inevitabile, è il popolo che mi seduce, non i grandi palazzi del governo che invece distraggono. È questo eterogeneo insieme di essere umani alla ricerca di una identità che mi affascina.
Si capisce subito che qui gli abiti sono importanti; assisto ad una successione di vestiti variopinti indossati dalle donne, di copricapi di foggia uzbeka o kirghisa. Ma anche di capi d’abbigliamento in stile occidentale. Sono i vestiti che osservo per le strade a spiegare com’è la vita in Tajikistan, più degli edifici pubblici con i loro saloni e le loro ricche stanze ad uso di rappresentanza.
Dopo l’ottenimento dell’indipendenza dall’Unione Sovietica, il Tajikistan sprofondò nella guerra civile. In quei sei anni, dal 1992 al 1997, le differenze etniche ebbero ben più peso di quelle religiose, e gli abiti tutt’ora sono un vero e proprio simbolo di appartenenza etnico.
È un paese con molti impulsi, agli estremi c’è l’Islam radicale, presente lungo il confine tagiko-afgano, e poi c’è lo stile di vita occidentale, entrato tutt’altro che debolmente; in mezzo ci sono mille sfumature.
Pochi giorni fa due turisti americani sono stati uccisi dai “soldati dello Stato islamico” proprio nei pressi della città natale del presidente del Tajikistan Emomali Rahmon. Stavano girando il mondo in bicicletta; un sogno interrotto brutalmente, con ferocia e crudeltà. È stato il primo attentato compiuto dall’Isis in Tajikistan. Il presidente stesso è molto attento a limitare l’influenza dell’Islam estremo, imponendo cambiamenti anche nello stile di vita delle persone. Come nello Xinjiang, anche qui è stato limitato l’uso di portare la barba, tuttavia questa disposizione mi pare sia regolamentata in maniera più blanda rispetto allo Xinjiang, quello che io chiamo il nuovo Tibet, con la differenza che nello Xinjiang le azioni di repressione vengono compiute in modo ben più disumano che in Tibet. In Tajikistan sono state introdotte anche delle restrizioni alle importazioni dei hijab. È difficile esprimere un giudizio, i confini sono davvero caldi in questa fetta di mondo e le azioni folli di singoli criminali possono destabilizzare l’equilibrio che qui stanno faticosamente conquistando e che onestamente si percepisce passeggiando per le strade di Dušanbe.
Entro in punta di piedi in un piccolo museo di strumenti musicali, sento che è un mondo che devo ancora conoscere e che non mi appartiene, ma mi avvicino curioso e osservo. Tre musicisti, tra cui il proprietario del museo, improvvisano una serie di canzoni: alcune, suonate solo con uno strumento a corda che suppongo sia un rubab, sembrano preghiere musulmane, altre sembrano raccontare storie d’amore. Poi introducono uno strumento a percussione, un dayereh e, accelerando il ritmo, eseguono musica del repertorio tradizionale adatta per ballare. Immagino i variopinti abiti che ho visto oggi seguire le armonie di questi musicisti, agitarsi e ondeggiare. I loro gesti rapidi e leggeri sulle corde, e i colpi sempre più accesi sul tamburello, sono fatti di emozioni e di passione. La musica, se suonata col cuore, non mente. Sono cantastorie che mi fanno pensare alle fiabe d’Oriente, immagino che le loro parole raccontino i deserti e i grandi picchi di questi luoghi. Ora desidero uscire dalla città, ho voglia di vedere le alte montagne del Pamir, e di entrare nel vivo di questa nuova esperienza.
Appena fuori dalla città ci si immerge subito in spazi poco abitati. Le colline sono aride e la temperatura, nonostante Dušanbe sia situata a circa novecento metri di altitudine, è particolarmente alta. Il paesaggio è spoglio e i colori predominanti sono il marrone, il giallo è un po' di verde. Dopo aver percorso la Friendship Highway che collega Lhasa a Katmandu, e la Karakorum Highway che collega il Pakistan alla Cina, ora mi trovo sulla Pamir Highway, che, esattamente come le precedenti, nulla ha dell’autostrada. Il tratto che sto percorrendo per il momento è comodo e asfaltato, è una strada a doppio senso di marcia con due corsie.
Scendo verso il sud del paese, e cerco di concentrarmi sul paesaggio che è parzialmente nascosto dalla foschia. Le prime immagini che colgo sono sfuggenti e imprecise. Sono impaziente di vedere subito le immense montagne e le sterminate vallate, ma devo avere pazienza. Devo arrivarci gradualmente, passando attraverso queste terre che hanno il sapore dell’Oriente e il fascino di antiche vie carovaniere. Mi dirigo verso la Diga di Nurek, costruita sul fiume Vahš, uno dei due rami sorgentiferi dell’Amu Darya, al tempo dei greci chiamato Oxus. L’altro ramo, il fiume Panj, mi accompagnerà per gran parte del viaggio e lo incontrerò fra un po’. Il termine Oxus mi fa pensare a remoti periodi storici, all’impero Achemenide, al Regno greco-battriano, ad Alessandro Magno. Inevitabilmente mi tornano alla mente i ricordi del viaggio in Pakistan, di Taxila e dell’arte elleno-buddista del Gandhara, straordinaria commistione culturale nata dall’incontro di popoli distanti tra loro sia geograficamente che culturalmente.
Fritjof Capra scrisse «L’umanità emerse attraverso il processo stesso della creazione di cultura e ha bisogno di questa per la sua sopravvivenza e la sua ulteriore evoluzione» [6].
Attendo. Il puro spazio lo vedrò più avanti, ora mi lascio affascinare dalla storia, da chi ha vissuto e lasciato impronte, e da chi vive oggi in questi luoghi, in passato incrocio di grandi vie commerciali, nodi fondamentali della Via della Seta. Lungo queste strade circolavano prodotti ricercatissimi trasportati sia dai mercanti occidentali, sia da quelli orientali. Scendo dalla mia ‘carovana’ e faccio una sosta in una piazzola sopra la Diga di Nurek.
Ordinatamente disposta a semicerchio lungo lo spiazzo c’è una successione di chioschi dove grandi pentoloni cuociono carne, cereali e legumi. C’è un ottimo profumo di cibo nell’aria. I bambini, in cerca di acquirenti, si aggirano tranquilli tra i chioschi con sacchetti di semi e frutta secca; le donne mescolano le zuppe, tagliano la carne e le verdure, e gli uomini aiutano nella preparazione dei piatti. È una sosta piacevole che mi fa entrare un po’ di più in contatto con le persone del posto e mi fa vivere un momento di gioia semplice e genuina. Incrocio gli sguardi, il taglio degli occhi allungato è un tuffo nel Centro Asia.
Risalgo sulla jeep e lentamente ambiente e persone escono allo scoperto: alberi di pistacchio, contadini in groppa ai muli, gli sguardi sorridenti dei bambini, la terra, il caldo, i pascoli, il fresco all'ombra di un albero. Questo è il ‘paesaggio perduto’, il paesaggio rurale non ancora segnato dall’uomo, non urbanizzato, non asservito alle sue esigenze. Non ci sono le colture geometriche e ripetitive a cui sono abituato; si percepisce ancora il semplice agire umano. È un luogo genuinamente poco trasformato, è un paesaggio che riesce ad emozionare nella sua semplicità.
Supero il piccolo centro di Danghara e continuo a procedere verso sud; fa ancora più caldo di prima e il sole brucia impietosamente. Fortunatamente la strada continua ad essere comoda e asfaltata; è un cordone che taglia una ampia valle sempre più arida e spoglia. Immagino cosa doveva significare intraprendere lunghe e faticose marce attraverso queste terre, sotto questo caldo o, d’inverno, quando le temperature sono gelide. Bisognava essere pronti a sfidare pericoli e ad accettare il fatto che il ritorno a casa non sarebbe stata una certezza. Il palazzo-fortezza di Hulbuk, che significa “profumo di menta”, doveva essere un’apparizione magica e confortevole. Oggi, quasi completamente ricostruito, rimane un documento storico, un’orma di società passate. Il direttore della struttura, e dell’annesso museo, con tenacia, ha deciso di ridare vita alle rovine dell’edificio, mosso dal desiderio di mantenerne intatto il suo valore memoriale e sentimentale, determinato a farlo sopravvivere nel tempo, e ad assicurare che rimanga un elemento significativo del paesaggio. La grande porta del palazzo si chiude rumorosamente e il viaggio prosegue verso il Passo Shurabad, transitando per la città di Kulob.
Riconosco gli elementi che caratterizzano questa parte del mondo, le strade che attraversano i piccoli centri abitati, le case basse fatte di impasti di argilla e di rami, di sassi e mattoni di fango, i canali di scolo, i mercati con le angurie, la sabbia e la polvere; il pane rotondo e schiacciato, i grandi tavoli nei cortili per riposare, bere il tè, parlare, una garanzia di pace e tranquillità, le donne e le ragazze che esprimono la loro femminilità nei loro abiti colorati e vivaci. Se a Dušanbe si vede un popolo incerto se vivere tra desideri urbani e tradizioni rurali, tra occidente e Islam, lungo questi viali di pioppi e questi campi di cereali, il grande dilemma sembra chiarito; qui, fuori dalla città, nelle campagne del Tajikistan, l’identità non è una cosa incerta, ma è qualcosa di integro e afferrabile.
La strada sale al passo Shurabad e il paesaggio si mantiene spoglio, i pendii color malto delle colline corrugate e grinzose hanno perso il rivestimento verde della primavera. Ora c'è solo ghiaia, polvere e sempre tanto caldo.
Oltrepasso un confine interno e accedo nella regione autonoma del Gorno-Badakshan, stretta tra Xinjiang, provincia afgana del Badakhshan e Kirghizistan. Vi si può accedere solo se muniti di un permesso chiesto preventivamente; è un confine a tutti gli effetti. All’ingresso le case costruite con i mattoni d’argilla e paglia cotti al sole, l’alto profilo dei pioppi e le ampie vallate sono il primo assaggio di quello che per me è diventato il ‘Paesaggio dell'Armonia’.
Scendo dal passo ed entro in una valle stretta e rocciosa percorsa dal secondo ramo sorgentifero dell’Amu Darya, il fiume Panj, a di là del quale si trova l'Afghanistan. Il confine sembra non esistere, c'è solo il fiume che separa i due stati. Osservo in silenzio le montagne dell'Afghanistan e il primo villaggio afgano al di là delle turbolente acque del Panj. Il paesaggio è mutato quasi bruscamente, non ha più nulla dell’armoniosità e della placidità del mondo rurale che ho visto fino ad ora. Le montagne si sono alzate e si sono strette attorno alla strada. L’ambiente mantiene la sua aridità di fondo, ma emerge l'imponenza del Pamir. Le pareti cadono a picco, ormai c'è solo roccia e la vegetazione è quasi del tutto scomparsa. È tutto talmente verticale che ogni parete sembra doversi lentamente sbriciolare per poi franare e schiantarsi al suolo.
Da entrambi i lati le strade sono sterrate, ma dal lato afgano più che strade sembrano mulattiere, Cosa troverò e dove viaggerò quando valicherò il confine?
Nel 2014 mi ero avvicinato molto al posto dove mi trovo ora, e le sensazioni erano esattamente le stesse: «Linee secche, dure, decise. Il colore della terra che predomina su tutto. Rocce rosse, massi, pietraia. Stratificazioni di colori: scarlatto, nero, bianco. Le montagne stringono la strada, dissestata, irregolare. È un paesaggio austero e severo, ingentilito dalle nevi perenni del Pamir che risaltano sullo sfondo. Rilievi sempre più alti, sabbia che cola dalle pendici; ghiacciai in lontananza».
Sono ritornato sui miei passi e una distanza davvero irrisoria mi separa dai Territori del Nord del Pakistan, ma l’austerità e la severità che avevo colto nel viaggio precedente ora è accentuata dall’incertezza che mi suscita questo luogo, causata probabilmente da una sensazione di diffidenza e insicurezza che non riesco ad allontanare. Grandi sassi bianchi posizionati in prossimità della sponda del fiume delimitano un'area minata. È un’immagine che indurisce il paesaggio, grave e spoglio, fatto unicamente di pietra. Di tanto in tanto militari presidiano il territorio. Dal lato afgano, in alto, costruito sulle rocce, a picco sul fiume, si erge un villaggio che sembra disabitato; è una piccola città silenziosa i cui abitanti sembrano scomparsi, non brilla neppure una luce nelle scure finestre delle case. Il sole cala sulle cime del Pamir e comincia a toccare l’orizzonte. Mi fermo a dormire a Kalaikhum (Qal'ai Khumb), capoluogo del Distretto Darvoz.
Mi sveglio con la luce del sole che si riversa nella stanza della guest house. Esco in strada e osservo le imponenti pareti che cadono a strapiombo sul fiume Panj, e i sentieri appena tracciati che tagliano la roccia. La vicinanza con l'Afghanistan aveva reso questo luogo inaccessibile fino a poco tempo fa. Quelle montagne dall'altro lato del fiume ai miei occhi sembrano indicare simbolicamente una sorta di sospensione degli eventi, di ogni attività, di suoni. Percepisco un silenzio che paralizza e che richiama immagini di sofferenza. Avvolti nel silenzio, mondi pericolosi si nascondono oltre quelle cime. La mia mente è piena di cliché sull’Afghanistan? Riuscirò a stemperare queste sensazioni nel corso del viaggio?
Due ragazzine si avvicinano con un grande sorriso per scambiare qualche parola e i pensieri si addolciscono. Getto uno sguardo alla gente di questo piccolo centro. Tutto sembra ingannevolmente pacifico. Vedo persone che fanno jogging, altre che vanno a lavorare i campi; le osservo sedute su terrazze che si sporgono sulle acque gelide e azzurre del fiume che scende dalle montagne e che si immette nel Panj. Rientro nella guest house e faccio colazione nel cortile interno, sotto un enorme albero da frutta. Ieri sera ero rimasto seduto qui fino a tardi, mentre calava il crepuscolo. La cena era abbondante, c’era yogurt, verdura fresca, una deliziosa zuppa calda, riso, carne e il classico pane rotondo e schiacciato. Questa mattina assaggio una squisita marmellata di ciliegie.
Dopo questa sosta, il viaggio riprende. Ieri ho percorso trecentocinquanta chilometri, oggi ne dovrò percorrere altri duecento ottanta, e la strada sarà tutt’altro che scorrevole. Seguirò il corso del fiume Panj e poi, nel pomeriggio, devierò verso est, nella Valle di Bartang, lasciando momentaneamente il confine con l’Afghanistan.
Una scorta di taniche di benzina è necessaria per affrontare il lungo tratto di strada.
Non distante da Kalaikhum passo davanti ad un ponte che collega i due stati; è il primo che vedo, ma è un punto di attraversamento riservato solo ai residenti. I confini sono pochi e quelli internazionali, almeno qui in Tajikistan, sono solo quattro.
L'acqua del fiume scorre impetuosamente e le due sponde sono sempre più vicine. Il paesaggio si mantiene pietroso con le montagne che precipitano verticalmente a valle. Tanta austerità viene tuttavia addolcita sporadicamente dalla presenza di piccoli centri abitati e da macchie di vegetazione di un colore verde intenso che si contrappone all’insistente marrone della terra. Alcuni paesaggi sono impregnati di una particolare energia. Sono portatori di suggestioni, pensieri, pericoli di cui è difficile conoscere la natura o di cui al contrario si è consapevoli. Ma si continua a procedere addentrandosi nella tana del lupo e a diventare sempre più vulnerabili. Continuano i segnali che delimitano le zone minate sia da un lato che dall'altro. Il fatalismo regna in questi luoghi, si sente di essere ospiti tollerati dalla natura e dall'uomo.
La Pamir highway, rovinata da erosioni, terremoti, valanghe e smottamenti, è anche chiamata ‘heroin highway’. Luci e ombre di questi luoghi, meravigliosi da un punto di vista paesaggistico, da rapimento estatico, che tuttavia evocano sensazioni che si oppongono.
Ma forse è solo il mio essere sospettoso che mi condiziona. Saluto un gruppo di bambini che gioca nelle acque del fiume Panj e la risposta è talmente calorosa che i pensieri negativi si dissolvono; il loro vivace vocio mi rassicura e mi fa sorridere. Il paesaggio stesso lentamente si fa meno severo. La valle si apre e compaiono grandi insenature nei pressi di Rushan, villaggio dal quale si devia verso est per entrare nella Valle di Bartang.
Il cambiamento di paesaggio coincide con un cambiamento di umore. I colori sono più tenui e la maggiore apertura della vallata rende tutto meno soffocante. Risalgo il corso del fiume Bartang e smetto di osservare con sguardo razionale; mi lascio travolgere da questo spettacolo. Pare di essere immersi in un oceano di forme il cui respiro si fa maestoso e imponente. Salire con lo sguardo sulle cime delle montagne è un po' come immergersi nei segreti degli dei. I picchi innevati, le pieghe rocciose, le dorsali con qualche chiazza verdeggiante e manti di ghiaia e sassi; la perfezione nelle forme di queste sterminate formazioni di pietra, piramidi naturali, sculture. «La bellezza del mondo», penso; e la brevità del mio guardare.
Duecento ottantaquattro chilometri di strada sterrata, di natura selvaggia e intatta, di rilievi interminabili, di orizzonti senza fine, di sporadici segni umani che si confrontano quotidianamente con l’isolamento e la solitudine. Nel tardo pomeriggio arrivo a Siponj, un villaggio del passato, chiuso in fondo alla valle, un villaggio sospeso in una dimensione quasi onirica. Sarà per la lunga strada, sarà la fatica per raggiungerlo, o forse per il suo aspetto genuino, di semplice insediamento agricolo, ma me lo immagino scampato a un gigantesco cataclisma, restituito al silenzio originale.
Nonostante la stanchezza e lo stordimento del viaggio, qui, in questo posto davvero lontano, mi sento a casa.
Passo la notte in una fattoria circondata da alberi da frutta. È questo luogo che mi consegna definitivamente nella dimensione del viaggio; è il sorriso e la gentilezza della ragazza che fa gli onori di casa e che con dolcezza mi presenta il posto. È la regina della valle del Bartang, la valle del silenzio.
«La musica degli uomini ha bisogno del silenzio, è come l’ossigeno che la fa respirare. La musica non ha la presunzione di spiegare, di rivelare cos’è il silenzio, semplicemente ne fa parte. Musica e silenzio si alimentano una con l’altro: lo studio, la conoscenza, l’approfondimento della musica implicano sempre la ricerca del silenzio. Cercare il silenzio, dare spazio al silenzio nell’arte, nella musica, aiuta a concentrarsi sul senso profondo della vita in generale e distoglie l’attenzione tipico dall’esigenza dell’uomo di fare della sua centralità, anche nell’arte, il fine di ogni atto creativo» [7].
Gli occhi mi si chiudono, smetto di leggere e mi addormento sotto una calda trapunta.
Il primo vero profumo del viaggio proviene da una pianta di lavanda che cresce all'inizio di un sentiero che sale sulla montagna. Oggi dedico la giornata sulle cime che in questi giorni ho osservato dalla jeep. Oltrepasso un ponte di legno e comincio a salire verso il villaggio di Geiseu (Jizeu) percorrendo l'omonima valle. Geiseu è raggiungibile solo a piedi. Gli ambienti ombrosi e oscuri si vivacizzano con l'arrivo di un gruppo di persone che si dirige verso il villaggio per festeggiare un matrimonio. Il silenzio è momentaneamente interrotto e la gravità espressa dalle torreggianti pareti è per un attimo mitigata.
Mi affascina l’idea che ci siano posti così remoti e che qualche essere umano sia sfuggito alla vita urbana. Quello che sto percorrendo è un tipico sentiero di montagna e io compio il classico rito borghese della gita in montagna; le persone che incrocio invece non sono frequentatori occasionali di questi posti, non sono escursionisti, non sono venuti qui per guarirsi dentro, per fermare temporaneamente il tempo e per sentirsi di nuovo pienamente vivi. No. Loro vivono qui. Loro ogni giorno devono fare un paio d’ore di cammino per uscire da questa valle, semplicemente per scendere in un’altra valle che in più ha soltanto una strada sterrata, percorribile con le jeep. Ma i centri abitati sono lontani. Anche queste persone discutono dei fatti loro, di banalità quotidiane, anche loro si pongono le grandi domande, e allo stesso tempo celebrano rituali che sono gli stessi per tutti gli esseri umani, ma il confronto quotidiano con queste montagne, loro dimora abituale, li pone in una dimensione lontanissima dalla mia.
«Cosa vedrò nel corridoio del Wakhan?» penso. «Sarà tutto così, se non ancora di più estremo».
Intercetto più elementi insieme questa mattina, riesco a prestare attenzione sia alle vaste aperture del mondo, ai suoi arcani silenzi, sia agli anfratti più intimi dell'uomo, ai rumori che scorrono sopra il silenzio. Dimensioni differenti del reale, forse contrastanti, si intersecano, ma il percorso di introspezione continua e queste persone mi permettono di ritrovare un contatto meno aspro con il mondo. Al contempo l'ingresso in questo paesaggio, nel suo silenzio, mi permette di cogliere una sorta di sospensione che avvolge tutto, una bolla in cui mi trovo anch'io.
Sono le piccole cose che regalano gioie immense. Mi tolgo le scarpe e lascio i piedi in ammollo nelle gelide acque del fiume. Sguscio un uovo sodo e contemplo il paesaggio. Mi sento profondamente appagato, felicemente perso in questa sospensione.
«L’essenza della bellezza si apprezza appieno solo nei contrasti. Il suono di un orologio che batte l’ora esiste solo grazie al silenzio che l’ha preceduto. La musica è intessuta per metà di silenzi e per metà di suoni. Le montagne sono sempre state la mia metà del silenzio. La pace e la bellezza della valle non significavano nulla per me senza la cupa, minacciosa presenza della parete che la sovrastava» [8].
I viaggi che ho fatto in Centro Asia mi hanno permesso di osservare questo immenso territorio, calato indissolubilmente nel tempo, nella storia, immerso non tanto nel silenzio, quanto nel tempo dell’uomo, i cui diversi strati si confondono e si mescolano in ogni direzione; li osservo galleggiare, luoghi pieni di memorie, dove il silenzio è piuttosto un insieme di vari suoni, di memorie di chi ha vissuto e lasciato impronte. Forse non cerco più luoghi che sono puro spazio, o forse non solo. La mia ricerca è mutata. Stento ad ammetterlo, perché?
Al rientro dai miei ultimi viaggi sentivo che mancava un tassello: ne lambivo i confini, mi avvicinavo sempre di più, ma non ero mai riuscito ad entrare in Afghanistan. «Riuscirò mai a visitarlo?» mi sono sempre chiesto.
Osservo l’alba dalla terrazza di casa mia. Le prime luci del sole infiammano il cielo; è un altro giorno terribilmente caldo, ma è diverso dai precedenti, oggi è il giorno della partenza. Entro breve poggerò lo sguardo sulle cime del Piccolo e del Grande Pamir. È giunto il momento, è questo l’anno in cui varcherò i confini dell’Afghanistan.
«A differenza degli altri grandi sistemi montuosi che qui convergono – Hindu Kush, Karakorum e Tien Shan -, il Pamir consiste di un vasto altopiano interrotto da montagne e ampie vallate. Chiamato Bam-i-Dunya, Tetto del Mondo, dalle tribù che vivono nelle regioni circostanti, è quasi privo di insediamenti umani e di vegetazione» [3].
Faccio bene ad essere scettico nei confronti del mio mutato interesse verso la ricerca del silenzio. La meta del viaggio è un remoto villaggio nello stretto Corridoio del Wakhan, Sarhad-e Broghil, oltre il quale si apre un paesaggio fatto di ghiaccio e deserto, raggiungibile solo con le proprie gambe, o sul dorso di un mulo. Chiuso tra Cina, Tagikistan e Pakistan, rinserrato da passi e confini chiusi, in gran parte ad altissima quota, questo lembo di terra ospita un migliaio di nomadi khirghizi, fuggiti dal mondo e dalle guerre, abitanti di uno spazio senza tempo. Io mi fermerò poco prima, la strada per Sarhad-e Broghil sarà lunga. Passerò attraverso territori grondanti memorie, profondamente calati nel tempo dell’uomo, per poi avvicinarmi ad una regione nascosta nei più profondi recessi delle grandi montagne del Centro Asia, immersa nel silenzio; lontana da tutto. Fuori dal tempo.Quali incontri, quali colori, quale luce conterrà questo nuovo viaggio?
Durante il decollo mi emoziono. Stanno diventando tante le esperienze importanti in questa fase della mia vita che inesorabilmente sta acquisendo sempre più profondità. Amo la solitudine ma allo stesso tempo mi piacciono gli aeroporti con il loro costante viavai di esseri umani, ognuno testimone della sua cultura. Mi piace vedere volti e abiti che non fanno parte della mia quotidianità. Mi piace osservare e sognare. Mi piace viaggiare.Persone avvolte in ampi mantelli bianchi attendono di imbarcarsi verso chissà quale destinazione. Sono tanti, una lunga scia bianca che evoca un’immagine dal sapore sacro. Sono vite che passano davanti ai miei occhi in uno dei tanti gate dell’aeroporto di Istanbul. Non so chi siano, ma in questo momento sono loro a portare i miei pensieri lontano. Mente e corpo quest’anno sembrano viaggiare insieme, alla stessa velocità. Mi sento desideroso di proseguire la mia ricerca del silenzio.
«Il silenzio è un tuffo in se stessi, non per solipsismo ma per ricongiungersi invece con una parte di universalità. Il silenzio evoca una sosta sul mondo, una tregua nell’esistenza per sentirsi di nuovo pienamente vivi» [4].
Turri, come avevo già riportato nei miei diari, parla di una duplice modalità del conoscere, parla di guardare da vicino e da lontano. Dice che «occorre guardare nel silenzio, da lontano, come fuori dal tempo, per portare poi nel vissuto e nel rumore l’esperienza desunta dalla condizione di sospensione temporale».
Silenzio e rumore esprimono condizioni che vanno entrambe vissute. Per conoscere il mondo è necessario addentrarsi nelle città, nelle campagne, nei loro frastuoni, bisogna viverlo, sentirlo palpitare. Non si riesce a capire molto di una società e di una nazione se non si arriva ad una «osservazione partecipata» che permette di capire il rapporto delle persone con il loro territorio, per conoscerne le loro credenze, le loro abitudini.
Vivere e guardare il mondo al tempo stesso dall’alto e dal di dentro, da attori e da spettatori.
Attori, quando il paesaggio accoglie le nostre emozioni, le nostre memorie, i nostri affetti; quando ci si cala nella dimensione ‘dell’uomo’, quando siamo semplici abitanti, con le nostre esigenze del momento.
Spettatori quando si guardano i territori dall’alto dei monti, nella loro assorta fissità, in silenzio, come scenari del nostro esistere, del nostro operare.
«Da attori possiamo trasformarci, nelle pause del vissuto, in spettatori del nostro agire» [5].
Turri parla di duplice visione quando tratta il tema degli equilibri ambientali, di come una società sente e vive il suo territorio, di come interviene su di esso, danneggiandolo o rispettandolo. Il tema della duplice visione, disgiunta o unificata, mi affascina e può fornire lo spunto per capire qual’è l’approccio che si può avere quando si entra in contatto con luoghi che non si conoscono.
Tocca a Dušanbe il compito di stimolare la mia curiosità, e di condurmi in un altro mondo, in un pezzo di Oriente che associo alle cronache dei viaggiatori antichi, alle spie del Grande gioco, a civiltà passate.
Però capisco subito che Dušanbe è solo una parentesi, è un luogo che non lascerà grosse tracce nella mia memoria; intuisco rapidamente che il suo unico ruolo è di aiutarmi a capire il contesto in cui ora mi trovo. Non è certamente il cuore del viaggio.
La città è il risultato di un lungo processo di trasformazione, in continua e crescente evoluzione, durante il quale si sono sovrapposte diverse anime. Il mondo sovietico ha lasciato una forte impronta, ma l’essenza del variegato popolo tagiko sta riaffiorando, decisa a risplendere, non più obbligata a mimetizzarsi, o ad adeguarsi ai cambiamenti. La costruzione di un'identità tagika, sia culturale, sia nazionale, è un processo avviato ma per nulla concluso. Il Museo Nazionale sembra raccogliere l’eco della storia dell’attuale Tajikistan per consegnarlo al suo popolo e presentarlo al mondo.
I confini sono di recente definizione e tante sono le impronte che dovrebbero tracciare l'identità nazionale: indoariana, greca, persiana, musulmana, mongola, turca. E poi ci sono un’infinità di commistioni etniche. Tolto il coperchio, si è messo in moto un processo inarrestabile. Questo complesso mix di etnie è in cerca della sua unicità. È inevitabile, è il popolo che mi seduce, non i grandi palazzi del governo che invece distraggono. È questo eterogeneo insieme di essere umani alla ricerca di una identità che mi affascina.
Si capisce subito che qui gli abiti sono importanti; assisto ad una successione di vestiti variopinti indossati dalle donne, di copricapi di foggia uzbeka o kirghisa. Ma anche di capi d’abbigliamento in stile occidentale. Sono i vestiti che osservo per le strade a spiegare com’è la vita in Tajikistan, più degli edifici pubblici con i loro saloni e le loro ricche stanze ad uso di rappresentanza.
Dopo l’ottenimento dell’indipendenza dall’Unione Sovietica, il Tajikistan sprofondò nella guerra civile. In quei sei anni, dal 1992 al 1997, le differenze etniche ebbero ben più peso di quelle religiose, e gli abiti tutt’ora sono un vero e proprio simbolo di appartenenza etnico.
È un paese con molti impulsi, agli estremi c’è l’Islam radicale, presente lungo il confine tagiko-afgano, e poi c’è lo stile di vita occidentale, entrato tutt’altro che debolmente; in mezzo ci sono mille sfumature.
Pochi giorni fa due turisti americani sono stati uccisi dai “soldati dello Stato islamico” proprio nei pressi della città natale del presidente del Tajikistan Emomali Rahmon. Stavano girando il mondo in bicicletta; un sogno interrotto brutalmente, con ferocia e crudeltà. È stato il primo attentato compiuto dall’Isis in Tajikistan. Il presidente stesso è molto attento a limitare l’influenza dell’Islam estremo, imponendo cambiamenti anche nello stile di vita delle persone. Come nello Xinjiang, anche qui è stato limitato l’uso di portare la barba, tuttavia questa disposizione mi pare sia regolamentata in maniera più blanda rispetto allo Xinjiang, quello che io chiamo il nuovo Tibet, con la differenza che nello Xinjiang le azioni di repressione vengono compiute in modo ben più disumano che in Tibet. In Tajikistan sono state introdotte anche delle restrizioni alle importazioni dei hijab. È difficile esprimere un giudizio, i confini sono davvero caldi in questa fetta di mondo e le azioni folli di singoli criminali possono destabilizzare l’equilibrio che qui stanno faticosamente conquistando e che onestamente si percepisce passeggiando per le strade di Dušanbe.
Entro in punta di piedi in un piccolo museo di strumenti musicali, sento che è un mondo che devo ancora conoscere e che non mi appartiene, ma mi avvicino curioso e osservo. Tre musicisti, tra cui il proprietario del museo, improvvisano una serie di canzoni: alcune, suonate solo con uno strumento a corda che suppongo sia un rubab, sembrano preghiere musulmane, altre sembrano raccontare storie d’amore. Poi introducono uno strumento a percussione, un dayereh e, accelerando il ritmo, eseguono musica del repertorio tradizionale adatta per ballare. Immagino i variopinti abiti che ho visto oggi seguire le armonie di questi musicisti, agitarsi e ondeggiare. I loro gesti rapidi e leggeri sulle corde, e i colpi sempre più accesi sul tamburello, sono fatti di emozioni e di passione. La musica, se suonata col cuore, non mente. Sono cantastorie che mi fanno pensare alle fiabe d’Oriente, immagino che le loro parole raccontino i deserti e i grandi picchi di questi luoghi. Ora desidero uscire dalla città, ho voglia di vedere le alte montagne del Pamir, e di entrare nel vivo di questa nuova esperienza.Appena fuori dalla città ci si immerge subito in spazi poco abitati. Le colline sono aride e la temperatura, nonostante Dušanbe sia situata a circa novecento metri di altitudine, è particolarmente alta. Il paesaggio è spoglio e i colori predominanti sono il marrone, il giallo è un po' di verde. Dopo aver percorso la Friendship Highway che collega Lhasa a Katmandu, e la Karakorum Highway che collega il Pakistan alla Cina, ora mi trovo sulla Pamir Highway, che, esattamente come le precedenti, nulla ha dell’autostrada. Il tratto che sto percorrendo per il momento è comodo e asfaltato, è una strada a doppio senso di marcia con due corsie.
Scendo verso il sud del paese, e cerco di concentrarmi sul paesaggio che è parzialmente nascosto dalla foschia. Le prime immagini che colgo sono sfuggenti e imprecise. Sono impaziente di vedere subito le immense montagne e le sterminate vallate, ma devo avere pazienza. Devo arrivarci gradualmente, passando attraverso queste terre che hanno il sapore dell’Oriente e il fascino di antiche vie carovaniere. Mi dirigo verso la Diga di Nurek, costruita sul fiume Vahš, uno dei due rami sorgentiferi dell’Amu Darya, al tempo dei greci chiamato Oxus. L’altro ramo, il fiume Panj, mi accompagnerà per gran parte del viaggio e lo incontrerò fra un po’. Il termine Oxus mi fa pensare a remoti periodi storici, all’impero Achemenide, al Regno greco-battriano, ad Alessandro Magno. Inevitabilmente mi tornano alla mente i ricordi del viaggio in Pakistan, di Taxila e dell’arte elleno-buddista del Gandhara, straordinaria commistione culturale nata dall’incontro di popoli distanti tra loro sia geograficamente che culturalmente.
Fritjof Capra scrisse «L’umanità emerse attraverso il processo stesso della creazione di cultura e ha bisogno di questa per la sua sopravvivenza e la sua ulteriore evoluzione» [6].
Attendo. Il puro spazio lo vedrò più avanti, ora mi lascio affascinare dalla storia, da chi ha vissuto e lasciato impronte, e da chi vive oggi in questi luoghi, in passato incrocio di grandi vie commerciali, nodi fondamentali della Via della Seta. Lungo queste strade circolavano prodotti ricercatissimi trasportati sia dai mercanti occidentali, sia da quelli orientali. Scendo dalla mia ‘carovana’ e faccio una sosta in una piazzola sopra la Diga di Nurek.
Ordinatamente disposta a semicerchio lungo lo spiazzo c’è una successione di chioschi dove grandi pentoloni cuociono carne, cereali e legumi. C’è un ottimo profumo di cibo nell’aria. I bambini, in cerca di acquirenti, si aggirano tranquilli tra i chioschi con sacchetti di semi e frutta secca; le donne mescolano le zuppe, tagliano la carne e le verdure, e gli uomini aiutano nella preparazione dei piatti. È una sosta piacevole che mi fa entrare un po’ di più in contatto con le persone del posto e mi fa vivere un momento di gioia semplice e genuina. Incrocio gli sguardi, il taglio degli occhi allungato è un tuffo nel Centro Asia.
Risalgo sulla jeep e lentamente ambiente e persone escono allo scoperto: alberi di pistacchio, contadini in groppa ai muli, gli sguardi sorridenti dei bambini, la terra, il caldo, i pascoli, il fresco all'ombra di un albero. Questo è il ‘paesaggio perduto’, il paesaggio rurale non ancora segnato dall’uomo, non urbanizzato, non asservito alle sue esigenze. Non ci sono le colture geometriche e ripetitive a cui sono abituato; si percepisce ancora il semplice agire umano. È un luogo genuinamente poco trasformato, è un paesaggio che riesce ad emozionare nella sua semplicità.
Supero il piccolo centro di Danghara e continuo a procedere verso sud; fa ancora più caldo di prima e il sole brucia impietosamente. Fortunatamente la strada continua ad essere comoda e asfaltata; è un cordone che taglia una ampia valle sempre più arida e spoglia. Immagino cosa doveva significare intraprendere lunghe e faticose marce attraverso queste terre, sotto questo caldo o, d’inverno, quando le temperature sono gelide. Bisognava essere pronti a sfidare pericoli e ad accettare il fatto che il ritorno a casa non sarebbe stata una certezza. Il palazzo-fortezza di Hulbuk, che significa “profumo di menta”, doveva essere un’apparizione magica e confortevole. Oggi, quasi completamente ricostruito, rimane un documento storico, un’orma di società passate. Il direttore della struttura, e dell’annesso museo, con tenacia, ha deciso di ridare vita alle rovine dell’edificio, mosso dal desiderio di mantenerne intatto il suo valore memoriale e sentimentale, determinato a farlo sopravvivere nel tempo, e ad assicurare che rimanga un elemento significativo del paesaggio. La grande porta del palazzo si chiude rumorosamente e il viaggio prosegue verso il Passo Shurabad, transitando per la città di Kulob.
Riconosco gli elementi che caratterizzano questa parte del mondo, le strade che attraversano i piccoli centri abitati, le case basse fatte di impasti di argilla e di rami, di sassi e mattoni di fango, i canali di scolo, i mercati con le angurie, la sabbia e la polvere; il pane rotondo e schiacciato, i grandi tavoli nei cortili per riposare, bere il tè, parlare, una garanzia di pace e tranquillità, le donne e le ragazze che esprimono la loro femminilità nei loro abiti colorati e vivaci. Se a Dušanbe si vede un popolo incerto se vivere tra desideri urbani e tradizioni rurali, tra occidente e Islam, lungo questi viali di pioppi e questi campi di cereali, il grande dilemma sembra chiarito; qui, fuori dalla città, nelle campagne del Tajikistan, l’identità non è una cosa incerta, ma è qualcosa di integro e afferrabile.
La strada sale al passo Shurabad e il paesaggio si mantiene spoglio, i pendii color malto delle colline corrugate e grinzose hanno perso il rivestimento verde della primavera. Ora c'è solo ghiaia, polvere e sempre tanto caldo.
Oltrepasso un confine interno e accedo nella regione autonoma del Gorno-Badakshan, stretta tra Xinjiang, provincia afgana del Badakhshan e Kirghizistan. Vi si può accedere solo se muniti di un permesso chiesto preventivamente; è un confine a tutti gli effetti. All’ingresso le case costruite con i mattoni d’argilla e paglia cotti al sole, l’alto profilo dei pioppi e le ampie vallate sono il primo assaggio di quello che per me è diventato il ‘Paesaggio dell'Armonia’. Scendo dal passo ed entro in una valle stretta e rocciosa percorsa dal secondo ramo sorgentifero dell’Amu Darya, il fiume Panj, a di là del quale si trova l'Afghanistan. Il confine sembra non esistere, c'è solo il fiume che separa i due stati. Osservo in silenzio le montagne dell'Afghanistan e il primo villaggio afgano al di là delle turbolente acque del Panj. Il paesaggio è mutato quasi bruscamente, non ha più nulla dell’armoniosità e della placidità del mondo rurale che ho visto fino ad ora. Le montagne si sono alzate e si sono strette attorno alla strada. L’ambiente mantiene la sua aridità di fondo, ma emerge l'imponenza del Pamir. Le pareti cadono a picco, ormai c'è solo roccia e la vegetazione è quasi del tutto scomparsa. È tutto talmente verticale che ogni parete sembra doversi lentamente sbriciolare per poi franare e schiantarsi al suolo.
Da entrambi i lati le strade sono sterrate, ma dal lato afgano più che strade sembrano mulattiere, Cosa troverò e dove viaggerò quando valicherò il confine?Nel 2014 mi ero avvicinato molto al posto dove mi trovo ora, e le sensazioni erano esattamente le stesse: «Linee secche, dure, decise. Il colore della terra che predomina su tutto. Rocce rosse, massi, pietraia. Stratificazioni di colori: scarlatto, nero, bianco. Le montagne stringono la strada, dissestata, irregolare. È un paesaggio austero e severo, ingentilito dalle nevi perenni del Pamir che risaltano sullo sfondo. Rilievi sempre più alti, sabbia che cola dalle pendici; ghiacciai in lontananza».
Sono ritornato sui miei passi e una distanza davvero irrisoria mi separa dai Territori del Nord del Pakistan, ma l’austerità e la severità che avevo colto nel viaggio precedente ora è accentuata dall’incertezza che mi suscita questo luogo, causata probabilmente da una sensazione di diffidenza e insicurezza che non riesco ad allontanare. Grandi sassi bianchi posizionati in prossimità della sponda del fiume delimitano un'area minata. È un’immagine che indurisce il paesaggio, grave e spoglio, fatto unicamente di pietra. Di tanto in tanto militari presidiano il territorio. Dal lato afgano, in alto, costruito sulle rocce, a picco sul fiume, si erge un villaggio che sembra disabitato; è una piccola città silenziosa i cui abitanti sembrano scomparsi, non brilla neppure una luce nelle scure finestre delle case. Il sole cala sulle cime del Pamir e comincia a toccare l’orizzonte. Mi fermo a dormire a Kalaikhum (Qal'ai Khumb), capoluogo del Distretto Darvoz.
Mi sveglio con la luce del sole che si riversa nella stanza della guest house. Esco in strada e osservo le imponenti pareti che cadono a strapiombo sul fiume Panj, e i sentieri appena tracciati che tagliano la roccia. La vicinanza con l'Afghanistan aveva reso questo luogo inaccessibile fino a poco tempo fa. Quelle montagne dall'altro lato del fiume ai miei occhi sembrano indicare simbolicamente una sorta di sospensione degli eventi, di ogni attività, di suoni. Percepisco un silenzio che paralizza e che richiama immagini di sofferenza. Avvolti nel silenzio, mondi pericolosi si nascondono oltre quelle cime. La mia mente è piena di cliché sull’Afghanistan? Riuscirò a stemperare queste sensazioni nel corso del viaggio?
Due ragazzine si avvicinano con un grande sorriso per scambiare qualche parola e i pensieri si addolciscono. Getto uno sguardo alla gente di questo piccolo centro. Tutto sembra ingannevolmente pacifico. Vedo persone che fanno jogging, altre che vanno a lavorare i campi; le osservo sedute su terrazze che si sporgono sulle acque gelide e azzurre del fiume che scende dalle montagne e che si immette nel Panj. Rientro nella guest house e faccio colazione nel cortile interno, sotto un enorme albero da frutta. Ieri sera ero rimasto seduto qui fino a tardi, mentre calava il crepuscolo. La cena era abbondante, c’era yogurt, verdura fresca, una deliziosa zuppa calda, riso, carne e il classico pane rotondo e schiacciato. Questa mattina assaggio una squisita marmellata di ciliegie.Dopo questa sosta, il viaggio riprende. Ieri ho percorso trecentocinquanta chilometri, oggi ne dovrò percorrere altri duecento ottanta, e la strada sarà tutt’altro che scorrevole. Seguirò il corso del fiume Panj e poi, nel pomeriggio, devierò verso est, nella Valle di Bartang, lasciando momentaneamente il confine con l’Afghanistan.
Una scorta di taniche di benzina è necessaria per affrontare il lungo tratto di strada.
Non distante da Kalaikhum passo davanti ad un ponte che collega i due stati; è il primo che vedo, ma è un punto di attraversamento riservato solo ai residenti. I confini sono pochi e quelli internazionali, almeno qui in Tajikistan, sono solo quattro.
L'acqua del fiume scorre impetuosamente e le due sponde sono sempre più vicine. Il paesaggio si mantiene pietroso con le montagne che precipitano verticalmente a valle. Tanta austerità viene tuttavia addolcita sporadicamente dalla presenza di piccoli centri abitati e da macchie di vegetazione di un colore verde intenso che si contrappone all’insistente marrone della terra. Alcuni paesaggi sono impregnati di una particolare energia. Sono portatori di suggestioni, pensieri, pericoli di cui è difficile conoscere la natura o di cui al contrario si è consapevoli. Ma si continua a procedere addentrandosi nella tana del lupo e a diventare sempre più vulnerabili. Continuano i segnali che delimitano le zone minate sia da un lato che dall'altro. Il fatalismo regna in questi luoghi, si sente di essere ospiti tollerati dalla natura e dall'uomo.
La Pamir highway, rovinata da erosioni, terremoti, valanghe e smottamenti, è anche chiamata ‘heroin highway’. Luci e ombre di questi luoghi, meravigliosi da un punto di vista paesaggistico, da rapimento estatico, che tuttavia evocano sensazioni che si oppongono. Ma forse è solo il mio essere sospettoso che mi condiziona. Saluto un gruppo di bambini che gioca nelle acque del fiume Panj e la risposta è talmente calorosa che i pensieri negativi si dissolvono; il loro vivace vocio mi rassicura e mi fa sorridere. Il paesaggio stesso lentamente si fa meno severo. La valle si apre e compaiono grandi insenature nei pressi di Rushan, villaggio dal quale si devia verso est per entrare nella Valle di Bartang.
Il cambiamento di paesaggio coincide con un cambiamento di umore. I colori sono più tenui e la maggiore apertura della vallata rende tutto meno soffocante. Risalgo il corso del fiume Bartang e smetto di osservare con sguardo razionale; mi lascio travolgere da questo spettacolo. Pare di essere immersi in un oceano di forme il cui respiro si fa maestoso e imponente. Salire con lo sguardo sulle cime delle montagne è un po' come immergersi nei segreti degli dei. I picchi innevati, le pieghe rocciose, le dorsali con qualche chiazza verdeggiante e manti di ghiaia e sassi; la perfezione nelle forme di queste sterminate formazioni di pietra, piramidi naturali, sculture. «La bellezza del mondo», penso; e la brevità del mio guardare.
Duecento ottantaquattro chilometri di strada sterrata, di natura selvaggia e intatta, di rilievi interminabili, di orizzonti senza fine, di sporadici segni umani che si confrontano quotidianamente con l’isolamento e la solitudine. Nel tardo pomeriggio arrivo a Siponj, un villaggio del passato, chiuso in fondo alla valle, un villaggio sospeso in una dimensione quasi onirica. Sarà per la lunga strada, sarà la fatica per raggiungerlo, o forse per il suo aspetto genuino, di semplice insediamento agricolo, ma me lo immagino scampato a un gigantesco cataclisma, restituito al silenzio originale.
Nonostante la stanchezza e lo stordimento del viaggio, qui, in questo posto davvero lontano, mi sento a casa.
Passo la notte in una fattoria circondata da alberi da frutta. È questo luogo che mi consegna definitivamente nella dimensione del viaggio; è il sorriso e la gentilezza della ragazza che fa gli onori di casa e che con dolcezza mi presenta il posto. È la regina della valle del Bartang, la valle del silenzio.
«La musica degli uomini ha bisogno del silenzio, è come l’ossigeno che la fa respirare. La musica non ha la presunzione di spiegare, di rivelare cos’è il silenzio, semplicemente ne fa parte. Musica e silenzio si alimentano una con l’altro: lo studio, la conoscenza, l’approfondimento della musica implicano sempre la ricerca del silenzio. Cercare il silenzio, dare spazio al silenzio nell’arte, nella musica, aiuta a concentrarsi sul senso profondo della vita in generale e distoglie l’attenzione tipico dall’esigenza dell’uomo di fare della sua centralità, anche nell’arte, il fine di ogni atto creativo» [7].
Gli occhi mi si chiudono, smetto di leggere e mi addormento sotto una calda trapunta.
Il primo vero profumo del viaggio proviene da una pianta di lavanda che cresce all'inizio di un sentiero che sale sulla montagna. Oggi dedico la giornata sulle cime che in questi giorni ho osservato dalla jeep. Oltrepasso un ponte di legno e comincio a salire verso il villaggio di Geiseu (Jizeu) percorrendo l'omonima valle. Geiseu è raggiungibile solo a piedi. Gli ambienti ombrosi e oscuri si vivacizzano con l'arrivo di un gruppo di persone che si dirige verso il villaggio per festeggiare un matrimonio. Il silenzio è momentaneamente interrotto e la gravità espressa dalle torreggianti pareti è per un attimo mitigata.
Mi affascina l’idea che ci siano posti così remoti e che qualche essere umano sia sfuggito alla vita urbana. Quello che sto percorrendo è un tipico sentiero di montagna e io compio il classico rito borghese della gita in montagna; le persone che incrocio invece non sono frequentatori occasionali di questi posti, non sono escursionisti, non sono venuti qui per guarirsi dentro, per fermare temporaneamente il tempo e per sentirsi di nuovo pienamente vivi. No. Loro vivono qui. Loro ogni giorno devono fare un paio d’ore di cammino per uscire da questa valle, semplicemente per scendere in un’altra valle che in più ha soltanto una strada sterrata, percorribile con le jeep. Ma i centri abitati sono lontani. Anche queste persone discutono dei fatti loro, di banalità quotidiane, anche loro si pongono le grandi domande, e allo stesso tempo celebrano rituali che sono gli stessi per tutti gli esseri umani, ma il confronto quotidiano con queste montagne, loro dimora abituale, li pone in una dimensione lontanissima dalla mia.
«Cosa vedrò nel corridoio del Wakhan?» penso. «Sarà tutto così, se non ancora di più estremo».
Intercetto più elementi insieme questa mattina, riesco a prestare attenzione sia alle vaste aperture del mondo, ai suoi arcani silenzi, sia agli anfratti più intimi dell'uomo, ai rumori che scorrono sopra il silenzio. Dimensioni differenti del reale, forse contrastanti, si intersecano, ma il percorso di introspezione continua e queste persone mi permettono di ritrovare un contatto meno aspro con il mondo. Al contempo l'ingresso in questo paesaggio, nel suo silenzio, mi permette di cogliere una sorta di sospensione che avvolge tutto, una bolla in cui mi trovo anch'io.
Sono le piccole cose che regalano gioie immense. Mi tolgo le scarpe e lascio i piedi in ammollo nelle gelide acque del fiume. Sguscio un uovo sodo e contemplo il paesaggio. Mi sento profondamente appagato, felicemente perso in questa sospensione.
«L’essenza della bellezza si apprezza appieno solo nei contrasti. Il suono di un orologio che batte l’ora esiste solo grazie al silenzio che l’ha preceduto. La musica è intessuta per metà di silenzi e per metà di suoni. Le montagne sono sempre state la mia metà del silenzio. La pace e la bellezza della valle non significavano nulla per me senza la cupa, minacciosa presenza della parete che la sovrastava» [8].
Parole di eccezionale sensibilità che leggo in un momento di grande calma. Chiudo il libro, riprendo il cammino e ripercorro il ponte sospeso che collega il sentiero alla strada sterrata. Osservo ancora per un po’ questo rifugio roccioso e ascolto il rumore del fiume.
Salgo sulla jeep ed esco dalla valle, proseguendo in direzione di Khorog, il capoluogo della regione autonoma del Gorno-Badakhshan, a duemila metri sul livello del mare.
La strada si ricongiunge al fiume Panj e prosegue nuovamente lungo questo confine naturale. Torno nei luoghi da cui ero arrivato, prima della deviazione fatta nei pressi di Rushan. La sensazione che avevo avvertito in precedenza resta immutata, colgo sempre la severità del paesaggio, spoglio e ghiaioso, dominato dagli impassibili rilievi.
Dal lato afgano le coltivazioni si inerpicano fin sotto le cime delle montagne; sono probabilmente l'unica fonte di sostentamento per le persone che vivono nei villaggi incastonati nella roccia. Pioppi e betulle riempiono elegantemente il paesaggio. Alcuni di questi alberi crescono in prossimità dell'acqua, altri hanno parte del tronco ricoperto dall’acqua del fiume. Le cime dei pioppi leggermente piegate dal vento, sottili, agili, sono le protagoniste del luogo, una presenza silenziosa, mai invadente. Sono elementi delicati che ammorbidiscono e addolciscono questo vasto spazio marrone e roccioso.Passo una parte del pomeriggio seduto su una panchina del parco di Khorog. Partecipo come osservatore alla vita di questa piccola città. Giovani e bambini si tuffano e nuotano nella piscina del parco, la gente passeggia, ride, parla. Seduto di fronte al fiume Gunt, osservo la lenta danza dei pioppi, alti trampoli che ondeggiano mossi dal vento. Alla mia destra si ergono imponenti le montagne dell'Afghanistan. C'è una brezza leggera così riposante che fatico ad alzarmi. Parlo con mio padre dei viaggi passati. In questo nuovo momento di sospensione, il secondo oggi, riaffiorano ricordi vissuti in Pakistan, in Kashmir e in Ladakh, in Kirghizistan, nello Xinjiang e in Tibet. Nell'ambiente in cui mi trovo ora, c'è qualcosa di tutti questi luoghi, tutti accomunati dal fatto di trovarsi sotto i cieli dell’Asia centrale.
In attesa dell'ottenimento del visto per entrare in Afghanistan, dedico la giornata alla visita dell'orto botanico, del museo regionale e del bazar. C'è molta foschia che copre la vista delle cime che circondano Khorog. Nel bazar non c'è il rumore, il fracasso, il disordine che ubriaca delle città del mondo musulmano, dove il senso del frastuono sembra regnare sovrano. La popolazione locale è ismailita, una corrente dell'Islam sciita. Non credo tuttavia che sia solo questo il motivo dell'inaspettato ordine di questo mercato, quanto lo stile di vita e di pensiero dell'Unione Sovietica che si è sovrapposto a quello esistente. Anche a Dušanbe avevo avuto la stessa sensazione nel mercato coperto. Come avevo già osservato, la costruzione di un'identità tagika è un processo avviato ma per nulla concluso. Qui ogni comunità montana ha il suo dialetto, ma la lingua franca è il russo, efficace per comunicare, ma sordo nei confronti del variegato tessuto linguistico e culturale del luogo. Il ribollire sotterraneo, mai spento, ha trovato sfogo dopo l'indipendenza, e mi auguro trovi una sua giusta direzione.
Intercetto nuovamente una dimensione del reale, riportata al tempo dell'uomo, fatta di parole, di uomini, che lentamente, viaggio dopo viaggio, mi cattura e mi sottrae temporaneamente alla ricerca dei paesaggi del silenzio. Forse è una evoluzione della mia ricerca. Cammino tra i banchi del mercato e mi inserisco in questo flusso, ai miei occhi ordinato e calmo.
Si fatica a capire che la popolazione è musulmana forse proprio per il fatto che sono ismailiti. Le moschee, che qui si chiamano case della comunità, non hanno il minareto; non viene innalzata la mezzaluna, e soprattutto non si sente il canto del muezzin. Non c’è nulla di appariscente. «È il nostro stile, che è per tradizione portato all'interiorità. Il proselitismo non ci appartiene», dice l'Aga Khan, il leader spirituale.
Khorog è proprio un piccolo centro, offre davvero poco, ma è un luogo che mi mette serenità, mi dà conforto ora che sono in attesa di oltrepassare il confine e immagino lo darà anche al rientro. Non ha davvero nulla che ricorderò, ma il pomeriggio trascorso sulla riva del fiume a pensare e a ricordare ha reso speciale questo posto così tranquillo.
Sono tornato nella mia stanza e mi sono sdraiato al buio. Non è ancora notte ma mi sento stanchissimo; ed è come se nella stanza fosse entrata una corrente gelida, nonostante oggi facesse molto caldo. Sono rimasto così un po’ di minuti, finché non mi sono reso conto di avere la febbre, e anche un po’ di dissenteria. Decido di prendere subito antibiotici e tachipirina, combinazione letale che mi fa passare una nottata molto agitata, trascorsa tra il sonno e la veglia. Mi sveglio presto e mi sento relativamente meglio; ho sudato tantissimo ma, nonostante debba continuare la cura di antibiotici, che, una volta iniziata è bene non interrompere, ho la sensazione di averla scampata.
Oggi è il giorno. Oggi entro in Afghanistan.
Duecento dollari e sei fototessera sono gli ingredienti per il visto di entrata e per i successivi posti di controllo. So che dovrò avere molta pazienza, ma le esperienze vissute in Cina mi hanno insegnato molto.
Parto in direzione di Ishkashim proseguendo sempre lungo il corso del fiume Panj. Ishkashim si trova di fronte a una città con lo stesso nome in Afghanistan; un ponte aperto nel 2006 le collega. Userò il nome Sultan Ishkashim quando mi riferirò alla città afgana.
La valle si restringe e i due versanti si avvicinano ancora di più. Il paesaggio è sempre più pietroso e severo, e in parte minaccioso, a rammentare la nostra vulnerabilità. È così che lo avverto io, qui, ora. Suggestioni? Paura? Non lo so. So che le sensazioni che provo sono forti e intense. Sono nel cuore del viaggio, con antibiotici in corpo e con un po’ di spossatezza, ma con un enorme desiderio di andare oltre quel fiume. Faccio una rapida sosta per pranzare in una guest house del paese; oggi la zuppa calda è un toccasana. Brodo e carne, con l’aggiunta di un po’ di riso, mi rinvigoriscono. Risalgo sulla jeep e riprendo il viaggio. La strada si fa più desolata, nulla la addolcisce; e quando arrivo rimango un po’ spiazzato: il confine afgano è un piccolo ponte, due prefabbricati, filo spinato, sabbia e sassi; niente asfalto. Non c’è altro, oltre ad una quiete glaciale. Un militare mi controlla il passaporto e mi chiede il nome di battesimo di mio padre. Vengo così schedato in un registro, e il mio nome, associato al nome di mio padre, vengono trascritti in caratteri pashtu. Guardo il timbro sul passaporto e controllo che tutto sia stato fatto in modo corretto. Gli zaini, adagiati a terra, vengono aperti e controllati, e poi richiusi. Polvere e sabbia sono ovunque, e mi sento un po’ frastornato. È netta la sensazione di essere in un paese davvero straniero, più che nelle altre esperienze di viaggio. Mi sento più vulnerabile.
Ho superato lo spartiacque tra i mondi turcico e persiano, il fiume Panj, il ramo sorgentifero dell’antico Oxus, o del moderno Amu Darya. Su questa strada monaci e mercanti avevano viaggiato per raggiungere il regno afgano della Battriana, per poi proseguire verso l’India.
Sono davvero stordito ma impaziente di proseguire.
I tratti somatici delle persone sembrano subito molto diversi rispetto a quelli del popolo tagiko. La pelle è più scura, compaiono le barbe e i kurta. Pochi elementi definiscono un mondo completamente diverso da quello che lascio. La musica nella jeep, la sabbia, la foschia, i primi insediamenti in adobe, i veli, i burqa. Il fiume separa due mondi così diversi. È cambiato tutto. Gli sguardi paiono severi, o così li colgo io in questo primo momento.
Alcune persone sorridono, ma mi sento osservato, la percezione di essere un estraneo è netta, mi sento un intruso. Attraverso gli sguardi delle persone vedo un mondo che ho conosciuto tramite i media e i libri. E ho la sensazione che sia reciproco, la mia presenza è un pezzo di occidente per le persone che mi osservano. Rappresento chi li ha schiacciati per secoli. È un incontro di culture distanti tra loro; riuscirò a superare questa iniziale fase di spaesamento? mi mancano punti di riferimento. Sarà più complesso trovare un punto di contatto? in Tagikistan è stato più semplice del previsto. Qui ho la netta sensazione di sentirmi un pesce fuor d'acqua. «Interagire o osservare?» mi chiedo.
Anche qui i paesaggi sono meravigliosi, ma riuscirò a percepire il silenzio di queste valli? riuscirò a concentrarmi sulle alte cime innevate? Ora mi sento rapito dal contesto sociale. È questo mondo, fatto anche di persone, oltre che di paesaggi, che desidero conoscere. Come dice mio padre, bisogna essere un po' come Ulisse per spingersi fin qui. Bisogna avere un po' del suo forte bisogno di conoscenza, bisogna saper trasformare ogni ostacolo in uno stimolo a proseguire la ricerca. Per entrare nel Corridoio del Wakhan ci vogliono circa tre giorni per ottenere i
visti e per passare confini e posti di controllo. Domani sarà un altro giorno di attesa e di accertamenti a Sultan Ishkashim.
Salgo sulla cima del monte vicino alla fattoria dove sosterò due giorni e si apre un paesaggio senza confini. Inaspettatamente le porte che mi fanno accedere all’Afghanistan le trovo qui, subito. Mi fermo a osservare una valle alluvionale che si perde nella foschia, circondata da cime del colore della sabbia. Incredulo, mi trovo davanti a un paesaggio del silenzio. C'è solo il rumore del vento, nient'altro. Resto qui a osservare e a contemplare, mentre tre bambini si avvicinano curiosi: il loro sorriso esprime l'ampiezza di questa valle.
Incontri, Welcome to Afghanistan
Dalla fattoria in cui alloggio cammino in direzione del bazar, lungo strade sterrate. L'accoglienza è sbalorditiva. Solo questo tratto di strada vale il viaggio. L'incontro con le persone del villaggio mi riporta completamente al tempo dell'uomo, più di tutte le esperienze passate. Rimbalzo ubriaco dalla contemplazione di paesaggi maestosi all'interazione con la gente del posto. È un'esperienza fortissima. Sultan Ishkashim è una piccola città di montagna ma l'ambientazione è rurale. Lungo la strada sterrata del paese si affacciano i negozi degli artigiani.
Gli sguardi e i sorrisi si incrociano e la curiosità di conoscersi è reciproca. La gentilezza e l'ospitalità sono gli elementi che colgo immediatamente in questo centro. Anni e anni di guerra hanno allontanato i contatti con l'esterno. Sono felici di vedere turisti, non sono abituati a vederli. Chissà se mai anche qui tornerà il turismo. Porto la mano destra al cuore e dico «Salām». Comincio anch'io a salutare così chi incontro per strada. Spesso la gente risponde con un caloroso «Welcome to Afghanistan», o semplicemente c’è chi chiede di essere fotografato. È la prima volta che mi succede di non rubare degli scatti. Con i bambini gioco, chiedo il nome, li fotografo e poi mostro loro le foto. È una accoglienza talmente calorosa che ogni timore e pregiudizio viene spazzato via. Tutto ciò che avevo visto ieri durante il percorso dal confine alla fattoria dove alloggio viene ribaltato. I campi coltivati, i sistemi di canalizzazione, la scuola, i raccolti trasportati dai muli, sono alcuni degli elementi che indicano una organizzazione sociale molto più strutturata di come l'avevo immaginata ieri, per quanto arcaica. Tuttavia non riesco a capire come sia la quotidianità in un posto come questo e non so se riuscirò a capirlo quando tornerò in Tajikistan, fra otto giorni. È sicuramente un luogo fatto di forti contrasti. Io in parte sono sviato dall’esaltazione del momento e distinguo solo alcuni aspetti del contesto in cui mi trovo. Una camionetta dell'esercito con dei militari che imbracciano dei mitra attraversa la strada del bazar ed entra nella caserma. È un’immagine che stride con la semplicità e la spontaneità delle persone di questo paese. È un giro di controllo che viene fatto perché sono arrivati dei turisti? Oppure Sultan Ishkashim viene costantemente sorvegliata in questo modo?
Pranzo in un ristorante situato nella strada principale del paese. Anche solo il semplice mangiare diventa un’esperienza curiosa e insolita. Come ho sempre fatto anche in Tajikistan, mi tolgo le scarpe prima di entrare. L’abluzione delle mani è un rito che compio con piacere dal momento che mi sento davvero sporco, sono pieno di terra e di sabbia. È un’usanza che non so se abbia una connotazione religiosa, una semplice funzione pratica, o entrambe. Sta di fatto che il lavabo è ben in vista nella sala dove si mangia. Entro guardingo, come se mi stessi introducendo illegalmente in una proprietà altrui. Sono un po’ insicuro ma anche molto curioso. Vedo due lunghe tavole basse disposte vicino alle pareti della stanza e le persone sono accomodate con le gambe incrociate su tappeti colorati. C’è una sorta di penombra che rende tutto molto indistinto. Non posso assolutamente passare inosservato e infatti gli sguardi si rivolgono verso di me, e io osservo una lunga successione di facce, barbe, kefiah, pakol e kurta. Ci sono portate di riso e kebab e tante forme del classico pane schiacciato. I loro occhi si muovono attenti e i loro discorsi sono un mormorio incomprensibile. Mi siedo e ordino una zuppa e un piatto di riso. Un uomo seduto a gambe incrociate accanto a me comincia a parlare in inglese e mi chiede di dove sono. Gli dico che vengo dall’Italia. Vorrei avere una mappa del mondo, ma non ce l’ho. Dallo zaino però tiro fuori i miei fascicoli e gli mostro una pianta dell’Afghanistan divisa per gruppi etnici e lingue parlate. Gli chiedo quale lingua parla lui. «Dari e pashtu», mi risponde, «ma qui si parlano tantissime lingue e dialetti, non solo quelle che vedo elencate nel tuo foglio».
È l’ennesimo scambio di parole che faccio oggi. Poco fa due ragazzi mi hanno raccontato di essere iscritti all’università e anche loro, in un ottimo inglese, mi hanno detto che parlano dari e pashtu, le due lingue ufficiali dell’Afghanistan.Decido di mangiare il riso senza posate, e con le mani, un po’ impacciato, comincio a raccogliere i chicchi, saporiti e speziati. Il signore a fianco a me, accarezzandosi la barba, mi racconta che per raggiungere Kabul da Sultan Ishkashim ci vogliono undici ore di pullman. Di tanto in tanto lungo il tragitto possono esserci i posti di blocco dei talebani. «Così è il nostro paese».
Il regime dei talebani è il frutto della violenza, della povertà, della disperazione e dell'ignoranza in cui l'Afghanistan è stato sprofondato dalla volontà di potenza di piccoli e grandi signori della guerra. Il desiderio di riscatto che ho colto negli occhi dei due ragazzi iscritti all’università è ammirevole. Sono confuso, chino sul mio piatto, mi chiedo «cosa prova questa gente?». Dalla finestra che dà sul terrazzo scorgo lo sguardo sbarazzino di una bambina che mi osserva. Incrocio il suo sguardo e lei, sorridendo e poggiandosi una mano sulla bocca, si nasconde. La genuinità dei bambini rasserena e rischiara anche i pensieri più bui. Esco dal ristorante e cammino lungo l’unica strada del villaggio; scendo dalla collina seguendo il sentiero che porta alla fattoria dove alloggio e, osservando il paesaggio, colgo un forte senso di rispetto per la terra; non c’è esibizione, non c’è nulla qui che debba essere mostrato, esposto, ostentato. A Sultan Ishkashim c’è il modesto operare quotidiano del contadino che coltiva il suo campo; lo stesso contadino è anche costruttore che erige pietra su pietra la sua casa.
Salgo di nuovo sulla cima del monte vicino alla fattoria e dedico un breve momento alla lettura in questo paesaggio immenso e sconfinato.«Sembra che altrettanto non avvenga, ad esempio, per l’uomo intriso della religiosità islamica più fervida, ispirata a una concezione del mondo meno arrogante – ma addirittura spietata nei suoi obiettivi di grande e persino assurdo rigore – nei confronti della sacralità della natura» [9].
Un enorme ghiacciaio su una delle alte cime dell’Hindu Kush troneggia sul villaggio. Sarà il Tirich Mir? Il Noshaq? il Kohe Mandaras? Sento profumo di menta nell'aria.
Il punto più alto dell’Afghanistan è proprio il monte Noshaq che raggiunge un'altezza di circa 7500 metri. Il Noshaq si trova al confine tra Pakistan e Afghanistan, i lati settentrionale e occidentale della montagna si trovano in Afghanistan mentre le parti meridionale e orientale della montagna sono in Pakistan.
Sultan Ishkashim è la porta d’accesso per entrare nel Corridoio del Wakhan, ed è probabilmente un esempio di ciò che si può vedere nel resto dell’Afghanistan. Ora invece sto per entrare in una sorta di isola, in un territorio che è rimasto escluso non solo dai fatti recenti che hanno portato l’Afghanistan al centro dell’attenzione, ma anche dalle vicende di epoche più o meno remote. È una fetta di terra che ha poco a che fare con il resto del paese. Si potrebbe dire che forse ha poco a che fare con il resto del mondo. Le vette dell’Hindu Kush sono state di ostacolo non solo ai commercianti che viaggiavano lungo l’antica Via della Seta, ma anche alle orde barbariche provenienti dalle steppe dell’Asia centrale; ciò ha favorito la sopravvivenza di diversi gruppi etnici e delle loro culture. I kafiri, o nuristani, abitano da secoli le zone montuose dell’Hindu Kush e del Pamir. Sono di origine indoeuropea ed è evidente dai loro tratti somatici la mancanza di qualsiasi tipo di legame con le altre popolazioni del territorio: alcuni di loro hanno capelli biondi e occhi azzurri.
Non so se chi ho visto a Sultan Ishkashim, e chi sto vedendo ora, abbia origini kafire, ma è davvero singolare il contrasto tra gli occhi chiari e il colore bruno della pelle. Gli sguardi di queste persone sono ammalianti, hanno la stessa forza degli spazi immensi che sto percorrendo; esprimono la vastità, l'indeterminatezza, la ruvidità di questo luogo.
Il paesaggio è lunare, è sostanzialmente un deserto ad alta quota. La strada sterrata rende il viaggio più suggestivo ma anche molto faticoso; si alza terra e sabbia lungo tutto il percorso e si fatica a concentrarsi sui particolari. Sabbia e terra si infilano ovunque, si confondono con la foschia e la visibilità è sensibilmente ridotta. Da questo spazio senza dimensioni compaiono figure che si muovono a piedi, uomini in kurta con il pakol in testa e donne con ampi veli colorati. Mi chiedo dove vadano e dove vivano. Attraversano lunghi tratti disabitati, ma probabilmente il concetto di spazio per queste persone è completamente diverso da come lo intendo io. Le lande pietrose si alternano a campi coltivati e a pascoli. Da queste oasi colorate che spezzano l’uniformità del paesaggio, donne e bambini osservano incuriositi il passaggio della jeep.
Alzando lo sguardo, alte cime innevate svettano e dominano il territorio.
L'ottenimento del visto è una procedura lunga che prevede più controlli incluso l'incontro con il governatore locale. Sono a Khandud, un centro che si snoda lungo la strada. Ci sono poche case, qualche chiosco che vende generi alimentari, per lo più confezionati, soprattutto biscotti e bibite. È uno dei punti di riferimento per la valle ed è qui che si espletano le ultime pratiche burocratiche per entrare nel Corridoio. È giovedì pomeriggio e, dal momento che gli uffici sono chiusi, vengo ricevuto direttamente dal governatore. Mi chiedo se questo non sia un gesto curioso voluto dal governatore stesso per distrarsi e animare la sua giornata o se sia un’esigenza determinata da un’effettiva mancanza di personale. Sono sorpreso e un po’ intimorito; è interminabile la successione di verifiche. Entro nel cortile di un edificio e vengo ricevuto da questa persona dal forte carisma, punto di riferimento per il villaggio e per la vallata. Lui rimane seduto su una sedia, e io, in piedi, lo osservo mentre studia i miei documenti e il mio permesso. Si dimostra cordiale e, indifferente all’idea di terminare velocemente il lavoro, mi chiede perché sono venuto in Afghanistan, cosa mi interessa di questo paese e di cosa mi occupo in Italia. Sembra sinceramente spinto dal desiderio di conoscere i visitatori stranieri e rispondo felice di fargli capire che sto vivendo un’esperienza per me estremamente importante. Esco dal cortile con il permesso approvato e vedo che, circondato da bambini e da altre persone del villaggio, osserva la mia partenza. Ha davvero un fare distinto ed elegante. Lo vedo come un personaggio di altri tempi, come potevano essere i maestri di scuola di tanto tempo fa, con quel piglio severo, ma solo in superficie, buono e di cuore nel profondo dall’animo. Salgo sulla jeep e proseguo il mio viaggio nel Wakhan afgano.
Superato il piccolo centro, si apre una valle sterminata, paragonabile per bellezza solo alla Valle dello Zanskar. Dietro ad alti costoni pietrosi senza vegetazione si ergono alte montagne innevate e imponenti ghiacciai. Cina, Pakistan e Tagikistan, Grande e Piccolo Pamir, Hindu Kush e in lontananza il Karakorum: sono in mezzo a tutto questo.
Nel pomeriggio arrivo a Qila-e-Panja dove dormo una notte. Dedico il resto della giornata a visitare i dintorni di questo luogo. Cammino lungo sentieri che passano attraverso coltivazioni di orzo e grano e raggiungo la riva del fiume Wakhan. Gli uomini e le donne si occupano della mietitura e della
trebbiatura con l’aiuto degli asini; i bambini invece portano al pascolo gli animali. Trovo un posto comodo dove distendermi, una pietra liscia e lunga fa proprio al caso mio. Mi concentro sul suono dell’acqua che scorre e approfitto di questo momento di relax per prendere un po' di sole. Ormai ho imparato a conoscere questo ambiente, sono giorni che seguo le acque di questi fiumi, a momenti agitate, rumorose e burrascose, altre volte, come in questo momento, piatte, calme e riposanti. Poco distante si erge il monte Kohe Hevad, alto oltre 6800 metri.
La mia presenza non passa inosservata e un ragazzo si avvicina per scambiare due parole. Si capisce subito che è una persona estremamente gentile; è spinto sia dal desiderio di conoscere uno straniero, sia da motivi pratici. Non ha il coraggio di chiedere subito un aiuto e parliamo quasi dieci minuti, durante i quali non smetto di elogiare le meraviglie di questo luogo. Nella sua assoluta umiltà, questa persona ha un forte orgoglio e non sa come dirmi che è padre di famiglia e che per lui sarebbe di grandissimo aiuto un berretto o qualche indumento di lana. È il modo in cui lo chiede che mi paralizza, che mi spinge a non dubitare un secondo del suo bisogno. La correttezza, la discrezione, la riservatezza di questo ragazzo mi colpiscono e corro in camera a prendere un po' di vestiti. Insiste nel farmi vedere la sua fattoria e nel farmi conoscere la sua famiglia. Camminiamo veloci attraverso campi coltivati e arriviamo alla fattoria, non facile da raggiungere se non a piedi; in jeep o in macchina è difficilmente raggiungibile. Schierati nel cortile interno vedo donne, bambini e anziani, più che una famiglia è una piccola comunità. «Guarda quella finestra azzurra», mi dice «è la finestra della mia camera». «Quando vuoi, se tornerai qui, sarai sempre nostro ospite» mi dice.
Capisco subito che, oltre alla innegabile gentilezza, da parte di queste persone c’è il desiderio di entrare in un circuito turistico, ed effettivamente ad un certo punto mi dice «la fattoria è grande, la prossima volta potete venire qui a dormire. Puoi aiutarmi a fare in modo che la mia fattoria possa accogliere turisti?» Certo che vorrei, ma come posso fare? Gli dico che non sono né una guida, né un dipendente dell’agenzia, sono solo un turista di passaggio. Vedo che sono tutti intenti a osservare i vestiti che ho regalato. Serviranno certamente per superare il freddo inverno, le temperature da queste parti sono sicuramente rigide. Il giovane padre non è l’unica persona che mi chiederà di entrare in un circuito turistico. Altre persone me lo chiederanno. Un po' di turismo ha cominciato a ricomparire in queste località, il numero di persone che vi transita è irrisorio, ma sono pur sempre una alternativa alla dura vita dei campi, e sicuramente molto più remunerativa. Onestamente non so cosa pensare, non so se sia giusto o se sia sbagliato questo ristabilito contatto con l’esterno. Però non sarà certo il movimento di un centinaio di persone all’anno a rovinare gli equilibri di questa valle. Penso piuttosto sia ben più temibile la vicinanza con la Cina che, qualora decidesse di riaprire i confini, modificherebbe in modo irreparabile l’armonia di questo posto.
Continuo ad addentrarmi nel Corridoio, in un contesto paesaggistico talmente imponente da diventare un'esperienza mentale, emotiva. È una natura che si accorda con la spiritualità, è una natura illuminata quella che osservo. Anche in questa occasione mi sento estremamente fortunato a poter fruire di tanta bellezza. È il silenzio a offrire l'accesso alla meraviglia di questo luogo; nel silenzio la natura si rivela. Nel silenzio si coglie il suo significato più profondo e lontano; nel silenzio la successione di ampie montagne appaiono investite di una ampia sacralità. Ma sono inafferrabili.È un'immersione totale che assorbe, mi nutro di “altrove”, di “oltre”. Il silenzio è la firma di questo luogo; sostanza quasi tangibile.
Arrugginiti dal rumore della città, provo a riaccendere i miei sensi; ascolto, non solo con le orecchie ma anche con il cuore.Sosto a Gozkhan in una casa ricoperta di tappeti color porpora e amaranto; riposo lo sguardo, incapace di continuare ad accogliere l'immenso che c'è là fuori. Continuo a rimanere stupito dall'ospitalità delle persone del luogo. Immagino i proprietari delle case dove mi fermo come i custodi del silenzio della valle e dei suoi più reconditi segreti. Li ascolto parlare in dari o pashtu. Alle mie orecchie questi suoni evocano gli spazi della grande valle in cui mi trovo. È una visione soggettiva, è la mia visione dell'esperienza che sto vivendo.
La sequenza di ampie montagne continua in direzione di Sarhad-e Broghil. Il massiccio bianco del Baba Tangi, la successione di picchi attorno all’Urgard, le ampie valli fluviali sono una visione maestosa. La varietà è impressionante: il paesaggio che oggi si apre davanti ai miei occhi è come se fosse la somma di tutti i paesaggi del silenzio che ho visto nei miei viaggi.
Lungo il percorso incontro la regina di questa valle. Lei non sa di essere una regina, ma per me, per un istante, lei lo è. Impaurita e tremante, accetta sconcertata i regali che le vengono porti da noi, insoliti estranei. Qualche vestito, delle noci e dei pennarelli. Non capisce, forse non avrà mai ricevuto un dono in tutta la sua vita. Si commuove e continua a tremare. Avrà al massimo tredici anni. È vera, i suoi sentimenti sono reali. L'espressione del suo volto si imprime nella mia mente: esprime il senso di questa valle selvaggia, isolata dal resto del mondo. Non ho mai visto e vissuto nulla di simile. Nei libri avevo cercato informazioni sui Wakhi, ma come spesso accade, vedere di persona, vivere dei luoghi e osservare i suoi abitanti è diverso. È l'esperienza personale a donare valore.
È un contatto tra esseri umani di straordinaria potenza; senza filtri, diretto, la cui forza un po' mi spaventa. Sto modificando degli equilibri consolidati con la mia sola presenza. Osservo l’ingenuità, la purezza, l’istinto dell’essere umano nella sua forma più naturale.
Risalgo sulla jeep e osservo la ragazzina uscire gradualmente dal mio campo visivo, la vedo sfumare nella foschia, in compagnia dei suoi fratelli e delle sue sorelle.
Ciò che ho appena vissuto è un episodio di una semplicità disarmante, non ho sostanzialmente fatto nulla se non scendere dalla mi vettura per salutare delle persone. Eppure questo breve incontro crescerà nella mia mente e so che diventerà uno dei ricordi più significativi di questo viaggio, più dei meravigliosi paesaggi che sto attraversando e nei quali mi trovo in questo momento.
La jeep sale e scende sui costoni delle montagne. La carrozzabile, particolarmente accidentata, segue il corso del fiume Wakhan e in alcuni punti gli strapiombi sono particolarmente vertiginosi. Non come quelli della Karakorum Highway, ma la strada forse è ancora più disastrata e non lascia un attimo di respiro.
Si percepisce la materialità delle pietre, della sabbia, della ghiaia, la fluidità dell'acqua del fiume, in alcuni punti particolarmente impetuoso. Chissà se anche questa terra pura e selvaggia verrà orribilmente ferita. Chissà se davvero la Cina interromperà o annullerà il silenzio antico di questo luogo. Nel primo pomeriggio giungo a Sarhad-e Broghil, uno di quei luoghi che appena osservi sai che si incuneeranno dritti nella mente, talmente particolari che è più verosimile vedere in sogno che nella realtà. Si rimane attoniti, incapaci di parlare. Estasiati, in silenzio, si osserva, affascinati dalla forza che emanano, e si cerca di assorbirla e di trattenerla dentro di sé; quel poco, quel che si riesce. Rare volte mi è successo di vivere momenti così intensi, mi è capitato in alcuni luoghi speciali della Groenlandia, a Uunartoq e nella baia di Narsaq, e a Baltit nel Gilgit-Baltistan.
Sarhad-e Broghil è a tremila duecento metri sul livello del mare, eppure, pur essendo già ad una altitudine piuttosto elevata, è interamente circondata da alte vette. Durante tutto il tragitto per raggiungerla, e nel villaggio stesso, si vedono picchi di cinque, sei, settemila metri. Li osservo e provo una sensazione di fragilità infinita; mi sento minuscolo. Dalla parte del Pakistan, oltre le immense cime innevate, si trova Gilgit e la Valle dell’Hunza. In linea d'aria non sono lontane, sulle mappe sono vicine a dove mi trovo ora, ma attraversare quelle montagne che ora osservo, e superare il passo Irshad Uween, mi sembra un'impresa titanica. Sono avvolte da ali pesanti di silenzio.
Solo, isolato in questa valle, il popolo Wakhi ha mantenuto le sue tradizioni e tutto è rimasto cristallizzato in un passato remoto, lontano dal mio tempo e dal mio mondo.
Il Corridoio del Wakhan è un vero e proprio tempio. È sacro per la fertilità della terra e per lo splendore di tutto ciò che lo compone. Il suo popolo ha preso dimora qui lavorando la terra e per lunghi secoli, con devozione, ha raccolto i suoi prodotti con la sola forza delle mani; e così fanno ancora oggi.
Entro in una casa fatta di pietra, le mura sono spesse e bianche e l'interno è buio e senza una luce. C’è un grande ambiente con al centro il forno per cucinare il pane; tavole basse, tappeti e materassi per sedersi, mangiare e dormire. Fuori, nel cortile, gli escrementi delle mucche sono appoggiati a terra a seccare.
Dormo in una di queste case su un morbido materasso rosso appoggiato su un tappeto color porpora. Ho già la sensazione che tutto quello che sto vedendo si trasformerà in ricordi più simili a un sogno che alla realtà.
Sono di passaggio, non vivo le difficoltà e la durezza di questo luogo. Vedo solo le meraviglie naturali, osservo l'alba e il tramonto che colorano questo piccolo villaggio, ai miei occhi tanto distante anche solo da Sultan Ishkashim. Una distanza che non è fatta di chilometri, ma di modo di vivere. È un viaggio nel tempo. A Sarhad-e Broghil anche le cose più piccole, una penna, un blocco di carta, una matita hanno un valore. La gioia negli occhi dei bambini è genuina, oltre che contagiosa. Anche loro hanno la vastità di questi luoghi nei loro occhi, nei loro sguardi. Chissà per quanto ancora rimarrà questa genuinità. Sono un fortunato osservatore di una fragile realtà appesa ad un filo.
Un mondo così vero non può non avere usanze forti e veraci. Assisto ad una partita di buzkashi, lo sport nazionale afgano, un gioco che scalda gli animi delle persone, non solo di questo, ma anche dei villaggi limitrofi. Il corpo ancora caldo di una pecora appena decapitata viene tirato, smembrato, conteso da due gruppi di uomini a cavallo. È uno sport estremamente violento, senza regole. È un gioco antico che si perde nella notte dei tempi, la cui funzione probabilmente era preparatoria alla guerra. La piccola folla che è venuta ad assistere all'evento è affascinante tanto quanto il gioco stesso. Osservo i loro volti, i loro abiti, kurta, ma anche giacche pesanti in pelle, vestiti più invernali che estivi; non ci sono regole neppure nell’abbigliamento. È un'umanità che prorompe e che mi ricorda i quadri di Bosch; prende vita e si scalda.
In questa baraonda conosco un ragazzo che mi racconta di avere camminato per un intero giorno per raggiungere Sarhad-e Broghil, dove abitano i suoi parenti. È iscritto all'università ed è tornato qui solo per un breve periodo. Mi guardo attorno e vedo solo l'imponente scenario delle montagne e una striscia di terra, la carrozzabile, che è l’unico legame con il resto del paese. Qui la lontananza non è definibile in termini chilometrici, il Corridoio non è poi così esteso, quanto in termini più astratti. Vivere in questa terra significa non avere contatti con il mondo.
Associo il Corridoio del Wakhan a immagini di luoghi inesplorati e disabitati, non all’università. E invece mi sbaglio. Chi è nato e vive in questi piccoli centri abitati può essere spinto da un desiderio di riscatto, si può affrancare da qui. Sento nelle parole di questo ragazzo la voglia di farcela con le proprie forze, di costruirsi un’alternativa alla vita nei campi, o per lo meno di provarci. La sua deve essere un’esistenza di soli sacrifici, distante anni luce dalla mia.
«Ogni visione durante il nostro viaggiare diventa chiara se la riportiamo nella nostra organizzazione delle memorie e delle esperienze. Tutto ciò secondo gli schemi e i giudizi di valore della cultura che ha alimentato la nostra visione delle cose» [10].
Le mie esperienze di vita divergono in tutto rispetto a ciò che vedo qui, mi ritrovo solamente nei grandi sorrisi di questo ragazzo, nel suo entusiasmo verso la vita.
Mi abbandono al flusso umano e assisto al gioco nella calca che si è creata sulle colline del villaggio.
Seguo le due squadre mischiate in un unico grande assembramento umano, non capisco in cosa consista questo gioco e dove onestamente siano le squadre. È però affascinante osservare questa scena, così accesa e viva, questo movimento vorticoso, questa specie di orda selvaggia che si sposta con guizzi improvvisi in uno scenario immobile, solenne e imponente.
Anche ora intercetto più elementi insieme, presto attenzione sia alle vaste aperture del mondo, ai suoi arcani silenzi, sia ai rumori dell'uomo che scorrono sopra il silenzio. Le differenti dimensioni del reale.
La giornata, dopo la partita di buzkashi, dopo l'esplosione di vita, si trasforma lentamente, e assume un colore completamente diverso.
Con le prime luci della sera mi avvio a piedi verso un villaggio vicino, a trenta minuti di strada. L’euforia, il groviglio umano di prima sono spariti, dissolti. A loro posto ora c'è una lunga strada circondata da montagne e da campi che percorro con le tenui luci del tramonto. Incrocio il ragazzo di prima, mi supera, lo saluto e vedo la sua sagoma sparire all'orizzonte. Raggiungo il villaggio dove non c’è molto da vedere. Ci sono solo poche case. Un signore anziano mi invita a entrare nella sua casa, buia e fumosa, e tutta in pietra.
Nella stanza principale una donna col bambino, avvolti nel fumo, sembrano un’immagine sacra, che si oppone all’irruenza sprigionata durante la partita di buzkashi. Li osservo incantato. Fuori, il paesaggio con la luce del tramonto favorisce un breve raccoglimento intorno al ricordo di chi non c'è più. Sono tuoi questo panorama e questo momento, Lucia.
È la Madonna della valle, anche lei a sua insaputa. Un dono a cui non è abituata le fa scendere lacrime di felicità: una coperta che terrà al caldo il suo bambino nel periodo invernale.
Luci e ombre nella valle. La condizione della donna è complessa: è proprietà dell'uomo e suppongo che pochi siano i suoi diritti. Purtroppo la perfezione non esiste da nessuna parte. Nonostante ciò, nonostante i climi difficili e la dura vita dei campi che invecchiano precocemente, nonostante alcuni aspetti forti e crudi, Sarhad-e Broghil e la gentilezza dei suoi abitanti mi hanno lasciato un segno. «Tasha kr», grazie, mi dicono sorridendo i suoi abitanti. «Salam» rispondo io, con la mano appoggiata sul cuore. (Non so come si scriva il loro ‘grazie’, trascrivo la pronuncia).
Oltre Sarhad-e Broghil si apre uno spazio sterminato, percorribile solo a piedi. Qui vive un esiguo numero di nomadi khirghizi che, come descrive Turri, «non trasformano la terra, non costruiscono edifici. Il loro paesaggio sta tutto nei loro occhi» [11].
Dopo tre giorni di trekking si raggiunge Baza'i Gonbad, vicino a un’altra vetta dell’Afghanistan, Sakar Sar, e poi si procede fino al confine con la Cina. Nel 2016 ho assaporato la magia di dormire in una yurta kirghisa in alta montagna, ma questa avventura nella punta finale del Corridoio, una vasta prateria alpina che si estende per cento chilometri, mi attrae tantissimo. Chissà se un giorno tornerò qui per spingermi nei sentieri del Piccolo Pamir, e, chissà, per vedere un esemplare della pecora di Marco Polo o di un leopardo delle nevi.
Sarhad-e Broghil invece, almeno per quest’anno, è il punto più estremo del viaggio. Il tragitto che dovrò percorrere ora per tornare a Sultan Ishkashim è essenzialmente lo stesso dell’andata.
Passerò nuovamente per Qila-e-Panja e farò una sosta nel piccolo villaggio di Kret, posto proprio sotto l’imponente Baba Tangi, alto 6500 metri.
La Valle del Wakhan è una realtà a parte, genuina e integra; non facile, forse non augurabile a nessuno di abitarla, ma enormemente affascinante. Tutto ruota attorno al lavoro dei campi di grano e di orzo, e alla pastorizia. L'unica forza lavoro viene fornita dagli asini, animali che, con il loro sguardo sommesso, svolgono le attività più pesanti, portano pesi, fungono da mezzi di trasporto e quando arriva la stagione estiva, vengono usati per fare la trebbiatura. L’incontro con la popolazione dei Wakhi è di grande impatto emotivo. Vivono nella vallata da 2500 anni e la setta sciita ismailita cui appartengono è ancora intrisa di riti sciamanici; spesso capita di vedere pezzi di stoffa appesi agli alberi che ricordano le bandierine tibetane, oppure santuari decorati con corna di stambecchi. Qui non si riscontrano aspetti di fanatismo religioso; questa è una parte dell'Afghanistan lontana dalla guerra e dalla presenza dei talebani. Ma il resto del paese invece è perennemente in guerra. È ferito, instabile. Il fragile mondo rurale nel Corridoio del Wakhan, isolato, a sé stante, è imbrigliato in un mondo fatto di sofferenza.
Il proprietario della casa dove alloggio, un uomo oltre la settantina, una sera ci racconta com’era la vita a Sarhad-e Broghil e nella valle durante l’occupazione sovietica avvenuta tra il 1979 e il 1989. Mi immaginavo racconti dolorosi e ricordi spiacevoli. L’Unione Sovietica quando diede ordine al suo esercito di invadere l'Afghanistan, compì un atto di forza che si rivelò essere solamente una terribile tragedia. Fu il periodo in cui il presidente degli Stati Uniti firmò una direttiva per la fornitura di aiuti bellici ed economici ai mujaheddin per appoggiare l’elemento religioso in funzione anti-sovietica. I mujaheddin vennero appoggiati anche dai pasdaran iraniani e dall’Arabia saudita. La premessa per la fine dell’occupazione fu l’avvento al Cremino di Michail Gorbaciov. Tuttavia, finita l’occupazione, per l’Afghanistan sarebbe iniziato un periodo di grave instabilità politica e di nuovi drammi: lotte tra mujaheddin, presa del potere dei talebani e intervento statunitense post 11 settembre.Tutto questo sembra non avere minimamente sfiorato il Corridoio del Wakhan. Questo canuto signore ricorda positivamente la presenza dei russi. «Ci costruirono la strada carrozzabile e arrivò un po’ di benessere» racconta. Luogo di transito, il Corridoio probabilmente beneficiò della presenza degli invasori con quel poco che poteva servire per vivere meglio. I russi qui erano solo di passaggio, non avevano interesse a fare nulla in questo posto e i suoi abitanti vissero marginalmente i drammi del loro paese.
Chissà se l’Afghanistan emergerà come una nuova farfalla dalla crisalide, chissà se sarà proprio il Corridoio del Wakhan ad aprirsi al resto del mondo e a dare un impulso affinché i paesaggi maestosi di questo paese possano ritrovare nuovi osservatori, o le voci e la vivacità delle sue città possano trovare nuovi ascoltatori, o gli odori delle sue mercanzie possano tornare a riempire le narici di curiosi viaggiatori.
Chissà invece se questa vulnerabile e fragile valle sarà destinata a cadere in una immensa voragine, in una oscurità senza limiti.
A Sultan Ishkashim forse le persone sono più smaliziate. Dopo giorni di permanenza in Afghanistan, oggi, che sono tornato in questa città, osservo con occhi più attenti e mi accorgo che accenni di fondamentalismo probabilmente sono giunti anche qui; non tutti gli sguardi esprimono accoglienza. Ma questo non modifica affatto la mia opinione e il mio giudizio su ciò che sto vedendo.
Oggi si festeggia Eid-al-Adha, la festa del sacrificio. Il rito che la contraddistingue è l’uccisione di un montone, una pecora o un agnello. È un’occasione per vestirsi a festa e per passare tre giorni insieme alla propria famiglia. Osservo le mani dei bambini macchiate di rosso; è un’immagine molto forte, suppongo sia un richiamo al gesto dell’uccisione dell’animale. Il suono del carretto dei gelati li anima, e con le loro mani impiastricciate di colore corrono a comprare un cono gelato, un intramontabile e universale desiderio coltivato da qualsiasi bambino di questo pianeta. È questa la mia ultima immagine di Sultan Ishkashim.
Sono tornato in Tajikistan. Gli otto giorni trascorsi in Afghanistan emergono ora con forza, otto giorni fuori dalla realtà, o più precisamente in una realtà più simile ad un sogno. Mi sento stordito, forse per la stanchezza o forse per la quantità di cose viste. Il fiume Panj separa nettamente due popoli. Nel Corridoio del Wakhan i suoi abitanti sono forgiati con lo spettacolo di forme e colori che li avvolge. In loro vedo noi esseri umani di un tempo, e percepisco il desiderio di tornare là, dove eravamo, come eravamo. Sento di vivere in un mondo da cui non posso evadere, se non a volte e solo per poco tempo.
La parte di viaggio trascorsa in Afghanistan mi ha permesso di vivere un numero relativamente ristretto di esperienze, ma di enorme ed eccezionale intensità. C’è un’evidente sproporzione tra quantità e intensità. Esattamente come il tratto di strada percorso, cinquecento chilometri tra andata e ritorno, non tanti, ma parevano infiniti. È una realtà slegata da tutto, ma in senso positivo.
Colpisce infatti come varcato il fiume Panj, che separa l’Afghanistan dal Tagikistan, tutto cambi radicalmente, nonostante gli elementi geografici restino gli stessi da entrambi i lati. Sarà che forse i Wakhi hanno la vastità di quelle valli nei loro occhi e nei loro sguardi; sarà il silenzio antico in cui sono immersi i piccoli villaggi; sarà la sabbia e la polvere che si respira tutto il giorno; saranno le strade accidentate, fatte di pietre e di buche, che non lasciano un attimo di respiro e sembrano non finire mai; sarà la gentilezza e l’ospitalità dei suoi abitanti; saranno i sorrisi contagiosi dei bambini. Ma il Corridoio del Wakhan pare davvero un mondo a parte. Immenso, puro, selvaggio.
A differenza dell’andata, la mente e il corpo ora sembrano disgiunti. Il corpo ripercorre a ritroso la strada che faticosamente mi riporta a Dušanbe. La mia mente prosegue oltre Sarhad-e Broghil, sulle alte valli scavate dai ghiacciai, dove il vento soffia con furia, dove il freddo inibisce quasi tutte le forme di vita.
Ringrazio Francesca, Sitorabonu e Safi
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[1] V. Sansone, Al di qua dell’Afghanistan, l’Asia centrale sovietica, Torino, Società Editrice Internazionale, 1980, pp. 51-52
[2] M. Brunello, Silenzio, Bologna, Società editrice il Mulino, 2014, p. 7
[3] P. Hopkirk, Il Grande Gioco, Milano, Adelphi Edizioni s.p.a., 2004, p.397
[4] D. Le Breton, Sovranità del silenzio, Milano - Udine, Mimesis Edizioni, 2016, pp.9-10
[5] E. Turri, Il paesaggio e il silenzio, Venezia, Marsilio Editori, 2004, p.141
[6] F. Capra, Il punto di svolta, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2008, p. 248
[7] M. Brunello, Silenzio, Bologna, il Mulino, 2014, pp. 58-59
[8] J. Simpson, Il richiamo del silenzio, Milano, Mondadori, 2002
[9] E. Turri, Il paesaggio e il silenzio, Venezia, Marsilio Editori, 2004, p.141
[10] E. Turri, Il paesaggio e il silenzio, Venezia, Marsilio Editori, 2004, p.120
[11] E. Turri, Il paesaggio e il silenzio, Venezia, Marsilio Editori, 2004, didascalia foto 18
[2] M. Brunello, Silenzio, Bologna, Società editrice il Mulino, 2014, p. 7
[3] P. Hopkirk, Il Grande Gioco, Milano, Adelphi Edizioni s.p.a., 2004, p.397
[4] D. Le Breton, Sovranità del silenzio, Milano - Udine, Mimesis Edizioni, 2016, pp.9-10
[5] E. Turri, Il paesaggio e il silenzio, Venezia, Marsilio Editori, 2004, p.141
[6] F. Capra, Il punto di svolta, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2008, p. 248
[7] M. Brunello, Silenzio, Bologna, il Mulino, 2014, pp. 58-59
[8] J. Simpson, Il richiamo del silenzio, Milano, Mondadori, 2002
[9] E. Turri, Il paesaggio e il silenzio, Venezia, Marsilio Editori, 2004, p.141
[10] E. Turri, Il paesaggio e il silenzio, Venezia, Marsilio Editori, 2004, p.120
[11] E. Turri, Il paesaggio e il silenzio, Venezia, Marsilio Editori, 2004, didascalia foto 18



















