SOSPENSIONE
Ghiaccio nell’anima, bruciante, silenzio eterno
L’ULTIMO VIAGGIO
Ciò
che segue è uno spaccato di vita, è un viaggio faticoso e realistico nelle
profondità dell’animo umano.
Sono
considerazioni sulla vita e sulla morte che entrano nell’essenza di ciò che
siamo.
Narrano
dell’inesorabile precipitare in un silenzio senza principio né fine.
FASE INIZIALE
Associare
a mia madre il termine malattia, la parola ospedale, mi pareva inverosimile.
Dei
cinque periodi trascorsi in ospedale nel corso di questi ultimi mesi, a
cominciare dal 3 settembre 2012, al rientro dal mio viaggio in Groenlandia, i
primi tre sono serviti per conoscere gradualmente una realtà nuova e del tutto
inaspettata; per prepararmi a ciò che sarebbe avvenuto dopo.
Tutto
ebbe inizio nell'Unità di Terapia Intensiva, un luogo ineccepibile dal punto di
vista medico, ma soffocante e opprimente; soffrivo all'idea di sapere che mia
madre fosse in quel posto. Una ventina di persone tutte nella stessa stanza. Non
riusciva a dormire di notte per le urla insistenti e continue di uno dei
degenti.
Fu
questo il momento in cui le portai i diari dei miei viaggi in Groenlandia, un
mio ingenuo e affettuoso tentativo di portare la sua mente fuori da quei
luoghi.
Ogni
ricovero è stato una sofferenza per lei, ma affrontava tutto con vigore e
coraggio per tornare rapidamente tra le mura domestiche.
«Non
penso mai al peggio» disse col suo sorriso.
Passati
dieci giorni, il 12 settembre tutto era finito. Un po' di convalescenza, di
pastiglie e di iniezioni, ma la vita sembrava tornata alla normalità.
Gradualmente
invece ha cominciato a sentirsi debole e io ho cominciato a non riconoscerla
più; sensazione che lei aveva di se stessa.
Ospedale,
esami, visite mediche.
Si
cercava la causa del suo malessere.
Versamento
pleurico, policitemia tramutatasi in mielofibrosi in fase iniziale.
La
situazione si era fatta complessa.
Di
sera dopo cena avevo preso l'abitudine di mettere sul fuoco un po' di castagne.
Il profumo e l'atto di cucinarle mi rassicurava; vedevo che anche mia madre e
mio padre gradivano questo piccolo rito serale. Infondeva calore e distendeva.
Superata
l'operazione del 3 dicembre si ipotizzava di trascorrere come ogni anno le
vacanze di Natale in montagna. Pensavo che se mia madre si fosse allontanata
dagli ospedali avrebbe ritrovato serenità e si sarebbe ripresa.
A
gennaio ci sarebbe stata la visita dall'endocrinologo e la vita sarebbe
continuata.
Ma
il secondo male silenziosamente aveva cominciato ad agire, già da tempo.
Il
ricovero d'urgenza avvenuto durante le vacanze natalizie aveva cominciato a
destare preoccupazione. E l'intero periodo passato in ospedale, culminato con
l'operazione del 27 dicembre, ha fatto presagire la potenziale gravità della
situazione.
La
sera del 26 dicembre i nostri sguardi si sono detti «ci rivedremo? »
E
il 27 sera, nonostante i mille tubi, le flebo, il luogo in cui si trovava, gli
occhi li aveva aperti e la gioia era immensa; «vorrei uno spumante» disse; per
brindare alla vita, aggiungo io.
RITORNO A CASA
Il
6 gennaio, quando siamo tornati a casa dopo il lungo periodo di ospedale,
abbiamo appoggiato la valigia, ci siamo seduti sul divano e abbiamo tirato un
lungo sospiro di sollievo. «Finalmente a casa. E qui ora ci restiamo».
Il
primo periodo è stato tranquillo, vedevo che mia madre riprendeva le forze,
stava tornando ad essere lei.
Ma
questa fase è durata pochissimo.
Nuovamente
sono tornate debolezza e fatica a mangiare; la vedevo sempre più assente,
sempre più stanca. Ha cominciato a cenare in salotto, non riusciva più a venire
in cucina, non ne aveva le forze. E mio padre la aiutava a mangiare. A fatica
si recava in bagno e poi si metteva a letto.
La
sera del 24 gennaio. Negli occhi di mio padre ho visto paura e sconforto. La
abbracciava e la stringeva a se sul divano, e lei era spenta, senza forze,
addormentata.
Era
necessario tornare in ospedale e recuperare le forze prima di affrontare la
terapia.
OSPEDALE
Ho
fissa l'immagine di mia madre che ascolta il medico in occasione del suo nuovo
ricovero avvenuto il 26 gennaio.
Vedo
ancora il suo sguardo stanco, le guance scavate, la difficoltà a pronunciare
parola, a camminare. Le mani appoggiate sul tavolo intenta ad ascoltare il
medico.
E'
stato doloroso per chi le stava vicino vederla così, ma probabilmente lei è
stata forte come sempre, anche in questa fase di grande debolezza fisica.
E'
necessario il ricovero e mia madre accetta.
Percorriamo
il lungo corridoio e osservo ogni singola stanza. Sofferenza e malattia
ovunque. E' una fitta al cuore. Raggiungiamo la stanza. Mia madre si siede sul
letto e si prepara per questo nuovo viaggio.
La
osservo, osservo le vicine di stanza, rifletto sui volti che ho visto lungo il
corridoio e penso che mia madre non centri assolutamente niente in questo
contesto. E' giovane e giovanile.
Mi
chiedo «cosa ci fa mia madre in mezzo a tanti anziani malati? ».
Quattro
persone nella camera. E lei, solo lei era destinata ad andarsene. Sensazione di
soffocamento.
«I
figli non dovrebbero mai vedere le proprie mamme morire» sento dire da una
vicina di letto di mia madre. Che frase spaventosa.
Quando
sono seduto sul suo letto d’ospedale la vedo ragazza, la immagino com’era
quando io ancora non la conoscevo.
La
vedo quando mi teneva per mano e mi accompagnava a scuola. Una bellissima donna
con un sorriso che dava gioia quando la guardavi. Ti dava serenità e calore, ed
era tutto ciò che ti serviva per sentirti sicuro e protetto. Potevi camminare
in prossimità di un dirupo in alta montagna, su una fune sospesa nel vuoto; ma
con lei al tuo fianco passava ogni paura.
Fuori,
mentre cammino per le strade della mia città, per andarle a comprare il frappè
di frutta, osservo le persone. Quanti esseri umani, indaffarati, irrequieti,
passeggiano per le vie del centro in cerca di quiete, di svago; sembrano
fuggire consapevolmente dalla loro sorte. Nessuno viene risparmiato, ma nessuno
vuole pensarci.
Osservo
le mamme con i loro cuccioli, mano nella mano. Quanto vorrei tornare piccolo
come loro e ritrovare rifugio tra le mani di mia madre. Sono adulto e non mi è
più concesso chiedere, devo sopportare ogni forma di dolore con le mie sole
forze.
Solo
cibi liquidi, mia madre non riesce più a mangiare nulla di solido, e anche un
bicchiere d'acqua lo beve con grande fatica. La osservo con occhi carichi di
serenità, le sorrido e mi siedo accanto a lei. Ma dentro di me sento dolore, mi
sento morire, vorrei toglierle quel male con le mie mani, lo prenderei io, non
vorrei più vederla soffrire.
«Fu
in quel periodo che ho misurato l’impossibilità per le carni di comunicare.
Nella migliore delle ipotesi, solo le anime si sfiorano, perché la regola è il
solipsismo. Nessuno è mai riuscito a sopprimere un grammo della sofferenza di
un altro caricandosi del suo dolore: con questo cattivo calcolo si arriva solo
a macerarsi, ad aggiungere negativo al negativo». M. Onfray, Estetica del Polo
Nord, Adriano Salani Editore, Milano, 2011, p. 134
Il
frappè lo compro ogni giorno prima di andare in ospedale.
L'ho
comprato per quasi due settimane. Poi ho smesso. Non riusciva più a berlo.
Idratazione
e nutrimento sono cessati, solo flebo, quelle sacche bianche e tutti quei tubi;
e le vene fragili.
Ho
l'immagine delle calze bianche contenitive per impedire il formarsi di nuovi
trombi; queste due gambe bianche, mi suscitavano tenerezza, delicatezza, e un
po' di tristezza.
«Lavati
i denti qui a letto, se non ti va di alzarti» le ho detto con dolcezza una sera
quando era ancora in ospedale. Mio padre le ha preso un bicchiere e le ha
portato lo spazzolino e il dentifricio. Da lì in avanti non si è più alzata.
Ero avvilito e scoraggiato quella sera, ma l'ho salutata con tenerezza
baciandola sulla fronte. «Va tutto bene» le comunicavo con lo sguardo e con i
gesti.
Ricordo
che il giorno dopo il suo ricovero in ospedale disse sorridendo «pensa che non
vogliono farmi camminare! solo perché sono entrata in sedia a rotelle». Lo
disse mentre faceva esercizi per rinforzare i muscoli delle gambe, in uno degli
ultimi momenti di piena lucidità. Che bello che è stato vederla così, era di
nuovo lei; ma è durato così poco.
CINQUE MESI
Cinque
lunghi mesi in cui sono stato obbligato a lasciare la via maestra per scendere
in uno scuro e profondo pertugio. I primi giorni di settembre, proprio dopo il
mio rientro dall’esperienza vissuta in Groenlandia, ho aperto la botola e piano
piano ho cominciato a scendere. All’inizio c’era luce, ero ancora in prossimità
della superficie. Spesso risalivo per tranquillizzarmi, per ritrovare le mie
abitudini, la mia quotidianità.
Con
l’arrivo di dicembre la botola non si poteva più aprire. Dovevo trovare una
nuova uscita e non potevo fare altro che cercarla inabissandomi nell’oscurità;
un abisso privo di luce e di calore.
Le
notizie sulla malattia di mia madre hanno cominciato ad essere allarmanti. La
speranza cancella la ragione, è come credere alle favole. Per un po’ fa bene,
distende e rassicura, ma è una fase passeggera che viene spazzata via con
violenza inaudita. La realtà si presenta come una bestia feroce, ti assale e ti
morde con rabbia; e non ti lascia finché non ti ha ferito. Sanguini, sei
stordito, solo, vinto.
Cerchi
di rialzarti ma non riesci, non hai più forza, le gambe non reggono, sei
debole; rinunci e rimani dove sei, in balia di potenziali nuovi attacchi,
inerme.
Non
ti rimane che urlare, gridare, ma da solo non serve, hai bisogno di qualcuno,
di altri esseri umani verso i quali comunicare il tuo dolore. Siamo esseri così
fragili.
POSITIVO
Quando
mio padre mi ha chiamato per dirmi che l’esito dell’esame era positivo ho
pianto. Ma ho continuato a sperare. E’ l’unica cura per lenire il dolore. Ma
non risolve il problema.
Dentro
di me sapevo ma non volevo sentire, la realtà era terrificante.
La
notizia fatale non ha tardato ad arrivare e ha scaraventato via ogni illusione.
Scriverlo
mi procura dolore.
E'
stato un viaggio nuovo che non conoscevo. Di tanto in tanto mi pervadeva un
senso di serenità e tranquillità, venato di tristezza; è lì che tutti dobbiamo
andare, è la nostra natura.
Si
vede la vita sotto un altro punto di vista, molto meno materiale.
Ma
le ombre oscurano inesorabilmente la vista, senza preavviso, ed è come essere
in balia di uno tsunami, vieni scaraventato con violenza in ogni dove, senza
meta, senza sapere dove sei, affondi e riemergi, affondi e riemergi.
I
pensieri carichi di serenità e saggezza li ho cercati ogni giorno, ma dovevo
andarli a recuperare, con fatica, tendevano a sfuggire. Nell'ultimo periodo li
ho smarriti, non li trovavo più.
Lunedì
11 febbraio è scesa la neve, si è sciolta lentamente nel corso della settimana,
giorno dopo giorno, portandosi via mia madre.
Mi
rimarrà sempre la sensazione di impotenza, di non sapere mai cosa ha provato
mia madre, abbiamo fatto tutto quello che potevamo? Abbiamo fatto le cose
giuste?
Sabato
mio fratello le ha fatto sentire la sua presenza, e la nostra; lei ha aperto un
po' gli occhi. Ci siamo incontrati con lo sguardo per l'ultima volta.
Poi
le ho tenuto la mano, l'unico contatto rimasto. Le sue mani erano calde ma
senza presa.
Domenica
i suoi occhi erano chiusi, respirava male, il suo corpo cercava e chiedeva
ossigeno.
MARMORIZZATA, COME DICE MIO PADRE
Che
immagine, forse non ho fatto bene a posare il mio sguardo sulla sua salma.
Lei
non era più lì, lo percepivo, era un bellissimo contenitore, ma vuoto. Era
fredda e non si muoveva più, non respirava, era bianca. Dov'era Lucia? Non
poteva essere lei, eppure era davanti a me, in quella stanza profumata; fuori
era buio, era notte, c'era silenzio.
Ho
sentito quel Silenzio.
ll
Silenzio eterno.
Oggi,
venerdì 22 febbraio, è stata cremata. L'idea che non ci sia più fisicamente in
questo mondo è terribile, mi rattrista in modo totale, è un dolore immenso.
Lucia
non c'è più, il suo corpo non c'è più.
I
suoi sorrisi. Mi sentivo al sicuro prima, anche se l'ombra della morte era
sempre più vicina, il tempo da vivere si faceva breve, si assottigliava sempre
di più; ma eravamo una famiglia. lo siamo ancora ma lei non è più. Ora è
esistita.
GLI ODORI
Di
settimana in settimana gli odori e i profumi hanno rapito la mia attenzione,
hanno segnato i diversi passaggi, gli spostamenti da un reparto all'altro, fino
all'hospice.
Odore
di malattia, di secrezioni corporali, di cibo; l'odore del cibo era intenso,
forte, sempre presente. Mi ero affezionato a tutte queste esalazioni, segnavano
la mia quotidianità, mi facevano sentire a casa, protetto. A modo loro
simboleggiavano la vita, odori nuovi, non consueti, ma reali, di un luogo in
cui mia madre era ancora viva, era in cura, e questo mi rassicurava.
L'odore
dell'hospice invece era profumo, copriva tutto, dava l'idea della pulizia, del
candore, taceva la paura e l'apprensione, confortava.
Ma
copriva e palesava insieme una realtà crudele.
L'AFFETTO DELLE PERSONE
Quanta
umanità si percepisce nei gesti e negli sguardi delle persone che si trovano al
cospetto di un malato. Traspare amore dalle persone, nella sua forma più pura.
Entrano
le infermiere e si deve uscire dalla stanza. Le espressioni di amarezza e
dispiacere nei corridoi in attesa di rientrare.
L'illusoria
speranza dentro quella stanza, e la certezza della fine fuori, in corridoio.
E
il dolore nel dover riunire questi due mondi opposti quando escono le
infermiere e si rientra nella stanza. L'amore vero e un immenso senso di
protezione collegano i due mondi, quello di mia madre, l'illusione, e il
nostro, la realtà. Non c'è altro modo per unirli. Non è ingannare e tradire; è
proteggere e difendere. E' amare.
Sabato
9 febbraio. Sono seduto vicino al suo letto, lei riposa, scosta il lenzuolo e
senza proferire parola mi offre la sua mano. La stringo stretta alla mia, un
gesto che mi ha aperto il cuore, una tempesta di emozioni, dolcezza, tristezza,
paura, affetto, tenerezza; e semplicemente amore puro e profondo. Solo tempo e
silenzio, assenza di spazio.
L'HOSPICE
Lunedì
11 febbraio ho ricevuto la chiamata dall'ospedale, ci informavano che la stanza
dell'hospice era libera e che il trasferimento sarebbe avvenuto il giorno dopo.
Ho
preso la macchina e sono andato a vedere la struttura. Ho parcheggiato e l'unico
pensiero che avevo era «questo è il luogo dove mia madre morirà». Ho pianto a
lungo.
Gli
esseri umani riescono a sopravvivere a pensieri simili. Non so come possa
avvenire, ma si rimane in vita; si accetta tutto.
Pur
sapendo dov'ero e dove si trovava mia madre, rimaneva sempre un po’ di speranza.
«Magari ritorniamo davvero a casa». Un pensiero impercettibile, così ingenuo
che veniva subito soffocato e travolto da ondate di acque gelide e profonde.
Non
siamo mai pronti di fronte a prove così difficili, di fronte alla morte.
Penso
che non lo siamo perché viviamo in un mondo in cui viene celebrata unicamente
la vita, la giovinezza, la salute.
La
malattia, la sofferenza e la morte sembrano non far parte della quotidianità;
vengono celate, nascoste, occultate. Non ci vengono fatte vedere, non le
tocchiamo con mano, sono chiuse tra le mura degli ospedali, lontane dai nostri
occhi. Viviamo in un mondo artificiale, conosciamo poco il mondo reale.
Chi
ci prepara a vivere questi momenti? Siamo impreparati e quasi sorpresi quando
ciò avviene.
Eppure
è un processo naturale, semplice e insito nella nostra natura.
La
tristezza del distacco, il saluto che sancisce la conclusione definitiva di
un'unione esclusiva tra persone che si amano, genitori, figli, mariti, mogli,
parenti, amici.
Ma
perché non istruire l'essere umano ad affrontare questi momenti? Perché
confonderlo? La morte fa parte della vita, e in quanto tale la vita va vissuta
ma anche capita, è necessario essere coscienti di tutti i suoi aspetti. E
invece quanta apparenza e artificiosità connota la vita di ogni giorno. La
riempiamo essenzialmente di vuoto. E' un carnevale perpetuato all'infinito.
Maschere e finzione.
E
così la volontà di intraprendere un percorso che porti alla consapevolezza di
ciò che siamo e del nostro destino è demandata al singolo individuo; deve
arrivarci da solo, deve smettere di ascoltare e guardare ciò che lo circonda.
Deve uscire dalla strada in cui si trova e seguirne altre.
Ho
sempre nutrito la mia curiosità e la mia voglia di sapere e conoscere. Desidero
avere sempre maggiore coscienza di me stesso, delle mie capacità e dei miei
limiti. Voglio seguire la mia strada, e percorrerla fino in fondo. E quando
sarà il mio momento voglio arrivarci col sorriso, consapevole, maturo, pronto.
CONFORTO
Trovo
conforto, seppur con tanto dolore, sapendo che, nonostante tutto, mia madre ha
sofferto poco rispetto ai patimenti che avrebbe dovuto sopportare, inevitabili
se fosse ancora qui. Le sue malattie l'avrebbero trasformata, forse le
avrebbero tolto il sorriso, che fino a quando ha potuto, fino agli ultimi
giorni, ci ha sempre regalato. Il dolore intenso e violento le è stato
risparmiato. Così come anni di vita in più, segnati dalla malattia e molto
probabilmente dal tormento. Non sarebbe più stata lei, e non avrebbe più
vissuto la vita che conosceva.
L'inesorabile
accelerazione della malattia ha fatto sì che la sua ultima permanenza in
ospedale fosse breve.
L'unico
dolore che non saprò mai se ha provato, è quello del distacco da tutti noi. Ma
questo purtroppo è insito nella morte.
E'
come se al momento della nascita avesse firmato un contratto che conteneva
queste frasi: «non appena si presenterà un male destinato a farmi soffrire,
fatemi subito uscire di scena, evitatemi la sofferenza. E fatemi vivere una
vita piena fino all'ultimo; risparmiatemi i tormenti che la vecchiaia può
procurare».
Il
giorno del funerale ho percepito l'affetto di chi era presente, mia madre ha
lasciato un segno indelebile, ha toccato il cuore di tante persone con la sua
solarità, il suo sorriso sincero e la sua lievità.
A
conti fatti ha insegnato a tutti che la vita va vissuta serenamente e nella sua
totalità, godendo di tutto ciò che ti viene offerto e regalato. Lievità in
questo senso, saper amare la vita, ogni giorno, ogni minuto, sempre.
Ha
trasmesso ciò a chi le stava vicino.
Si
cerca continuamente un significato in questa vita, un progetto da compiere.
Oggi
più che mai sono convinto che mia madre aveva percorso la strada giusta, e non
ha affatto faticato a trovarla, perché non l'ha cercata, si è presentata. Il
suo modo di essere l'ha portata nella direzione giusta. Ed era lei stessa il suo progetto da
compiere. Donare se stessa e la sua bellezza d'animo agli altri.
Se
io mi cruccio perché ho dubbi, incertezze, difficoltà a capire dove andare,
cosa fare, come vivere, ora ingenuamente penso «bastava osservarla», avevo le
risposte a casa. Non che non l'abbia mai fatto, ma oggi ho la certezza che
dovrò solo seguire il suo esempio.
Il
suo modo di vivere e quello di mio padre sono l'esempio giusto da seguire.
Benché
abbia trovato conforto nel fatto che per lei sia stato un bene salutarci,
egoisticamente oggi desidererei così tanto rivedere uno dei sui sorrisi.
DOPO
Quando
vado in ufficio e quando torno a casa passo davanti all’ospedale, mi fermo ogni
volta a osservarlo, a guardare le finestre dei diversi reparti dove è stata
ricoverata mia madre.
E’
insistente il pensiero che non ci sia più.
Due
settimane fa potevo vedere i suoi sorrisi, ora non c’è che un mucchio di
cenere. E’ angosciante questo pensiero. Sembra irreale, impossibile,
inconcepibile, inverosimile, eppure questa è la realtà. Non riesco a trovare un
significato, un senso.
La
vita continua, nuove esperienze, sorrisi, momenti di tristezza, viaggi, persone
nuove, festività, tutto senza mia madre.
E
lei non potrà più godere della vita, fare un sorriso, brindare, divertirsi e
gioire della vita con noi.
Non
la sentirò più parlare, non vedrò più i suoi gesti, le sue espressioni.
Ho
ferme nella memoria le sue ultime espressioni del volto.
Mi
manca il suo amore, il senso di protezione che mi dava.
Una
carezza, le ho scostato un capello dagli occhi, un gesto affettuoso e l’ultimo
saluto. Le sue dita ferme, appoggiate sul ventre.
Quel
corpo immobile, privo di vita, senza respiro, senza colore.
Cenere.
Come
riconoscerò mia madre?
Oggi,
a due settimane dalla sua morte, comincio a vedere con più chiarezza il
percorso che ho affrontato.
Un'immagine
e un momento preciso hanno preso spazio più di altri. La mattina del
trasferimento dall'ospedale all'hospice mi sono alzato presto e alle otto e
trenta sono entrato nella sua stanza. Dormiva e non ci siamo salutati. Mi sono
seduto e ho cominciato a leggere. C'eravamo solo lei ed io. Un'infermiera è
entrata e l'ha svegliata per ricordarle che doveva ancora fare colazione. Mia
madre ha aperto gli occhi ma non ha avvertito subito la mia presenza, ci siamo
salutati senza salutarci, ci siamo riconosciuti senza riconoscerci. Ho
percepito un cambiamento netto rispetto al giorno prima. Forse causato dal
timore del trasferimento, dai dubbi sulla nuova struttura che l'avrebbe
accolta, da una notte di pensieri e agitazione. Ho percepito una sensazione di
smarrimento nei suoi occhi. E una debolezza sempre più accentuata. Nonostante
l'enorme difficoltà a deglutire, la vedo mentre cerca di ingerire una pastiglia
di grandi dimensioni. Mia madre, che doveva tagliare a metà anche le medicine
più piccole. Il suo tallone di Achille. L'ombra delle sedici o trentadue
pastiglie al giorno le avevano fatto venire fuori tutta la sua forza, la sua
tenacia. Lotta per la sopravvivenza.
A
me sembrava una tortura. «Non si può fare a meno di questa pastiglia oggi?» ho
chiesto, quasi implorato, all'infermiera. Ma mia madre aveva già faticosamente
mandato giù tutto, «ho fatto» ha detto. E poi ha richiuso gli occhi. Mi sono
calmato e ho ripreso a leggere.
La
rivedo costantemente nei miei pensieri mentre, un'ora dopo, la sistemano sulla
barella per il trasferimento in ambulanza. Vedo le sue braccia che si tengono
con forza sul gancio posto sopra il letto, la fatica per sorreggersi, per
spostarsi sulla barella.
Quanta
tristezza mi aveva comunicato questa situazione, leggevo l'inesauribile
resistenza di mia madre in quelle due braccia magre e senza più muscoli. E
vedevo la stanchezza, il deperimento, il rapido declino del suo fisico.
Una
lotta impari, sola e indifesa contro un destino già scritto, un processo
irreversibile. La tristezza che ho provato e che provo quando rivedo queste
immagini è manifestazione di impotenza, di impossibilità di fare alcunché per
soccorrerla, per aiutarla. Potevo solo osservare, vederla in difficoltà,
vederla combattere inutilmente, essere cosciente della fine; ma non potevo fare
assolutamente nulla. Se non cercare di trasmetterle serenità dissimulando il
mio assoluto sconforto.
Vedo
il suo corpo che chiede ossigeno, una macchina biologica fatta di cuore e
polmoni. Il cuore batte forte e il respiro è sempre più lento. Gli occhi
socchiusi, la bocca aperta in cerca di aria. Come si fa a sopportare un'immagine
così dolorosa? Eppure mi consolava la sua muta vicinanza, non sapevo dove
cercarla, dove trovarla, ma la sua presenza mi bastava. Anche se non rispondeva
più. Starle vicino e tenerle la mano mi faceva stare bene. Una forma di
comunicazione viscerale che viene da lontano, innata. Un gesto carico del suo
stesso sangue, un gesto che faceva emergere sensazioni nascoste nelle pieghe
dell’anima, della carne, del mio io, del nostro io.
Comincio
ad essere cosciente del fatto che sono appena all'inizio di una nuova stagione,
il mio dialogo con la morte è appena iniziato. E' un dialogo fino ad oggi solo
immaginato, mai vissuto, mai sentito. Ora è in me, profondamente dentro di me;
è un linguaggio nuovo, severo, aspro, doloroso. E' un dialogo che quando
comincia non cessa più, ed è ininterrotto. Vorrei spegnerlo ma non ci riesco.
E' insistente, continuo.
DOPO UN MESE
Finalmente
ho sognato mia madre. Forse l’avrò sognata altre volte prima di oggi ma non ho
ricordi.
Ci
siamo solo lei ed io, è un breve dialogo quello che ci riunisce dopo un mese di
silenzio.
Il
suo volto è sano e bello, e lei è energica e vigorosa com’è sempre stata. Con
il suo modo di fare autentico e naturale mi dice di sentirsi indebolita e
debilitata. Io la guardo e le rispondo che non è affatto vero, le dico che la
vedo in ottima salute, il suo volto esprime benessere e vigore; è un’altra
persona rispetto a quando era malata. Sembra anche più giovane.
Non
ricordo altro. E’ un attimo, è un frammento di vita, un granello quasi
invisibile, impercettibile; eppure si è piantato nella mia memoria, ho perso
l’immagine, ma è rimasta la sensazione.
E’
con mia madre che ho parlato, l’ho rivista, si è mostrata, è tornata.
Ho
la sensazione di avere perso l’amore, la dolcezza, il calore, la bontà, la
serenità, il sorriso; bruciati insieme al suo corpo.
Si
è stampato nella mente il suo ultimo saluto pieno, vivo, un istante che risale
ai primi giorni di gennaio. Quel giorno stava bene, era in forma. Era sera e
avevo comprato un po’ di castagne da mangiare dopo cena. Ero andato a casa dei
miei genitori, mio padre mi aveva aperto la porta e mia madre mi aveva salutato
dal soggiorno. Il gesto della sua mano, quel saluto cordiale, quel movimento
delle dita abbinato al suo sorriso. E’ un immagine luminosa, piena di calore,
radiosa, felice.
A
casa vedo i suoi oggetti, i suoi vestiti, appartengono a una dimensione
temporale che sembra così distante e allo stesso tempo vicina. Non riesco a
scrivere il termine “passato”, è riduttivo e inadeguato. Una storia chiusa, un
momento andato che non si può più assaporare, vivere; un ricordo. E' anche
questo, ma non solo. Fosse solo questo sarebbe così riduttivo e triste. C'è di
più, è come se il ricordo respirasse, fosse vivo, avesse un cuore. E' un ricordo
che emerge, si stacca dagli altri; esprime mestizia e sollievo, con forza, con
decisione. E' dentro di me e lo custodisco con amore.
Nelle
prime settimane, dopo la sua morte, le immagini e i pensieri erano misti e
complessi.
Dolore.
Dolore dovuto alla sua mancanza, all'idea che potesse aver sofferto.
Nell'hospice mia madre veniva premurosamente lavata ogni mattina, la alzavano
dal letto e la portavano in bagno. Erano gli unici istanti in cui mia madre
usciva dallo stato di obnubilazione, quanto tornava lucida? Tornava lucida? E'
stato in quei momenti che ha intuito e capito cosa stava succedendo? Questo
pensiero mi tormenta ed è insistente l'immagine di lei in quella stanza,
seduta, circondata da persone sconosciute che la lavano, debole, inerme, quali
erano i suoi pensieri?
Malattia.
Il pensiero della malattia è tutt'uno con l'idea che oggi ho di mia madre.
Penso a lei e la vedo nelle stanze di ospedale; vorrei uscire da quelle stanze,
ricordarla altrove, in luoghi sereni, nei momenti più felici, ma ora non
riesco.
Paura.
Paura di ciò che è accaduto, paura di non sapere, di non capire, paura della
sua morte.
Ricerca
di conforto. Il conforto derivato dal suo non dover più soffrire.
E'
passato un mese, sento che è iniziata una fase nuova, avanza il senso, l'idea
di vuoto; e questo vuoto altera la percezione che ho di quanto è accaduto. Il
dolore è diverso, è meno acuto ma più diffuso, si è spinto dentro, si è
nascosto e agisce in silenzio. La ricerca di conforto si è dissolta, svanita.
E' subentrato lo sconforto, poteva non succederle nulla, poteva non ammalarsi.
Quando guardo vecchie foto che la ritraggono nel pieno della sua vita, serena,
contenta, allegra, vedo un filo che lega tutte le parti della sua vita, fino
all'ultimo triste episodio; la conclusione di una vita, spezzata e interrotta
troppo presto. Questo era il suo destino.
Poteva
non succederle nulla e continuare a vivere, a sorridere, a condividere i
momenti di gioia con la sua famiglia. Ecco cosa penso adesso. Non mi dà più
conforto pensare che è meglio andarsene piuttosto che continuare a vivere per
soffrire, per lottare contro mali incurabili. Potevano non venirle,
semplicemente.
Un
sorriso, un momento di felicità, capitano, tornano, riemergono, ma in un
contesto che non conosco, con cui devo familiarizzare. Una risata si tinge di
più colori ora, c'è il giallo, il rosso, l'arancione, ma c'è anche il blu, il
viola, il nero; sono ombre che circoscrivono i toni più caldi, che sono lì,
immobili, suggeriscono un'idea, ricordano, riempiono smorzando.
Al
bar, mentre mangiavo un toast e un tramezzino, oggi osservavo e ascoltavo dei
ragazzi seduti al tavolo vicino; esprimevano un'allegria così pura, chiara,
sincera, senza macchie, senza ombre. Viva, piena. Inventavano frasi e immagini
per il papiro di laurea di un amico. Ricordo quei momenti, li condividevo con
gli amici, e a casa, con i miei genitori.
In
quell'istante, ascoltandoli, ho avuto la netta percezione che tutto ciò che
vivrò, feste, gioie, traguardi, non li condividerò più con mia madre, non potrò
più raccontarle dei miei viaggi, della mia musica. Potrò solo dedicarle ciò che
farò, ma è così diverso; ogni momento felice sarà anche un po' triste, una
ricchezza nuova, una abbondanza, una densità di sensazioni che oggi mi
confonde, non so più riconoscere la felicità senza l'infelicità.
Nel
pomeriggio sono tornato a vedere il parco dell'hospice; volevo ritornarci con
la neve, come lo vidi per la prima volta. Mi sembrava naturale andarci oggi
dopo la nevicata di questa mattina.
Una
parte della giornata dedicata alla vita, al lavoro, alle persone e a qualche
sorriso, e forse a una risata. L'altra parte della giornata dedicata a me e a
mia madre, al suo luogo, forse più mio in verità.
Tutto
mi ricorda lei. Soprattutto le cose piccole che sembrano così normali, banali,
prive di significato. Gli asparagi, che metteva sempre a tavola in questo
periodo dell’anno. Le piccole uova colorate per addobbare i rami nei vasi,
decorazioni pasquali sobrie, misurate, un modo femminile di esprimere il
piacere di vivere questa ricorrenza in famiglia. Il ramo di ulivo, che andava a
prendere alla Basilica del Santo, un luogo che amava; forse era lì che sentiva
la vicinanza con sua madre.
La
neve, mi ricorda le passeggiate che facevamo in montagna d’inverno; una creatura
venuta al mondo a dicembre e spirata a febbraio, sotto la neve.
DUBBI E VUOTO
Quando
rileggo questi pensieri e ritorno alla notte in cui mia madre è morta, la
ferita si riapre con violenza e la testa sembra esplodere. 18 febbraio, ore
1:25, mia madre è morta. E’ morta. Ripeto dentro di me, è morta. Non accetto
ciò che è avvenuto, non capisco, il dolore sgorga a fiotti dalla ferita, è
insopportabile. E’ un chiodo piantato nel cervello, saldo e fermo, ben fissato,
fa male e non riesco a toglierlo, è una mia appendice ora, non lo leverò mai
più. Se lo lascio dov’è dimentico di averlo, se insisto a volerlo rimuovere la
ferita sanguina e il dolore si fa intollerabile.
Quando
metto insieme queste due semplici parole è morta è come se sbattessi
violentemente la testa contro un muro e conficcassi in profondità il chiodo.
Devo
conviverci.
E’
cambiato il mio modo di osservare il tempo che passa. Prima della morte di mia
madre avvertivo gli anni che fluivano e la vecchiaia che trasformava il volto
dei miei genitori.
L’inquietudine
che provavo nell’osservare questa marcia incessante e implacabile era la
manifestazione di una mia insicurezza, ero impaurito dall’idea del distacco
definitivo dalle persone che amo, dai miei genitori innanzitutto.
Adesso
l’inquietudine si è placata. Accetto il passare del tempo, non mi spaventa più.
La rottura è avvenuta.
Percepisco
invece con maggiore consapevolezza, e ora quasi con timore, lo spreco del
tempo.
Il
tempo che dobbiamo dedicare al nostro corpo, il nostro involucro, che chiede
cibo, energia, riposo.
Ma
soprattutto il tempo che destiniamo ad azioni sterili.
Provo
frustrazione all’idea che nella maggior parte delle nostre azioni ci sia quasi
sempre mancanza di consapevolezza.
Prevalgono
i gesti meccanici e superficiali.
Come
può avvenire una crescita interiore se siamo quotidianamente distratti da
situazioni che non ci aiutano ad arricchirci e perfezionarci?
Nell’arco
di una vita ciò che davvero conta occupa uno spazio irrisorio. Il resto sembra
contorno.
Se
potessi impiegare il tempo esclusivamente per la mia crescita come individuo in
rapporto agli altri e a ciò che mi circonda; se potessi raggiungere la
consapevolezza.
Cerco
segnali ma non li trovo o non so ascoltare. Dove e come posso riconoscerli e
riceverli? Ho la capacità di afferrarli?
Ho
accettato ciò che doveva accadere, ho osservato impaurito e impotente, ho
cercato di capire e ho trovato sommariamente risposte e consolazioni. Mi sono
sistemato provvisoriamente sotto un riparo arrangiato al momento; ho trovato
conforto e sollievo per un po’, pensando ingenuamente di averlo trovato per
sempre. Il riparo tuttavia si è sciupato rapidamente, come doveva accadere; nel
mio intimo sapevo che ciò sarebbe avvenuto. Svanito il riparo è sparito tutto,
consolazione, accettazione. La realtà ora si è fatta chiara e nitida, ho la
percezione che ciò che è avvenuto è assolutamente naturale, ma allo stesso
tempo innaturale, impensabile, contrario a ogni logica. Non ne colgo il
significato, non ne capisco il senso. Ho accettato che quella notte mi venisse
detto «è morta», ma ora non capisco. Ho visto il corpo di mia madre senza vita,
immobile.
Ho
accettato perché ero spaventato, ero stato colto alla sprovvista, ero spaesato,
disorientato, confuso. Ho osservato l’indebolimento del suo organismo, fino al
suo arresto definitivo. L’ho osservato impotente, incredulo. Ma ora è diverso,
mi rimane il vuoto, tra le mani non mi è rimasto più nulla, solo cenere.
Un
evento di questa portata, così forte e destabilizzante, porta a confrontarsi
con i propri limiti, con il proprio essere finito, mortale, ma in modo nuovo.
Altera la percezione della mia realtà, il mio mondo, le mie certezze, la mia
vita. Sento la fragilità degli esseri umani, la mia.
Il
senso di immortalità, di invincibilità, che caratterizza ogni giovane età,
viene annullato.
La
caducità e la transitorietà sono il peso e il tormento che l’essere umano si
porta sulle spalle da sempre. L’urgenza di esprimere questa voragine interiore
e universale ha dato origine a un’infinità di opere d’arte.
In
questi pochi giorni passati a Roma in occasione della Pasqua, ho osservato
questi capolavori, come facevo all’epoca dell’università, quando li studiavo. E
ho constatato che ora anche un’opera d’arte per i miei occhi ha un sapore
nuovo. La osservo con più attenzione, ne colgo pienamente il sentimento che
traspare, il dolore, la gioia che esprime. Quanta importanza viene data alla
morte, lo percepisco più che in passato. L’arte racconta la bellezza, l’uomo e
la sua mortalità, esalta la sua imperfezione, i suoi limiti; descrive la
caducità.
Un
tormento che si protrae da tempi immemori e che va avanti, finché esisteranno
l’uomo e la vita.
Il
significato della vita, ieri come oggi, viene cercato nel soprannaturale, nelle
divinità.
Mi
confronto con chi crede, cerco rifugio, risposte, un po’ alla cieca, a istinto.
Mi sento una pecora, seguo istintivamente, senza riflettere, chi ha trovato la
fede o la sta cercando; non so muovermi da solo, sono spaesato. Mi avvicino a
questa moltitudine che cerca conforto in un aldilà, in un mondo migliore che
l’uomo ha concesso a se stesso.
Provo
a capire, ma la nostra natura finita mi spaventa, non riesco proprio a
coglierne il significato. Siamo involucri, il nostro spirito si separerà dalla
materia, ma nessuno sa provarlo. Come faccio a fidarmi e ad avere fiducia/fede?
Dov’è
mia madre?
Ci
vorrebbe uno sguardo dall’alto, esterno, distaccato, completo, pieno, assoluto,
incondizionato.
Lo
scrissi tornato dal mio primo viaggio in Groenlandia:
La mia visione antropocentrica confonde
e oscura. E’ come vedere il mondo attraverso un caleidoscopio. Ho percezione di
tutte le facce, di tutte le sfumature, tuttavia quando le metto insieme la
realtà mi sembra falsata, per quanto affascinante. Non riesco a coglierla nella
sua totalità, manca la visione d’insieme, vorrei avere uno sguardo assoluto,
incondizionato, libero, pieno.
Torno
sempre lì, a questa riflessione; è un’idea che non so chiarire, come faccio a
uscire da questa gabbia?
SILENZIO ASSORDANTE
Ho
trascorso le vacanze di Pasqua con mio padre e i miei parenti. L’assenza di mia
madre era palpabile, ma la permanenza a Roma, scandita da spostamenti e visite,
passata serenamente e in armonia, ha attenuato il senso di amarezza e di
dispiacere.
Rientrato
a casa, ho percepito un grande e incolmabile vuoto; si è presentato come se mi
trovassi stretto e avvolto da folate di vento freddo. Dov’è mia madre? Non la
vedo, non la sento.
Ho
sentito un silenzio assordante.
E’
stato come raschiare e sfregare il corpo contro una parete ruvida e appuntita.
Era dolore autentico, desolante, avvilente.
La
sua perdita mi sta disorientando, stordendo. In questo momento, a oltre un mese
di distanza, si è ripresentato il dolore acuto che ho conosciuto all’inizio. E’
un dolore tollerabile e insopportabile insieme. E’ penetrante, profondo,
immenso. Oscuro, indecifrabile.
Mi
calmo.
Il
dolore torna a scendere in profondità e la ferita si richiude.
Cosa
si sta manifestando dentro di me?
Questi
frangenti mi spaventano, sono eruzioni che vengono dal mio cuore, da angoli che
non vedo, che non conosco a fondo e che non controllo. Sensazioni e stati
d’animo che mi porto appresso quotidianamente, di cui sono consapevole; mi
sgomenta la forza e la potenza di cui sono fatti e con cui inaspettatamente si
presentano.
Rivivo
spesso il momento in cui la vidi senza vita. E’ un’immagine che mi procura
sofferenza. Mi fa ricordare le sue ultime settimane di vita, quando non aveva
più forze per combattere. Quando era debole.
Sento
la sua mancanza in modo violento e intenso; la distanza, la separazione. Mi
sento solo, disarmato.
E’
stato un lungo sogno fino a oggi, la morte, il funerale, la sua assenza, la
cremazione, il certificato di morte. Come se nulla di tutto ciò appartenesse a
mia madre.
Mi
sto risvegliando dal lungo sonno e giorno dopo giorno ho sempre più coscienza
della realtà, dura, brutale, dolorosa. Mi sottraggo a essa, cerco di evitarla,
ma sono debole, incalza, mi sovrasta e pesa su di me.
La
realtà mi schiaccia e vedo solo sofferenza, è tutto più grande di come dovrebbe
essere. So che sarebbe necessario fermarmi e semplificare; fare in modo che
questa sensazione si restringa, acquisisca le giuste misure. Siamo esseri così
piccoli e fragili, come possiamo sopportare sofferenze così grandi?
Ho
compreso che sto avvertendo ciò che molti definivano il grande vuoto. «Ti si
presenterà in seguito, e sarà una sensazione spiacevole, proverai un dolore
cocente».
E’
vero, e sperimentarlo su se stessi è sconfortante.
Quando
vedo un essere umano, non penso al mistero che si cela dietro al senso della
vita, vedo solo i suoi gesti semplici, percepisco le cose più piccole, quelle
che possono sembrare insignificanti, innocue, anche grottesche, goffe, buffe,
ma che alla fine spiegano e raccontano la nostra esistenza. Quanta vita si
percepisce attorno a un tavolo imbandito la sera di Natale o di Capodanno; o
durante un compleanno, un matrimonio, una ricorrenza. Si avvertono calore,
sicurezza, eccitazione. Sono sensazioni positive e piacevoli, soprattutto
tangibili.
La
morte disorienta, spaventa; porta dolore, sofferenza. Attribuisce ai defunti un
ruolo inatteso, inaspettato. Non ero preparato a questa metamorfosi.
Improvvisamente la persona amata cambia; perde le sue caratteristiche di sempre
e diventa indefinita, indeterminata, acquisisce profondità. Il sorriso muta in
serietà. Tutto si fa grande, incomprensibile, oscuro.
Si
passa dal piccolo all’immenso.
Perché
mi succede questo?
Perché
ora quando penso a mia madre mi perdo in questo oceano profondo e fatico a
trovarla? I suoi gesti semplici, i suoi saluti, i suoi sorrisi, le sue parole,
i suoi movimenti, tutto di lei si è trasformato in mistero. Ai miei occhi è
diventata un essere superiore, quasi una divinità, ma questo mi spaventa; e non
mi convince. Dov’è finita la semplicità, la naturalità? La morte non può
portarsi via anche questo. E’ come se mia madre fosse diventata grande come
l’universo, un modo di essere inconciliabile con il mio, incompatibile.
Mi
trovo in un oceano profondo forse perché mi è stata momentaneamente tolta la
vista. Devo riuscire a riaprire gli occhi per ridimensionare questa percezione
falsata che ho di lei.
Desidero
ritrovare la semplicità, rimpicciolire tutto, ritrovarla com’era. Rivedere il
suo sorriso e salutarla con serenità nei miei pensieri.
RITORNO A TRIESTE, LA SUA CITTA’
Il
ritorno a Trieste, avvenuto due mesi dopo la sua morte, è stato complesso e
articolato, ho provato insieme sensazioni opposte; intense e violente. Gioia,
tristezza, allegria, dolore nello stesso tempo. L’amarezza e il dispiacere sono
una costante di fondo, inarrestabile, persistente. La mia esistenza è cambiata.
Devo convivere con questo senso di vuoto; l’unica certezza che ho è la sua
assenza; il suo silenzio.
Mi
rimane il ricordo.
Quando
rido, penso «come posso ridere con questo peso nello stomaco?». Quando il dolore
mi stringe e mi domina penso «dovrei abbandonare i pensieri tristi e cercare di
sorridere». E’ un groviglio inestricabile di emozioni, non sono ancora capace
di controllarmi. Subisco e mi sento vinto.
Camminando
per le strade di Trieste mi sono sentito un usurpatore, mi sembrava di rubarle
la sua città. Non solo io ma tutte le persone che camminavano per le strade mi
sembravano inadeguate, irrispettose di un luogo che apparteneva a mia madre.
Era come se lei ne conoscesse gli angoli più remoti e significativi, i segreti
accessibili a pochi.
Eppure
mai come oggi mi sono sentito a casa. Trieste ha acquisito un significato
ancora più profondo di prima, è un luogo e un’idea; è la sorgente, è il
principio, l’inizio di un percorso.
In
autobus, mentre tornavo a Contovello, ho letto un paio di pagine del libro Dieci
domande alle quali la scienza non può (ancora) rispondere di Michael
Hanlon. Una frase mi è rimasta impressa e in quel momento, non saprei dire
perché, mi ha dato un po’ di sollievo: «Einstein scrisse alla sorella di Michel
Besso, un suo amico appena defunto: Il fatto che Michel mi abbia preceduto
abbandonando questo strano mondo non è importante. Per noi fisici la
distinzione tra passato, presente e futuro è un’illusione».
Se
tutto è un’illusione, Trieste è un bellissimo inganno, un sogno tangibile,
reale. Mi sento parte di essa, è una sensazione viva.
La
vita continua, ora sono pienamente cosciente di questo, di cosa si prova. Ho
vissuto le prime esperienze senza mia madre, e fatico ad accettarle. Mi sembra
di essere sull’orlo di un precipizio, in bilico. E’ molto più difficile di
quello che immaginavo. E’ logorante; ogni movimento, ogni azione, ogni luogo è
senza di lei. Come faccio a spegnere questo tormento?
La
sua presenza è il vuoto, è costante, insieme a noi.
Ci
siamo noi e la sua assenza, sempre.
I
suoi sorrisi, i suoi saluti, sono sempre più lontani.
Visualizzo
costantemente alcune immagini.
La
giacca verde che usava d’inverno. Mi commuove la vista di quell’indumento,
evoca ricordi felici, la montagna, la neve, le passeggiate in montagna. E
ricordi tristi; aveva quella giacca quando uscì dall’ospedale dopo l’intervento
del 3 dicembre. Dallo specchietto retrovisore della mia macchina osservavo
preoccupato mia madre che si avvicinava alla portiera, era lenta e affaticata,
irriconoscibile. Ma stavamo tornando a casa, insieme.
E
poi un’immagine che torna periodicamente. Lo sguardo confuso, spento, fisso; distesa
sul letto dell’hospice, ci osserva. Era l’ultimo giorno in cui ha fatto sentire
la sua presenza, poi è entrata in coma.
Era
magra, le guance infossate, il viso pallido e cinereo; era annebbiata e
ottenebrata dai farmaci che le giravano nel sangue. Quello sguardo rivolto a
noi mi tormenta. In quel momento sembrava dire: «sono in un altro mondo, sto
per andarmene; voi siete da una parte, io da un’altra». Le ho stretto le mani e
le ho detto una frase qualsiasi strappandole un sorriso che in quell’istante mi
ha riempito di gioia. Eravamo giunti alla frontiera che divide i morti dai vivi.
Tuttavia
quello sguardo non va più via. Ai miei occhi esprimeva paura, tristezza, vuoto.
Poteva
essere l’effetto dei farmaci, ma mi aveva trasmesso un enorme senso di
infelicità.
Vivo
questa nuova vita con rassegnazione. Mi oppongo e mi ribello inconsciamente,
manifestando rabbia e livore.
Poi
mi accascio e crollo.
Alle
persone che incontro e con cui parlo dico che il suo ricordo è così forte e
presente che mi sembra ancora viva. E’ una sensazione che posso provare solo
io, che sono suo figlio. Posso percepire ciò che gli altri vedono e provano; il
loro è sicuramente un punto di vista più obiettivo e realistico, vedono
un’assenza, una persona che non c’è più.
Sono
cosciente di questo, ed è ciò che percepisco pure io. Tuttavia sento anche la
forza e l’intensità del ricordo, di una vita passata insieme. E’ un elemento in
più che è destinato a pochi; lo custodisco con cura e mi dona calore nei
momenti di grande dolore. E’ la carezza e l’abbraccio che non ci sono più.
Scrivere
mi aiuta a capire, a ordinare le idee, ma mi dà anche la netta percezione di
essere caduto nell’autocommiserazione.
Sono
fermo al momento della malattia e dell’addio.
Persisto
nel cercare risposte nei libri di natura scientifica e mi perdo
nell’insensatezza dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande.
Osservo
un’ape morta sul pavimento di casa. Niente più che un oggetto. Immobile. Cosa
c’è di diverso dal corpo senza vita di mia madre? Il mistero della vita. Cosa
siamo? Cos’è la coscienza? Perché esistiamo?
Ci
ostiniamo a perpetuare il genere umano senza sapere il perché della nostra
esistenza.
Osservo
l’ape, in silenzio.
Lama tibetano Kalu Rimpoche
Avvicinandoci alla morte, in noi comincia a dissolversi l’elemento terra: perdiamo la nostra forza, non riusciamo più a stare seduti o a reggerci dritti. Le guance cominciano ad affossarsi, non riusciamo più a sostenere la testa, si fa difficile persino aprire o chiudere gli occhi. Si diventa pallidi; ci sentiamo pesanti e scomodi in ogni posizione; chiediamo di essere tirati su. Alcuni testi ci dicono che ci sentiamo come se stessimo cadendo o sprofondando sottoterra, o ci sentiamo schiacciati da un grosso peso, addirittura come se il nostro corpo fosse schiacciato giù da una montagna. L’elemento terra sta tornando alla terra
Poi è il turno dell’elemento acqua: cominciamo a perdere il controllo dei fluidi corporei. Ci cola il naso, possono lacrimarci gli occhi, forse diventiamo incontinenti. Non riusciamo più a muovere la lingua; gli occhi cominciano a sentirsi secchi, nell’orbita; abbiamo le labbra tese ed esangui, la bocca riarsa, la gola chiusa. Le narici si deformano, ci viene una gran sete. Tremiano e ci contorciamo. Alcuni testi dicono che ci sentiamo annegare in un oceano o trascinare via da un fiume enorme. L’elemento acqua sta tornando all’acqua.
Poi viene l’elemento fuoco. La bocca e il naso si prosciugano completamente: tutto il calore comincia a lasciare il corpo di solito a partire dai piedi e dalle mani in direzione del cuore. Può capitare che dalla sommità del capo esca un calore umido. Sentiamo freddo il respiro che ci attraversa il naso e la bocca. Non abbiamo più il calore necessario per digerire niente. Diventa sempre più difficile percepire tutto ciò che è al di fuori di noi. L’esperienza interiore è di essere consumati da una vampa ruggente, o che il mondo sia consumato in un’apocalisse di fuoco. L’elemento fuoco ritorna al fuoco.
Segue l’elemento aria. Respirare ci diventa sempre più difficile: l’inspirazione si fa superficiale e l’espirazione si allunga. Cominciamo a respirare ruomorosamente e ad ansimare. I respiri diventano più brevi e laboriosi: il corpo si torce, poi si acquieta. La vista svanisce, quella interiore come quella esterna, indistinta e appannata. L’esperienza interiore di un gran vento che spazzi via il mondo, di un tornado che consuma l’intero universo. L’elemento aria ritorna all’aria.