APPRODO
Bora sottile, silenzio che avvolge
TRIESTE, 2025
Questo è un racconto breve, nato di getto, ma importante; molto, molto importante. Parla di me. È il resoconto di un fine settimana passato con mio papà e mio fratello, un giorno e mezzo appena, in una città che è perennemente presente nella mia vita. La idealizzo, la rincorro, ma resta sempre parte di me, Trieste.
Con la morte della zia paterna, un altro tassello se n’è andato. Questo piccolo viaggio tiene insieme la memoria e il presente.
In macchina parliamo. Rimettiamo ordine. Tiriamo fuori fatti e momenti, li appoggiamo sul tavolo come si fa con gli oggetti importanti quando serve guardarli senza fretta. Sono il tempo e il momento giusti per farlo. Ci concediamo una sosta, un bicchiere di friulano, una bruschetta, prosciutto cotto e cren. Una pausa necessaria a metà viaggio.
Arriviamo nella nostra casa, Contovello. Entriamo insieme, ed è come se recuperassimo una foto che ci ritrae negli stessi spazi, solo un po’ più vecchi. Quel piccolo gioiello che guarda il mare dall’alto, con un occhio rivolto al mare e l’altro alle montagne slovene. Qui riaffiorano le radici. Pranzi, cene, voci, presenze che ora stanno a metà tra qui e altrove. Adesso alcuni, non pochi, vivono nei nostri ricordi.
Facciamo un salto oltre confine. Le solite cose di sempre, cetrioli, pelinkovac, ajvar, senape, ćevapčići. La normalità dei nostri viaggi di famiglia che resiste e insiste. Piccoli piaceri che ci accomunano.
Tornati a Trieste, chiedo a mio fratello dove sarà Andrea, nostro coetaneo, amico d’infanzia, allora dirimpettaio della nonna. Quante estati passate lì, quanto tempo passato insieme, a vivere il presente, senza scavare in profondità; che bella la leggerezza dei bambini. Saprà della zia? Non lo so.
La casa dove abitava la nonna paterna è a pochi passi dalla casa dello zio, è aggrappata al fianco della collina, sempre uguale a sé stessa. Una piccola strada, via Balbo, stretta, con case basse. Era casa. E non nel senso vago del termine. Era la casa, quella vera. La casa dove erano cresciuti mio papà e mia zia.
C’erano i vicini, quelli che mi avevano visto bambino. Le stesse facce per decenni. Persone che oggi non ci sono più, ma che allora erano parte del microcosmo che viveva in quella casa. Un mondo piccolo, con il bosco che cominciava dietro.
Oltre la finestra della cucina e delle camere si vedeva il campo da tennis. E più su, se si camminava nel bosco, si arrivava al castelletto. Un piccolo rudere che a me sembrava qualcosa di importante.
Il balcone dava invece sulla città. Una vista incredibile. Il porto di Trieste si apriva davanti a noi. Io lo guardavo, a volte distrattamente, a volte in silenzio, come se già sapessi che quel paesaggio, da quella casa, mi sarebbe mancato.
C’era sempre quel momento, alla fine del fine settimana, quando si saliva in macchina e si lasciava Trieste per tornare a Padova. Mio padre al volante, mia madre accanto, io e mio fratello dietro. La macchina cominciava a scendere lungo la strada del quartiere degli americani.
Facevamo il solito tornante. Era il punto esatto in cui, dopo aver costeggiato un’altra fila di case, la casa della nonna tornava a comparire. E puntualmente, affacciate al balcone, c’erano lei e mia zia che ci salutavano con la mano. Era un rituale, sempre uguale. Nessuno lo ha mai saltato. Era il nostro modo per dire "ci vediamo!".
Sotto quel balcone, radicato nella terra, cresceva un albero di fico. Non era un albero qualsiasi. Lo aveva piantato il papà di mio padre, che io non ho mai conosciuto. Era lì da sempre, presenza solida. Il fico accompagnava le stagioni e i nostri anni. Aveva un suo modo di essere, come se anche lui, in silenzio, ci salutasse ogni volta.
Quella casa è stata venduta, mia zia e mia nonna non ci sono più. Ma quel balcone, quell’albero, quel saluto sono parte di un mondo che forse non esiste più, ma non è sparito davvero.
Andiamo dallo zio. La casa è piena dell'assenza della zia. Manca il letto in soggiorno, mancano i medicinali, le fiale, la routine che aveva trasformato la malattia in un paesaggio. È uno schiaffo muto, secco. Ritrovo gli oggetti della zia, i piccoli regali che le portavamo ai compleanni e ai Natali. Alcuni sono ancora appoggiati sui mobili. Ne prendo qualcuno. Un modo per tenerla vicino a me.
Porto via il suo binocolo e la sua macchina fotografica. Erano con lei durante i suoi viaggi. L’obiettivo, pur vecchio, diventerà mio compagno di viaggio. Guarderà il mondo un’altra volta. Attraverso i miei occhi.
A cena andiamo con lo zio e suo fratello in una trattoria di quartiere dove il pesce è una cosa seria. Un posto semplice, il profumo di mare che arriva dalla cucina. Era uno dei nostri piaceri, quando le tavolate erano più ampie e leggere.
Si ride, si scherza. Funziona, perché siamo fatti così. Ma le ombre restano vicino a noi, sedute con noi. Non parlano, non disturbano, fanno parte del tavolo. Si può ridere e nello stesso istante desiderare chi non c’è più. Si può fare una battuta e sentire il peso di un’assenza che resta appesa a un gesto, a una parola, a un ricordo.
È la vita, concreta e reale. È semplicemente così.
La mattina dopo siamo a Opicina. Tre capo in b e tre kranz alla marmellata per cominciare la giornata, e una manciata di chifeletti da portare a casa per la cena. Sono nomi che raccontano un mondo, profumi e sapori che fanno parte del nostro lessico familiare.
Poi visitiamo una mostra fotografica sul Carso. Bianco e nero, anni Settanta. Paesaggi spogli, pietra, vento. “Beh, noi l’abbiamo vissuto negli anni Ottanta,” dico a mio fratello. Non era molto diverso, la stessa luce, lo stesso profondo silenzio. Nella sala ci accoglie una signora del posto, felice di raccontare. Ha voglia di parlare della mostra, dei progetti che segue, di come prova a dare valore al territorio. Si chiama Quinz. Metà triestina, metà sappadina. Sappada, un’altra parte di me. Decenni di Natali passati in quel meraviglioso paese, montagne che conosco come casa mia. Se c’è un luogo che parla quanto Trieste, per me è Sappada. È una coincidenza bella e semplice. Un piccolo ripasso di altre nostre storie.
Ciò che sto e che stiamo vivendo è un viaggio nel tempo, assolutamente senza effetti speciali. Solo noi, nel tempo.
A volte mi chiedo chi sono.
La risposta non la trovo in una sola terra, ma in un insieme di luoghi che abitano dentro di me.
C’è Praga nella radice del cognome Zaubek. Significa “dentino”, e un giorno venne tradotto in Dentini, il cognome di mia nonna, perché il regime voleva nomi riconoscibili. In quella piccola metamorfosi linguistica c’è la mia prima eredità, adattarsi senza dimenticare l’origine. C'è Antunović, un cognme che ha dentro il vento che arriva dal mare; e c'è Taucer che sa di vento che scende dai monti.
C’è Rovigno d’Istria, la città dove nacque mio padre. Una città che profuma di sale e di pietra, di barche tirate a secco e voci in più lingue. Da quella città arrivò lo strappo dell’esodo, le valigie piene e leggere allo stesso tempo, l’arrivo a Trieste come profughi. Trieste che accoglieva e respingeva, porto e confine insieme, luogo di ripartenze forzate e di attese.
Non posso ridurmi a un solo nome o a una sola appartenenza. Sono l’Adriatico e il Mediterraneo, il vento del Carso e la polvere delle montagne del Sud, le isole lontane e le pianure dell’Europa centrale. Sono figlio di terre che si guardano da lontano.
Chi sono io?
Sono un uomo di confini. Un ponte tra mondi.
A pranzo andiamo in un'altra trattoria di quartiere, in via Revoltella, vicino a casa di mia zia materna. C’è una parte della mia infanzia che è fortemente legata a queste vie, via Revoltella, via del Ghirlandaio, via delle Sette Fontane.
È una parte fatta di un appartamento semplice, di finestre che davano su un pezzo di città che non era né periferia né centro, quel misto triestino di urbanità tranquilla, fatta di scale condominiali e vento che entra anche quando non dovrebbe.
La casa di mia nonna, Bruna, era così. Un luogo di confine in miniatura, come tutti i luoghi che mi hanno formato. Aveva un ordine che non era rigido, era un ordine “triestino”, pratico, veloce, senza inutili cerimonie. Entravi e trovavi il tavolo pronto a diventare qualunque cosa servisse, spazio per appoggiare le borse della spesa, per fare due conti rapidi, per sedersi un attimo. E poi c’era il cibo, quello che lei preparava con una velocità che oggi mi fa sorridere. Gli gnocchi con le polpette, sempre, che non erano un piatto della tradizione istriana o triestina in senso stretto, ma erano “di casa”, quindi automaticamente parte della mia geografia. E quel dolce veloce, fatto con un gesto sicuro e rapido, perché a Trieste si cucina così, subito, bene, senza perdere tempo in fronzoli. È strano come alcune cose rimangano attaccate addosso più di altre.
Con mia nonna ho condiviso solo dieci anni, un tempo breve, una manciata di ricordi che però pesano come stagioni intere. Dieci anni non bastano. Non bastano mai. Sia lei che mia madre se ne sono andate troppo presto, entrambe con quel tratto triestino dentro, il vento, la praticità, un affetto che c’era sempre, saldo, quotidiano.
Quando penso a loro due, penso sempre al vento. Non so perché. Forse perché a Trieste il vento non è un fenomeno meteorologico, è un carattere, un tratto dell'anima. Mi accorgo che questa parte, la parte triestina, è una linea che sento molto. Perché quella casa, quegli gnocchi, quel dolce veloce, quel modo immediato di volere bene, sono la mia lingua madre.
E quando provo a capire chi sono, oltre alle radici sparse, torno sempre a quella piccola cucina, a mia nonna che si muoveva rapida, pratica, con un affetto che stava tutto nei gesti. La verità è che avrei voluto passare più tempo con lei. Da adulto avrei voluto chiederle delle cose che allora non potevo capire, avrei voluto sentirmelo dire da lei, dei suoi genitori, della Trieste di un tempo, dell’Istria, dei cognomi Zgur, Pucalovic, Kellner, di Praga.
Ma la vita a volte ha orologi diversi dai nostri desideri.
Oggi, a questa età, mi piace ascoltare e assorbire ogni frammento che riguarda il passato della mia famiglia, come se avessi finalmente il tempo, o forse la maturità, per farlo.
C’è quella sensazione strana, difficile da spiegare, tutto ciò che è lontano nel tempo sembra acquistare valore, come se diventasse più importante proprio perché irraggiungibile.
Forse perché è avvenuto quando io non c’ero, e non potrò mai sapere davvero com’era. Posso solo immaginarlo, ricostruirlo attraverso racconti brevi e foto in bianco e nero. C’è una distanza invalicabile che rende tutto un po’ sfocato. Da giovani si guarda avanti, sempre avanti. Si corre, si progetta, si pensa che il tempo sia infinito. Poi arriva un momento, e non è un giorno preciso, non è un evento, in cui ti fermi. Ti volti indietro, quasi per caso, e ti rendi conto di quanto ci sia lì dietro. Vedi le persone che non ci sono più, i luoghi che hanno cambiato forma e colore, i gesti quotidiani che allora non avresti mai pensato di rimpiangere. Vorresti scoprire quei mondi, entrarci, conoscerli davvero.
Ma non ti appartengono. Sono mondi chiusi, sigillati, che puoi solo sfiorare. Il tuo tempo è ora, adesso.
Eppure quel passato ti chiama, ti parla, ti accompagna. Non per farti tornare indietro, quello non si può, ma per ricordarti che tutto ciò che sei oggi nasce anche da lì, da quelle vite che si sono consumate prima della tua.
Così resto con questi frammenti, che però col tempo hanno preso un altro peso, non sono solo nostalgia, sono fondamenta.
Sono un uomo di confini, un insieme di terre lontane, ma sono anche, profondamente, quel bambino che entrava in una casa vicino a via delle Sette Fontane, e che lì dentro trovava un modo semplice di sentirsi al sicuro.
Quella parte non l’ha portata via nessuno.
Quella parte sono io.
Nella trattoria di pesce in via Revoltella siamo in pochi, mia zia materna, i miei due cugini e il marito di mia cugina. Una compagnia sparuta, ridotta all’osso. La verità è che non siamo mai stati una famiglia numerosa, non nel senso tradizionale. Ma oggi il vuoto si sente di più, il tempo ha assottigliato le presenze.
Questa piccola tavolata racconta comunque tutte le tavolate di un tempo. Quelle di quando ero bambino e ragazzo, quando la gioia era così forte da coprire le ombre. Perché le ombre c’erano anche allora, lo so adesso; solo che non le vedevo. Oggi invece le ombre si siedono con noi. Sono discrete, non disturbano, ma ci sono. E tra una forchettata e l’altra sento che mi parlano, non con parole, ma con sensazioni che affiorano da chissà dove.
Lo confesso, quasi mi commuove stare a questo tavolo. Mi rimanda a un passato leggero, spensierato, visto da questo presente che un giorno ricorderò allo stesso modo. Perché tra molti anni anche questa tavolata, piccola, essenziale, diventerà ricordo, bello, a sua volta.
Sedersi insieme a un tavolo apre un mondo intero; fatti, eventi, persone, frammenti sparsi che riemergono dalla memoria. E in un certo senso, il mondo che si apre non viene solo dalle persone, viene anche da ciò che mi circonda. Da queste vie, da questi palazzi, da questa Trieste che forse mi conosce meglio di quanto io conosca me stesso. Ogni volta che torno qui ho la sensazione di attraccare. È come se la città fosse un porto vero, con le sue boe, i suoi moli, gli odori familiari. Un porto dove torno di tanto in tanto per ritrovarmi, per capire da dove vengo.
Risaliamo in macchina e ripartiamo verso Padova. Niente balcone, niente saluti dalla casa sulla collina, nessun gesto rituale per chiudere la giornata. Solo il motore che si avvia e tante sensazioni che ribollono, più forti di quelle provate anche solo le ultime volte che sono stato a Trieste. Forse perché questa volta la tensione era diversa; in questo ultimo periodo tutta la nostra attenzione era sulla zia, sulla sua salute, sui dettagli pratici. Il presente occupava ogni spazio, non lasciava margine per il resto. Il passato resta silenzioso quando c’è qualcosa di urgente da affrontare. Riemerge quando si apre uno spiraglio, quando c’è un saluto definitivo, quando c'è la consapevolezza che un ciclo si è chiuso. Era successo di recente con lo zio Naco. Un nome inventato da bambini e rimasto così, immutato, tatuato per sempre nella memoria. Lo zio friulano, lo zio dei boschi e dei funghi, lo zio legato a queste terre di confine che oggi stanno risuonando in me più che mai.
Anche lui, in qualche modo, era seduto con noi a tavola. Come se certe presenze continuassero a stare al loro posto anche quando non ci sono più. È stato solo oggi che ho sentito il bisogno di raccontare tutto questo. Oggi e ieri sono stati giorni speciali, giorni che hanno aperto una porta. Non so bene perché.
Penso a quanto un luogo possa essere importante per ognuno di noi. Ne sono certo, tutti hanno un punto sulla mappa che funziona come un porto, un rifugio, una chiave per leggere sé stessi. Io ho questi luoghi. Trieste, la città e la collina. Le vie attorno a via delle Sette Fontane, le case di via Balbo. Sono i miei punti di attracco, le mie boe personali.
C’è un momento, ogni volta che torno a casa, nel quale nasce il confronto tra Padova e Trieste. È un attimo nel quale mi rendo conto che sto rientrando dove sono nato, ma con addosso il peso e il privilegio di aver lasciato un pezzo di me in un altro luogo. Padova è la mia città natale. Lo so bene. Ci sono cresciuto, ci ho studiato, ci ho costruito la mia vita adulta, il lavoro, le abitudini, le amicizie.
È una città che conosco in ogni dettaglio, è la città della quotidianità, quella in cui tutto scorre con un ritmo prevedibile. Ma Trieste per me è come una sorella maggiore, più intensa, più complessa, più affascinante.
È una città che prende tutto ciò che sono e lo amplifica.
Padova mi accoglie, Trieste invece mi scuote. Padova è casa, Trieste è un richiamo. A volte questo paragone mi mette in difficoltà. È come se stessi tradendo un luogo a favore dell’altro. Come se Trieste avesse una profondità che Padova non può avere, e al tempo stesso come se Padova custodisse parti di me che Trieste non vedrà mai.
È un confronto ingiusto. Città così diverse non si possono pesare sulla stessa bilancia.
Però nella mia testa la bilancia esiste lo stesso.
Padova mi ha fatto diventare adulto. Trieste ogni volta mi dice chi sono davvero.






