lunedì 25 febbraio 2013

A mia mamma

SOSPENSIONE
Ghiaccio nell’anima, bruciante, silenzio eterno
L’ULTIMO VIAGGIO


Ciò che segue è uno spaccato di vita, è un viaggio faticoso e realistico nelle profondità dell’animo umano.
Sono considerazioni sulla vita e sulla morte che entrano nell’essenza di ciò che siamo.
Narrano dell’inesorabile precipitare in un silenzio senza principio né fine.



FASE INIZIALE

Associare a mia madre il termine malattia, la parola ospedale, mi pareva inverosimile.
Dei cinque periodi trascorsi in ospedale nel corso di questi ultimi mesi, a cominciare dal 3 settembre 2012, al rientro dal mio viaggio in Groenlandia, i primi tre sono serviti per conoscere gradualmente una realtà nuova e del tutto inaspettata; per prepararmi a ciò che sarebbe avvenuto dopo.
Tutto ebbe inizio nell'Unità di Terapia Intensiva, un luogo ineccepibile dal punto di vista medico, ma soffocante e opprimente; soffrivo all'idea di sapere che mia madre fosse in quel posto. Una ventina di persone tutte nella stessa stanza. Non riusciva a dormire di notte per le urla insistenti e continue di uno dei degenti.
Fu questo il momento in cui le portai i diari dei miei viaggi in Groenlandia, un mio ingenuo e affettuoso tentativo di portare la sua mente fuori da quei luoghi.
Ogni ricovero è stato una sofferenza per lei, ma affrontava tutto con vigore e coraggio per tornare rapidamente tra le mura domestiche.
«Non penso mai al peggio» disse col suo sorriso.
Passati dieci giorni, il 12 settembre tutto era finito. Un po' di convalescenza, di pastiglie e di iniezioni, ma la vita sembrava tornata alla normalità.
Gradualmente invece ha cominciato a sentirsi debole e io ho cominciato a non riconoscerla più; sensazione che lei aveva di se stessa.
Ospedale, esami, visite mediche.
Si cercava la causa del suo malessere.  
Versamento pleurico, policitemia tramutatasi in mielofibrosi in fase iniziale.
La situazione si era fatta complessa.
Di sera dopo cena avevo preso l'abitudine di mettere sul fuoco un po' di castagne. Il profumo e l'atto di cucinarle mi rassicurava; vedevo che anche mia madre e mio padre gradivano questo piccolo rito serale. Infondeva calore e distendeva.
Superata l'operazione del 3 dicembre si ipotizzava di trascorrere come ogni anno le vacanze di Natale in montagna. Pensavo che se mia madre si fosse allontanata dagli ospedali avrebbe ritrovato serenità e si sarebbe ripresa.
A gennaio ci sarebbe stata la visita dall'endocrinologo e la vita sarebbe continuata.
Ma il secondo male silenziosamente aveva cominciato ad agire, già da tempo.
Il ricovero d'urgenza avvenuto durante le vacanze natalizie aveva cominciato a destare preoccupazione. E l'intero periodo passato in ospedale, culminato con l'operazione del 27 dicembre, ha fatto presagire la potenziale gravità della situazione.
La sera del 26 dicembre i nostri sguardi si sono detti «ci rivedremo? »
E il 27 sera, nonostante i mille tubi, le flebo, il luogo in cui si trovava, gli occhi li aveva aperti e la gioia era immensa; «vorrei uno spumante» disse; per brindare alla vita, aggiungo io.


RITORNO A CASA

Il 6 gennaio, quando siamo tornati a casa dopo il lungo periodo di ospedale, abbiamo appoggiato la valigia, ci siamo seduti sul divano e abbiamo tirato un lungo sospiro di sollievo. «Finalmente a casa. E qui ora ci restiamo».
Il primo periodo è stato tranquillo, vedevo che mia madre riprendeva le forze, stava tornando ad essere lei.
Ma questa fase è durata pochissimo.  
Nuovamente sono tornate debolezza e fatica a mangiare; la vedevo sempre più assente, sempre più stanca. Ha cominciato a cenare in salotto, non riusciva più a venire in cucina, non ne aveva le forze. E mio padre la aiutava a mangiare. A fatica si recava in bagno e poi si metteva a letto.
La sera del 24 gennaio. Negli occhi di mio padre ho visto paura e sconforto. La abbracciava e la stringeva a se sul divano, e lei era spenta, senza forze, addormentata.
Era necessario tornare in ospedale e recuperare le forze prima di affrontare la terapia.


OSPEDALE

Ho fissa l'immagine di mia madre che ascolta il medico in occasione del suo nuovo ricovero avvenuto il 26 gennaio.
Vedo ancora il suo sguardo stanco, le guance scavate, la difficoltà a pronunciare parola, a camminare. Le mani appoggiate sul tavolo intenta ad ascoltare il medico.
E' stato doloroso per chi le stava vicino vederla così, ma probabilmente lei è stata forte come sempre, anche in questa fase di grande debolezza fisica.
E' necessario il ricovero e mia madre accetta. 
Percorriamo il lungo corridoio e osservo ogni singola stanza. Sofferenza e malattia ovunque. E' una fitta al cuore. Raggiungiamo la stanza. Mia madre si siede sul letto e si prepara per questo nuovo viaggio.
La osservo, osservo le vicine di stanza, rifletto sui volti che ho visto lungo il corridoio e penso che mia madre non centri assolutamente niente in questo contesto. E' giovane e giovanile.
Mi chiedo «cosa ci fa mia madre in mezzo a tanti anziani malati? ».
Quattro persone nella camera. E lei, solo lei era destinata ad andarsene. Sensazione di soffocamento.
«I figli non dovrebbero mai vedere le proprie mamme morire» sento dire da una vicina di letto di mia madre. Che frase spaventosa.
Quando sono seduto sul suo letto d’ospedale la vedo ragazza, la immagino com’era quando io ancora non la conoscevo.
La vedo quando mi teneva per mano e mi accompagnava a scuola. Una bellissima donna con un sorriso che dava gioia quando la guardavi. Ti dava serenità e calore, ed era tutto ciò che ti serviva per sentirti sicuro e protetto. Potevi camminare in prossimità di un dirupo in alta montagna, su una fune sospesa nel vuoto; ma con lei al tuo fianco passava ogni paura.
Fuori, mentre cammino per le strade della mia città, per andarle a comprare il frappè di frutta, osservo le persone. Quanti esseri umani, indaffarati, irrequieti, passeggiano per le vie del centro in cerca di quiete, di svago; sembrano fuggire consapevolmente dalla loro sorte. Nessuno viene risparmiato, ma nessuno vuole pensarci.
Osservo le mamme con i loro cuccioli, mano nella mano. Quanto vorrei tornare piccolo come loro e ritrovare rifugio tra le mani di mia madre. Sono adulto e non mi è più concesso chiedere, devo sopportare ogni forma di dolore con le mie sole forze.

Solo cibi liquidi, mia madre non riesce più a mangiare nulla di solido, e anche un bicchiere d'acqua lo beve con grande fatica. La osservo con occhi carichi di serenità, le sorrido e mi siedo accanto a lei. Ma dentro di me sento dolore, mi sento morire, vorrei toglierle quel male con le mie mani, lo prenderei io, non vorrei più vederla soffrire.

«Fu in quel periodo che ho misurato l’impossibilità per le carni di comunicare. Nella migliore delle ipotesi, solo le anime si sfiorano, perché la regola è il solipsismo. Nessuno è mai riuscito a sopprimere un grammo della sofferenza di un altro caricandosi del suo dolore: con questo cattivo calcolo si arriva solo a macerarsi, ad aggiungere negativo al negativo». M. Onfray, Estetica del Polo Nord, Adriano Salani Editore, Milano, 2011, p. 134
Il frappè lo compro ogni giorno prima di andare in ospedale.
L'ho comprato per quasi due settimane. Poi ho smesso. Non riusciva più a berlo.
Idratazione e nutrimento sono cessati, solo flebo, quelle sacche bianche e tutti quei tubi; e le vene fragili.
Ho l'immagine delle calze bianche contenitive per impedire il formarsi di nuovi trombi; queste due gambe bianche, mi suscitavano tenerezza, delicatezza, e un po' di tristezza.

«Lavati i denti qui a letto, se non ti va di alzarti» le ho detto con dolcezza una sera quando era ancora in ospedale. Mio padre le ha preso un bicchiere e le ha portato lo spazzolino e il dentifricio. Da lì in avanti non si è più alzata. Ero avvilito e scoraggiato quella sera, ma l'ho salutata con tenerezza baciandola sulla fronte. «Va tutto bene» le comunicavo con lo sguardo e con i gesti.
Ricordo che il giorno dopo il suo ricovero in ospedale disse sorridendo «pensa che non vogliono farmi camminare! solo perché sono entrata in sedia a rotelle». Lo disse mentre faceva esercizi per rinforzare i muscoli delle gambe, in uno degli ultimi momenti di piena lucidità. Che bello che è stato vederla così, era di nuovo lei; ma è durato così poco.


CINQUE MESI

Cinque lunghi mesi in cui sono stato obbligato a lasciare la via maestra per scendere in uno scuro e profondo pertugio. I primi giorni di settembre, proprio dopo il mio rientro dall’esperienza vissuta in Groenlandia, ho aperto la botola e piano piano ho cominciato a scendere. All’inizio c’era luce, ero ancora in prossimità della superficie. Spesso risalivo per tranquillizzarmi, per ritrovare le mie abitudini, la mia quotidianità.
Con l’arrivo di dicembre la botola non si poteva più aprire. Dovevo trovare una nuova uscita e non potevo fare altro che cercarla inabissandomi nell’oscurità; un abisso privo di luce e di calore.
Le notizie sulla malattia di mia madre hanno cominciato ad essere allarmanti. La speranza cancella la ragione, è come credere alle favole. Per un po’ fa bene, distende e rassicura, ma è una fase passeggera che viene spazzata via con violenza inaudita. La realtà si presenta come una bestia feroce, ti assale e ti morde con rabbia; e non ti lascia finché non ti ha ferito. Sanguini, sei stordito, solo, vinto.
Cerchi di rialzarti ma non riesci, non hai più forza, le gambe non reggono, sei debole; rinunci e rimani dove sei, in balia di potenziali nuovi attacchi, inerme.
Non ti rimane che urlare, gridare, ma da solo non serve, hai bisogno di qualcuno, di altri esseri umani verso i quali comunicare il tuo dolore. Siamo esseri così fragili.


POSITIVO

Quando mio padre mi ha chiamato per dirmi che l’esito dell’esame era positivo ho pianto. Ma ho continuato a sperare. E’ l’unica cura per lenire il dolore. Ma non risolve il problema.
Dentro di me sapevo ma non volevo sentire, la realtà era terrificante.
La notizia fatale non ha tardato ad arrivare e ha scaraventato via ogni illusione.
Scriverlo mi procura dolore.
E' stato un viaggio nuovo che non conoscevo. Di tanto in tanto mi pervadeva un senso di serenità e tranquillità, venato di tristezza; è lì che tutti dobbiamo andare, è la nostra natura.
Si vede la vita sotto un altro punto di vista, molto meno materiale.
Ma le ombre oscurano inesorabilmente la vista, senza preavviso, ed è come essere in balia di uno tsunami, vieni scaraventato con violenza in ogni dove, senza meta, senza sapere dove sei, affondi e riemergi, affondi e riemergi.
I pensieri carichi di serenità e saggezza li ho cercati ogni giorno, ma dovevo andarli a recuperare, con fatica, tendevano a sfuggire. Nell'ultimo periodo li ho smarriti, non li trovavo più.

Lunedì 11 febbraio è scesa la neve, si è sciolta lentamente nel corso della settimana, giorno dopo giorno, portandosi via mia madre.

Mi rimarrà sempre la sensazione di impotenza, di non sapere mai cosa ha provato mia madre, abbiamo fatto tutto quello che potevamo? Abbiamo fatto le cose giuste?
Sabato mio fratello le ha fatto sentire la sua presenza, e la nostra; lei ha aperto un po' gli occhi. Ci siamo incontrati con lo sguardo per l'ultima volta.
Poi le ho tenuto la mano, l'unico contatto rimasto. Le sue mani erano calde ma senza presa.
Domenica i suoi occhi erano chiusi, respirava male, il suo corpo cercava e chiedeva ossigeno.


MARMORIZZATA, COME DICE MIO PADRE

Che immagine, forse non ho fatto bene a posare il mio sguardo sulla sua salma.
Lei non era più lì, lo percepivo, era un bellissimo contenitore, ma vuoto. Era fredda e non si muoveva più, non respirava, era bianca. Dov'era Lucia? Non poteva essere lei, eppure era davanti a me, in quella stanza profumata; fuori era buio, era notte, c'era silenzio.
Ho sentito quel Silenzio.

ll Silenzio eterno.

Oggi, venerdì 22 febbraio, è stata cremata. L'idea che non ci sia più fisicamente in questo mondo è terribile, mi rattrista in modo totale, è un dolore immenso.
Lucia non c'è più, il suo corpo non c'è più.
I suoi sorrisi. Mi sentivo al sicuro prima, anche se l'ombra della morte era sempre più vicina, il tempo da vivere si faceva breve, si assottigliava sempre di più; ma eravamo una famiglia. lo siamo ancora ma lei non è più. Ora è esistita. 


GLI ODORI

Di settimana in settimana gli odori e i profumi hanno rapito la mia attenzione, hanno segnato i diversi passaggi, gli spostamenti da un reparto all'altro, fino all'hospice.
Odore di malattia, di secrezioni corporali, di cibo; l'odore del cibo era intenso, forte, sempre presente. Mi ero affezionato a tutte queste esalazioni, segnavano la mia quotidianità, mi facevano sentire a casa, protetto. A modo loro simboleggiavano la vita, odori nuovi, non consueti, ma reali, di un luogo in cui mia madre era ancora viva, era in cura, e questo mi rassicurava.
L'odore dell'hospice invece era profumo, copriva tutto, dava l'idea della pulizia, del candore, taceva la paura e l'apprensione, confortava.
Ma copriva e palesava insieme una realtà crudele.


L'AFFETTO DELLE PERSONE

Quanta umanità si percepisce nei gesti e negli sguardi delle persone che si trovano al cospetto di un malato. Traspare amore dalle persone, nella sua forma più pura.
Entrano le infermiere e si deve uscire dalla stanza. Le espressioni di amarezza e dispiacere nei corridoi in attesa di rientrare.
L'illusoria speranza dentro quella stanza, e la certezza della fine fuori, in corridoio.
E il dolore nel dover riunire questi due mondi opposti quando escono le infermiere e si rientra nella stanza. L'amore vero e un immenso senso di protezione collegano i due mondi, quello di mia madre, l'illusione, e il nostro, la realtà. Non c'è altro modo per unirli. Non è ingannare e tradire; è proteggere e difendere. E' amare.
Sabato 9 febbraio. Sono seduto vicino al suo letto, lei riposa, scosta il lenzuolo e senza proferire parola mi offre la sua mano. La stringo stretta alla mia, un gesto che mi ha aperto il cuore, una tempesta di emozioni, dolcezza, tristezza, paura, affetto, tenerezza; e semplicemente amore puro e profondo. Solo tempo e silenzio, assenza di spazio.


L'HOSPICE

Lunedì 11 febbraio ho ricevuto la chiamata dall'ospedale, ci informavano che la stanza dell'hospice era libera e che il trasferimento sarebbe avvenuto il giorno dopo.
Ho preso la macchina e sono andato a vedere la struttura. Ho parcheggiato e l'unico pensiero che avevo era «questo è il luogo dove mia madre morirà». Ho pianto a lungo.
Gli esseri umani riescono a sopravvivere a pensieri simili. Non so come possa avvenire, ma si rimane in vita; si accetta tutto.
Pur sapendo dov'ero e dove si trovava mia madre, rimaneva sempre un po’ di speranza. «Magari ritorniamo davvero a casa». Un pensiero impercettibile, così ingenuo che veniva subito soffocato e travolto da ondate di acque gelide e profonde.

Non siamo mai pronti di fronte a prove così difficili, di fronte alla morte.
Penso che non lo siamo perché viviamo in un mondo in cui viene celebrata unicamente la vita, la giovinezza, la salute.
La malattia, la sofferenza e la morte sembrano non far parte della quotidianità; vengono celate, nascoste, occultate. Non ci vengono fatte vedere, non le tocchiamo con mano, sono chiuse tra le mura degli ospedali, lontane dai nostri occhi. Viviamo in un mondo artificiale, conosciamo poco il mondo reale.
Chi ci prepara a vivere questi momenti? Siamo impreparati e quasi sorpresi quando ciò avviene.
Eppure è un processo naturale, semplice e insito nella nostra natura.
La tristezza del distacco, il saluto che sancisce la conclusione definitiva di un'unione esclusiva tra persone che si amano, genitori, figli, mariti, mogli, parenti, amici.
Ma perché non istruire l'essere umano ad affrontare questi momenti? Perché confonderlo? La morte fa parte della vita, e in quanto tale la vita va vissuta ma anche capita, è necessario essere coscienti di tutti i suoi aspetti. E invece quanta apparenza e artificiosità connota la vita di ogni giorno. La riempiamo essenzialmente di vuoto. E' un carnevale perpetuato all'infinito. Maschere e finzione.
E così la volontà di intraprendere un percorso che porti alla consapevolezza di ciò che siamo e del nostro destino è demandata al singolo individuo; deve arrivarci da solo, deve smettere di ascoltare e guardare ciò che lo circonda. Deve uscire dalla strada in cui si trova e seguirne altre.
Ho sempre nutrito la mia curiosità e la mia voglia di sapere e conoscere. Desidero avere sempre maggiore coscienza di me stesso, delle mie capacità e dei miei limiti. Voglio seguire la mia strada, e percorrerla fino in fondo. E quando sarà il mio momento voglio arrivarci col sorriso, consapevole, maturo, pronto.


CONFORTO

Trovo conforto, seppur con tanto dolore, sapendo che, nonostante tutto, mia madre ha sofferto poco rispetto ai patimenti che avrebbe dovuto sopportare, inevitabili se fosse ancora qui. Le sue malattie l'avrebbero trasformata, forse le avrebbero tolto il sorriso, che fino a quando ha potuto, fino agli ultimi giorni, ci ha sempre regalato. Il dolore intenso e violento le è stato risparmiato. Così come anni di vita in più, segnati dalla malattia e molto probabilmente dal tormento. Non sarebbe più stata lei, e non avrebbe più vissuto la vita che conosceva.
L'inesorabile accelerazione della malattia ha fatto sì che la sua ultima permanenza in ospedale fosse breve.
L'unico dolore che non saprò mai se ha provato, è quello del distacco da tutti noi. Ma questo purtroppo è insito nella morte.
E' come se al momento della nascita avesse firmato un contratto che conteneva queste frasi: «non appena si presenterà un male destinato a farmi soffrire, fatemi subito uscire di scena, evitatemi la sofferenza. E fatemi vivere una vita piena fino all'ultimo; risparmiatemi i tormenti che la vecchiaia può procurare».
Il giorno del funerale ho percepito l'affetto di chi era presente, mia madre ha lasciato un segno indelebile, ha toccato il cuore di tante persone con la sua solarità, il suo sorriso sincero e la sua lievità.
A conti fatti ha insegnato a tutti che la vita va vissuta serenamente e nella sua totalità, godendo di tutto ciò che ti viene offerto e regalato. Lievità in questo senso, saper amare la vita, ogni giorno, ogni minuto, sempre.
Ha trasmesso ciò a chi le stava vicino.
Si cerca continuamente un significato in questa vita, un progetto da compiere.
Oggi più che mai sono convinto che mia madre aveva percorso la strada giusta, e non ha affatto faticato a trovarla, perché non l'ha cercata, si è presentata. Il suo modo di essere l'ha portata nella direzione giusta.  Ed era lei stessa il suo progetto da compiere. Donare se stessa e la sua bellezza d'animo agli altri.
Se io mi cruccio perché ho dubbi, incertezze, difficoltà a capire dove andare, cosa fare, come vivere, ora ingenuamente penso «bastava osservarla», avevo le risposte a casa. Non che non l'abbia mai fatto, ma oggi ho la certezza che dovrò solo seguire il suo esempio.
Il suo modo di vivere e quello di mio padre sono l'esempio giusto da seguire.
Benché abbia trovato conforto nel fatto che per lei sia stato un bene salutarci, egoisticamente oggi desidererei così tanto rivedere uno dei sui sorrisi.


DOPO

Quando vado in ufficio e quando torno a casa passo davanti all’ospedale, mi fermo ogni volta a osservarlo, a guardare le finestre dei diversi reparti dove è stata ricoverata mia madre.
E’ insistente il pensiero che non ci sia più.
Due settimane fa potevo vedere i suoi sorrisi, ora non c’è che un mucchio di cenere. E’ angosciante questo pensiero. Sembra irreale, impossibile, inconcepibile, inverosimile, eppure questa è la realtà. Non riesco a trovare un significato, un senso.
La vita continua, nuove esperienze, sorrisi, momenti di tristezza, viaggi, persone nuove, festività, tutto senza mia madre.
E lei non potrà più godere della vita, fare un sorriso, brindare, divertirsi e gioire della vita con noi.
Non la sentirò più parlare, non vedrò più i suoi gesti, le sue espressioni.
Ho ferme nella memoria le sue ultime espressioni del volto.
Mi manca il suo amore, il senso di protezione che mi dava.
Una carezza, le ho scostato un capello dagli occhi, un gesto affettuoso e l’ultimo saluto. Le sue dita ferme, appoggiate sul ventre.
Quel corpo immobile, privo di vita, senza respiro, senza colore.
Cenere.
Come riconoscerò mia madre?

Oggi, a due settimane dalla sua morte, comincio a vedere con più chiarezza il percorso che ho affrontato.
Un'immagine e un momento preciso hanno preso spazio più di altri. La mattina del trasferimento dall'ospedale all'hospice mi sono alzato presto e alle otto e trenta sono entrato nella sua stanza. Dormiva e non ci siamo salutati. Mi sono seduto e ho cominciato a leggere. C'eravamo solo lei ed io. Un'infermiera è entrata e l'ha svegliata per ricordarle che doveva ancora fare colazione. Mia madre ha aperto gli occhi ma non ha avvertito subito la mia presenza, ci siamo salutati senza salutarci, ci siamo riconosciuti senza riconoscerci. Ho percepito un cambiamento netto rispetto al giorno prima. Forse causato dal timore del trasferimento, dai dubbi sulla nuova struttura che l'avrebbe accolta, da una notte di pensieri e agitazione. Ho percepito una sensazione di smarrimento nei suoi occhi. E una debolezza sempre più accentuata. Nonostante l'enorme difficoltà a deglutire, la vedo mentre cerca di ingerire una pastiglia di grandi dimensioni. Mia madre, che doveva tagliare a metà anche le medicine più piccole. Il suo tallone di Achille. L'ombra delle sedici o trentadue pastiglie al giorno le avevano fatto venire fuori tutta la sua forza, la sua tenacia. Lotta per la sopravvivenza.
A me sembrava una tortura. «Non si può fare a meno di questa pastiglia oggi?» ho chiesto, quasi implorato, all'infermiera. Ma mia madre aveva già faticosamente mandato giù tutto, «ho fatto» ha detto. E poi ha richiuso gli occhi. Mi sono calmato e ho ripreso a leggere.
La rivedo costantemente nei miei pensieri mentre, un'ora dopo, la sistemano sulla barella per il trasferimento in ambulanza. Vedo le sue braccia che si tengono con forza sul gancio posto sopra il letto, la fatica per sorreggersi, per spostarsi sulla barella.
Quanta tristezza mi aveva comunicato questa situazione, leggevo l'inesauribile resistenza di mia madre in quelle due braccia magre e senza più muscoli. E vedevo la stanchezza, il deperimento, il rapido declino del suo fisico.
Una lotta impari, sola e indifesa contro un destino già scritto, un processo irreversibile. La tristezza che ho provato e che provo quando rivedo queste immagini è manifestazione di impotenza, di impossibilità di fare alcunché per soccorrerla, per aiutarla. Potevo solo osservare, vederla in difficoltà, vederla combattere inutilmente, essere cosciente della fine; ma non potevo fare assolutamente nulla. Se non cercare di trasmetterle serenità dissimulando il mio assoluto sconforto.
Vedo il suo corpo che chiede ossigeno, una macchina biologica fatta di cuore e polmoni. Il cuore batte forte e il respiro è sempre più lento. Gli occhi socchiusi, la bocca aperta in cerca di aria. Come si fa a sopportare un'immagine così dolorosa? Eppure mi consolava la sua muta vicinanza, non sapevo dove cercarla, dove trovarla, ma la sua presenza mi bastava. Anche se non rispondeva più. Starle vicino e tenerle la mano mi faceva stare bene. Una forma di comunicazione viscerale che viene da lontano, innata. Un gesto carico del suo stesso sangue, un gesto che faceva emergere sensazioni nascoste nelle pieghe dell’anima, della carne, del mio io, del nostro io.
Comincio ad essere cosciente del fatto che sono appena all'inizio di una nuova stagione, il mio dialogo con la morte è appena iniziato. E' un dialogo fino ad oggi solo immaginato, mai vissuto, mai sentito. Ora è in me, profondamente dentro di me; è un linguaggio nuovo, severo, aspro, doloroso. E' un dialogo che quando comincia non cessa più, ed è ininterrotto. Vorrei spegnerlo ma non ci riesco. E' insistente, continuo.


DOPO UN MESE

Finalmente ho sognato mia madre. Forse l’avrò sognata altre volte prima di oggi ma non ho ricordi.
Ci siamo solo lei ed io, è un breve dialogo quello che ci riunisce dopo un mese di silenzio.
Il suo volto è sano e bello, e lei è energica e vigorosa com’è sempre stata. Con il suo modo di fare autentico e naturale mi dice di sentirsi indebolita e debilitata. Io la guardo e le rispondo che non è affatto vero, le dico che la vedo in ottima salute, il suo volto esprime benessere e vigore; è un’altra persona rispetto a quando era malata. Sembra anche più giovane.
Non ricordo altro. E’ un attimo, è un frammento di vita, un granello quasi invisibile, impercettibile; eppure si è piantato nella mia memoria, ho perso l’immagine, ma è rimasta la sensazione.
E’ con mia madre che ho parlato, l’ho rivista, si è mostrata, è tornata.

Ho la sensazione di avere perso l’amore, la dolcezza, il calore, la bontà, la serenità, il sorriso; bruciati insieme al suo corpo.

Si è stampato nella mente il suo ultimo saluto pieno, vivo, un istante che risale ai primi giorni di gennaio. Quel giorno stava bene, era in forma. Era sera e avevo comprato un po’ di castagne da mangiare dopo cena. Ero andato a casa dei miei genitori, mio padre mi aveva aperto la porta e mia madre mi aveva salutato dal soggiorno. Il gesto della sua mano, quel saluto cordiale, quel movimento delle dita abbinato al suo sorriso. E’ un immagine luminosa, piena di calore, radiosa, felice.

A casa vedo i suoi oggetti, i suoi vestiti, appartengono a una dimensione temporale che sembra così distante e allo stesso tempo vicina. Non riesco a scrivere il termine “passato”, è riduttivo e inadeguato. Una storia chiusa, un momento andato che non si può più assaporare, vivere; un ricordo. E' anche questo, ma non solo. Fosse solo questo sarebbe così riduttivo e triste. C'è di più, è come se il ricordo respirasse, fosse vivo, avesse un cuore. E' un ricordo che emerge, si stacca dagli altri; esprime mestizia e sollievo, con forza, con decisione. E' dentro di me e lo custodisco con amore.

Nelle prime settimane, dopo la sua morte, le immagini e i pensieri erano misti e complessi.
Dolore. Dolore dovuto alla sua mancanza, all'idea che potesse aver sofferto. Nell'hospice mia madre veniva premurosamente lavata ogni mattina, la alzavano dal letto e la portavano in bagno. Erano gli unici istanti in cui mia madre usciva dallo stato di obnubilazione, quanto tornava lucida? Tornava lucida? E' stato in quei momenti che ha intuito e capito cosa stava succedendo? Questo pensiero mi tormenta ed è insistente l'immagine di lei in quella stanza, seduta, circondata da persone sconosciute che la lavano, debole, inerme, quali erano i suoi pensieri?
Malattia. Il pensiero della malattia è tutt'uno con l'idea che oggi ho di mia madre. Penso a lei e la vedo nelle stanze di ospedale; vorrei uscire da quelle stanze, ricordarla altrove, in luoghi sereni, nei momenti più felici, ma ora non riesco.
Paura. Paura di ciò che è accaduto, paura di non sapere, di non capire, paura della sua morte.
Ricerca di conforto. Il conforto derivato dal suo non dover più soffrire.
E' passato un mese, sento che è iniziata una fase nuova, avanza il senso, l'idea di vuoto; e questo vuoto altera la percezione che ho di quanto è accaduto. Il dolore è diverso, è meno acuto ma più diffuso, si è spinto dentro, si è nascosto e agisce in silenzio. La ricerca di conforto si è dissolta, svanita. E' subentrato lo sconforto, poteva non succederle nulla, poteva non ammalarsi. Quando guardo vecchie foto che la ritraggono nel pieno della sua vita, serena, contenta, allegra, vedo un filo che lega tutte le parti della sua vita, fino all'ultimo triste episodio; la conclusione di una vita, spezzata e interrotta troppo presto. Questo era il suo destino.
Poteva non succederle nulla e continuare a vivere, a sorridere, a condividere i momenti di gioia con la sua famiglia. Ecco cosa penso adesso. Non mi dà più conforto pensare che è meglio andarsene piuttosto che continuare a vivere per soffrire, per lottare contro mali incurabili. Potevano non venirle, semplicemente.

Un sorriso, un momento di felicità, capitano, tornano, riemergono, ma in un contesto che non conosco, con cui devo familiarizzare. Una risata si tinge di più colori ora, c'è il giallo, il rosso, l'arancione, ma c'è anche il blu, il viola, il nero; sono ombre che circoscrivono i toni più caldi, che sono lì, immobili, suggeriscono un'idea, ricordano, riempiono smorzando.
Al bar, mentre mangiavo un toast e un tramezzino, oggi osservavo e ascoltavo dei ragazzi seduti al tavolo vicino; esprimevano un'allegria così pura, chiara, sincera, senza macchie, senza ombre. Viva, piena. Inventavano frasi e immagini per il papiro di laurea di un amico. Ricordo quei momenti, li condividevo con gli amici, e a casa, con i miei genitori.
In quell'istante, ascoltandoli, ho avuto la netta percezione che tutto ciò che vivrò, feste, gioie, traguardi, non li condividerò più con mia madre, non potrò più raccontarle dei miei viaggi, della mia musica. Potrò solo dedicarle ciò che farò, ma è così diverso; ogni momento felice sarà anche un po' triste, una ricchezza nuova, una abbondanza, una densità di sensazioni che oggi mi confonde, non so più riconoscere la felicità senza l'infelicità.
Nel pomeriggio sono tornato a vedere il parco dell'hospice; volevo ritornarci con la neve, come lo vidi per la prima volta. Mi sembrava naturale andarci oggi dopo la nevicata di questa mattina.
Una parte della giornata dedicata alla vita, al lavoro, alle persone e a qualche sorriso, e forse a una risata. L'altra parte della giornata dedicata a me e a mia madre, al suo luogo, forse più mio in verità. 

Tutto mi ricorda lei. Soprattutto le cose piccole che sembrano così normali, banali, prive di significato. Gli asparagi, che metteva sempre a tavola in questo periodo dell’anno. Le piccole uova colorate per addobbare i rami nei vasi, decorazioni pasquali sobrie, misurate, un modo femminile di esprimere il piacere di vivere questa ricorrenza in famiglia. Il ramo di ulivo, che andava a prendere alla Basilica del Santo, un luogo che amava; forse era lì che sentiva la vicinanza con sua madre.
La neve, mi ricorda le passeggiate che facevamo in montagna d’inverno; una creatura venuta al mondo a dicembre e spirata a febbraio, sotto la neve.


DUBBI E VUOTO

Quando rileggo questi pensieri e ritorno alla notte in cui mia madre è morta, la ferita si riapre con violenza e la testa sembra esplodere. 18 febbraio, ore 1:25, mia madre è morta. E’ morta. Ripeto dentro di me, è morta. Non accetto ciò che è avvenuto, non capisco, il dolore sgorga a fiotti dalla ferita, è insopportabile. E’ un chiodo piantato nel cervello, saldo e fermo, ben fissato, fa male e non riesco a toglierlo, è una mia appendice ora, non lo leverò mai più. Se lo lascio dov’è dimentico di averlo, se insisto a volerlo rimuovere la ferita sanguina e il dolore si fa intollerabile.
Quando metto insieme queste due semplici parole è morta è come se sbattessi violentemente la testa contro un muro e conficcassi in profondità il chiodo.
Devo conviverci.
E’ cambiato il mio modo di osservare il tempo che passa. Prima della morte di mia madre avvertivo gli anni che fluivano e la vecchiaia che trasformava il volto dei miei genitori. 
L’inquietudine che provavo nell’osservare questa marcia incessante e implacabile era la manifestazione di una mia insicurezza, ero impaurito dall’idea del distacco definitivo dalle persone che amo, dai miei genitori innanzitutto.
Adesso l’inquietudine si è placata. Accetto il passare del tempo, non mi spaventa più. La rottura è avvenuta.
Percepisco invece con maggiore consapevolezza, e ora quasi con timore, lo spreco del tempo.
Il tempo che dobbiamo dedicare al nostro corpo, il nostro involucro, che chiede cibo, energia, riposo.
Ma soprattutto il tempo che destiniamo ad azioni sterili.
Provo frustrazione all’idea che nella maggior parte delle nostre azioni ci sia quasi sempre mancanza di consapevolezza.
Prevalgono i gesti meccanici e superficiali.
Come può avvenire una crescita interiore se siamo quotidianamente distratti da situazioni che non ci aiutano ad arricchirci e perfezionarci?
Nell’arco di una vita ciò che davvero conta occupa uno spazio irrisorio. Il resto sembra contorno.
Se potessi impiegare il tempo esclusivamente per la mia crescita come individuo in rapporto agli altri e a ciò che mi circonda; se potessi raggiungere la consapevolezza.

Cerco segnali ma non li trovo o non so ascoltare. Dove e come posso riconoscerli e riceverli? Ho la capacità di afferrarli?
Ho accettato ciò che doveva accadere, ho osservato impaurito e impotente, ho cercato di capire e ho trovato sommariamente risposte e consolazioni. Mi sono sistemato provvisoriamente sotto un riparo arrangiato al momento; ho trovato conforto e sollievo per un po’, pensando ingenuamente di averlo trovato per sempre. Il riparo tuttavia si è sciupato rapidamente, come doveva accadere; nel mio intimo sapevo che ciò sarebbe avvenuto. Svanito il riparo è sparito tutto, consolazione, accettazione. La realtà ora si è fatta chiara e nitida, ho la percezione che ciò che è avvenuto è assolutamente naturale, ma allo stesso tempo innaturale, impensabile, contrario a ogni logica. Non ne colgo il significato, non ne capisco il senso. Ho accettato che quella notte mi venisse detto «è morta», ma ora non capisco. Ho visto il corpo di mia madre senza vita, immobile.
Ho accettato perché ero spaventato, ero stato colto alla sprovvista, ero spaesato, disorientato, confuso. Ho osservato l’indebolimento del suo organismo, fino al suo arresto definitivo. L’ho osservato impotente, incredulo. Ma ora è diverso, mi rimane il vuoto, tra le mani non mi è rimasto più nulla, solo cenere.
Un evento di questa portata, così forte e destabilizzante, porta a confrontarsi con i propri limiti, con il proprio essere finito, mortale, ma in modo nuovo. Altera la percezione della mia realtà, il mio mondo, le mie certezze, la mia vita. Sento la fragilità degli esseri umani, la mia.
Il senso di immortalità, di invincibilità, che caratterizza ogni giovane età, viene annullato. 
La caducità e la transitorietà sono il peso e il tormento che l’essere umano si porta sulle spalle da sempre. L’urgenza di esprimere questa voragine interiore e universale ha dato origine a un’infinità di opere d’arte.
In questi pochi giorni passati a Roma in occasione della Pasqua, ho osservato questi capolavori, come facevo all’epoca dell’università, quando li studiavo. E ho constatato che ora anche un’opera d’arte per i miei occhi ha un sapore nuovo. La osservo con più attenzione, ne colgo pienamente il sentimento che traspare, il dolore, la gioia che esprime. Quanta importanza viene data alla morte, lo percepisco più che in passato. L’arte racconta la bellezza, l’uomo e la sua mortalità, esalta la sua imperfezione, i suoi limiti; descrive la caducità.
Un tormento che si protrae da tempi immemori e che va avanti, finché esisteranno l’uomo e la vita.
Il significato della vita, ieri come oggi, viene cercato nel soprannaturale, nelle divinità.
Mi confronto con chi crede, cerco rifugio, risposte, un po’ alla cieca, a istinto. Mi sento una pecora, seguo istintivamente, senza riflettere, chi ha trovato la fede o la sta cercando; non so muovermi da solo, sono spaesato. Mi avvicino a questa moltitudine che cerca conforto in un aldilà, in un mondo migliore che l’uomo ha concesso a se stesso.
Provo a capire, ma la nostra natura finita mi spaventa, non riesco proprio a coglierne il significato. Siamo involucri, il nostro spirito si separerà dalla materia, ma nessuno sa provarlo. Come faccio a fidarmi e ad avere fiducia/fede?
Dov’è mia madre? 
Ci vorrebbe uno sguardo dall’alto, esterno, distaccato, completo, pieno, assoluto, incondizionato.
Lo scrissi tornato dal mio primo viaggio in Groenlandia:

La mia visione antropocentrica confonde e oscura. E’ come vedere il mondo attraverso un caleidoscopio. Ho percezione di tutte le facce, di tutte le sfumature, tuttavia quando le metto insieme la realtà mi sembra falsata, per quanto affascinante. Non riesco a coglierla nella sua totalità, manca la visione d’insieme, vorrei avere uno sguardo assoluto, incondizionato, libero, pieno.

Torno sempre lì, a questa riflessione; è un’idea che non so chiarire, come faccio a uscire da questa gabbia?


SILENZIO ASSORDANTE

Ho trascorso le vacanze di Pasqua con mio padre e i miei parenti. L’assenza di mia madre era palpabile, ma la permanenza a Roma, scandita da spostamenti e visite, passata serenamente e in armonia, ha attenuato il senso di amarezza e di dispiacere.
Rientrato a casa, ho percepito un grande e incolmabile vuoto; si è presentato come se mi trovassi stretto e avvolto da folate di vento freddo. Dov’è mia madre? Non la vedo, non la sento.

Ho sentito un silenzio assordante.

E’ stato come raschiare e sfregare il corpo contro una parete ruvida e appuntita. Era dolore autentico, desolante, avvilente.
La sua perdita mi sta disorientando, stordendo. In questo momento, a oltre un mese di distanza, si è ripresentato il dolore acuto che ho conosciuto all’inizio. E’ un dolore tollerabile e insopportabile insieme. E’ penetrante, profondo, immenso. Oscuro, indecifrabile.
Mi calmo.
Il dolore torna a scendere in profondità e la ferita si richiude.
Cosa si sta manifestando dentro di me?
Questi frangenti mi spaventano, sono eruzioni che vengono dal mio cuore, da angoli che non vedo, che non conosco a fondo e che non controllo. Sensazioni e stati d’animo che mi porto appresso quotidianamente, di cui sono consapevole; mi sgomenta la forza e la potenza di cui sono fatti e con cui inaspettatamente si presentano.
Rivivo spesso il momento in cui la vidi senza vita. E’ un’immagine che mi procura sofferenza. Mi fa ricordare le sue ultime settimane di vita, quando non aveva più forze per combattere. Quando era debole.
Sento la sua mancanza in modo violento e intenso; la distanza, la separazione. Mi sento solo, disarmato.
E’ stato un lungo sogno fino a oggi, la morte, il funerale, la sua assenza, la cremazione, il certificato di morte. Come se nulla di tutto ciò appartenesse a mia madre.
Mi sto risvegliando dal lungo sonno e giorno dopo giorno ho sempre più coscienza della realtà, dura, brutale, dolorosa. Mi sottraggo a essa, cerco di evitarla, ma sono debole, incalza, mi sovrasta e pesa su di me.
La realtà mi schiaccia e vedo solo sofferenza, è tutto più grande di come dovrebbe essere. So che sarebbe necessario fermarmi e semplificare; fare in modo che questa sensazione si restringa, acquisisca le giuste misure. Siamo esseri così piccoli e fragili, come possiamo sopportare sofferenze così grandi?
Ho compreso che sto avvertendo ciò che molti definivano il grande vuoto. «Ti si presenterà in seguito, e sarà una sensazione spiacevole, proverai un dolore cocente».
E’ vero, e sperimentarlo su se stessi è sconfortante.
Quando vedo un essere umano, non penso al mistero che si cela dietro al senso della vita, vedo solo i suoi gesti semplici, percepisco le cose più piccole, quelle che possono sembrare insignificanti, innocue, anche grottesche, goffe, buffe, ma che alla fine spiegano e raccontano la nostra esistenza. Quanta vita si percepisce attorno a un tavolo imbandito la sera di Natale o di Capodanno; o durante un compleanno, un matrimonio, una ricorrenza. Si avvertono calore, sicurezza, eccitazione. Sono sensazioni positive e piacevoli, soprattutto tangibili.
La morte disorienta, spaventa; porta dolore, sofferenza. Attribuisce ai defunti un ruolo inatteso, inaspettato. Non ero preparato a questa metamorfosi. Improvvisamente la persona amata cambia; perde le sue caratteristiche di sempre e diventa indefinita, indeterminata, acquisisce profondità. Il sorriso muta in serietà. Tutto si fa grande, incomprensibile, oscuro.
Si passa dal piccolo all’immenso.
Perché mi succede questo?
Perché ora quando penso a mia madre mi perdo in questo oceano profondo e fatico a trovarla? I suoi gesti semplici, i suoi saluti, i suoi sorrisi, le sue parole, i suoi movimenti, tutto di lei si è trasformato in mistero. Ai miei occhi è diventata un essere superiore, quasi una divinità, ma questo mi spaventa; e non mi convince. Dov’è finita la semplicità, la naturalità? La morte non può portarsi via anche questo. E’ come se mia madre fosse diventata grande come l’universo, un modo di essere inconciliabile con il mio, incompatibile.
Mi trovo in un oceano profondo forse perché mi è stata momentaneamente tolta la vista. Devo riuscire a riaprire gli occhi per ridimensionare questa percezione falsata che ho di lei.
Desidero ritrovare la semplicità, rimpicciolire tutto, ritrovarla com’era. Rivedere il suo sorriso e salutarla con serenità nei miei pensieri.


RITORNO A TRIESTE, LA SUA CITTA’

Il ritorno a Trieste, avvenuto due mesi dopo la sua morte, è stato complesso e articolato, ho provato insieme sensazioni opposte; intense e violente. Gioia, tristezza, allegria, dolore nello stesso tempo. L’amarezza e il dispiacere sono una costante di fondo, inarrestabile, persistente. La mia esistenza è cambiata. Devo convivere con questo senso di vuoto; l’unica certezza che ho è la sua assenza; il suo silenzio.
Mi rimane il ricordo.
Quando rido, penso «come posso ridere con questo peso nello stomaco?». Quando il dolore mi stringe e mi domina penso «dovrei abbandonare i pensieri tristi e cercare di sorridere». E’ un groviglio inestricabile di emozioni, non sono ancora capace di controllarmi. Subisco e mi sento vinto.
Camminando per le strade di Trieste mi sono sentito un usurpatore, mi sembrava di rubarle la sua città. Non solo io ma tutte le persone che camminavano per le strade mi sembravano inadeguate, irrispettose di un luogo che apparteneva a mia madre. Era come se lei ne conoscesse gli angoli più remoti e significativi, i segreti accessibili a pochi.  
Eppure mai come oggi mi sono sentito a casa. Trieste ha acquisito un significato ancora più profondo di prima, è un luogo e un’idea; è la sorgente, è il principio, l’inizio di un percorso.
In autobus, mentre tornavo a Contovello, ho letto un paio di pagine del libro Dieci domande alle quali la scienza non può (ancora) rispondere di Michael Hanlon. Una frase mi è rimasta impressa e in quel momento, non saprei dire perché, mi ha dato un po’ di sollievo: «Einstein scrisse alla sorella di Michel Besso, un suo amico appena defunto: Il fatto che Michel mi abbia preceduto abbandonando questo strano mondo non è importante. Per noi fisici la distinzione tra passato, presente e futuro è un’illusione». 
Se tutto è un’illusione, Trieste è un bellissimo inganno, un sogno tangibile, reale. Mi sento parte di essa, è una sensazione viva.
La vita continua, ora sono pienamente cosciente di questo, di cosa si prova. Ho vissuto le prime esperienze senza mia madre, e fatico ad accettarle. Mi sembra di essere sull’orlo di un precipizio, in bilico. E’ molto più difficile di quello che immaginavo. E’ logorante; ogni movimento, ogni azione, ogni luogo è senza di lei. Come faccio a spegnere questo tormento?
La sua presenza è il vuoto, è costante, insieme a noi.
Ci siamo noi e la sua assenza, sempre.
I suoi sorrisi, i suoi saluti, sono sempre più lontani.
Visualizzo costantemente alcune immagini.
La giacca verde che usava d’inverno. Mi commuove la vista di quell’indumento, evoca ricordi felici, la montagna, la neve, le passeggiate in montagna. E ricordi tristi; aveva quella giacca quando uscì dall’ospedale dopo l’intervento del 3 dicembre. Dallo specchietto retrovisore della mia macchina osservavo preoccupato mia madre che si avvicinava alla portiera, era lenta e affaticata, irriconoscibile. Ma stavamo tornando a casa, insieme.
E poi un’immagine che torna periodicamente. Lo sguardo confuso, spento, fisso; distesa sul letto dell’hospice, ci osserva. Era l’ultimo giorno in cui ha fatto sentire la sua presenza, poi è entrata in coma.
Era magra, le guance infossate, il viso pallido e cinereo; era annebbiata e ottenebrata dai farmaci che le giravano nel sangue. Quello sguardo rivolto a noi mi tormenta. In quel momento sembrava dire: «sono in un altro mondo, sto per andarmene; voi siete da una parte, io da un’altra». Le ho stretto le mani e le ho detto una frase qualsiasi strappandole un sorriso che in quell’istante mi ha riempito di gioia. Eravamo giunti alla frontiera che divide i morti dai vivi.
Tuttavia quello sguardo non va più via. Ai miei occhi esprimeva paura, tristezza, vuoto.
Poteva essere l’effetto dei farmaci, ma mi aveva trasmesso un enorme senso di infelicità.

Vivo questa nuova vita con rassegnazione. Mi oppongo e mi ribello inconsciamente, manifestando rabbia e livore.
Poi mi accascio e crollo.

Alle persone che incontro e con cui parlo dico che il suo ricordo è così forte e presente che mi sembra ancora viva. E’ una sensazione che posso provare solo io, che sono suo figlio. Posso percepire ciò che gli altri vedono e provano; il loro è sicuramente un punto di vista più obiettivo e realistico, vedono un’assenza, una persona che non c’è più.
Sono cosciente di questo, ed è ciò che percepisco pure io. Tuttavia sento anche la forza e l’intensità del ricordo, di una vita passata insieme. E’ un elemento in più che è destinato a pochi; lo custodisco con cura e mi dona calore nei momenti di grande dolore. E’ la carezza e l’abbraccio che non ci sono più.

Scrivere mi aiuta a capire, a ordinare le idee, ma mi dà anche la netta percezione di essere caduto nell’autocommiserazione.
Sono fermo al momento della malattia e dell’addio.
Persisto nel cercare risposte nei libri di natura scientifica e mi perdo nell’insensatezza dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande.
Osservo un’ape morta sul pavimento di casa. Niente più che un oggetto. Immobile. Cosa c’è di diverso dal corpo senza vita di mia madre? Il mistero della vita. Cosa siamo? Cos’è la coscienza? Perché esistiamo?
Ci ostiniamo a perpetuare il genere umano senza sapere il perché della nostra esistenza.

Osservo l’ape, in silenzio.


 Lama tibetano Kalu Rimpoche

Avvicinandoci alla morte, in noi comincia a dissolversi l’elemento terra: perdiamo la nostra forza, non riusciamo più a stare seduti o a reggerci dritti. Le guance cominciano ad affossarsi, non riusciamo più a sostenere la testa, si fa difficile persino aprire o chiudere gli occhi. Si diventa pallidi; ci sentiamo pesanti e scomodi in ogni posizione; chiediamo di essere tirati su. Alcuni testi ci dicono che ci sentiamo come se stessimo cadendo o sprofondando sottoterra, o ci sentiamo schiacciati da un grosso peso, addirittura come se il nostro corpo fosse schiacciato giù da una montagna. L’elemento terra sta tornando alla terra
Poi è il turno dell’elemento acqua: cominciamo a perdere il controllo dei fluidi corporei. Ci cola il naso, possono lacrimarci gli occhi, forse diventiamo incontinenti. Non riusciamo più a muovere la lingua; gli occhi cominciano a sentirsi secchi, nell’orbita; abbiamo le labbra tese ed esangui, la bocca riarsa, la gola chiusa. Le narici si deformano, ci viene una gran sete. Tremiano e ci contorciamo. Alcuni testi dicono che ci sentiamo annegare in un oceano o trascinare via da un fiume enorme. L’elemento acqua sta tornando all’acqua.
Poi viene l’elemento fuoco. La bocca e il naso si prosciugano completamente: tutto il calore comincia a lasciare il corpo di solito a partire dai piedi e dalle mani in direzione del cuore. Può capitare che dalla sommità del capo esca un calore umido. Sentiamo freddo il respiro che ci attraversa il naso e la bocca. Non abbiamo più il calore necessario per digerire niente. Diventa sempre più difficile percepire tutto ciò che è al di fuori di noi. L’esperienza interiore è di essere consumati da una vampa ruggente, o che il mondo sia consumato in un’apocalisse di fuoco. L’elemento fuoco ritorna al fuoco.
Segue l’elemento aria. Respirare ci diventa sempre più difficile: l’inspirazione si fa superficiale e l’espirazione si allunga. Cominciamo a respirare ruomorosamente e ad ansimare. I respiri diventano più brevi e laboriosi: il corpo si torce, poi si acquieta. La vista svanisce, quella interiore come quella esterna, indistinta e appannata. L’esperienza interiore di un gran vento che spazzi via il mondo, di un tornado che consuma l’intero universo. L’elemento aria ritorna all’aria.